Il senso della misura

Per una Nuova Università a Siena e non solo

Ateneo senese: un dissesto che viene da lontano nell’indifferenza dei docenti

SIENA: L’UNIVERSITA’ LAUREATA IN SPRECHI

Antonio Rossitto. Scorre tranquilla la vita alla Certosa di Pontignano, il centro congressi dell’Università di Siena.
Il prossimo convegno è previsto tra qualche giorno, quando un gruppo di luminari discetterà di miologia, lo studio dei muscoli. Intanto i 41 dipendenti dell’ateneo in servizio nell’ex monastero ingannano il tempo come possono: dalla cucina si sente un continuo vocio, un signore con cappello da chef fissa lo schermo del computer, un giardiniere toglie qualche foglia secca da una giara di cotto. All’entrata, in un angolo del chiostro, una signora in ciabatte ammette: “Quando non ci sono convegni qui in effetti c’è pochino da fare”. E quand’è il prossimo? “Non mi ricordo, esattamente. Chieda in segreteria”.
 A farla breve: l’Università di Siena, che ha il più mastodontico deficit mai accumulato da un ateneo italiano, paga 41 persone per ospitare alcuni conferenzieri qualche volta al mese. Ci sono sei portinai, altrettanti giardinieri, 11 camerieri, sette tra cuochi e lavapiatti. Sono tanti? No, sono un’enormità: il maggiore albergo della città ha cinque persone che servono ai tavoli, sei che lavorano in cucina, un centinaio di ospiti al giorno e i conti in attivo. E la Certosa?
Da banchetti, pernottamenti e congressi ricava circa 400 mila euro l’anno. Ma ne spende almeno il triplo solo per pagare gli stipendi. Fra uscite, disavanzi, mutui e sperperi a Siena si sono persi.
L’ammontare del rosso è ancora incerto, però gli ultimi calcoli parlano di quasi 250 milioni di euro: 98 vanno restituiti all’Inpdap, 20 all’Agenzia delle entrate, 90 alle banche, 40 non si sa bene a chi. Debiti accumulati in anni di gestione che definire poco oculata è eufemistico. Basta vedere Pontignano: sebbene il personale sia numeroso, nel 2005 veniva approvato un “protocollo per il trattamento accessorio” dei dipendenti. Visti i “rischi e disagi” cui potevano incorrere, erano stanziati 50 mila euro all’anno di incentivi da dividere tra i 41 eroici. Nello stesso accordo si parla di un “progetto triennale per l’incentivazione e il miglioramento dei servizi”. Una consulenza interna di 60 mila euro, grazie alla quale alcuni eletti hanno studiato la maniera più opportuna per evitare che i colleghi rigirino i pollici per giorni. A Siena sprechi ed elefantiasi hanno colpito ovunque.

