Con la classifica “Censis” solita piaggeria: le università di Pisa e Firenze saranno annesse a Siena

Il Censis premia L’Università di Siena: è il miglior ateneo statale (Il Cittadino)

Università: il corso di laurea aretino è secondo in Italia, davanti c’è solo la Sapienza

L’Università di Siena è il miglior ateneo in Italia, eccellenti i corsi ad Arezzo (La Nazione)

Roberto Morrocchi

Classifica delle Università. Siena è regina d’Italia, bene anche Firenze e Pisa

L’Università di Siena 4° in Europa per Times Higher Education

Classifica atenei statali medi e piccoli: primi posti per Siena e Camerino

Visto che ci sono alcuni politici senesi e qualche blogger che continuano a parlare della città in toni catastrofici mettendo nel sacco delle corbellerie anche lo stato del nostro Ateneo, ecco che giunge a fagiolo la classifica stilata come ogni anno dal Censis…


Rabbi Jaqov Jizchaq. … gaudemus, ma perché brandire queste classifiche per dire che tutto va bene madama la marchesa?? A parte il titolo “Quarta in Europa”, cioè immediatamente dopo Oxford, Cambridge e La Sorbonne (sesquipedale “corbelleria” palesemente, quanto ovviamente, fasulla: in Europa, secondo Times Education, Siena staziona tra il 51° e il 75° posto, che, a scanso di equivoci, è già un risultato molto incoraggiante!), la domanda è a chi serva tanta piaggeria. Singolare l’ultimo articolo citato, dal quale si evince che sugli elevati standard qualitativi della ricerca e della didattica erogata all’università (quella che ancora ha la possibilità di essere erogata), non ha evidentemente alcuna influenza l’opera di chi quei risultati scientifici e didattici li ha prodotti, se vile disfattista che non ritiene di vivere nel migliore dei mondi possibili. Né è chiaro perché il gramsciano “pessimismo della ragione” dovrebbe risultare offensivo (“che sempre allegri bisogna stare, il nostro piangere fa male al Re”). Evidentemente solo chi si astiene da ogni forma di pensiero, o aderisce al Pensiero Unico, prêt-à-porter è da considerare un buon cittadino e un docente con elevati H-index, da leggere come “indice di ottimismo”. Però sarebbe interessante sapere:

1. Quali sono le “corbellerie” divulgate da questo blog, dove mi pare di constatare lo sforzo di sostenere ogni argomento con dati pubblicamente accessibili e facilmente verificabili, lontano dallo stupidario quotidiano dei luoghi comuni. La prima “corbelleria”, ovvero il primo dato allarmante è la sparizione di quasi il 40% del corpo docente di ruolo a casaccio (ad oggi risultano 664 professori confermati, a fronte degli oltre 1000 che furono), con interi settori non esattamente trascurabili entrati in crisi: una metamorfosi dell’ateneo ancora in corso e dell’approdo incerto e un problema che impone di tenere ben vigile l’attenzione, anziché bamboleggiarsi con le classifiche del CENSIS.

2. Perché tali presunte “corbellerie” le si attribuisce ad una non meglio precisata “destra”, e se uno “de sinistra” dovrebbe per caso essere contento di quello che è successo a Siena, non nutrire alcuna riserva sull’applicazione della riforma Gelmini, non covare alcuna preoccupazione, soprattutto se nella bufera ci si è trovato in mezzo, dalla parte di chi ha dato più che ricevere (ci sarebbe anche da chiedersi quanto “de sinistra” sia certa gente, ma transeat…). A forza di dire che “tutto va bene”, il centrosinistra è stato estromesso dalla guida del comune, non ad opera dei marziani, bensì dei cittadini che evidentemente non ne erano convinti;

3. Se chi in questo ateneo ha contribuito, in un decennio di pesante difficoltà, a quei successi didattici e scientifici di cui la politica, distorcendoli, subito si appropria, ha diritto o no, non considerandosi un minus habens bisognoso di tutela, di esprimersi sui problemi e sulle scelte culturali ed organizzative che lo/la riguardano in modo diretto e sulle quali ha sufficiente competenza per discuterne sensatamente, senza ricevere minacce ed ostracismi;

4. Perché ogni tentativo di pubblica e civile discussione nel merito (cioè senza brandire astratte “classifiche” distrattamente leggiucchiate o vacui ideologismi) debba essere sempre soffocato da una nube tossica di livore fazioso, o tacciato di empietà, se si discosta dal Pensiero Unico delle gazzette, fatto di assolute banalità o di asfissiante demagogia.

