Il senso della misura

Per una Nuova Università a Siena e non solo

Chiunque, per il sol fatto di “passare” davanti all’università di Siena, ne diviene dirigente o Direttore Amministrativo

È triste; ma è quel che è accaduto a Siena. Di seguito, alcune stimolanti riflessioni dell’avvocato Gaetano Prudente che ci aiutano a capire le ragioni della crisi dell’ateneo senese, con organi di governo inadeguati e Dirigenti e Direttori amministrativi la cui professionalità prescinde dalla conoscenza del “diritto” ed, in primis, del diritto amministrativo.

Riflessioni sulla Dirigenza

Gaetano Prudente. (…) È d’uopo una premessa: le riflessioni che seguiranno vanno riferite esclusivamente alla mia persona, cosicché nessuno se ne abbia. (…) Lanciamo subito l’anatema: oggi il dirigente, formato od in via di formazione ai soli concetti della nuova Governance, non è più in grado ad es.: di distinguere un atto da un provvedimento amministrativo; di comprendere i presupposti per l’esercizio del potere di autotutela da parte di una P.A.; di distinguere il “quorum strutturale” dal “quorum funzionale” di un Organo Collegiale; di distinguere l’illecito penale dall’illecito amministrativo; di comprendere la struttura e la funzione di un procedimento amministrativo; di comprendere la portata del “principio” di legalità dell’azione amministrativa; di curare un procedimento di accesso anche in relazione alla riservatezza ed ai suoi legittimi titolari; non comprende la differenza tra un atto singolo o collettivo ed un atto generale, con conseguente incapacità di valutare l’estensione degli effetti di un suo annullamento decretato in sede giurisdizionale; non coglie la differenza tra diritto soggettivo e interessi legittimi, e che dire del “silenzio amministrativo”, per fortuna oggi disciplinato dal novellato della L. 241, e della linea di demarcazione con la fattispecie dell’omissione di atti di ufficio di cui all’art. 328 c.p.? La non conoscenza del diritto sembra dilagare nella stessa misura in cui si estendono, in via quasi esclusiva ed assorbente di ogni altra competenza da richiedersi al dirigente, nuovi concetti ed idee del dirigente pubblico.

(continua…)

Pubblicato da Giovanni Grasso in Per riflettere il 5 febbraio 2010 alle ore 23:20 | Permalink | 23 Commenti » |

La malasanità è disordine strutturale, inefficienza endemica, organizzazione mirata a scopi diversi da quelli propri del settore

bruno-tintiMorti di malasanità dal telegiornale del 6 gennaio: 2 neonati a Foggia, un anziano a Bari, una cinquantenne a Trento, un ventinovenne a Pisa ed una quarantacinquenne ad Arezzo. Di seguito un articolo sulla malasanità del magistrato Bruno Tinti pubblicato da «Il Fatto Quotidiano» dell’8 gennaio.

MORTI DI MALAPOLITICA. Se la cattiva sanità è frutto di un sistema di scambi, spartizione degli incarichi e del potere

Bruno Tinti. Ci sono neologismi che hanno avuto molta fortuna, malagiustizia su tutti. E poi malauniversità, malapolitica e quello di cui scrivo oggi: malasanità. Tutte parole usate a sproposito: quando un giudice si vende una sentenza è malagiustizia (lo è anche quando emette una sentenza sfavorevole a una certa fazione politica; quando invece la sentenza interessa la fazione avversa, allora “le decisioni della magistratura vanno rispettate”. Ma questa è un’altra storia); quando si scopre un concorso truccato per la nomina di un professore è malauniversità; quando un politico si fa coprire di tangenti è malapolitica; quando un medico lascia una pinza nella pancia di un paziente o sbaglia una diagnosi è malasanità. Naturalmente non è vero niente: si tratta semplicemente di reati, commessi di volta in volta da giudici, professori universitari, politici, medici. Criminalità comune, magari diffusa, proprio come si scoprì ai tempi di Mani Pulite e come continua a scoprirsi oggi nei più disparati settori della pubblica amministrazione.