Il rettore, Silvano Focardi, ha ben otto segretarie personali. A confronto le tre su cui può contare il direttore amministrativo, Loriano Bigi, un laureato in filosofia teoretica a cui sono affidati i conti dell’ateneo, sembrano poca cosa. E i bibliotecari? Sono 135, sparsi nelle varie facoltà: se ne contano 24 a scienze politiche, 21 a lettere e filosofia e 20 a economia, solo per fare qualche esempio. Ed è prevista l’assunzione di altri 20 precari. Per non parlare della duplicazione di uffici simili. Per esempio quelli che si occupano di comunicazione: sette dipendenti all’online, quattro all’ufficio stampa, otto alle relazioni esterne, tutti con compiti che loro stessi faticano a distinguere. O quello per l’accoglienza dei disabili: serve a informare i portatori di handicap che ci sono dei volontari al loro servizio.
Attività nobile, ma che non rischia certo di usurare i cinque lavoratori preposti al compito. Conclusione: a Siena il numero degli amministrativi supera ormai quello dei professori, sono 1.350 contro i 1.060 docenti di ruolo. E continua ad aumentare: un bando appena pubblicato prevede la stabilizzazione di altri 40 precari. Questa situazione non ha impedito al precedente rettore, Piero Tosi, di assegnare una sfilza di consulenze interne, chiamate progetti. “Mansioni retribuite fino a 20 mila euro l’anno” dice Giovanni Grasso, professore di anatomia umana e curatore del Senso della misura, un sito che denuncia la malagestione della sua università. “Soldi elargiti per svolgere compiti banali, che rientrerebbero tra le normali attività. A maggior ragione in un ateneo in cui ci sono tanti uffici poco produttivi”. Tra il 2005 e il 2007 sono state assegnate 25 consulenze interne, di cui hanno beneficiato parecchi dipendenti. Scorrendo la lista se ne trovano di stravaganti: progetti per fare circolare meglio le informazioni, per la sicurezza nei cantieri archeologici, per coordinare i laboratori didattici di Follonica, per “armonizzare” i servizi bibliotecari. E mentre ci si scervellava a escogitare le soluzioni più efficaci, il deficit cresceva. “Qui lo sperpero è diventato filosofia” accusa Grasso, che già 2 anni fa scriveva sul suo blog della voragine contabile. “A Siena c’è stato un uso disinvolto delle istituzioni che ormai ci ha portato alla conclamata bancarotta. E docenti, organi d’informazione e politica locale hanno sempre mostrato la più completa indifferenza. Intanto gli organici si sono gonfiati a dismisura e nessuno ha badato a spese”. Come per la nuova sede di scienze politiche e giurisprudenza. Una struttura imponente: arredi ricercati, legno a profusione, corridoi enormi e un bar grande come un campo da pallacanestro. All’ingresso del palazzone c’è una lapide in latino, di memoria papale, dedicata all’ex rettore: a “Petrus Tosi Saen univ. Rector”, capace di far edificare lo “splendidissimum” nuovo edificio. Un gigantismo che stride ancora di più se rapportato al continuo calo degli studenti: negli ultimi 5 anni sono passati da 19.172 a 16.552. Periodo in cui però l’università non ha smesso di moltiplicare le sue sedi, aprendone tre: Follonica (22 mila abitanti), Colle Val d’Elsa (21 mila persone) e San Giovanni Valdarno (17 mila anime). Quanto si spende per i nuovi poli distaccati è un enigma impenetrabile. Gli unici dati riguardano la sede di Arezzo, la più vecchia e popolata. Costa 15 milioni di euro l’anno ma porta introiti modesti: 3,5 milioni arrivano dalle tasse studentesche e 800 mila euro da una società consortile di cui fa parte anche l’ateneo. La differenza è un passivo di 10,7 milioni. Che si fa allora, domandano i senesi, visto che buona parte dell’economia cittadina ruota attorno all’università? Il rettore Focardi, appena rieletto capitano della contrada Chiocciola, assicura che si sta predisponendo un piano di rientro adeguato: “Abbiamo un patrimonio immobiliare che vale 1,5 miliardi di euro. Lo utilizzeremo per ridurre il debito”. Non è però ancora chiaro se i palazzi saranno venduti o dati in leasing. Ma anche se queste operazioni andassero a buon fine, resterebbe il problema della gestione ordinaria: le uscite superano sistematicamente le entrate. I consulenti sono ancora al lavoro per individuare soluzioni e stabilire l’esatto deficit.
 Martedì 28 sera Angelo Dringoli, che a Siena insegna economia e gestione delle imprese, stufo di aspettare si è dimesso dal consiglio d’amministrazione. In una lettera al rettore scrive: “L’assenza di un bilancio consuntivo di competenza per i primi 10 mesi non permette una gestione corretta e consapevole, ed espone il cda al rischio di gravi errori e irregolarità gestionali. Fino a oggi nessun piano organico di interventi è stato presentato, nonostante le ripetute richieste”. I conti restano quindi un mistero. L’unica cosa certa è che da qualche parte bisognerà pure cominciare a sfoltire. E qui le voci si contano “ad abundantiam”.
A partire dagli affitti di alcuni immobili del centro. Per dirne una: l’università paga 176 mila euro l’anno per il primo piano di Palazzo Chigi Zondadari, un bell’edificio con vista su piazza del Campo, che permette a 50 invitati dell’ateneo di ammirare il Palio da favorevolissima posizione. Altri 30 mila euro costa l’appartamento in cui trova ospitalità un centro di studi antropologici. Solo 15 mila invece ne bastano per un alloggio in cui vive e prospera il centro culturale Siena-Toronto. Storia a parte è quella dei magazzini presi in affitto a Monteroni d’Arbia, a 17 chilometri da Siena. Nel 2004, in preda al consueto titanismo, l’università aveva deciso di aprire un locale all’interno del rettorato. Un baretto in cui si consumano in fretta panini e si scambiano gli appunti? L’idea era più
ambiziosa: un posto in cui le menti dell’ateneo si sarebbero ritrovate a sorseggiare bevande come da Starbucks, con musica e arredamento adatti. Anche il nome scelto sembrava adeguato: “Il caffè dell’artista”. Per un progetto del genere serviva spazio. E lo spazio fu fatto: un archivio venne trasferito da alcune stanze del rettorato ai magazzini di Monteroni, che andarono via all’amichevole prezzo di 35 mila euro. Ma Il caffè dell’artista finì nel dimenticatoio con la caduta di Tosi, sospeso a febbraio 2006 dopo un’ordinanza del gip di Siena, Francesco Bagnai, che gli contestava falso ideologico e abuso d’ufficio in un’inchiesta su presunti favoritismi.
Le stanze liberate durante il suo mandato ora sono vuote. E quell’archivio resta nella campagna senese: all’occorrenza, quando serve un faldone, bisogna mandare una macchina.
Le idee innovative del resto qui non sono mai mancate. Il modello è sempre stato quello dei campus americani. È nata perfino una linea di abbigliamento e oggettistica. Nel negozio al piano terra del rettorato si vendono magliette, zaini, agendine, cappelli alla pescatora, teiere e tazze per il latte.
 Tutto abbellito dal centenario marchio dell’ateneo. Attività della quale non sono mai stati comunicati ricavi e perdite. Quanto costa invece avere la prima radio universitaria d’Italia si sa: tra il noleggio delle apparecchiature e quello delle frequenze, vengono sborsati 90 mila euro l’anno, ora scesi a 60 mila. Direte: è pur sempre uno strumento didattico, dispendioso ma valido. Non è proprio così: la radio non è usata nemmeno dagli allievi di giornalismo per fare pratica. Serve a metter musica e a dare informazioni agli studenti. Cose utili, magari, forse non a un ateneo in bancarotta. Siena però non si è fatta mai mancare niente. Nemmeno un’etichetta musicale, la Emu. Sul sito si legge: “Segue tutte le fasi della realizzazione discografica, dalle edizioni alla produzione del cd, fino alla messa in commercio”. Punta di diamante dell’Emu sono i Dedalo. Il loro primo singolo è uscito nel 2003. Si intitola Indefinibile: proprio come il buco dell’università che ha prodotto il brano.

