Sulle fondazioni universitarie e la “finta” autonomia c’è qualcuno che la pensa come Oscar Giannino?

Sul tema delle fondazioni universitarie, un articolo controcorrente di Oscar Giannino. La lettura integrale su Libero del 18 luglio 2008.

TUTTI CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE PER NON FAR CRESCERE LE FACOLTA’

Oscar Giannino. (…) All’articolo 16 del decreto legge 112 (…) è inserita una misura ordinamentale che può cambiare molto, nel sistema universitario italiano. È la facoltà per ogni università pubblica di deliberare (…) la propria trasformazione in fondazione di diritto privato. Nel pieno rispetto delle leggi vigenti, dell’articolo 33 della Costituzione – in altre parole ciò non significa che venga meno il principio del finanziamento pubblico – nonché accrescendo verticalmente la propria autonomia didattica, scientifica, organizzativa e finanziaria. Perché a quel punto, trasformandosi in fondazioni di diritto privato – senza distribuzioni di utili ai soci – potranno avere diritto a contributi e liberalità private sulle quali è prevista la piena esenzione fiscale, da tasse, imposte e diritti dovuti a qualunque titolo da parte dei soggetti eroganti, con piena deducibilità dalle loro dichiarazioni dei redditi.

Le fondazioni
Alle fondazioni verrebbe attribuita la piena titolarità del patrimonio delle università, nonché la facoltà di dotarsi di propri statuti, regolamenti contabili e amministrativi che finalmente romperebbero l’omogeneità amministrativa pubblica. Personalmente sono convinto che tale svolta – a fianco dell’abolizione integrale del valore legale del titolo di studio, ma su questo governo e maggioranza ritengono probabilmente che i tempi non siano maturi – costituisca un passo avanti essenziale per accogliere la sfida di trasparenza, efficienza e risultati comparabili col resto della comunità accademica e scientifica del mondo, che il modello “omologante” pubblico ha sin qui impedito di affrontare. Lo testimoniano tutte le graduatorie internazionali comparate, purtroppo non è una novità.
Invece, di fronte a tutto questo, la Conferenza dei Rettori ha votato all’unanimità una dichiarazione di guerra che alla trasformazione in fondazioni di diritto privato dedica a malapena poche svagate parole, di fronte alla condanna durissima per il contenimento dell’incremento triennale ai trasferimenti pubblici nel Fondo ordinario di finanziamento universitario. (…) In poche parole: la Cgil ha visto le sue posizioni sposate in tutto per tutto dai rettori italiani, perché, siccome in caso di trasformazione in fondazioni private verrebbe meno il contratto pubblico di categoria, ecco che il sindacato mai e poi mai può accettare l’odiata privatizzazione.

Nessun dibattito
Francamente: non posso credere, che tra (…) le quasi 62mila figure docenti e di ricerca, l’unanimità dei rettori sia davvero rappresentativa di un no senza eccezioni. Anzi, non solo senza eccezioni, addirittura senza neanche una parola di dibattito pubblico. L’università italiana, il suo ritardo nella corsa all’eccellenza mondiale, viene identificata con il diritto al posto pubblico omologato e ai permessi sindacali dei 51.062 dipendenti tecnici e amministrativi delle diverse università italiane. Ma questa concezione sindacale è la negazione in radice di ogni possibilità di fare passi in avanti, è solo la solita geremiade di chi chiede più soldi del contribuente, più dipendenti pubblici e zero valutazioni e differenziazioni di merito, zero facoltà di assumere chi è più bravo e in grado di attirare insieme più studenti in base agli impieghi successivi ottenuti, e più donatori privati interessati a contribuire all’eccellenza, non ai cronicari pubblici per smaltire graduatorie d’immissione in ruolo automatica di precari. (…) Ci perderemmo o ci guadagneremmo, se ex università pubbliche italiane trasformate in fondazioni di diritto privato fossero rilevate dalla Harvard University che ha un patrimonio sui 20 miliardi di dollari, o dalla Chicago University alla quale i Vanderbilt e i Carnegie facevano la gara in donativi ed elargizioni? Ma come, abbiamo passato l’intera campagna elettorale a leggere i pensosi articoli dei professori della “voce.info”, gli alfieri del “liberismo di sinistra”, che ci spiegavano come la libera assunzione dei docenti universitari in nome della loro qualità è l’unica via da seguire, e poi tutti i rettori si iscrivono alla Cgil contro le fondazioni di diritto privato?