La malasanità, per restare in tema, è un’altra cosa: è disordine strutturale, inefficienza endemica, organizzazione mirata a scopi diversi da quelli propri del settore. E, fortunatamente, in Italia, tutti questi aspetti, che pure ci sono, non impediscono al sistema sanitario nazionale di essere posto dall’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) al secondo posto nel mondo dopo la Francia. Secondo l’Oms, il sistema italiano fornisce una risposta efficiente alle necessità di tutti i cittadini e i medici italiani sono preparati professionalmente ed eticamente impegnati nella loro attività. Insomma, come diceva Pascarella (La scoperta de l’America) «il mondo ce l’invidia e ce l’ammira», e difatti la riforma Obama è una timida imitazione del nostro sistema sanitario.

(continua…)

Pubblicato da Giovanni Grasso in Per riflettere il 9 gennaio 2010 alle ore 02:34 | Permalink | 7 Commenti » |

Riferimenti utili per vaccini inutili

influenza_suinaIl “Fatto Quotidiano” del 5 gennaio 2010 ha pubblicato un interessante articolo di Monica Raucci: «La febbre del vaccino e il business delle dosi “scomparse”». Un altro riferimento utile è l’articolo di Danielle Ofri (N. Engl. J. Med. Vol. 361, pp. 2594-2595, december 31, 2009): «The Emotional Epidemiology of H1N1 Influenza Vaccination». Un altro articolo di Vincenzo Schiaccianoci su questo blog (4 ottobre 2009): «Psicosi della pandemia influenzale e possibile sperpero di denaro pubblico». E ancora, Nico Valerio: «Influenza. Il grande imbroglio monopolistico dei vaccini inutili». Infine, la Corte dei Conti vuol vederci chiaro sul contratto della Novartis per la fornitura dei vaccini.

Le domande di Monica Raucci su 5 punti per uno scandalo

1) Perché il governo già nel 2005 ha stipulato dei contratti per 6 milioni di euro con tre aziende per la produzione di vaccino in caso di pandemia?

2) Perché il contratto con la Novartis ha clausole così vessatorie, come la mancanza di penalità in caso di ritardata consegna dei vaccini e la sollevazione per la Novartis da responsabilità legali tranne che per difetti di fabbricazione?

3) Perché paghiamo il vaccino H1N1 quasi il doppio del normale vaccino antinfluenzale?

4) Perché l’Organizzazione Mondiale della Sanità a inizio 2009 ha cambiato la definizione di una pandemia, eliminando il criterio dell’«enorme numero di morti»?

5) Cosa ci facciamo ora con 23 milioni di vaccini inutilizzati?

Pubblicato da Giovanni Grasso in Per riflettere il 8 gennaio 2010 alle ore 01:48 | Permalink | 1 Commento » |

Il familismo prospera perché si fonda su un vasto consenso o, perlomeno, su un’inveterata abitudine

noantriOggi, in pullman da Siena a Graz, ho letto l’ultimo libro di Aldo Cazzullo: “l’Italia de noantri” (come siamo diventati tutti meridionali). Scontato l’accostamento a Siena, considerando anche che, in tempi non sospetti, avevo provocatoriamente considerato l’università di Siena “il quinto ateneo siciliano”. Di seguito, il motivo conduttore del libro.

Aldo Cazzullo. Noantri è la parola-chiave non solo di Roma, ma anche dell’Italia di oggi. Non a caso riecheggia quasi uguale in tutti  dialetti. (…) Noialtri: la famiglia, il campanile, il clan, il partito, la fazione, la corporazione, la curva da stadio, il mandamento mafioso. Cose molto diverse tra loro, per carità. Un gruppo ristretto di persone che si vogliono bene potrà mica essere paragonato a un’associazione a delinquere. Eppure, come non vedere che la famiglia gioca un ruolo conservatore nella società italiana? Che siamo circondati da figli d’arte e figli di papà, ovunque, al cinema e negli studi degli avvocati, in Parlamento e nei giornali, dal medico e in università? Se l’ascensore sociale è guasto, se la meritocrazia non funziona, se le pari opportunità ai nastri di partenza restano un’utopia, è perché i figli ereditano con il cognome e i beni pure il mestiere e lo status del padre. È perché la logica di fedeltà e appartenenza – al partito, al burocrate, all’ordine professionale – fa premio su quella della competenza. È perché, tra uno bravo e libero e un altro incapace e servo, non soltanto il capopartito ma pure l’italiano medio tenderà a preferire il secondo. Il familismo prospera non perché una mente perversa ne governa le redini, ma perché si fonda su un vasto consenso, o perlomeno su un’inveterata abitudine. (…) Esiste una sola Italia: l’Italia de noantri. Noi italiani siamo diventati, nel bene e nel male, un po’ tutti meridionali. Gli accenti restano diversi, ma la mania di gridare e gesticolare ormai ci accomuna. (…)