Pubblicato da Giovanni Grasso in Commissariarla per salvarla il 31 ottobre 2008 alle ore 17:19 | Permalink | 108 Commenti » |

108 Responses to “Ateneo senese: un dissesto che viene da lontano nell’indifferenza dei docenti”

  1. paolo scrive:

    Avviso che un ricercatore pare abbia fatto approvare con delle firme la normativa sui concorsi (ricercatori precari)-1000 firme. Purtroppo ho cancellato la mail ma credo la possiate reperire. Non seguite però i consigli della Piccinni che dice di studiare di nascosto. Se volete veramente essere “Antisistema” studiate-studenti o ricercatori – pubblicamente, socializzate, comunicate il sapere. È tempo di finirla con le “nicchie” cara superstorica Piccinni! Esci dal tuo feudo del dip. di storia e non per fare le “buffonate” piazzaiole! E nemmeno le processioni coi ceri dove fingono di cospargersi il capo d’incenso quelli del “Gotha” di Lettere e associate facoltà.
    Chi ha orecchi per intendere intenda, come diceva sempre quello del Getsemani.

  2. Achille scrive:

    Università dei Raccomandati di Siena
    è patetico…

  3. caps scrive:

    La notizia sul concorso appena vinto dal consigliere di amministrazione va completata: 3 rappresentanti del personale tecnico: 1 diventato responsabile dell’area contabile; 1 vinto concorso da EP; 1 vinto dottorato di ricerca e da pochi giorni in aspettativa… che vorrà dire tutto questo? Forse che la gente si compra come al supermercato con il 3×2… ?

