Roberto Gava. Ho lavorato quindici anni in una Clinica Medica universitaria. Ero ben inserito, perché mi piacevano sia lo studio che la ricerca in ambito clinico, ma non mi ero ancora accorto che quel mondo era inconciliabile col mio desiderio di fondo: individuare le vere radici delle malattie, specie di quelle croniche, e aiutare il paziente ad estirparle.
Avevo tre specialità e un centinaio di pubblicazioni scientifiche quando presi coscienza che se avessi voluto restare in quel mondo avrei dovuto soffocare e rinunciare per sempre, oltre al mio ‘desiderio di fondo’, anche a quel senso di giustizia e a quel desiderio di lottare, con sacrificio, per la verità e per il bene del malato che fino ad allora avevano orientato la mia persona e la mia carriera medica.
Ho lasciato l’ambiente universitario senza volgermi indietro e ho cercato altri approcci terapeutici, altri Maestri, altre conoscenze, ma con uno spirito di sacrificio e una passione per la ricerca ancora maggiori.
Ora non mi considero un plurispecialista, ma solo un medico desideroso di imparare che cresce specialmente grazie agli insegnamenti continui che riceve dallo studio e dai suoi Pazienti. In conseguenza di questo mio cammino personale, era palese che il lavoro del Dr. Domenico Mastrangelo non poteva lasciarmi indifferente.
Il tradimento di Ippocrate. La Medicina degli affari
Alla ricerca del “buon senso perduto” sia alle Scotte (Siena) che all’Umberto I (Roma)
Anche quest’anno, ad agosto, sfogliando i vecchi giornali, che si accumulano nella casa delle vacanze, in attesa che finalmente il comune predisponga il servizio di raccolta della carta, mi è capitato di soffermarmi su qualche vecchio articolo. La rilettura mette sempre in evidenza qualche particolare sfuggito la prima volta, oppure evoca collegamenti o riflessioni che la prima lettura non aveva suscitato. È accaduto l’anno scorso con un vecchio articolo di Michele Ainis (“Nel belpaese unito dall’abuso”). Questa volta, molto più prosaicamente, si tratta della rimozione dell’auto nel parcheggio di un ospedale.
IL MIO RICORSO AL BUON SENSO (La Repubblica, 22 agosto 2009)
Massimo Carducci. Il 7 agosto 2009 accompagnavo mia madre di 77 anni, invalida civile al 100%, ad un controllo oncologico all’Ospedale Policlinico Umberto I. Parcheggiavo l’automobile all’interno dell’ospedale avendo cura di posizionarla entro le strisce gialle/blu che ritenevo adibite a parcheggio, senza arrecare alcun danno alla circolazione interna. Ultimata la visita, con amara sorpresa l’auto era sparita. Siamo stati informati che questa era stata rimossa dal carro attrezzi, ma che l’avrei potuta ritirare, pagando 80 euro, al deposito situato all’interno della struttura, dove mi sono recato immediatamente. Il custode, pur confermando che la vettura non creava intralcio alcuno alla circolazione, mi ha spiegato che era parcheggiata “fuori dagli stalli” e che comunque avrei potuto inoltrare ricorso tramite raccomandata all’Azienda Ospedaliera. L’unico ricorso che vorrei fare è al buon senso: degli addetti alla rimozione delle autovetture, che eseguono le direttive, e al responsabile del Servizio Rimozioni dell’ospedale, che le impartisce.
Da Oxford e Harvard a San Miniato di Siena
Cosimo Loré. Fa benissimo indignarsi perché l’altrui indifferenza è segno di miseria, meschinità e, talora, malvagità morale e mentale da cui è bene non farsi contaminare… Basta immaginare come molti di questi tristi impiegati travestiti da luminari trascinano le loro esistenze private nonché accademiche… Cosa possono trasmettere, sia a casa in mutande che in aula al microfono?! Quale motivo serio c’è per attirare nell’ateneo, fra le mura? …ops… dimenticavo il presente, che vede ormai tradita e abbandonata la vecchia, rectius vetusta, prestigiosa magione accademica, per improbabili ed orribili ghetti e siti che da perfetti burocrati bolscevichi hanno avuto cuore (e portafoglio!) d’inventare ed imporre i “capi” che con il corteo di consigliori, veline e servi ci hanno saccheggiato la città e l’università… Dice bene il grande (ed unico!) onesto cronista, nonché storiografo di questa stagione sciagurata Raffaele Ascheri (v. Gli scheletri nell’armadio)
Università di Siena: ridurre il disavanzo strutturale si può, ne è convinto anche il Corriere Fiorentino
Alla domanda del giornalista David Allegranti (Corriere Fiorentino) - «quali sono i progetti dei candidati a rettore per ridurre il disavanzo strutturale dell’ateneo senese?» – ho risposto di rivolgersi agli interessati e di leggere sul blog una mia modestissima proposta sull’argomento. A giudicare dallo spazio riservato nel suo articolo, il giornalista non considera poi tanto peregrina la cosa.
