Das Fiasko von Siena: gli occhiali di Der Spiegel e le bende sugli occhi dei media locali

Alexander Smoltczyk

Dopo Report (Il Monte dei fiaschi), il caso Siena approda sul più prestigioso organo di stampa tedesco, Der Spiegel, con un titolo eloquentissimo: “il fiasco di Siena”. Ecco il sommario dell’articolo pubblicato a pag. 56: «Das Fiasko von Siena: Die älteste aktive Bank der Welt, Monte dei Paschi, brauchte 535 Jahre, um ihren Reichtum anzuhäufen. Drei Krisenjahre genügten, um ihn zu verspielen. Eine toskanische Idealstadt erlebt den Einbruch der Wirklichkeit ins Idyll – nicht anders als derzeit das ganze Land.» Di seguito i link per leggere l’articolo integrale nella traduzione in inglese o in italiano.

– Alexander Smoltczyk. Downfall of Tuscan Paradise. Spiegel Online International, 8 agosto 2012.

– Il fiasco di Siena – Der Spiegel (traduzione dal tedesco di Silvia Tozzi). Il Santo notizie di Siena, 8 agosto 2012.

Commenti sull’argomento:

Raffaele Ascheri. Der Spiegel: c’è Monti, ma anche il Monte (e l’eretico)… l’Eretico di Siena, 7 agosto 2012.

Raffaella Zelia Ruscitto. Il fiasco di Siena… ma tutto resta com’è. Il Cittadino online, 8 agosto 2012.

Per il resto, silenzio assordante nel sito della Provincia e in quello dell’Università di Siena. A ogni buon conto, nella rassegna stampa dell’Ateneo si legge che «l’aggiornamento della rassegna riprenderà il giorno 20 agosto, con la riapertura delle strutture universitarie.» Ovviamente, per quella data sarà molto difficile che il rettore tiri fuori la testa dalla sabbia e consenta alla comunità accademica senese di conoscere quanto “Der Spiegel” ha scritto sul sistema Siena.

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2 Risposte

  1. L’impressione, anche guardando alle vicende universitarie, è quella di un vuoto di potere e di controllo democratico, nel quale si inseriscono “poteri” non legittimati democraticamente che perseguono interessi eccentrici rispetto al “bene comune”.

  2. «Transportation for the elderly and the sick is no longer free. Siena Biotech had to apply for a redundancy package for a large number of its employees. The university is deeply in the red and will probably have to close some of its institutes.» Der Spiegel

    …togli pure il “probably”, va’…. vorrei chiedere ai sindacati, ai politici, ai manager universitari (non si dice così adesso?), ai “giornalisti” catafottuti ad insegnare qualche cosa senza aver affrontato alcuna valutazione, ai tessitori del Groviglio Miracoloso, dopo che si sono satollati coi dati del CENSIS e hanno sciacquato i cabasisi con quelli del Sole 24 ore, se sanno cos’è l’ANVUR, cos’è il VQR, che vuol dire “impact factor”, “peer review” e quant’altro: tutti strumenti di tortura coi quali vengono oggigiorno stritolati quei giovani (in senso italico, in un paese dove le vite accademiche paiono avere durate bibliche) che si occupano veramente di “scienza”. Vorrei dunque domandare ai cantori dell’Armonia Prestabilita se hanno una vaghissima idea di quali siano gli standard di rigore richiesti per stare dentro al “gotha” della ricerca internazionale o anche degli standard professionali ed il grandissimo mazzo, individuale e collettivo, creativo ed organizzativo, che tocca farsi per ottenere questo scopo. Se possano concepire un’orchestra sinfonica, senza che il pensiero corra agli eserciti di Federico il Grande, se ritengono cioè di poter sopravvivere in un mondo globalizzato dove la ricerca promana da grandi istituti di livello internazionale, senza organizzazione, massa critica, teorizzando la frammentazione particolaristica e la tutela del proprio “particulare” a discapito del tutto.
    Il problema su cui volevo attrarre l’attenzione del gentile pubblico del blog è dunque il deteriorarsi delle condizioni stesse della ricerca.

