Le falsità sull’AIDS: ancora imbrogliati dalla scienza?

Le-falsita-sull-aidsL’AIDS (sindrome da immunodeficienza acquisita) fu identificato nel 1981 e tre anni dopo, nell’aprile del 1984, con una conferenza stampa convocata dal Ministro della Sanità americano e dal ricercatore Robert Gallo, fu dato l’annuncio che l’agente responsabile della cosiddetta “peste” del XX secolo è un virus. Annuncio del tutto irrituale, poiché non esisteva un solo articolo scientifico su riviste specializzate che confermasse la teoria virale. Eppure, il “virus dell’AIDS” diventò subito un dogma che orientò Istituzioni, Governi, Fondazioni, Riviste scientifiche, finanziamenti, ricercatori, industria farmaceutica, giornalisti, potenti lobbies, opinione pubblica in una guerra (fallimentare ancora oggi) all’insegna di un’ipotesi, mai dimostrata scientificamente, secondo la quale è l’HIV (il Virus dell’Immunodeficienza Umana) a provocare l’AIDS.

Nella stessa suddetta conferenza stampa, Robert Gallo promise, con tanta presunzione e sicurezza, che entro due anni sarebbe stato disponibile un vaccino in grado di bloccare l’epidemia di AIDS. Sono passati trentacinque anni da allora e un vaccino efficace non esiste ancora. Esiste, però, “una chiara e definita possibilità che al vaccino non si arrivi mai!”. Lo afferma, negli Stati Uniti, la massima autorità sull’argomento: il direttore dell’Istituto Nazionale delle Malattie Allergiche e Infettive, Anthony Fauci.

La definizione di AIDS è stata più volte rivista, spesso in modo artificioso e politico, con l’intento di far aumentare i casi di AIDS e creare l’illusione del diffondersi dell’epidemia. L’AIDS, che non è un’unica malattia, ma una sindrome, comprende – secondo il Centro americano per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie – più di trenta patologie diverse. Di conseguenza, una polmonite in un paziente che presenta anticorpi anti-HIV viene riclassificata come AIDS, mentre, in assenza di anticorpi anti-HIV, è diagnosticata come una normale polmonite infettiva. Lo stesso per altre malattie come tubercolosi, demenza, leucemia, candidiasi, cancro.

Scriveva nel 1996 Kary B. Mullis (premio Nobel per la Chimica nel 1993) nella sua prefazione al libro di Peter H. Duesberg (Inventing the AIDS virus): “Entrambi sappiamo con certezza che cosa non provoca l’AIDS; (…) non esistono prove scientifiche che dimostrino che l’AIDS sia una malattia causata dall’HIV”. E aggiungeva: “Non siamo riusciti a scoprire perché mai i medici prescrivano un farmaco tossico chiamato AZT (Zidovudina) a persone che non presentano altri disturbi se non la presenza di anticorpi anti-HIV nel loro sangue”, che, com’è noto, indica un’inattivazione permanente del virus. A tal proposito, undici anni dopo, nel 2009, anche Luc Montagnier (premio Nobel per la Medicina nel 2008) dirà la sua: “Possiamo essere esposti all’HIV molte volte senza essere infettati cronicamente. Il nostro sistema immunitario, se è efficiente, può eliminare il virus in poche settimane”.

Se l’HIV provoca l’AIDS, come si spiegano tutti quei pazienti con una diagnosi clinica di AIDS che non presentano l’HIV? Albert Sabin (che sviluppò il vaccino contro la poliomielite), nel 1987, nel corso di una conferenza pubblica, disse la sua in modo abbastanza duro. Riferendosi alla paventata diffusione dell’AIDS alla popolazione generale affermò: “Sono allibito davanti a queste reazioni isteriche: è pazzia pura. Si fanno affermazioni irresponsabili senza alcun fondamento scientifico. La presenza del virus in sé e per sé non vuol dire nulla e i virologi sanno che la quantità conta, eccome se conta. Questo significa che, essendo l’HIV estremamente raro nei malati di AIDS, la sua trasmissione da individuo a individuo dovrebbe essere molto difficile. Alla base delle attuali campagne e misure sanitarie c’è il concetto che chiunque risulti sieropositivo deve essere considerato fonte di contagio, eppure non ci sono prove per dirlo. Fino ad oggi tutta questa fantastica conoscenza della biologia molecolare dell’HIV non ci sta aiutando granché”.