David Allegranti. (…) Per superare la crisi c’è chi ha avanzato altre proposte, come Giovanni Grasso, professore di anatomia umana e animatore del blog ilsensodellamisura.com. Per dire. L’Università di Siena ha due facoltà di Lettere, una ha sede nella città del Palio l’altra ad Arezzo, dove c’è l’altro polo universitario. Il cui patrimonio immobiliare, sostiene Grasso, va venduto: «E ovvio che è necessario ridurre le spese strutturali. Considerando i dati ufficiali forniti, l’Ateneo nel 2010 spenderà in stipendi (le spese fisse per il personale tutto) circa 142 milioni di euro, a fronte di entrate sul Ffo (Fondo ordinario per l’università, ndr) di circa 115 milioni di euro. Questo vuol dire che ogni anno si crea un buco di 27 milioni di euro. Ed è evidente che le dismissioni immobiliari da sole non possono risolvere il problema. Abbiamo venduto il San Niccolò, stiamo vendendo il Policlinico, venderemo il Palazzo Bandini-Piccolomini, poi la Certosa di Pontignano. Ma ancor più grave è che noi vendiamo il nostro patrimonio immobiliare a Siena per tenere in piedi il Polo di Grosseto, quello di Arezzo, di Colle Val d’Elsa, di Buonconvento e così via, con costi rilevanti! L’ateneo senese spende circa 15 milioni di euro l’anno per tenere in piedi il polo di Arezzo, a fronte di 3,5 milioni di euro di contributi degli studenti (le tasse studentesche). Io credo che sia arrivato il momento di far pagare l’università aretina al territorio aretino, con risorse aretine. Il disegno di legge della Gelmini ci mette nelle condizioni di farlo. Facciamo la Scuola di Lettere di Arezzo, federata con l’ateneo senese, ma interamente pagata dal territorio aretino».
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Parliamo di ristrutturazione dell’ateneo senese, della sopravvivenza della ricerca e del futuro dei più giovani
Stavrogin. Vengo alle domande serie, che per me, ribadisco ancora una volta, concernono la ristrutturazione dell’ateneo, la sopravvivenza della ricerca, il futuro dei più giovani, ossia di coloro che avrebbero dovuto ricevere il testimone della tradizione, dovendo garantirne la continuità, e invece si ritrovano solo delle cambiali da pagare: la sapete la storiella di quello che andò a Lourdes perché aveva un braccio paralizzato, chiedendo alla Madonna di ritornare ad avere tutte e due le braccia uguali e tornò a casa con due braccia paralizzate? Ho il sospetto che il medesimo genere di equivoci aleggi ogni volta che si parla delle ipotetiche operazioni di ingegneria istituzionale che dovrebbero portare alla chiusura di altre sedi, dipartimenti, corsi di laurea ecc. Ho già scritto che sarei favorevole alla tanto sbandierata regionalizzazione, se ciò significasse accorpamento sensato di specializzazioni, polarizzazione di competenze, in modo che topologi andassero con topologi e gattologi con gattologi. En passant, subodoro che le cose non andranno esattamente così: vi sarà chi punterà i piedi e gli altri dovranno adeguarsi alle sue bizze. Capisco che in fase elettorale nessuno si sbilanci più di tanto, ma dopo, certe scelte risulteranno ineludibili. Non voglio passare per l’apocalittico del forum, ma entro il 2012 (data prevista dal calendario Azteco per la fine del mondo, o in diverse facoltà anche prima, se non rientra lo sciopero bianco dei ricercatori) metà di quello che oggi vediamo in termini di corsi di laurea sparirà.
Per l’università di Siena non “adda passa’ ‘a nuttata”
Per i miei gerani, appena tolti dalla serra, l’inverno è passato. Non credo sia pessimismo, ma, a giudicare dalle proposte e dal dibattito per eleggere il Rettore, ‘a nuttata, per l’Università di Siena, nu adda passa’.