5. Se in definitiva ogni tentativo di interlocuzione dialettica debba essere considerato un reato di lesa maestà, tanto da essere additati come sospetti (con ciò che ne consegue). Il “così è se vi pare”, oppure “zitto e mangia”, non si addicono all’istituzione universitaria: “vogliamo che sia la palestra di cittadinanza voluta dai Costituenti, o un vivaio di servi armati di burocratiche “competenze”?”, si chiede Salvatore Settis.

Paventando dunque di vedere a breve Zelig-Salvini che si fa un selfie anche dalle finestre del rettorato, o la Meloni che reclama l’uso della tortura durante gli esami, mi domando se non sarebbe il caso di assumere un atteggiamento meno infantilmente demagogico. Ma oggi brindiamo e attacchiamoci al CENSIS, felici che tutti i problemi di cui si è cercato qui di discutere, a Siena siano solo l’incubo di qualche “blogge”.

P.S. Involontariamente sarcastico (in cauda venenum) quel: “bene anche Firenze e Pisa”. Sembra anzi che Pisa e Firenze si accingano ad essere annesse a Siena.

«L’ottimismo comporta pur sempre una certa dose di infatuazione, e l’uomo di ragione non dovrebbe essere infatuato.» Norberto Bobbio

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Alcune geniali azioni di Angelo Riccaboni per il risanamento dell’Ateneo senese

Marco Sbarra. Caro Professor Grasso, vorrei esprimerle il mio dispiacere per l’esito del processo e la speranza che quello di secondo grado possa essere a Lei favorevole.

Ora il professor Riccaboni, dopo aver così bene operato nell’Università di Siena, avrà la possibilità di mettere in mostra le sue indubbie qualità manageriali nel governo del Monte. Finalmente, grazie alla sua riconosciuta indipendenza dal Sistema Siena – l’elemento magmatico che ha “liofilizzato” pure l’Università – la Città riavrà una banca pulita, efficiente e rispettosa dell’etica.

Coraggio Professore, tenga duro e continui ad esserci d’esempio come uomo libero e coraggioso.

Rabbi Jaqov Jizchaq. C’è sicuramente l’esigenza di fare luce sul passato, ma ancor più pressante è l’esigenza di “fare luce” sul futuro. I dati parlano chiaro: i docenti di ruolo oggi sono poco più di 600, dunque perdita di 400 docenti su 1.000 a casaccio e smantellamento di intere aree scientifiche solamente a causa dell’anagrafe: anzi, chi meno mangiò al tempo delle abbuffate, quello risulta adesso più penalizzato. Anche chi dice che il numero è quello “giusto” per un piccolo ateneo, dovrebbe spiegare “giusto” per cosa, giacché si tratta semplicemente di quelli che non sono andati in pensione, senza dunque particolari affinità, che non siano quelle anagrafiche. Chi, sovente per puro caso, è sopravvissuto al terremoto, ha maturato un’insana idea di predestinazione e di onnipotenza, ritenendosi talvolta autorizzato a calpestare la dignità altrui.

E poi ci si dovrebbe chiedere se nella cornice della politica universitaria oramai consolidatasi, a prescindere dal colore dei governi (prossimo ministro: Superciuk, l’eroe dei fumetti che rubava ai poveri per donare ai ricchi), un “piccolo ateneo” povero ha una qualche possibilità di sopravvivenza, insistendo in un territorio dove nel raggio di cinquanta chilometri vi sono altri due grandi atenei ricchi. Dopo la débacle della perdita del 40% dei docenti, il reclutamento è ripreso a scartamento ridotto (non al livello di oltre il 50% come nei grandi atenei finanziariamente “virtuosi”, a causa del gravame dei debiti che ancora pesano su Siena). E poi in quali settori? Ci sono le emergenze, e poi c’è semplicemente la legge del più forte e la lotta per la vita, come Tarzan nella giungla.

«Chi è uscito vincitore dall’aspra tenzone ha idea di dove sta conducendo l’ateneo senese, vista l’ineludibile attualità dei problemi posti in luce da questo blog?»