Pubblicato da Giovanni Grasso in Per riflettere il 5 dicembre 2009 alle ore 23:55 | Permalink | 7 Commenti » |

Il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge per la riforma del sistema universitario

gelmini.jpgComunicato della Presidenza del Consiglio dei Ministri  delle ore 11,05 di oggi.

«Il Consiglio dei Ministri ha approvato, su proposta del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, Mariastella Gelmini, un disegno di legge per la riforma del sistema universitario. Si tratta di un provvedimento incisivo ed organico, che interviene sui nodi cruciali del sistema: l’accentuazione dell’autonomia responsabile degli Atenei; strutture di governo e di organizzazione più snelle ed incisive; meccanismi di finanziamento basati sul merito e sulle valutazioni; nuove norme sul reclutamento dei docenti e relativi diritti e doveri. In particolare vengono ridefiniti organi ed articolazione interna delle Università, previste fusioni e federazioni di Atenei anche a fini di razionalizzazione delle sedi e delle strutture, nonché la programmazione triennale del reclutamento del personale accademico. Il disegno di legge prevede una delega al Governo per l’introduzione di meccanismi premiali, per la razionalizzazione della normativa contabile, per la valorizzazione e qualificazione delle attività didattiche e della ricerca del personale. Sarà richiesta una valutazione a posteriori delle politiche di reclutamento e verrà rivista la normativa in materia di diritto allo studio. Viene prevista, tra l’altro, l’istituzione di un Fondo speciale per il merito, finalizzato ad incoraggiare eccellenza e merito dei migliori studenti tramite l’erogazione di borse di studio e la garanzia su prestiti d’onore. Al fine di rendere comprovata e meritevole la qualificazione scientifica del corpo docente, il disegno di legge prevede infine l’istituzione dell’abilitazione scientifica nazionale, che costituirà requisito essenziale per l’accesso alla prima e alla seconda fascia dei professori.»

Per leggere la relazione del Ministro Gelmini.

Pubblicato da Giovanni Grasso in Per riflettere il 28 ottobre 2009 alle ore 15:14 | Permalink | 15 Commenti » |

Sanitopoli e nepotismo valvolare

equipeFrancesco Rimini. È noto come sia diffuso il nepotismo negli ambienti pubblici e in quelli universitari. Ma non ne è immune l’industria privata. Quando la Sanitopoli del 2001 disgregò l’impero che coinvolgeva cardiochirurgie, cardiologie e rianimazioni di tutta la Toscana, si dovette correre ai ripari ed individuare un fornitore al di sopra di ogni sospetto. Iniziò così la fortuna del Signor Magnaccini, rappresentante della ditta Fratin (i nomi sono di fantasia), che riuscì a monopolizzare la fornitura di valvole e pacemaker cardiaci a Careggi (Firenze) e alle Scotte (Siena). Da notare che la ditta Fratin forniva tutte le valvole anche al Policlinico Umberto I di Roma dove operava uno dei primari coinvolti nella tangentopoli senese.