Roberto Petracca. L’idea di Antonio Vicino di fare qualcosa per evitare l’alienazione di Pontignano è carina forte! Mi riesce però difficile capire l’utilità di creare una Fondazione con l’obiettivo di far produrre utili alla struttura. So di essere ignorante in materia di fondazioni e dico quindi la mia aspettandomi di essere smentito. Ho paura che una Fondazione sarebbe solo un nuovo centro di spesa e di potere. Possibile che non si riesca a trovare un modo più semplice per far produrre utili a Pontignano? L’Università soffre per caso di carenza di personale? O, all’opposto, non sappiamo come sistemare gli esuberi? E con una buona facoltà di Economia a disposizione ci mancano forse i manager capaci di rendere produttivo Pontignano? Lo sappiamo o non lo sappiamo il motivo per cui Pontignano non produce utili? E con una ben promossa città d’arte sullo sfondo ci manca forse la capacità di promuovere l’immagine di Pontignano? Come funzionano Oxford, Berkeley, Stanford, Salamanca o Cambridge? Se ci svegliassimo e puntassimo alla rinascita non avremmo forse le radici e la cultura per diventare noi un modello? Un bel blog come questo è invece snobbato da molte delle personalità di grandi capacità che esistono a Siena e che potrebbero dare un contributo. Costoro non escono allo scoperto e non spendono due parole gratis in questo posto per dare un contributo che a mio avviso dovrebbe essere doveroso. Giganti che si camuffano da nani. È davvero un arcano che non mi spiego. Che razza di scheletri hanno negli armadi? O mi sbaglio e semplicemente siamo a corto di quella fantasia e di quella creatività per le quali eravamo famosi? O siamo a corto di voglia di lavorare e tutto ciò che la nostra fantasia è oramai capace di produrre è l’idea che accendendo ceri alla Madonna passerà la nottata? Dev’essere vera quest’ultima ipotesi se i tempi sono quelli di chi pensa che non abbiamo abbastanza leggi per perseguire l’evasione fiscale e che quindi occorra coniarne altre nuove di zecca. Con proprietà taumaturgiche incorporate, si capisce!
Occorre un programma coraggioso che riduca il debito strutturale ridimensionando l’ateneo senese ed abbia la forza e l’autorevolezza di sintonizzare le istanze sociali, politiche e sindacali con quelle proprie dell’istituzione universitaria
Uno stimolante intervento di Alessandro Rossi (Corriere di Siena, 3 giugno 2010) sui programmi elettorali scritti e/o enunciati dai candidati alla guida dell’Università di Siena.
Alessandro Rossi. Non c’è dubbio che l’ateneo senese ritroverà il proprio equilibrio, ma non sono irrilevanti i modi ed i tempi. Queste due variabili, che sono tra loro dipendenti, dovrebbero essere governate con senso di responsabilità, coraggio e disciplina. Ci potremmo chiedere se i programmi elettorali scritti e/o enunciati riflettano questi valori. In realtà dei programmi, una volta emendati dalla retorica, non rimane molto. Rimane la legittima convinzione dei candidati di possedere le doti personali e la sufficiente autorevolezza per esercitare una efficace azione di governo e quindi di risanamento. Ma proprio in questo momento sentiamo poco la necessità di argomenti condivisibili, avremmo invece bisogno della concretezza propria delle cose antiche. Non è questo, infatti, il momento di discutere della modernizzazione dell’assetto istituzionale, dei programmi didattici, dei futuri Dipartimenti, delle diverse tipologie di coordinamento didattico in Scuole o Facoltà, della valorizzazione delle professionalità, delle eccellenze, della irrinunciabile e necessaria alleanza tra umanisti e scienziati ecc.. La concretezza delle cose antiche richiede uno sforzo maggiore, un supplemento di programma, che sappia spiegare ed argomentare cause e soluzioni.
Colpisce l’insipienza di chi pensa che lo «shock generazionale» produrrà un effetto benefico per didattica e ricerca
Se l’università rottama i professori a 65 anni (la Repubblica, 24 maggio 2010)
Mario Pirani. Speriamo di sbagliare ma è lecito il timore che qualche spiraglio di demagogia riesca ad influenzare il Pd. Con la suggestione che laddove gli argomenti della ragione non riescono a prevalere l’appello populista, di cui – non dimentichiamolo -la destra ha l’imbattuto copyright, riesca a rianimare gli spiriti. Di qui il ricorso all’improperio di un personaggio serio e di buon senso come Bersani, ma ancor più grave il documento sull’Università votato senza discussione dalla stessa assemblea del Pd che aveva applaudito in piedi l’epiteto contro la Gelmini. Si tratta di un documento proposto da una esponente delle nuove leve, la professoressa Maria Chiara Carrozza, direttrice della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, responsabile del «Forum Università Saperi Ricerca» del Partito che lo aveva già illustrato in una intervista alla Stampa. Il clou dell’iniziativa è individuabile in una «rottamazione» generale dei professori al compimento dei 65 anni (di contro agli attuali 70). Da qui si dovrebbero ricavare risorse capaci di finanziare un cospicuo turn over a favore dei ricercatori.
L’ampliamento dell’elettorato attivo in favore dei ricercatori è inammissibile perché modifica la composizione del corpo elettorale alterando il risultato di un voto imminente
La Prof.ssa Michela Manetti, Ordinario di “Diritto Costituzionale” nella Facoltà di Scienze Politiche di Siena, ha sottoposto all’attenzione degli organi dell’Ateneo e di tutta la comunità accademica alcune osservazioni sulla legittimità della proposta, approvata dal Senato e ora sottoposta al parere delle Facoltà e dei Dipartimenti, che mira all’ampliamento dell’elettorato attivo in favore dei ricercatori.