Nel 1998 fu pubblicata l’edizione italiana del libro di Duesberg (AIDS. Il virus inventato), che ebbe un notevole successo anche nel nostro Paese. Oltre a ribadire che l’AIDS non è contagioso, Duesberg fornì in poche righe una descrizione precisa ed efficace (valida ancora oggi) del clima di quegli anni e dei guasti provocati dall’insensato atteggiamento, favorevole alla teoria virale, dell’establishment: “Morti tragiche, spreco di tempo e di denaro, un dibattito pubblico isterico su un virus innocuo: ecco quali sono i frutti nati da un ambiente scientifico cresciuto a dismisura e ormai troppo vasto per produrre vera Scienza. La ricerca del sapere è stata soppiantata dal carrierismo, dalla sicurezza del posto di lavoro, dalle sovvenzioni, dai benefici finanziari e dal prestigio. Ma il mostro che ne risulta è doppiamente colpevole, perché distrugge o emargina quei pochi scienziati che osano formulare interrogativi”.

La competenza e l’autorevolezza (proprio in Virologia) di Duesberg, l’ampia e convincente documentazione a sostegno delle sue posizioni (l’HIV non provoca l’AIDS, l’AIDS non si trasmette per via sessuale, l’AZT peggiora l’AIDS), le evidenti falsità sull’HIV sostenute dall’establishment scientifico internazionale, il fallimento della messa a punto di un vaccino contro l’AIDS, l’inesistenza di una cura per l’infezione da HIV, il dissenso in crescita tra la Comunità Scientifica … alla fine degli anni ’90 facevano prevedere un declino certo, entro pochi anni, dell’ipotesi virale dell’AIDS.

Purtroppo così non è stato, come dimostra il libro di Domenico Mastrangelo, che esce giusto vent’anni dopo l’edizione inglese del libro di Duesberg, colmando un’evidente lacuna sull’argomento. Quello di Mastrangelo è un libro agile (si legge tutto d’un fiato), chiaro, aggiornato (con i riferimenti bibliografici alla fine di ogni capitolo), rivolto, nelle intenzioni dell’Autore, “a tutti coloro che nella vita si occupano di altro”, che sono invitati, servendosi di logica, buon senso e dei riferimenti scientifici internazionali citati, ad analizzare i fatti documentati riguardanti l’interrogativo di fondo: è davvero l’HIV a provocare l’AIDS?

Ed è proprio questo il punto! Quel che, giustamente, Mastrangelo suggerisce al Lettore comune – analizzare i fatti, servendosi di logica, buon senso e riferimenti bibliografici per farsi un’idea in piena libertà – la Scienza Ufficiale non l’ha mai imposto ai numerosi studiosi dell’AIDS e alle Riviste scientifiche specializzate. Sintomatico il punto di vista di Harvey Bialy, della rivista Bio/Technology, che nel 1992 dichiarò al Sunday Times of London: “Che tipo di Scienza è quella che continua a dare il cervello all’ammasso e che concede alla teoria virale dell’AIDS tutta la fiducia e tutto il denaro stanziato per la ricerca? La risposta che continua a venirmi in mente è che non ha niente a che vedere con la Scienza: le ragioni sono tutte non scientifiche”. Del resto, come non restare sbalorditi se, come ci racconta Mastrangelo, la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità nell’ottobre 2013 ha presentato il suo “fact sheet” in tema di HIV/AIDS, che contiene notizie importanti sulla sindrome – sintomi, trasmissione, diagnosi, fattori di rischio, test, prevenzione, terapia –, senza citare un solo riferimento bibliografico a sostegno dei fatti riportati!

È comprensibile, perciò, quello che, ventitré anni dopo le dichiarazioni di Harvey Bialy, Mastrangelo scrive sulla “peste del XX secolo, che alcuni considerano l’ennesima «bufala» prodotta da una Scienza malata d’ignoranza, supponenza, presunzione, arroganza, corruzione e malaffare. Non sorprenda la durezza del giudizio per la ricerca sull’AIDS!

Già nel 1979, il grande biochimico e padre della biologia molecolare, Erwin Chargaff, aveva scritto che “le Facoltà di Medicina negli Stati Uniti sono controllate da un tipo particolarmente virulento di operatori scientifici e una parte di ciò che ora viene spacciata come ‘ricerca biomedica’ rientra negli annali della criminalità. Fabbricanti di dogmi e speculatori di assiomi si affollano intorno al tavolo dei doni, dove si distribuiscono le sovvenzioni per le ricerche, e le Riviste specializzate traboccano di nuovi fatti concreti rastrellati un po’ dappertutto, ma per lo più questi fatti, prodotti in fretta e furia, non reggono a lungo, spariscono con il vento, che a sua volta ne raduna ancora un bel mucchio”.