Un paradosso commerciale si verificò nel 2002 quando il Signor Magnaccini riuscì a far assumere il figlio da una ditta concorrente la Scrooge (nome di fantasia), produttrice di valvole e pacemaker. Così padre e figlio, rappresentanti nello stesso settore ma in due ditte concorrenti, hanno gestito in Toscana la fornitura di valvole e pacemaker. Possibile che i responsabili delle due ditte non si siano resi conto dell’ovvia competizione in corso di gara? Forse Magnaccini padre e figlio avevano trovato il giusto equilibrio, che tutelava le due ditte a danno delle altre! Un bel giorno, però, questo equilibrio si è rotto a vantaggio della ditta Scrooge, che ha piazzato tutte le sue valvole sia a Careggi che alle Scotte. A quel punto, però, la ditta Fratin ha ridotto il ruolo di Magnaccini padre.

Nel 2008 c’è stata una nuova gara europea a Siena e la ditta Fratin, all’insaputa di Magnaccini padre, ha abbassato i prezzi delle valvole. E così Magnaccini figlio, ignaro del ribasso dei prezzi, perde la gara. Padre e figlio, però, non demordono hanno già pronta la soluzione, per aggirare l’ostacolo. Da fonti affidabili si viene a sapere che alle Scotte sarebbe stato approvato l’acquisto fuori gara di uno stock di valvole della ditta Scrooge. Com’è possibile questa decisione visto che la gara, per definizione, prevede la copertura di tutto il fabbisogno dell’ospedale? Ovviamente non si tratta di valvole innovative, ma di valvole offerte in gara che hanno perso per i prezzi troppo alti. E chi sono i “professionisti” che non possono sopravvivere senza le valvole della ditta Scrooge? Dovranno fare attenzione perché pare che i Magnaccini, padre e figlio, abbiano un quadernino simile a quello descritto in altri casi. Fino a quando si continuerà ad abusare del sistema sanitario e del denaro dei contribuenti?

Pubblicato da Giovanni Grasso in Per riflettere il 20 ottobre 2009 alle ore 12:44 | Permalink | 8 Commenti » |

Il rischio per gli atenei toscani è di cadere nella brace delle interferenze politiche dirette, anche le più sfacciate

carlofusaroLe modifiche alla governance previste dal nuovo Statuto dell’ateneo senese, appena licenziato dalla Commissione, rendono attuali le seguenti riflessioni di Carlo Fusaro (Corriere Fiorentino, 10 ottobre 2009).

Lo scudo dell’autonomia

Carlo Fusaro. Alla fine di un’inchiesta aperta da tempo la procura di Bari ha ipotizzato una serie di reati a carico di decine d’illustri cardiologi, accusati di aver pilotato la scelta dei nuovi prof, scambiandosi favori per far vincere i propri protetti, al di là del merito. Fra gli accusati, il preside della facoltà di Medicina di Firenze. Non entro nello specifico: dico solo che – come per tutti – anche per questi professori vale la presunzione di innocenza. Non siamo neppure al rinvio a giudizio, e l’ipotesi accusatoria è, nella fattispecie, tecnicamente a dir poco audace. Si vedrà quando se ne occuperanno i giudici. Ma nessuno, specie chi nell’università lavora, può essere così ingenuo da nascondersi che, non dal punto di vista dei tribunali, ma sul piano del giudizio dell’opinione pubblica, vi è un’alta propensione – piuttosto – alla presunzione di colpevolezza: si tratta di chiedersi perché e se il mondo accademico ha fatto quanto doveva per sfuggire a tale sorte. Che si tratti di come si fanno i concorsi (soprattutto, a dire il vero, nelle discipline nelle quali una cattedra non vale solo un buono stipendio, ma cospicue entrate professionali) o di gestione degli atenei, la risposta non può che essere «no».

Le conseguenze sono gravi e – per la prima volta – l’università è chiamata a guardarle in faccia, assumendosi le sue responsabilità. A imporglielo ci ha pensato per primo, con la brutalità che gli è congeniale, il ministro dell’economia Tremonti, affiancato dalla ministra dell’istruzione Gelmini: avete fallito, dell’autonomia avete fatto abuso e cattivo uso, perciò cambiate come diciamo noi o vi strangoleremo finanziariamente.