Michela Manetti. La proposta di revisione dello Statuto volta a modificare l’elettorato attivo per le elezioni rettorali deve ritenersi inammissibile in virtù di un principio generale applicabile a qualsiasi tipo di voto, principio che vieta di alterare le regole del gioco elettorale quando esso è già in corso. Benché infatti le elezioni non siano ancora state indette, è già scattato il termine di centottanta giorni prescritto dall’art. 40, comma 3, dello Statuto entro il quale il Decano ha il potere-dovere di convocare i comizi elettorali; e il semplice fatto che tale potere sia divenuto concretamente esercitabile vale a precludere inderogabilmente l’esercizio dei legittimi poteri di revisione o modifica di tutte le norme che disciplinano attualmente il procedimento elettorale.
Vale la pena di ricordare che nell’esperienza costituzionale repubblicana, seppur è stato ammesso l’intervento del legislatore in questa materia, esso ha potuto riguardare soltanto quella che è definita come disciplina elettorale “di contorno”, vale a dire le modalità tecniche di espressione del voto, sempre al fine di agevolare l’esercizio del diritto da parte di coloro che ne sono (già) titolari. Ciò è avvenuto ad esempio con l’introduzione del c.d. voto assistito per gli elettori disabili, oppure con le facilitazioni offerte ai cittadini temporaneamente residenti all’estero; con l’eliminazione di determinate formalità necessarie alla presentazione delle liste ad opera dei partiti; con l’accorpamento di diverse elezioni in un’unica data, onde favorire la maggiore partecipazione dei cittadini.
I tagli all’Università solo dopo una giusta valutazione e un adeguato approfondimento tecnico
Cosimo Loré. Il Rettore dell’Università del Salento, Prof. Domenico Laforgia, scrive una delle pagine più belle e utili nella storia dell’accademia italiana: la replica ad un politico diventa occasione per la definizione magistrale delle condizioni e delle funzioni degli atenei in questa fase delicata e, per alcuni aspetti inerenti la questione morale e la gestione finanziaria, drammatica della vita della c.d. alta scuola… In una epoca di scarsa memoria storica e troppa frenesia consumistica le parole pacate e pesanti di questo autorevole amministratore della cosa pubblica di eccezionale valore che si chiama universitas, sostantivo femminile che sta ad indicare e significare la particolare comunità dove si fa insieme ricerca e formazione scientifica, risultano una pietra miliare per chi non insegue chimere. La crescita culturale è alimentata dallo spirito critico nel continuo confronto scientifico e sociale garante della credibilità del ricercatore e della dignità dell’istituzione; altrimenti vi è l’accademia dispensatrice di appariscenti quanto evanescenti diplomi nello sfarzo di cerimonie autocelebrative suggello del tradimento dei compiti decisivi della formazione dell’umano sapere e delle nuove leve. La richiesta formulata dal Magnifico di Lecce costituisce la condizione minima per la convivenza e la sopravvivenza stessa di qualsiasi comunità e società: “essere valutati con parametri giusti dopo un adeguato approfondimento tecnico” come – ahimè – avviene sempre meno in questa sciagurato scivolamento nel cupio dissolvi d’un paese ridotto a collettivo senescente e scontento.
Domenico Laforgia. Onorevole Mantovano, sono sollevato nel leggere nella Sua lettera aperta al Quotidiano, pubblicata venerdì scorso, che in qualità di rappresentante del territorio salentino Lei intenda farsi carico in concreto delle esigenze del territorio e, quindi, della nostra Università.
Già da due anni, dai primi mesi del mio insediamento come Rettore, ho avvertito tutti del rischio di commissariamento dell’Ateneo salentino se questa politica dei tagli lineari “uguali per tutti” non fosse stata rivista. Chi ha buona memoria ricorda bene che conclusi con queste parole il mio discorso all’inaugurazione dell’anno accademico 2008-2009. E veniamo al modo: io sono abituato, per formazione etico-culturale, a dare la massima trasparenza alle mie azioni. A questo si aggiunge il fatto che l’Università del Salento non è mia o dei miei colleghi, è del territorio, della gente e anche di quelli che sono stati votati a rappresentare questa gente nelle sedi istituzionali. Dunque, l’incontro, sollecitato da molti esponenti politici, non poteva che svolgersi nella forma in cui si è svolto. Dentro l’istituzione, a porte aperte, senza filtri, in piena trasparenza, perché tutti potessero farsi un’idea chiara della situazione reale, conti alla mano, e fossero liberi di togliersi eventuali dubbi.


