Numerosi sono i paradossi sull’ipotesi virale dell’epatite C descritti in modo convincente da Duesberg, il grande virologo americano ed eretico della medicina. Analisi eseguite per un virus che non è stato isolato, conflitti d’interesse diffusi ed enormi guadagni hanno trasformato la ricerca biomedica in una mastodontica e potente burocrazia che amplifica i suoi successi ed errori, mentre soffoca qualsiasi dissenso. «Un simile processo – dice Duesberg – non si può più chiamare scienza, che per definizione dipende dal continuo mettersi in discussione e dal dibattito interno».
È consigliata la lettura del paragrafo sul virus dell’epatite C, tratto da Duesberg P.H. - AIDS. Il virus inventato. Baldini & Castoldi, Milano 1998.
Virus fantomatici, grossi guadagni e conflitti d’interesse sull’epatite C
Quasi tutte le scoperte nascono morte
Erwin Chargaff (scritto del 1979). Tuttavia, quando penso a quegli anni meravigliosi, mi vengono in mente le parole che si attribuiscono a san Tommaso d’Aquino: Omnia quae scripsi paleae mihi videntur (tutto ciò che ho scritto mi sembra pula). Quando ero giovane, dovevo tornare alle origini della nostra scienza, e la cosa non era difficile. Le bibliografie di studi chimici e biologici citavano spesso lavori pubblicati quaranta o cinquant’anni prima, si aveva l’impressione di essere parte di una tradizione che cresceva tranquillamente, con una velocità a misura d’uomo, che passava con una velocità a lui adeguata. Ora, invece, nella nostra miserevole società scientifica di massa, quasi tutte le scoperte nascono morte; i lavori scientifici sono soltanto una posta in un gioco di potenza, fugaci immagini sullo schermo di uno sport-spettacolo, comunicazioni frammiste l’una all’altra, la cui risonanza non dura più di un giorno. Le nostre scienze sono diventate serre per un mercato che in realtà non esiste. Intanto, con lo spezzarsi della tradizione, esse hanno creato una confusione davvero babilonica di mente e di lingua. Oggi la tradizione scientifica risale soltanto a tre o a quattro anni addietro. Il proscenio è sempre il medesimo, ma gli orpelli mutano continuamente, come in un sogno febbrile, e sul palcoscenico appena una quinta è al suo posto viene immediatamente sostituita da un’altra.
La sola cosa che l’esperienza può ora insegnarci è che è diventata senza valore. Potremmo chiederci se il complesso di nozioni rappresentato da una disciplina scientifica può sussistere senza una tradizione ben viva, e comunque, in molti dei campi delle scienze in cui mi è dato di spaziare, questa tradizione è del tutto scomparsa. Non esagero quindi, né è una forma di falsa modestia, se arrivo a concludere che il lavoro da noi svolto nell’arco di trenta o quaranta anni – con tutto l’impegno di cui è capace un’onesta fatica – è cosa morta e sorpassata.
Barbara McClintock: «la scienza è cresciuta a dismisura diventando ottusa»
*Peter H. Duesberg. Ricevendo il premio Nobel agli inizi degli anni ottanta, Barbara McClintock si sentì finalmente ripagata di decenni di isolamento scientifico. Aveva scoperto i trasposomi, minuscoli geni che periodicamente saltano da un sito all’altro del Dna di vari organismi. La lunga lotta che dovette ingaggiare per far accettare il concetto è diventata leggenda, e i suoi risultati sono ora giudicati una delle scoperte più importanti della biologia dai tempi della Seconda guerra mondiale. Anche nella letteratura popolare la McClintock è ormai un simbolo di dissenso instancabile contro un ambiente scientifico intollerante. Una mattina (maggio 1991, n.d.r.), Duesberg fece visita alla McClintock nel suo studio a Cold Spring Harbor, e i due si trovarono subito sulla stessa lunghezza d’onda. Lei gli raccontò dei suoi scontri con l’ortodossia scientifica. A quei tempi, ricordò ridendo, le sue osservazioni sui «geni che saltavano» furono subito respinte dai colleghi maschi. «Non è forse tipico di una donna», dicevano, proporre un’idea così stupida? Disse anche che la scienza era cresciuta a dismisura diventando ottusa. La maggior parte dei ricercatori, sottolineò, preferiscono «cucire» insieme dati grezzi invece che interpretarli. Così, la scienza genuina finisce per annegare sotto un «diluvio di informazioni». Costoro sono felici di raccogliere dati e accettano acriticamente «supposizioni implicite» che costringono chi usa la sua testa ad andare controcorrente.*Duesberg: AIDS. Il virus inventato. Baldini&Castoldi, Milano 1999, pag. 254.
