Malauniversità a confronto: i chimici in Basilicata e a Siena

UnibaslogoContro l’indifferenza e l’ignavia è giunta l’ora della rottura anche nell’Università. Come diceva Leonardo Sciascia, «credo si possa usare il verbo rompere in tutta la sua violenza morale e metaforica. Rompere i compromessi e le compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà; rompere questa specie di patto tra la stupidità e la violenza che si viene manifestando nelle cose italiane; rompere l’equivalenza tra il potere, la scienza e la morte (…); rompere le uova nel paniere, se si vuol dirla con linguaggio e immagine più quotidiana, prima che ci preparino la letale frittata.» Consideriamo il ruolo dei “barbari” nell’Università, partendo dai chimici, con un articolo sull’Università della Basilicata, valido anche per la realtà senese. Con due differenze: a Siena la situazione è ancora più drammatica (ci ritorneremo con dati precisi) e, cosa più importante, è a rischio un Ateneo di 766 anni d’età, non un 25enne come l’Università della Basilicata. Dell’Ateneo lucano ci siamo già occupati: si veda il primo e secondo articolo.

QUEI CONTI CHE NON TORNANO…
Da: la Nuova Basilicata (22 gennaio 2005)
Nino Grasso. (…) Sarebbe ingiusto scaricare solo sui livelli centrali responsabilità che vanno ricercate anche qui, in Basilicata. E che probabilmente affondano le radici in una serie di errori passati, figli di un inopinato gigantismo e di una smania di spesa, spesso anche futile e ingiustificata dalla cruda realtà dei numeri. Ci sono corsi di laurea, come quello di Chimica, che hanno in media tra gli otto e i dieci studenti all’anno. E sono anche i corsi che costano di più per la presenza di un buon numero di professori ordinari e associati, oltre che di ricercatori e contrattisti. Per non parlare dei laboratori tecnici, che proprio perché improntati ad una organizzazione particolarmente sofisticata sul piano della sicurezza, assorbono ingenti risorse finanziarie. Da profani verrebbe da chiedersi: ne vale la pena? Quanto costano alla collettività quegli otto o dieci laureati in Chimica che l’Università sforna al termine di un lungo ciclo di studi, quando ci sono migliaia di giovani lucani che affollano, fuori regione, i corsi di legge, scienze politiche, economia e commercio, medicina? Però proprio perché ci troviamo dinanzi ad un bene di tutti i lucani, un bene sinora gestito come cosa personale da qualche piccolo “barone” di spocchiosa prepotenza (…), è assurdo pensare di affrontare la crisi attuale con i metodi del passato. Vale a dire: piangendo miseria, addirittura nello stesso momento in cui si stanno per assumere 22 nuovi ricercatori. Per cui, si reclamano soldi, ma senza dar conto di come li si spende. (…) L’Università non solo deve dar conto, come è giusto che sia, dei soldi che spende. Ma deve concordare con le istituzioni le azioni da intraprendere. (…) E mettersi costantemente in gioco. Pure a costo di operare dolorose amputazioni, in presenza di corsi di laurea sicuramente prestigiosi, come quello di Chimica. Ma che forse non ci possiamo più consentire in un corretto rapporto di costi e benefici.

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