Aveva ragione Chargaff quando descriveva la situazione dei suoi tempi! E cosa avrebbe detto, oggi, con riferimento agli operatori scientifici che, adorando il dogma del virus dell’AIDS, fanno ricerca sulla cosiddetta “peste” del XX e XXI secolo? E perché la “bufala” dell’HIV che provocherebbe l’AIDS dura da trentatré anni? Lo si capirà leggendo anche questo libro.

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I portualli dell’università di Siena e la perdita del senso del ridicolo

EnricoVaime

Enrico Vaime. La storia che nessuno ci ha raccontato, ma che abbiamo dedotto con l’imprecisione dell’immaturità, dai fatti incomprensibili ai quali abbiamo assistito. Brandelli di storia, tratti dai ricordi di un figlio della lupa che non riuscì a diventare balilla e che oggi mi ricompare nella sua immagine più grottesca e nella sua più vistosa carenza: in quegli anni un popolo conosciuto come arguto, acuto, di vivace temperamento, perse del tutto uno dei sensi grazie ai quali un Paese può salvarsi, almeno dal punto di vista culturale: il senso del ridicolo.

Eccola la tabe più vistosa.

Accantonammo quello spirito che alcuni ci avevano forse troppo generosamente attribuito. La Storia che ci cascò addosso ci trovò (noi così portati alla indisciplina creativa, al temperamentalismo individuale quasi patologico) intruppati con gente e idee che accettammo per pigrizia mentale (e per scarsa cultura, certo).

E quando – tardivamente – cercammo di defilarci, pagammo un prezzo alto che non avevamo previsto. Eravamo – in quegli anni lontani – dei “portualli” termine che nel meridione si usa per indicare le arance. E questa storiella dell’epoca che riportiamo, ci sembra significativa.

Nel Mezzogiorno d’Italia, al tempo della raccolta delle arance (i portualli, appunto) si usava gettare questi frutti nei fiumi che, con la loro corrente, li portavano al mare dove venivano raccolti e quindi spediti ai mercati.

La storiella racconta che i portualli, mentre l’acqua del fiume li spingeva verso l’imbarco, erano soliti cantare una loro canzone-inno che diceva: «Noi siamo i portualli e andiamo verso il mare».

In mezzo alle arance (succede nei corsi d’acqua libera) capitò un reperto. Un rifiuto umano, diciamo. Che, per una ipocrita forma di educazione orale, chiameremo «cilindro fecale». L’inelegante deiezione galleggiò insieme alle arance che cantavano, «noi siamo i portualli andiamo verso il mare». E dopo un po’, coinvolto emotivamente (concediamo anche alla cacca una sua creativa sensibilità) il cilindro fecale si unì al coro. Cantava con crescente partecipazione insieme agli agrumi quella canzone così aggregante.

Finché un arancio non lo notò. Il cilindro fecale, preso dal ritmo, continuava a cantare «noi siamo i portualli andiamo verso il mare». Si era quasi convinto di essere come i suoi compagni di viaggio.

Quando il portuallo che aveva notato l’intruso-illuso non gli si avvicinò e, con tono deciso, lo inchiodò alla sua realtà diversa.

Gli disse: «Statte zitto!» E aggiunse: «Strunzo!»

Successe anche a molti di noi.

Tutta la tecnologia “touch screen” è nata in laboratori pubblici e l’innovatività dei giganti della Rete si vede solo nei trucchi usati per evitare le tasse

RampiniRetepadronaConoscere i nuovi Padroni dell’Universo per imparare a difendersi