Rabbi Jaqov Jizchaq. Le sentenze, come si usa dire, non si commentano. Ma non vorrei che per alcuni questa condanna in primo grado chiudesse la stagione del dibattito sul destino dell’Università di Siena: una volta messi alle corde ed isolati tutti coloro che hanno osato avanzare qualche obiezione, potremo giocondamente ricominciare a nutrirci di rassicuranti luoghi comuni, confortati dai sempre favorevoli giudizi del CENSIS intorno alle magnifiche sorti e progressive di Siena che trionfa immortale?

Le conseguenze individuali del terremoto che ha subito l’ateneo sulla vita di molte persone che all’università hanno avuto la ventura di capitare al momento del crollo, sono assai più gravi di una invettiva lanciata da un sito web, quando la polemica infuriava al calor bianco, che non offusca il valore del contributo politico e culturale offerto dal sito stesso. Suscita semmai raccapriccio la post-verità diffusasi oramai nella comunità cittadina, secondo cui, in fondo, all’università di Siena non è successo niente, tranne l’eliminazione di qualche persona inutile (cioè quattrocento su mille!) e qualche materiuccia superflua.

Ieri, il Corriere della Sera, recensendo il saggio di Gilberto Capano, Marino Regini e Matteo Turri «Salvare l’università italiana», ne pone in rilievo alcuni passaggi, laddove si biasimano i decenni di oscillazioni politiche intorno al modello da perseguire, “altalenando tra centralismo e autonomia, lassismo e rigore, bastone e carota”, e si sottolinea la necessità, al presente, di aggregare “i dottorati di ricerca in poche grandi scuole per differenziare in modo intelligente le aree di azione di ogni Ateneo e ottenere una massa critica che permetta di puntare a grandi progetti ed eccellenze senza disperdere energie.”

È vero che molti dottorati italiani sono la prima cosa da riformare, perché troppo spesso non costituiscono un autentico avviamento alla ricerca. In più, i posti di dottorato sono dimezzati in dieci anni. Del resto, sbocchi occupazionali non ve ne sono (“Università, crescono le borse post laurea, ma il 90% dei ricercatori sarà espulso“). Il Sole 24 Ore parla di un timido +5,5% di posti di dottorato nel 2017, a fronte di una drastica riduzione del 41,2% nell’ultimo decennio. Attualmente 10 atenei, di cui 8 del Nord, garantiscono il 42% dei posti a bando: il 49% dei posti è bandito dagli atenei del Nord, il 29% del Centro, il 21% del Sud.

Ebbene, questa lacerante incertezza è stata ripetutamente posta in evidenza in questo blog, così come l’espressione “massa critica” è stata usata, by the way, anche dal sottoscritto in alcuni interventi in questo blog. Da parte mia, alludevo in maniera più estesa e non circoscritta ai dottorati, al problema della desertificazione di vaste aree scientifiche, delle quali rimane solo il simulacro: sotto una certa “massa critica” è illusorio infatti cianciare di “ricerca” (o anche di buona didattica). Mi domando pertanto se coloro che sono usciti vincitori dall’aspra tenzone abbiano una precisa idea di dove stanno conducendo la nave. Certo non dipende solo da loro, ma i problemi dell’ateneo posti in luce da questo blog appaiono tutti di pressante ed ineludibile attualità.

Il Corriere parla anche della necessità di “una specializzazione in alcune aree scientifiche, di ciascuna università” (ibid.). Ecco, anche questo tema è stato anticipato dal blog, al momento in cui tale prospettiva è stata ventilata come panacea per la rinascita dell’ateneo senese: qui è stato ripetutamente sollevato il quesito se un ateneo ultraspecializzato (dunque ulteriormente ridimensionato) possa sopravvivere e bastare a sé stesso, oppure se questo disegno si inscrive nel progetto più generale di costituzione di grandi hub regionali, con ramificazioni locali specializzate. E in questo caso, cosa toccherebbe a Siena (siamo sicuri che ci tocchino le scienze della vita?).

Sempre il Corriere (tra gli altri), giorni or sono, recava la notizia della firma da parte della ministra, del decreto che istituisce le lauree triennali professionalizzanti: non è una svolta di poco conto, perché da un lato questo induce a chiedersi a cosa serviranno (ammesso che in passato siano servite a qualcosa) da ora in poi le lauree triennali non-professionalizzanti, e dall’altro autorizza il sospetto che accentui quella tendenza, già evidenziata in questo blog, a trasformare gli atenei medio piccoli in succursali di grandi “hub” regionali, dedite principalmente a questo compito, “teaching universities”, o scuole professionali parauniversitarie sul modello tedesco. Se all’università non si può più discutere nemmeno di questo, allora che razza di “università” sarebbe, quella attuale?