    Prendiamo la cosa da questa angolatura: a breve partiranno i concorsi per le idoneità di associati ed ordinari (i ricercatori non esistono più). Qui a Siena cambierà poco, e temo che con lo spread e l’Europa sull’orlo dell’implosione, c’è poco da sperare in risorse che cadano come manna dal cielo. Si dice publish or perish, in inglese. Qui però c’è la variante molto originale che comunque vada, “perish”, anche se “publish” a iosa, ahimè: uno si piglia l’idoneità, dopo di che, ne può fare un buon uso come carta igienica, visto che c’è poca trippa per gatti, e quel che è peggio, v’è più ragioni per credere che la trippa residua sia per i soliti gatti (quelli del giro precedente, il rumore delle cui mandibole ancora turba le nostre notti) e altrove, non essendo cambiato molto del tradizionale sistema feudale, è assai improbabile che si accattino un “forestiero” senza adeguate entrature. Dunque per molti si tratterà di partecipare con spirito decoubertiano subendo l’ennesima presa per il didietro e non potranno non chiedersi: cui prodest? Ciò nonostante, voglio sperare che per il sottobosco della clientela, delle “famiglie”, dei posti alle concubine e ai figlioli degli amici, ai pluripoltronati della partitocrazia, vi sia con questo nuovo corso nazionale un po’ meno spazio. E nonostante l’inerzia del sistema, mi spingo a prevedere che ve ne sarà sempre di meno: agli atenei che non si adeguano, infatti, resterà solo la magra consolazione di gongolarsi coi dati del CENSIS opportunamente addomesticati ed interpretati dagli esegeti del Groviglio ad uso dei babbei che gli danno il voto.

    Non so se si capisce, messa in questi termini, l’insistenza di alcune Cassandre (fra le quali il sottoscritto) sul dramma, che pare serenamente ignorato dal dibattito pubblico, costituito dalla polverizzazione di gruppi di ricerca, dei corsi di laurea, dei dottorati, delle specializzazioni ridotte a masse informi, dello stillicidio di chiusure e soppressioni perpetrato in modo talvolta incosciente e del tutto indipendente da considerazioni di valore, sia per la tragica fatalità delle uscite di ruolo senza ricambio, sia per incapacità di fronteggiare il narcisismo e la mancanza di contatto con la realtà di personaggi che rifiutano di far fronte comune, come università statali, o addirittura segmenti della medesima università, contro le avversità di un destino oltraggioso, sia per l’efficientismo solo apparente di una burocrazia cieca, distante dalle esigenze ineludibili della scienza e della cultura.
    Qualcuno in questo forum cercò di aizzare una rissa fra capponi di Renzo: i ricercatori stabilizzati contro quelli non stabilizzati, forse nel vano tentativo di depistare e distogliere l’attenzione dal vero problema, che qui almeno non è certo quello! Molte discipline non esattamente inutilissime, molti corsi, sono stati, o soppressi (senza tanti “probably”), o marginalizzati, o non hanno alcuna prospettiva di durata e di sviluppo, “pace” ogni considerazione circa la loro importanza e il valore individuale di chi ci stava dentro.

    Bisognerebbe dirlo chiaramente e agire efficacemente: il giornalista germanico forse non sospetta nemmeno che quello che a casa sua il Land – erogatore degli stipendi agli universitari – è capace di fare, ossia programmare le università, chiudere un corso di laurea e concentrare i docenti in un’altra sede del medesimo territorio, se necessario, qui non pare nemmeno proponibile, benché io non veda altra soluzione all’attuale stillicidio, per tutte quelle discipline che hanno il destino segnato (e non voglio neanche più domandarmi se è giusto o no che a Siena tutto ciò che puzza di “scienza pura” sia oramai considerato superfluo mentre trionfano le cazzate). Mi permetto di segnalare che tra l’altro, stiamo parlando delle vite di diverse persone (un numero destinato a crescere, vista oltretutto la poca probabilità di sopravvivenza di certi corsi di laurea così come sono stati recentemente rimaneggiati) delle quali nessuno mai si è peritato di verificare se lavorano, non lavorano, cosa fanno, cosa non fanno: anche se questo è un costo umano reputato accettabile, da certi dispotici ed algidi Gauleiter nostrani, procedere così, oltre che un danno, è semplicemente un controsenso.

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