Lo studio razionale della natura cede il posto a una caccia affannosa del sensazionale
Erwin Chargaff (scritto del 1979). Lo spirito texano («per l’impossibile ci occorrono soltanto tempi un po’ più lunghi») ha celebrato nella scienza molti effimeri trionfi, ma la nuova scienza nata dalla fusione di chimica, fisica e genetica, voglio dire la biologia molecolare, continua ad essere imperatoria e dogmatica. Uno dei dogmi più fastidiosi da essa annunciato, il cosiddetto dogma centrale (DNA = RNA; RNA = albume), oggi non è più sostenibile (non ho mai accettato questa posizione come risulta dalle conferenze che tenni a *Mosca nel 1957 e a **Vienna nel 1958), ma il fatto che si sia potuto far scendere certi dogmi dal piedestallo indica in quale modo infausto la scienza sia cambiata.
Era il tempo in cui cominciavo a sentirmi molto isolato: né il paese, né la professione, né la lingua, né la società e neppure la contemplazione serena e riverente della natura sembravano offrirmi un rifugio. Tutti moriamo in un carro armato di ghiaccio, solevo dire. Ma non avevo ancora 55 anni. Lo studio razionale, pieno di amore e di zelo, della natura aveva ceduto il posto a una caccia affannosa e chiassosa del sensazionale e di «sfondamenti»; un genere del tutto nuovo di scienziati affollava i laboratori e i congressi. Mi chiedevo se anch’io non avessi contribuito, sia pure in piccola parte, alla loro formazione; ma risposi a questa domanda con un no pronunciato sottovoce e per ragioni di sicurezza ripetei le belle parole con cui la guerra viene rifiutata in una poesia di Matthias Claudius: «Purtroppo è la guerra … e io desidero ardentemente di non averne colpa!». Se poi con questo sfogo lirico mi sia veramente scaricato della colpa, è un’altra questione.
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*E. Chargaff, Nuleic acids as Carriera of Biological Information (in Symposium on the Origin of Life, Accademia delle Scienze dell’URSS, Mosca 1957, pagg. 188-193) poi (in The Origin of Life on Earth, Pergamon Press, Londra 1959, pagg. 297-302).
**E. Chargaff, First steps toward a chemistry of eredity, in Fourth International Congress of Biochemistry, Pergamon Press, Londra 1959, vol. XIV, pagg. 21-35.
La doppia elica: «il simbolo che ha sostituito la croce come firma dell’analfabeta di biologia»
Erwin Chargaff (scritto del 1979). In seguito, quando i vorticosi balletti dei dervisci molecolari raggiunsero il culmine della frenesia (tutto, non solo la biologia, divenne d’un colpo «molecolare»), spesso molte persone, più o meno in buona fede, mi chiesero perché non avessi scoperto il famoso modello del DNA. Rispondevo sempre che ero stato troppo sciocco, ma che se Rosalind Franklin e io avessimo potuto lavorare insieme, avremmo portato a termine qualcosa del genere in uno o due anni. Dubito, però, che saremmo riusciti a elevare la doppia elica a ciò che una volta ho definito «il simbolo potente che ha sostituito la croce come firma dell’analfabeta di biologia».*
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*E. Chargaff, Review of «The Path to the Double Helix, by R. Olby, Perspect. Biol. Med.: 19, 289-290, 1976.
Solo i morti potrebbero capire la vita, ma loro pubblicano su altre riviste
Erwin Chargaff (scritto del 1979). Lo stato di debolezza e di disagio in cui si trovano le scienze nei confronti della vita ha, tuttavia, a mio parere, ragioni più profonde. Probabilmente non è a caso che la biologia fra tutte le scienze sia quella che non riesce a definire con sicurezza l’oggetto delle sue ricerche: non esiste alcuna definizione scientifica della vita. In effetti le ricerche più rigorose si eseguono su cellule e tessuti morti. Lo dico con esitazione e apprensione, ma non è escluso che ci troviamo di fronte a una sorta di principio di esclusione: la nostra incapacità di cogliere la vita nella sua realtà potrebbe essere dovuta al fatto che noi stessi siamo in vita. Se fosse davvero così, allora soltanto i morti potrebbero capire la vita, ma loro pubblicano su altre riviste.
Se la scienza non fosse divenuta tanto ricca prima di diventare così povera
Erwin Chargaff (scritto del 1979). La nostra scienza dipende ormai a tal punto dal sostegno pubblico che nessuno sembra più in grado di dedicarsi alla ricerca senza una benevola offerta, e quando le loro richieste di danaro vengono respinte, persino i più giovani ed energici assistant professors smettono di eseguire qualsiasi lavoro e trascorrono il resto delle loro squallide giornate scrivendo nuove richieste, sempre più lunghe, come le facce dei supplici. Il continuo chiudersi ed aprirsi dei rubinetti del danaro genera nelle vittime riflessi condizionati e una generale nevrosi, che con il passare del tempo causerà per forza danni irreparabili alla scienza. Sarebbe stato molto meglio per la scienza se non fosse divenuta tanto ricca prima di diventare così povera, perchè nel frattempo molti giovani sono stati indotti a intraprendere una carriera che probabilmente resterà irrealizzata.