  4. paolo scrive:

    Vi dò altra notizia. Il preside di Lettere Chiarini, noto studioso e persona non legata al carro del “Gotha” (il Trio Lescano, la Superstorica, lo storico “Grande” finanziato dal MPS ecc.), non è più preside. Semplice avvicendamento dopo un solo anno di gestione? Non era cmq gradito al “Gotha”. Al suo posto c’è Venuti che scrive su METIS, lo pseudogiornale pseudoprogressista del Coli. Semplice casualità? Sui concorsi, poi, son certo che prosegua la corruzione – si son solo fatti più furbi. Si potrà mai cambiare questo sudicio stato di cose? Yes, we can, direbbe Coli e c.i, scutrettolando dietro Obama, il volto “buono” degli Usa. Io però ci credo poco, con gli stessi attori al potere. Solo allontanando i restauratori del Calabrese sarà possibile respirare.
    Up patriots…

  5. paolo scrive:

    Ho già detto altrove: venderanno a rate Le Scotte per sanare il buco, in barba a leggi che lo vietavano – pare. A chi lovenderanno? Forse alla Regione? O ai privati? Nel secondo caso si sm… di brutto e cadranno tutte le ipocrisie antiGelmini. L’Ospedale era la mia seconda casa – purtroppo -; ora forse dovrò pagare l’affitto, come malato (e come citoyen). Sarà stata anche una brutta costruzione, ma, sapete, come diceva Voltaire, per un rospo una rospa è bella… (Dizionario Filosofico di Voltaire voce Il Bello).

  6. stavrogin scrive:

    Stamattina il Corriere di Siena (che ne sa una più del diavolo) riporta questo articolo:

    «Ateneo – Mancano i soldi per gli stipendi.
    Servono 34 milioni di euro per coprire le spese di fine anno. Non è scontato che il Monte anticipi la somma.
    Siena 09.11.2008 Ora la partita si gioca alla Rocca. L’ateneo dipende molto dalla possibilità che arrivino risorse immediatamente spendibili dall’esterno, per poter liquidare gli stipendi di fine anno e provvedere alle spese vitali della città accademica. I conti sono in rosso come più volte ribadito dal rettore Silvano Focardi. Il bilancio chiude con venti milioni di disavanzo, ma ne servono altri 34 per poter provvedere alle spese ordinarie, gli stipendi appunto, e non rimane che rivolgersi alla banca della città per ottenere una anticipazione di bilancio tale da poter assicurare la copertura delle buste paga. Ad oggi questa operazione di salvataggio temporaneo non è scontata, perchè ogni ente pubblico a fine anno è tenuto a dimostrare, di aver raggiunto l’equilibrio fra entrate ed uscite e sommare i venti milioni di debito accumulato in un anno con altri 34 che la banca potrebbe anticipare, non farebbe altro che aggravare la situazione.»

    Al di là del danno e del chiaro disappunto che ne consegue, al di là di considerazioni di altro tipo rimane un rospo in gola che non vuole andare giù: l’uomo della strada (cui auguro di finire sotto un tram) è convinto che gli universitari siano tutti indistintamente nababbi e ho avuto personalmente da ridire con una gentile signora convinta che i docenti a contratto prendessero 3000 euro al mese (!!!). L’uomo della strada (a cui auguro di finire sotto un tram) afferma che gli stipendi universitari sono in generale “troppo alti” e non so se sia il caso di fare volantinaggi per spiegare ad una opinione pubblica (ivi compresi gli studenti!) che agita indistintamente forconi contro “gli stipendi da dieci milioni al mese” (sic! Il Giornale) degli universitari, che i ricercatori entrano con 1100 euro (insegnando sovente quanto gli ordinari senza che nulla di questo insegnamento venga riconosciuto) e che gli associati beccano intorno ai 2500 euro. Cifre che un qualunque scalcagnato funzionario del Monte guarda con commiserazione e contemplando le quali, l’operatore ecologico si congratula con sé stesso di non aver studiato. Tacerò sui contratti, per non diffondermi sull’analisi infinitesimale.