Federico Rampini. La deriva che porta la Rete sempre più lontana dagli ideali libertari, egualitari e antimercenari dei suoi fondatori si accompagna a un’ideologia privatistica che è un’impostura. La Silicon Valley oggi vive un’orgia di autocompiacimento per il suo dinamismo imprenditoriale, gli “spiriti animali” del suo capitalismo innovativo. Dimenticandosi quanto lo Stato abbia avuto un ruolo decisivo, trainante, insostituibile. E non solo nella genesi di Internet, che non esisterebbe nella sua forma attuale senza l’iniziativa originaria che fece capo al ministero della Difesa americano. Ma il ruolo dello Stato è andato ben oltre. Una ricercatrice italoamericana, Marianna Mazzucato, ha dimostrato che Steve Jobs ha potuto sviluppare gli iPod, iPhone e iPad grazie a ricerche finanziate dal settore pubblico. Tutta la tecnologia “touch screen” – quella per cui diamo i comandi agli smartphone e ai tablet sfiorando la superficie dello schermo con i polpastrelli delle nostre dita – è nata in laboratori pubblici. È una storia che si ripete dalle origini della Silicon Valley, che esiste perché nella Seconda guerra mondiale l’America spostò in California una parte delle sue risorse di ricerca scientifica a scopi bellici (il primo avversario da sconfiggere era il Giappone nel Pacifico).

Quel che è vero per l’elettronica, l’informatica e Internet è altrettanto valido nel campo delle biotecnologie, altra industria portante della Silicon Valley. Nell’era più recente, dal 1993 al 2004, il 75% delle scoperte più innovative è stato generato nei laboratori del National Institutes of Health sotto gestione federale, non nelle aziende biotech private. Eppure le risorse per la ricerca di base oggi si stanno riducendo anche in America, perché il privato prevale sul pubblico. Quanta ricerca “pura” sta finanziando Facebook, al servizio dell’innovazione? Con una valutazione di Borsa superiore ai 100 miliardi, Facebook può permettersi di staccare un assegno da 19 miliardi per una singola acquisizione di una piccola start up come WhatsApp. Quanta ricerca si sarebbe potuto finanziare con quei 19 miliardi? La retorica dei giganti della Rete, come Google e Apple, Facebook e Amazon, esalta la loro funzione innovativa. Nella realtà questi gruppi capitalistici si sono appropriati a fini di profitto anche dei “terreni di pascolo comune” che sono gli investimenti statali per la ricerca. E quando si tratta di dare allo Stato una parte dei loro proventi, l’innovatività si vede solo nei trucchi usati per evitare le tasse.

La plumbea mediocrità che affossa le istituzioni senesi

Pier-Luigi-Celli

Le ultime inchieste della magistratura senese sulla Mens Sana Basket e l’inizio dei processi nei confronti di chi è accusato d’aver dissestato l’Ateneo senese e di chi ha denunciato la malauniversità, richiamano il capitolo “Mediocri” (dell’ultimo libro di Pier Luigi Celli, Alma Matrigna), che appare perfetto per descrivere anche la realtà senese.

MEDIOCRI

Pier Luigi Celli. La sorpresa e il disgusto, verso l’accavallarsi di fatti che portano allo scoperto comportamenti al limite del penale, non sono dovuti tanto all’evidenza del malaffare e alla sua entità, quanto piuttosto al malessere che prende di fronte alla sfrontatezza con cui queste fattispecie si sono generate e protratte, al silenzio con cui sono state coperte e alla impudenza con cui il tessuto politico che le ha prodotte pretende l’immunità, impegnandosi in aleatorie promesse di palingenesi.

Se si guarda bene l’andamento ciclico di queste emersioni del marcio, quello che desta sorpresa è la facilità con cui la gente dimentica ed è disponibile “a passarci sopra” rivelando il lato più drammatico della questione: la corruzione “intrinseca” che anni e anni di soprusi, arricchimenti impropri e assalto a ogni elementare regola di convivenza hanno indotto nella testa delle persone, come mitridatizzate da un veleno insidioso e silente che ha sconvolto parametri di giudizio e valori civili di fondo.

Se tutto diviene possibile per chi detiene il potere, anche chi è titolare di un potere minimo qualunque, o vi aspira giustificato dalle qualità dei vertici di organismi o istituzioni, troverà naturale comportarsi allo stesso modo: mettere i propri interessi, anche quelli meno confessabili, in cima alle priorità da perseguire, dando per scontato che «tanto così fan tutti», e dunque furbizia e giuste appartenenze garantiranno l’impunità.

C’è poi un’altra questione che concorre a formare questo groviglio apparentemente inestricabile di avvitamenti al basso, ed è data dalla penosissima mediocrità che si è andata consolidando negli strati intermedi degli organismi di rappresentanza e nelle stesse istituzioni, come portato inevitabile dello scadimento dei primi livelli in posizione di responsabilità, dello smantellamento di ideali e passioni sociali, della banalizzazione mediatica e comunicativa: tutte derive che, in nome di una occupazione ostinata e imbelle dei gradini alti del potere, hanno spinto a selezionare incapaci e mezze tacche, purché fedeli, manovrabili e, possibilmente, di bella presenza.

