I quattro dell’Ave Maria e la centralità della didattica nella riforma dell’Università

Stefano Semplici, Giampaolo Azzoni, Paolo Leonardi, Emanuele Rossi

Atenei, ipotesi autoriforma (da: Avvenire, 6 luglio 2012)

Enrico Lenzi. Offerta formativa di qualità per tutti o più attenzione al merito? Potenziamento della didattica o valorizzazione della ricerca? Il mondo universitario italiano da tempo si sta macerando su questi dilemmi. E anche tutte le riforme che negli ultimi anni i ministri hanno messo in campo non sono al momento riusciti a trovare un punto di equilibrio, almeno secondo l’opinione di chi nell’università vive e opera. E allora quattro docenti (Stefano Semplici dell’Università di Roma Tor Vergata e Collegio «Lamaro Pozzani»; Giampaolo Azzoni  dell’Università di Pavia, Centro di etica del Collegio Borromeo; Paolo Leonardi dell’Università di Bologna, Collegio Superiore; Emanuele Rossi del Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa) hanno deciso di prendere carta e penna nel tentativo di offrire una soluzione ai dilemmi, o almeno «un contributo al dibattito». «È una proposta che parte dal basso – spiega Stefano Semplici, ordinario di Filosofia morale – e che è il risultato di una riflessione a partire dai testi e dalle proposte fatte fino ad ora». E a sorpresa per questo gruppo di docenti non solo «il punto di equilibrio si può trovare», ma «siamo anche convinti che entrambi i punti siano obiettivi prioritari per far funzionare l’università».

Partiamo dal primo: equità e merito. «Come abbiamo scritto al ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Francesco Profumo – spiega Semplici – la contrapposizione fra equità e merito non solo è sbagliata, ma dannosa per il Paese e in particolare per chi ha bisogno di maggior aiuto per far fiorire il suo talento». Insomma l’università deve «garantire percorso formativi che mettano in grado tutti – e questa è l’equità – di poter sviluppare i propri talenti e anche di aiutare a farli emergere in coloro che non sembrano averli». Nello stesso tempo «deve saper riconoscere il merito, ma non considerandola come una risorsa del singolo, bensì dell’intera comunità». Per il professor Semplici «occorre pensare ai “benemeriti”, cioè a coloro che hanno potuto sviluppare i propri talenti e poi li hanno posti al servizio di tutti».

Altrettanto delicato il secondo dilemma: didattica o ricerca. «Sono le due gambe su cui si regge l’università e devono viaggiare in parallelo – sottolinea Semplici–. Oggi, invece, si tende a privilegiare la produzione scientifica e la ricerca nella valutazione dei docenti, lasciando ai margini la didattica. Risultato? Professori dedicati solo alla ricerca e poco propensi a entrare in aula a fare lezione. Con grave danno per gli studenti». E qualche avvisaglia di questa tendenza si è vista con alcune levate di scudo da parte di alcuni docenti «che si lamentano del tetto obbligatorio di 100 ore di lezione all’anno, quasi che quel tempo – tra l’altro 10 ore al mese visto che luglio e agosto non ci sono lezioni – fosse perso per le cose importanti, cioè la ricerca». Il danno per l’università è più che evidente.

La proposta elaborata dal gruppo dei quattro docenti affronta anche altri aspetti giudicati decisivi per una buona riforma dell’università. «Penso all’incentivazione dei comportamenti virtuosi nell’amministrazione degli atenei – spiega il professor Semplici – in modo da produrre risparmi da reinvestire ad esempio nel diritto allo studio. O alla figura del garante degli studenti. Ma anche al sistema di abilitazione e reclutamento, che continua a non garantire una valutazione di qualità del corpo docente, lasciando maglie troppo larghe per il riconoscimento dell’idoneità e anche in questo caso basando la valutazione solo sui titoli e le pubblicazioni ignorando la didattica».

La proposta del professor Semplici e dei suoi tre colleghi ha già creato un po’ di dibattito nel mondo accademico, tra consensi e critiche. «Abbiamo voluto – ribadisce il docente di Filosofia morale – un contributo, che pensiamo di buon senso, cercando di mettere ordine nelle varie proposte sul tavolo. Ma soprattutto partendo dall’esperienza diretta sul campo».

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2 Risposte

  1. Al di là della strategia comunicativa di continuare a pronunciare il nome “rosa” senza possedere più la rosa, tacendo sul fatto che scompaiono a vista d’occhio specializzazioni ed eccellenze o si riducono a qualcosa di ben poco “specialistico” (il nome della cosa senza la cosa), non si capisce come si possa attuare una rivoluzione senza scalfire per nulla i meccanismi legislativi che hanno portato a questo e gli inamovibili centri di potere (e di spesa) che ne sono responsabili. Un anno fa anche in questo forum si dileggiavano le scienze del “bue muschiato” trovando inevitabile la soppressione di decine di corsi “inutili”: sono poi stati soppressi ‘sti corsi “inutili”? Di corsi ne sono stati soppressi a decine, ma tranne qualche caso, non mi pare proprio: davanti all’altolà del barone di turno, anche le imprese massimamente fallimentari diventano sacrosante, per cui ciò che è scomparso è stato talvolta qualcosa di utile, talvolta di inutile, ma di certo qualcosa di nocivo è rimasto in piedi. Ad oggi tocca constatare che i criteri -sostanzialmente legati al numero di docenti sopravvissuti alle uscite di ruolo e agli “inchini” alle Loro Inamovibili Maestà – sono stati tutt’altri. Non mi si dica dunque che la preoccupazione esclusiva è quella di puntare all’eccellenza. È pura retorica. Del resto viviamo nel tempo del “fiscal compact”, a rischio di contagio della spagnola, con sempre minori risorse messe a disposizione: ciò imporrebbe un attività riformatrice profonda, non limitata alla semplice ammuina. Ma andiamo avanti così, riempiendoci la bocca di “eccellenze”. Come la famosa rana bollita (http://lerane.wordpress.com/il-principio-della-rana-bollita/), l’opinione pubblica non si accorge dell’avanzare del Nulla. A forza di dire una cosa e farne un’altra, si finisce per credere che ciò che si fa coincida realmente con ciò che si dice. A forza di darsi martellate sui cosiddetti, c’è il rischio che si cominci a prenderci gusto.

    «Qualsiasi cosa può diventare un piacere, se la si fa ripetutamente.» (Oscar Wilde)

  2. Ecco come funziona la meritocrazia in Italia:
    La disabile rifiutata dagli atenei
    «Fatemi studiare psicologia»

    Rosanna si appella al ministro Profumo. Ha la sindrome di Werdnig-Hoffman, una forma di atrofia muscolare spinale. Non riesce ad iscriversi all’università nonostante il diploma a pieni voti.
    http://www.corriere.it/salute/disabilita/12_agosto_09/disabile-universita_7edbdbce-e1ea-11e1-81e3-b1fe4cfc8e55.shtml

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