  7. arlecchino scrive:

    Mentre Archimede dà i numeri, io più modestamente vi do qualche informazione nuova sul Calabrese (Omar) che ogni tanto si cita in questo sito come punta di diamante dei proff. tradizionali senesi (del gruppo citato da Panorama, tanto per chiarire, del PD).
    Giorni fa ha scritto una letterona al Corsera in cui ha difeso dal Brunetta l’università, vittima di una vendetta da parte della politica e dei media. Dimenticando quindi che politica e università sono in gran parte la stessa cosa, e perciò non si riesce a riformare e meno che mai ad autoriformarsi.
    Ma la chiusa è anche comica. Il prof. scrivendo a Siena riesce a parlare di università come “sede privilegiata per la riflessione critica sull’esistente”. Se si giudica da quel che leggo in questo sito non mi sembra che i prof. senesi, a partire da lui, abbiano denunciato il black out dell’informazione a Siena. Tutto controllato dal PD e dai suoi alleati via MPS?Sembra diagnosi plausibile, ma non l’ho mai sentita dai vari Detti, Balestracci, Brezzi, Piccinni, Boldrini, Catoni ecc. ecc. Anzi, fanno persino i convegni di storia del giornalismo senza rendersi conto di cosa sia divenuto a Siena! Una strana autocoscienza con la benedizione dei vari giornalisti nazionali pronti ad accorrere: caso mai ci fosse qualche corso a contratto ancora libero, vero?
    Da quando, più o meno, c’è Scienza della comunicazione la comunicazione critica a Siena è crollata verticalmente. Ne avranno parlato al convegno di questa strana coincidenza? Chi può rispondere tra voi residenti? Ci siete andati alle lezioni-dibattito?
    Servitor Vostro
    Arlecchino

  8. archimede scrive:

    Mi dicono che ci sono andati solo i relatori e gli studenti di Scienza della comunicazione: precettati! Quand’è che si renderanno conto che è una fabbrica di disoccupati? Molto meglio filosofia, che pare sia stata fagocitata da Storia, molto apprezzata dalle aziende serie. Circa vent’anni fa il consumismo generalizzato dal CAF, e il conseguente debito pubblico crescente, riuscì a imporre per legge l’assunzione di giornalisti in ogni carrozzone pubblico. Riempite le poltrone di portaborsa della politica le porte si sono chiuse dove più dove meno. Ora si può fare solo cronaca di quei tempi beati e ancora imbonire ma credete che qualcuno avrà parlato della situazione dei media a Siena?
    La manifestazione di ieri sulla crisi del MPS è stata memorabile, pare. Ma chi ne parla? Il dott. Barrai (cercare in Google Mercato libero: al MPS gli impiegati dicono che non possono vederlo!) ha sostenuto che Mussari è stato il cavallo di Troia fatto entrare in Siena per far crollare il MPS e renderlo acquisibile da banche forti. Perché ve ne parlo? Perché il crollo del MPS (azioni da un prezzo di 5 euro a 1,2 di ieri, cioè il 25% di qualche tempo fa) comporterà l’indebolimento della Fondazione che dà un dieci milioni all’anno circa all’Università e soprattutto tiene in piedi associazioni e ricerche ecc. che rendono appetibile venire a Siena. I vari centri di biotecnologie perché sopravvivono? La Novartis perché è venuta a Siena, per bere il chianti di arlecchino, pensate?
    Rendetevi conto che non si può parlare di università se non si tiene presente il contesto. Il quale è litigiosissimo perché il PD deve tra breve, in primavera, nominare i nuovi banchieri del MPS e per giugno i dirigenti della Fondazione tramite Comune e Provincia nel frattempo sotto elezioni.
    Ne vedremo delle belle perciò. Preparatevi, ma alla fine 2+2, cioè ci prenderemo qualche altra fregatura con questi specialisti della partitocrazia. Se la crisi dell’università fosse solo la punta dell’iceberg? Pare che anche i bilanci del Comune siano critici, l’ospedale è quello che è, il MPS l’abbiamo visto ecc. Se la crisi s’aggrava e gli studenti non vengono più dal sud siamo nel sacco. Si potrà chiudere?
    Archie

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