La melassa intermedia è persino più pericolosa, alla lunga, della gaglioffaggine o della incapacità dei capi, perché, quand’anche le periodiche purghe della magistratura riescano a liberarci di qualcuno di questi, mettendo magari nell’angolo anche altri pari grado assimilabili, tutti quelli che, più in basso, hanno beneficiato del sistema, e si sono distribuiti nei gangli operativi delle diverse istituzioni, continueranno a inquinare il campo, a riprodurre meccanismi e modelli operativi nefasti, maturando oltretutto la convinzione che, passata la buriana, tutto potrà continuare come prima.

Una società di questo tipo avrebbe bisogno di una riforma profonda e di uno sfoltimento deciso di tutte le strutture di sottogoverno delle istituzioni nazionali e territoriali.

Provate solo a pensare al settore sanitario, alla occupazione faziosa e molto spesso arrogante e incompetente in egual misura, con cui propaggini politiche, dalle pratiche devozionali ondivaghe e compromissorie, tutelano l’accesso alla salute dei cittadini tutelando in realtà interessi altri, carriere primariali dubbie per meriti e capacità, un sottobosco clientelare variegato e affamato.

O anche alla distribuzione di incarichi per via amicale, su vincoli contratti in contesti che sarebbe persino vergognoso ricordare, se la vergogna fosse ancora virtù civile praticabile, con la conseguenza invitabile di inefficienze di cui un Paese all’onor del mondo avrebbe tutto il diritto di disfarsi, mentre è costretto a subire invece gli sberleffi dei beneficiari e gli sfottò increduli degli stranieri che ci guardano ormai come marziani incomprensibili.

Provate ad aggiungerci l’ostinazione con cui la pubblica amministrazione tende a riprodurre se stessa, i suoi vizi burocratici fonte e tutela della inefficienza più patetica, se non fosse anche ridicola, spesso, e irritante quasi sempre, con gli organismi di controllo sempre pronti a denunciare a posteriori, non volendosi accorgere che sono i processi che alimentano le disfunzioni; quegli stessi processi che garantiscono la loro permanenza e il loro potere.

Nel regno delle mediocrità tutelate e benedette, anche la Chiesa ha fatto a lungo la sua parte, con esempi che sarebbe stato difficile immaginare tempo addietro, rafforzando la convinzione di molti che, anche su questo versante, un perdono non sia difficile trovarlo, avendo qualcosa da scambiare che sia apparentato al sacro, o a quello che come tale sia possibile contrabbandare.

Rispetto a un quadro così degradato non ha molto senso perdersi solo in analisi sociologiche magari raffinate, in pensose dissertazioni culturali, in distinguo e accorte collocazioni su confini mobili di un buon senso senza nerbo.

Molti autorevoli commentatori, e qualche guru improvvisato, ci hanno anestetizzato con queste pratiche asettiche: pii esercizi interpretativi ad uso di anime belle.

Noi dobbiamo qualcosa di più dignitoso ai nostri figli e ai tanti giovani che maturano disorientamento e disprezzo.

Vale la pena ormai non essere più indulgenti né corrivi. I mediocri vanno additati al pubblico disprezzo. Come meritano.

I tre dell’Ave Maria nella politica italiana

Libro Ferrara-Nicotri

Il collega Aldo Ferrara (del Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e Neuroscienze dell’Università di Siena) ha appena pubblicato un suo attualissimo libro sulla scomparsa dei partiti in Italia e sull’apparizione dei tre condottieri: Berlusconi, Renzi e Grillo.

«Non ci sono più i partiti ma solo tre uomini al comando» (Il Fatto Quotidiano, 25 maggio 2014)