La riscoperta del femore
Un contributo stimolante e sempre attuale del prof. Comparini sullo stato delle scienze morfologiche in Italia, pubblicato su: Italian Journal of Anatomy and Embriology del 1992, vol. 97 (n. 4), pagg. 217-219.
Leonetto Comparini. L’insegnamento delle discipline anatomiche continua a soffrire di vicende poco favorevoli e rischia di assestarsi in una dimensione di grave sacrificio fino a ridursi ad un esercizio didattico essenzialmente libresco. Più d’uno sono i fattori che concorrono a mantenere, e se mai ad aggravare, questo «trend» negativo:
— la riduzione temporale imposta dall’attuale ordinamento didattico che, togliendo quei tempi e quegli spazi «lunghi» indispensabili per insegnare e «ritenere» una disciplina delle dimensioni dell’anatomia, finisce per penalizzare sostanzialmente l’insegnamento e lo studio della macroscopica;
— la mancanza ormai totale di materiale cadaverico, peraltro sempre più
flebilmente lamentata, giacché si cala in un contesto di pratica inattuabilità di un insegnamento al tavolo anatomico, per scarsità di tempo e di competenze;
— un’attività di ricerca sempre più «distraente» in quanto in gran parte
orientata verso tematiche «di confine», che in buona sostanza sconfinano ampiamente verso discipline «più giovani», «più moderne», «più scientifiche» dell’anatomia, che con l’anatomia intrattengono solo vincoli di lontana parentela. Per cui sempre più difficile è (e diventerà) strappare il giovane studioso dal computer o dal laboratorio di biochimica per riportarlo a «sacrificare» parte del suo tempo allo studio ed all’insegnamento della macroscopica; anche per
— lo scarsissimo od il nessun peso che l’attuale prassi concorsuale attribuisce all’esperienza didattica specifica per la valutazione delle nostre carriere; senza contare
— la perseverante mancanza di competività che ormai allontana i giovani laureati in medicina (e quindi una «mentalità» medica) dai nostri istituti.
Con queste premesse il rischio che ben presto correrà la disciplina (ridotta ad una dimensione essenzialmente «laboratoristica») sarà quello di scomparire inghiottita da strutture dipartimentali verticalizzate, o comunque interdisciplinari, nelle quali l’anatomia avrà un ruolo probabilmente «ancillare», essendo mostruosamente mutilata della sua identità e quindi, sul piano didattico, facilmente mutuabile.
(continua…)
Scienza e vita quotidiana non possono essere separate
Rosalind Franklin, studentessa a Cambridge, a suo padre (1940). Tu consideri la scienza (o per lo meno così ne parli) come una sorta di invenzione umana lesiva della morale ed estranea alla vita reale, un’invenzione che va tenuta sotto controllo e collocata fuori dalla vita quotidiana. Ma la scienza e la vita quotidiana non possono e non dovrebbero essere separate. Per me la scienza fornisce una parziale spiegazione della vita. Per quanto è possibile, la scienza è basata sui fatti, sulla esperienza e la sperimentazione…
Sono d’accordo che la fede sia essenziale per riuscire nella vita … Dal mio punto di vista, la fede sta nella convinzione che, facendo del nostro meglio, ci avvicineremo di più all’obiettivo e che l’obiettivo (il miglioramento di tutto il genere umano, presente e futuro) sia un bene degno di essere perseguito.
Scienze: sapere tutto di nulla
Erwin Chargaff (scritto del 1979). Non sono però sicuro che l’uomo, così come è dotato di un senso quasi istintivo per la simmetria, sia animato anche da un corrispettivo desiderio elementare di semplicità. Ma Ludwig Wittgenstein scrive il 19 settembre 1916 nel suo diario: «L’umanità ha sempre mirato a una scienza nella quale simplex è sigillum veri». Questa aspirazione alla semplificazione ha costituito, in effetti, una delle energie intellettuali che hanno fatto progredire la scienza moderna, ma il tentativo di trovare simmetria e semplicità nel tessuto vivente del mondo ha spesso portato a conclusioni erronee e a distorsioni antropomorfe. Il mondo è costruito in molti modi: semplice per chi ha una mentalità semplice, profondo per chi ha un pensiero profondo. Il nostro tempo è piuttosto debole di mente,* ma le scienze diventano sempre più complicate, mentre alcuni sanno sempre di più su sempre di meno. La condizione ideale cui ci avviciniamo in modo asintotico è sapere tutto di nulla.
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*Si confronti, per esempio, il Decamerone o l’Eptamerone con uno dei nostri betseller oppure, se si vuole, Jean Paul, questa magnifica alternativa al classicismo tedesco, con uno dei nostri premiatissimi grandi della letteratura. La capacità di leggere con rigore cose dure e difficili è scomparsa. Oggi si può accettare soltanto la letteratura più fiacca.