“Il termine post-verità è la traduzione dell’inglese post-truth: esso indica quella condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza”. (Wiki)

A Siena non si vede il rapporto di causa ed effetto fra il numero quasi dimezzato di docenti e la scomparsa di aree scientifiche e corsi di studio

Rabbi Jaqov Jizchaq. Leggo sui quotidiani che abbiamo meno università, meno docenti (-20% dal 2008), meno studenti (-70.000 in un decennio), meno corsi di studio (25% in dieci anni) e meno scuole di dottorato. «L’unico segno “più” lo registriamo riguardo al numero di ricercatrici e ricercatori precari che hanno “sostituito” personale stabile proprio a causa dell’assenza di risorse e del blocco delle assunzioni»: pare che per 10 professori di ruolo che se ne vanno, siano rientrati solo due ricercatori precari, dando corso a quella tendenza che già paventavo in altri messaggi.

A Siena, come sempre, siamo all’avanguardia: se altrove si è perso il 20% del corpo docente, qui siamo attorno al 40%, falcidiati a casaccio, sfiorando quota 600, da oltre 1000 che erano. Strano che per alcuni questi posti perduti siano stati tutte inutili bocche da sfamare, e il mantra assai demenziale che si ode è che “il rapporto studenti/docenti è ancora alto”, come se chiunque potesse insegnare qualunque cosa, le materie dovessero essere insegnate solo per finta e gli insegnamenti dovessero limitarsi a corsi di basso livello.

Ciò che risulta più mortificante è essere poi guardati come marziani quando, alla domanda di ex compagni di studio, o persone che comunque hanno frequentato l’università trent’anni fa, riguardo a questo o quell’insegnamento, questo o quel corso di studio, tu rispondi: «guarda che non esiste più da un bel po’!». Perché la gente non sa, non si rende conto, trasecola, non vede un rapporto di causa ed effetto fra la scomparsa di quasi la metà della docenza e la cancellazione di aree scientifiche e corsi di studio, o la loro sussistenza solo nominale, come simulacro, e che questo fenomeno non riguarda gli insegnamenti “sul bue muschiato”.

Molti – anche tra gli addetti ai lavori, che raramente vedono oltre il proprio orticello – trovano impossibile che siano scomparse o stiano scomparendo diverse aree scientifiche di base. Sicché sei tu il lunatico, non la realtà che è dura. Se dici certe cose, infatti, ti fanno il vuoto intorno e vieni soffocato da nubi tossiche di banalità e di volgarità, buone per tutte le stagioni, ma ahimè, inadeguate alla particolare stagione che stiamo vivendo. Del resto il tappeto di luoghi comuni che come rumore di fondo si è steso su questo tema ha diffuso la falsa convinzione che ciò che è accaduto sia stato solo un lieve stormir di fronde: Roma rinascerà più forte e più potente che pria.

Vedo l’interessante trasmissione “La tela del ragno“, condotta da Raffaella Zelia Ruscitto, dedicata all’università di Siena. Capitolo concorsi. Il prof. Neri dice parole sagge. La proposta dell’esponente del M5S relativa ai concorsi è interessante e mi sentirei di condividerla, ma altro non mi sembra essere, se non il ritorno all’università precedente all’autonomia (simpatico eufemismo) universitaria, cioè a dire, sparare un pezzo da novanta. Quanto all’auspicio del prof. Neri che Siena non diventi un campus di un ateneo regionale, mi rimane difficile pensare cosa possa diventare un ateneo lillipuziano con seicento docenti a fronte di un ateneo con duemila docenti e quasi il quadruplo di studenti che insiste sul medesimo territorio, se non un suo satellite. Se poi il progetto è quello di realizzare un campus ultraspecializzato di uno “hub”, cosa di cui mi sentirei di dubitare), si decida la sorte di chi non rientra in questo progetto, che è grosso modo un terzo di quei seicento docenti circumcirca sopravvissuti al disastro. Soprattutto non si pensi (convinzione diffusasi perniciosamente in anni recenti) di fare le nozze coi fichi secchi.