Irene Buscemi. «Dai partiti di massa ai sindaci fuori dal comune». Questo il titolo del nuovo libro di Aldo Ferrara e Pino Nicotri, con il contributo di Felice Besostri (edito da Agora&Co), da aprile nelle librerie. Un’analisi del sistema politico italiano dal 1948 ad oggi. «Noi assistiamo ad un’involuzione che allontana i cittadini dalla politica, non mi stupirei se il primo partito fosse quello dell’astensionismo alle prossime elezioni» afferma Ferrara. Dai partiti di massa ai partiti monocratici fino agli uomini soli al comando. La legge n° 81 del 1993 sull’elezione diretta del sindaco ha mutato lo scenario politico, secondo gli autori, legando le sorti di palazzo Chigi al ruolo comunale. «Prima di Renzi ci sono stati Walter Veltroni, Francesco Rutelli e Antonio Bassolino, il vero anticipatore però del segretario del Pd è Leoluca Orlando» spiega il professore. Esaminando la campagna elettorale per le europee Ferrara si dice preoccupato: «È una competizione tra tre uomini soli al comando, l’elezione diventa un referendum pro o contro il personaggio politico. Ed è una situazione figlia del berlusconismo». «Non esistono i partiti, mancano i progetti e le visioni politiche – aggiunge – non si parla di sanità quando 9 milioni di italiani non possono curarsi, dei trasporti, della ricerca pari al 1,1% del Pil, una follia per un Paese che vuole crescere». Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi potrebbe, secondo Ferrara, essere il detonatore e la causa dell’implosione dell’ultimo partito rimasto: «È una domanda che ci poniamo nel libro, ma sarà la storia a dirlo». L’analisi è impietosa, dunque: «Non ci sono più i partiti, ma rimangono le strutture gerarchiche, le segreterie che scelgono candidati e linee politiche senza la concertazione». È duro il giudizio su Beppe Grillo e sulle candidature alle Europee fatte sul web, poco rappresentative secondo l’autore : «È il più omologato fra i politici, adesso va anche in televisione, riempie le piazze ma non spiega per cosa vuole riempirle».

Ceccuzzi e Mussari? Due giganti, confrontati con il rettore dell’università di Siena

Le-Mani-in-pasta

Nel suo ultimo libro “Le mani in pasta”, Raffaele Ascheri descrive il coinvolgimento (nell’inchiesta salernitana sul crack del pastificio Amato) di Ceccuzzi e Mussari: due giganti, confrontati con il rettore dell’ateneo senese. Di seguito riportiamo il “gustosissimo” capitolo dell’iniziazione “partitica”, in università, di Ceccuzzi, tra ragù della mamma e audiocassette dei discorsi di Berlinguer (non di Enrico, ma del più prosaico Luigi).

Eravamo 4 amici alla casa dello studente

Raffaele Ascheri. Ho avuto modo di parlare a lungo con una persona che ha vissuto insieme, per circa un anno, con il giovane Franco Ceccuzzi, ai tempi dell’Università e della residenza universitaria; il ritratto che mi ha fatto questa fonte è stato straordinariamente aderente a come immaginavo il Ceccuzzi 21enne, appena arrivato dalla Val di Chiana per scalare i primi passi su quell’Everest del Partito-Chiesa (il Pci) su cui, una quindicina d’anni dopo, a livello locale sarebbe riuscito ad apporre la sua personale bandiera (ancora tutt’altro che ammainata, è bene ribadire).

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Ecco uno dei biglietti da visita con cui Siena si candida a capitale europea della cultura

Michela Scarpini. Non nascondo lo sconcerto quando dalla stampa ho appreso che si è autorizzata la realizzazione di nuovi appartamenti a ridosso di Palazzo dei Diavoli. Al di là dell’impatto visivo devastante che tali costruzioni determinano, celando completamente a chi proviene da nord uno degli scorci più interessanti di questo monumento, vorrei sottolineare i rischi, forse non ben considerati, che l’esecuzione di tale opera potrebbe comportare. Avendo, infatti, studiato approfonditamente la struttura del Palazzo e delle sue adiacenze, effettuato i rilievi fotografici e metrici della rete di cunicoli sotterranei e valutato la loro probabile confluenza nel sistema dei Bottini di Siena, non posso che essere preoccupata per la profonda alterazione di tutta la zona e per la stabilità stessa del complesso storico-monumentale. Sulla base di tutto questo sarebbe opportuno riconsiderare il progetto e valutare un diverso utilizzo dell’area in questione che costituisce un unicum con il Palazzo dei Diavoli. È un accorato invito che mi permetto di rivolgere alle competenti Autorità Comunali nonché alla Sovrintendenza di Siena per non perdere per l’ennesima volta una delle visuali più particolari della città.

Sezione Senese di Italia Nostra. In una Città che si candida a capitale europea della cultura, dove, per il colore di un intonaco o per modificare una finestra, il cittadino deve affrontare procedimenti burocratici a dir poco estenuanti e spesso fallimentari, il progetto per la costruzione di sei appartamenti a ridosso di un importante complesso monumentale ha prontamente ricevuto tutte le autorizzazioni.