Domani ci potrebbe pensare però la Regione, sulle risorse integrative della quale poggiano ormai le possibilità di finanziare decentemente gli atenei. Certo, è ancora troppo presto per dire che tipo di co-sponsor (per dire così) dell’università vorrà essere il governo regionale, però se lo scetticismo sull’autogoverno degli atenei è giustamente forte, non ne manca in ordine a come la Regione potrà influire sulla loro gestione. Il rischio è che l’Ateneo possa cadere dalla padella dei gruppi di potere nella brace delle interferenze politiche dirette, anche le più sfacciate.

In realtà l’università di Firenze, per prima, ha un modo per darsi una buona polizza di assicurazione. Mostrare di saper voltare radicalmente pagina e di sapersi gestire senza guardare in faccia a nessuno, sulla base di una propria strategia di sviluppo. È questo il compito difficile del nuovo rettore Alberto Tesi che entrerà nella pienezza dei suoi poteri il 1° novembre: per questo e non altro egli è stato eletto.

Pubblicato da Giovanni Grasso in Per riflettere il 10 ottobre 2009 alle ore 14:41 | Permalink | 16 Commenti » |

Psicosi della pandemia influenzale e possibile sperpero di denaro pubblico

influenza_suinaLe modalità di risposta della gestione della paventata pandemia influenzale da virus A/H1N1 sta sollevando polemiche (“bambini untori”, “vaccinazioni gratuite“, “modulo di rifiuto di vaccinarsi” indicato come una vera e propria “gogna preventiva”) ed accuse di sperpero del denaro pubblico come suggerisce l’articolo seguente.

Vincenzo Schiaccianoci. Una prassi consolidata nella pubblica amministrazione è l’acquisto di strumentazioni anche molto costose, che non vengono poi messe in uso e giacciono ancora imballate in magazzino oppure risultano fortemente sottoutilizzate. Anche il servizio sanitario non è indenne da queste pratiche, che risultano ancora più nocive se poi vengono a mancare le risorse per acquisire apparecchiature necessarie.

In occasione della paventata influenza A/H1N1, alcuni dirigenti medici dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese, si sono fatti carico di sviluppare un piano per il trattamento dell’insufficienza respiratoria grave, possibile complicanza dell’influenza suina. In effetti all’ospedale San Gerardo di Monza, un paziente con questa grave complicanza è stato trattato con successo mediante l’uso di un sistema di ossigenazione extracorporea a membrana (ECMO), che supporta le funzioni vitali del cuore e dei polmoni, finché la terapia con farmaci non riesce a controllare l’infezione. Presso l’Azienda Ospedaliera Senese sono già presenti 3 di questi sistemi, acquisiti in comodato d’uso gratuito, cioè vengono comprati al bisogno soltanto ossigenatore e circuiti, che sono monouso. Non si capisce perché, dovendo affrontare questa rara complicanza, siano stati “acquistati” addirittura 8 sistemi completi che portano a 11 il potenziale dell’Azienda Ospedaliera di gestire il problema. E quanti saranno mai i candidati visto che l’uso per il trattamento dell’insufficienza suina è stato sporadico! Era necessario questo ampliamento del parco macchine? A chi giova?

Ed anche dimostrando una necessità reale, come mai non è stato considerato un ampliamento del comodato d’uso? Da quando è meglio comprare qualcosa che si può avere gratuitamente? Illuminante, a questo proposito,  quanto osservato dal sindaco di Siena con riferimento alla cessione delle Scotte alla Regione: «…la Regione Toscana può usare a costo zero la struttura (…) sarebbe bizzarro che comprasse qualcosa di cui dispone gratuitamente». Eppure tale aspetto “bizzarro” non è balenato agli occhi degli amministratori dell’Azienda Ospedaliera quando hanno approvato la spesa, circa 800.000 euro. Non solo, è anche previsto l’acquisto di tutta una serie di apparecchiature necessarie per la gestione dei nuovi sistemi. Tutte strumentazioni già disponibili in ospedale e funzionanti. Poveri contribuenti, ma il motto predominante sembra “l’importante è comprare, comprare, comprare”.