Finta autonomia
Non ci capisco niente. Non riesco a crederci. Sono stato abituato e pensare che l’università sia delle comunità il cui capitale umano debbano elevare. Non di chi ci lavora dentro. Che dopo decenni di appiattimento – il quale non distingue tra chi vanta i migliori risultati e chi è solo un opificio pubblico – per primi i migliori docenti dovrebbero considerare rotture sistemiche come l’unica strada da seguire. Invece, nulla. L’agenzia che doveva valutare la qualità della docenza e gli standard formativi delle diverse università – il vero organo garante di un sistema misto pubblico-privato, in cui nessuno può offrire percorsi che non siano adeguati – è stata varata sulla carta, ma lì è rimasta: evidentemente dà troppo fastidio. Le università, i corsi e gli insegnamenti sono aumentati in maniera parossistica, ed è stata questa l’unica conseguenza della “finta” autonomia sin qui concessa, all’interno dell’omologante cornice pubblica. Una conseguenza che si spiega con la volontà di mandare in cattedra il maggior numero, non certo con la qualità di chi dovrebbe farsene qualcosa, del diploma e della laurea conseguita. Lanciamo dunque un ultimo, testardo appello: c’è qualcuno, che la pensa come noi?

5 Risposte

  1. Condivido pienamente le posizioni di Giannino e mi permetto di aggiungere qualcosa. Ecco alcune riflessioni (perdonate la prolissità).

    Prima riflessione. Il declino dell’Università.
    L’Università italiana è in declino. Tutti se ne sono accorti.
    Il mondo accademico non fa che rivolgere accuse ai Governi (soprattutto di Centro-Destra) lamentandosi dell’assenza di finanziamenti. Questa assenza sarebbe la fonte di tutti i mali: spesso, infatti, si sente dire che la causa del disastro è proprio l’assenza di fondi.
    Siamo di fronte ad affermazioni prive di fondamento. Queste sciocchezze possono essere raccontate agli ignoranti ed ai creduloni, ma non alle persone dotate di un elementare buon senso e di un minimo di intelligenza. L’Università pubblica, in realtà, si è rovinata da sola: la responsabilità dello sfascio è da attribuire infatti ai docenti stessi, che non hanno saputo o voluto mantenerla efficiente e meritocratica. L’Università è ormai diventata un carrozzone di Stato, un’istituzione assistita; anzi, una vera e propria agenzia di collocamento degli esponenti appartenenti ad una casta, quella dei docenti universitari. E’ doversoso ricordare e ribadire, al riguardo, ciò che tutti sanno: gli atenei pubblici sono gestiti con un sistema baronale, familiare e personalistico. I docenti universitari sono liberi di fare quello che vogliono: piazzare mogli, mariti, concubine, figli, nipoti, parenti, amici, allievi ruffiani, portaborse, amanti, etc; ma non pretendano poi che un’università gestita in siffatta maniera sia pagata con denaro pubblico. Certo che ci vuole proprio una faccia tosta a pretendere che un simile sistema debba essere mantenuto con i soldi di chi lavora onestamente e paga le tasse. Lorsignori meriterebbero di essere cacciati senza pietà e molte università pubbliche dovrebbero essere chiuse senza alcun indugio. Altro che finanziamenti dello Stato! I docenti si arrangino e vadano a trovare i finanziamenti da qualche altra parte. Ormai è tardi per piangere; avrebbero dovuto pensarci prima.
    Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

    Seconda riflessione. L’atteggiamento di certi docenti e della sinistra.
    La sinistra manifestò, in passato, contro i “baroni” universitari con “occupazioni” a non finire; come mai oggi la sinistra non lo fa più? Forse perché i “baroni” adesso sono quasi tutti schierati a sinistra, dopo che questa si è impadronita dell’università e della scuola pubblica? Allora lo scopo della contestazione rossa non era quello di ottenere una scuola ed un’università più giuste e meritocratiche, ma solo impadronirsi di esse! Che ipocrisia!
    Ma non c’è da stupirsi di certe idee: la sinistra italiana, schiava di quel movimento becero (che più becero non si può) che fu il ’68, con tutto il suo miserabile seguito di pseudo-intellettuali, docenti politicizzati e pedagogisti da strapazzo, se ne è sempre infischiata del valore e del merito ed è stata, con le sue sconcezze, la rovina della scuola, dell’università e della società italiana, nella quale è sufficiente avere il “pezzo di carta” ed un bel “calcio” per essere piazzati (colpa, questa, che la sinistra condivide con la DC). Chi se ne frega se poi il Paese va a rotoli …
    Complimenti! Che bel sistema! Voltaire, Rousseau e Diderot si rivolteranno nella tomba.
    Ah!… dimenticavo… i pedagogisti da strapazzo della sinistra preferiscono fondare la loro pseudo-didattica distruttiva sulle teorie farneticanti di linguisti e pedagogisti folli come Noam Chomsky & company, robaccia molto in auge negli anni ’70 e ’80, ma anche negli anni ’90 e (roba da non credere) persino oggi… specie in certe università italiane che sono il “fronte della cultura” (che ovviamente è solo di sinistra, poiché tutti noi trogloditi di destra siamo solo degli idioti e degli ignoranti, buoni solo a zappare la terra).