L’altro aspetto incomprensibile, è che i due medici sostenitori di questa spesa si sono stranamente dimenticati i risultati dell’esperienza senese dell’uso di questa metodica. Negli ultimi 10 anni il sistema è stato usato a Siena in una trentina di pazienti. Purtroppo non si è riuscito a staccare mai nessuno di loro dalla macchina e sono tutti deceduti, ad eccezione di due persone il cui cuore non ha ripreso ma è stato sostituito con trapianto cardiaco. Sulla base di questa esperienza, come si fa a proporre un uso allargato di queste tecniche?

Pubblicato da Giovanni Grasso in Per riflettere il 4 ottobre 2009 alle ore 15:30 | Permalink | 9 Commenti » |

In ricordo di un’amica conosciuta in rete nella comune lotta alla malauniversità

francesca_patanePer ricordare Francesca Patanè, giornalista innamorata della verità (come la definisce Nino Luca), prematuramente scomparsa il 16 settembre, riportiamo un articolo di Quirino Paris pubblicato sul blog “parentopoli”.

ELOGIO DI FRANCESCA PATANÈ

Quirino Paris (19 settembre 2009). Il giornale Ateneo Palermitano non turberà più il sonno di coloro che gestiscono la malauniversità, la malasanità, il malgoverno, e la mafia accademica. Il suo direttore responsabile, Francesca Patanè, è spirato il 16 settembre 2009 in seguito a metastasi da cancro. Il 26 agosto u.s. – da sola, come sempre – aveva messo online l’ultimo numero del suo amatissimo e sempre devastante Ateneo palermitano.

Nessuno, all’infuori dei familiari, sapeva della malattia che si protraeva dal 1998. Francesca Patanè non voleva la compassione di nessuno e, soprattutto, che la sua condizione di malata venisse a velare – nella mente dei suoi lettori e di coloro ai quali i suoi strali erano indirizzati – la professionalità della sua attività di giornalista.

Francesca Patanè divenne giornalista fin dagli anni dell’Università, nell’amata Catania, alla scuola di Giuseppe (Pippo) Fava, ucciso dalla mafia il 5 gennaio 1984 perché – scrisse Francesca Patanè – “… si era opposto coi suoi articoli ai ‘cavalieri’ della città, i maggiorenti che a quel tempo dettavano la storia economica, politica e sociale di Catania.” La verità innanzitutto – costi quel che costi – la legalità e la giustizia, sono sempre stati i soli criteri che hanno ispirato e guidato Francesca Patanè nella scelta e sviluppo dei temi per i suoi articoli e per il suo giornale.

La storia di Ateneo Palermitano è emblematica. Diventata dirigente bibliotecaria all’Università di Palermo, nel 1994 Francesca Patanè ricevette l’incarico speciale dall’allora rettore, Antonino Gullotti, di “riportare in vita il giornale” la cui testata, “Ateneo Palermitano,” aveva visto una pubblicazione molto frammentaria fin dal 1950, con ripetute decadenze della registrazione presso il Tribunale. Per più di due anni, dal 1994 all’ottobre 1996, il giornale dell’Università di Palermo uscì con puntualità – la prima e fondamentale caratteristica di professionalità di una testata – ma “scelte politiche” lo ridussero al silenzio ancora una volta, e alla decadenza della registrazione. Nel 2001, Francesca Patanè registrò a suo nome la testata “Ateneo Palermitano” divenendone proprietaria legalmente riconosciuta dal Tribunale di Palermo e direttore responsabile.  Iniziò allora una serie ininterrotta e puntuale di novantuno numeri, fino ad oggi.