    Conclusione.
    Occorre affermare con forza e con coraggio un principio che solo gli sciocchi o le persone in malafede non condividono: l’università pubblica non può pretendere di essere finanziata per omnia saecula saeculorum dallo Stato (con i soldi dei cittadini) prescindendo dalla propria qualità e dalla propria efficienza. Le università che non valgono meritano di essere chiuse; allo stesso modo i docenti universitari che non sono all’altezza devono tornarsene a casa!
    Il resto non conta. Sono soltanto parole vuote, giustificazioni che non reggono.
    A questo punto ben venga la privatizzazione, augurandosi, tuttavia, che possa funzionare davvero e non essere solo il mezzo per poter fare alla luce del sole le porcherie che oggi avvengono di nascosto.

    Cordialmente.

  2. Mi scuso con il lettore che ha postato dagli USA questo commento 7 giorni fa e, purtroppo, è rimasto tra gli spam per tutto questo tempo. Non succederà più.
    Giovanni Grasso

  3. Attenzione! Questa storia delle fondazioni va però studiata e pensata anche con riferimento alle situazioni locali. Pensate a Siena, dove un centro-sinistra dominato da alcuni universitari sul piano culturale potrebbe impadronirsi dell’università anche più di oggi.
    Scenario. La Fondazione MPS se non tracolla per l’Antonveneta investe nell’università di Siena come fondazione ed entra massicciamente nel CdA. Vuol dire far entrare gli uomini del sindaco, Cenni o Ceccuzzi per me pari sono (Cenni almeno è senese!), che avranno nella gestione dell’università la stessa spudoratezza e faziosità dell’assessore Flores, anche lui del giro. Vi ricordate la denuncia delle Liste civiche? Alla Piccinni, organica al sistema di potere (consulente del Santa Maria), è stata consentita la sala del Lorenzetti a palazzo pubblico esattamente come a Casini per sposarsi; le liste civiche fecero la loro iniziativa sui Nove ma furono autorizzati solo alla sala delle lupe: loro non erano degni e l’assessore lo disse chiaramente: chi rientra nella nostra linea politica ha i favori della giunta, chi ci ostacola viene escluso! All’università sarà lo stesso e diventerà luogo di sistemazione anche dei romani che il partito non sa dove piazzare anche più di quanto facesse o faccia con lettere e scienze della comunicazione con i vari Menduni, Boldrini ecc. Pensateci! Almeno ora la frammentazione del potere tra baroni e baronetti di tutti i generi, non docenti compresi, dà un po’ più di possibilità; quando lorsignori comanderanno del tutto e da soli nella Fondazione universitaria il controllo dell’oligarchia di partito PD con le briciole per gli altri (della maggioranza) sarà ferreo, com’è ora nei media senesi. Sapete, al peggio non c’è limite e Siena non c’è ancora arrivata in fondo. Il rettore sembra barcamenarsi i docenti pensano ai loro interessi di bottega o di scuola, i precari di ogni genere a pararsi il c…, gli studenti a studiare o a far carriera politica. Chi può ostacolare il disastro annunciato?
    Triste Arlecchino

  4. Che la sinistra sia tutto quel pattume descritto da Usathebest è verissimo, anche se in realtà è la sinistra della destra in dissoluzione. Anche a Siena abbiamo dei campioni, professori del cazzo che girano in suv, protettori da trent’anni di drogati-delinquenti, femministe da strapazzo e ladri ecc. Tuttavia attenti al riformista Giannino… dietro ci sta sicuramente una manovra filoberlusconiana o bipartisan (ma ormai pd uguale pdl).
    Nel medioevo erano i discenti a stipendiare i docenti. Qui certi docenti ignoranti e mafiosi andrebbero messi a zappare… ma mi accuseranno di essere un maoista in ritardo sui tempi?? Magari proprio quei profesori di lettere innamorati di Mao alla follia…

  5. Sulle fondazioni: può darsi che qualche grande impresa o banca del nord sia disposta a gettarsi in un’impresa poco redditizia come quella di finanziare l’università; ma salvo poche significative eccezioni, questo è il paese che non fa innovazione tecnologica da più di un ventennio, e non sarà certo il padroncino legaiolo della fabbrichetta a gettare i suoi danari nella ricerca. E poi, se può darsi che a Torino la FIAT sia interessata a finanziare il Politecnico, al Palermo non gli resta che l’industria del cannolo…

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