I potenti dell’Università di Palermo, inclusi il rettore e il direttore amministrativo, non si sono mai dati pace del fatto che la testata “Ateneo Palermitano” fosse controllata da Francesca Patanè. I suoi editoriali ed articoli, precisi e documentati, misero spesso a nudo una situazione di malauniversità. Il colmo dell’insofferenza istituzionale fu raggiunto nel gennaio 2006 con un articolo che riportava la notizia, già diffusa da giornali nazionali, di due docenti dell’Università di Palermo indagati per associazione a delinquere dalla Procura di Firenze. La macchina silenziatrice dell’Università di Palermo si mise in moto avviando un procedimento disciplinare a carico di Francesca Patanè che le venne comunicato assieme all’articolo del codice di disciplina che prevede il licenziamento senza giusta causa. Francesca Patanè non si diede per vinta e allertò la stampa nazionale del sopruso che si stava consumando.  Il giorno stesso della sua audizione davanti alla commissione disciplinare, La Repubblica uscì con un articolo in sua difesa e in difesa della libertà di stampa. I maggiorenti dell’Università, presi alla sprovvista da tanta pubblicità non richiesta, fecero rapidamente marcia indietro e – per bocca del rettore Silvestri – annullarono, di fatto, il procedimento.

Nonostante la bruttissima e pericolosissima esperienza inflittale dall’istituzione alla quale aveva dedicato una vita di lavoro ma che, forse, per avere il quartier generale nello Steri – l’edificio dell’Inquisizione Spagnola – ne aveva assunto lo spirito che trasuda ancora dalle sue mura, Francesca Patanè trasse maggiore convinzione che la libertà di stampa fosse, in assoluto, il primo obiettivo e la prima condizione di una società civile. Così, negli ultimi anni, Ateneo Palermitano divenne un faro di luce a livello nazionale sulle vicende dei concorsi universitari truccati, dei bilanci universitari falsi, della magistratura che quando tratta di vicende universitarie spesso si intorpidisce senza lasciare tracce significative, del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (Miur) che non esegue mai le sentenze del Consiglio di Stato, del Miur che gestisce una privatizzazione latente dell’Università italiana a partire dalle Scuole di Specializzazione in Psicoterapia e dalle Scuole Superiori per Mediatori Linguistici. Ateneo Palermitano prese spesso le difese di singoli ricercatori e professori tartassati dalle cosche baronali. Si scagliò contro le inutili ricette dei luminari di entomologia che non sanno fare niente di proficuo contro il punteruolo rosso che devasta le secolari palme di Palermo e della Sicilia.

Francesca Patanè amava la bellezza dello scrivere, la bellezza del vivere, la bellezza del mare di Cofano. Con la sua giustizia morale e onestà intellettuale ha fatto un grande onore al giornalismo.

È scomparsa una voce chiara ed importante.

Pubblicato da Giovanni Grasso in Per riflettere il 20 settembre 2009 alle ore 19:33 | Permalink | 6 Commenti » |

Sordità e mutismo del precario della ricerca nell’università

mizaru_kikazaru_iwazaru.jpgLa lettura dell’articolo seguente fa venire in mente una vecchia canzone di Mina, parafrasando la quale si potrebbe dire: «Ci sono cose in un silenzio (quello dei precari) che non m’aspettavo mai, vorrei una voce ed improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto» e la voce di Ilaria Agostini (ricercatrice-docente precaria) che ha pubblicato su MicroMega le sue riflessioni sui precari della ricerca nel nostro paese.

La precarietà accademica, ovvero il gioco del silenzio

L’instabilità (anche accademica) azzera la voglia di partecipazione, la stima di sé, le capacità creative

Ilaria Agostini. È legittimo chiedersi perché in Italia i precari, forza numericamente rilevante, assorbano in silenzio i colpi impietosi loro inferti da un sistema lavorativo che, qualche decennio fa, avrebbe procurato notti insonni a datori di lavoro, privati o pubblici, a imprenditori e rettori. Il fenomeno dei lavori a termine conosce, nell’ambiente universitario, dove peraltro ha dimensioni dilaganti, la sua massima espressione di afasia: al ricercatore-docente avventizio, con mansioni da «adulto», ma status di «giovane» non ancora accolto dalla comunità, è precluso l’ascolto e la parola. Non sente la voce ufficiale dell’istituzione che lo esclude, più per consuetudine che per legge, dalle assise accademiche e dalla vita «democratica» di ateneo, adducendo a motivo l’intrinseca inafferrabilità della categoria precaria.

(continua…)

Pubblicato da Giovanni Grasso in Per riflettere il 14 settembre 2009 alle ore 18:07 | Permalink | 26 Commenti » |
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