Per ricordare Mauro Barni, penultimo vero rettore dell’Università di Siena

Per ricordare Mauro Barni, pubblichiamo il suo intervento (apparso su “Il senso della misura” il 4 maggio 2010) all’incontro-dibattito «Salvare l’università di Siena. Quale modello per il futuro?»

Università di Siena: basta con l’autoreferenzialità e con l’autonomia dell’irresponsabilità

Pubblichiamo la quinta puntata del resoconto integrale dell’incontro-dibattito «Salvare l’università di Siena. Quale modello per il futuro?» La prima parte è stata pubblicata con il titolo: «Ci sarà un risorgimento per l’università di Siena?». La seconda parte : «La crisi dell’università è crisi del “sistema Siena” e non può essere risolta da chi l’ha creata». La terza parte: «L’università di Siena è destinata per molti anni a stare in rianimazione». La quarta parte: «L’università di Siena è cresciuta in modo disordinato, senza criteri di omogeneità e di efficienza».

Stefano Bisi (Vice Direttore “Corriere di Siena”) Moderatore. Sentiamo il professor Barni che ha fatto il Rettore. Il professor Gaeta ha posto un problema di sottrazione. Mauro Barni non è un matematico, però i conti tornavano quando è stato Rettore all’Università di Siena.

Mauro Barni (Già Rettore dell’Ateneo di Siena). Io sono particolarmente lieto, ma anche un po’ imbarazzato, perché temo sempre che prevalgano in noi le memorie e non nella visione diretta della realtà. Questo è un male grosso che vorrei, cerco sempre, di evitare, ma spesso non mi riesce. Ma sono contento veramente di poter dire qualcosa in spirito collaborativo. Contento di essere stato in questa Sala del Risorgimento che, come diceva Stefano Bisi, è di buon auspicio. Francamente, più per l’idea che per i personaggi che vi sono effigiati. Certamente curare e salvare l’Università. Io sono un medico, come Adalberto, però io sono un medico legale e questo potrebbe…!

Stefano Bisi. Proviamo ad aprire questo corpo, allora, proviamo ad aprirlo!

Mauro Barni. Però, usciamo da questo discorso. L’auspicio è buono: anche perché siamo di fronte ad un autentico dramma. Mi pare che Adalberto e Gaeta abbiano detto delle cose sagge, un autentico dramma di proporzioni inaudite. Francamente non c’è niente di male a dirlo. Naturalmente, quello che fa paura di fronte a questo dramma, è l’indifferenza. L’indifferenza notevole di una comunità che non si rende conto esattamente della situazione, indifferenza dei politici spesso, di qualunque parte essi siano, che vi vedono in questa realtà delle possibilità di incremento di una parte sull’altra, nello scarico di responsabilità, che francamente non è corretto. Ma non è corretto nemmeno ricorrere, da parte di chi dovrebbe avere una posizione al di sopra delle parti, alternativamente all’una o all’altra parte. Queste sono cose che non si fanno, perché c’è una grande dignità, un grande decoro in chi rappresenta l’Università, per cui certamente ognuno ha le sue idee, però dovrebbe avere soprattutto l’orgoglio di rappresentare una grande istituzione vitale per una città come per un paese nel suo insieme. Ma io dirò pochissime cose, in effetti, perché molte sono state dette, e francamente voglio fare un discorso politico, che si riassume in brevissimi termini.

Noi dobbiamo vedere l’Università di Siena anche nel quadro generale, nel quadro della crisi generale dell’Università. Crisi non è detto che sia sempre un’espressione negativa. È una crisi dell’Università. Cominciamo dal Policlinico, di cui si è parlato in una conferenza sul passato dell’Università e del Policlinico, diretta magistralmente dal Bisi al Santa Maria della Scala. Il Policlinico è stato oggetto di un sollievo notevole, non parlo del San Nicolò, perché, francamente, per me è un dolore pensare che una generazione di senesi, un secolo di senesi hanno realizzato questa grande struttura, che si è volatilizzata perché non erano stati pagati i contributi per il pensionamento del personale. Questo è un dolore forte, perché è un dolore che fa anche male a chi ha memoria di certi personaggi. Io l’ho detto chiaramente all’amico Rettore, non c’è nient’altro da fare, il Policlinico si deve vendere, in fondo la Regione gestisce la sanità. Ma, francamente, buttando questi soldi del Policlinico, che verranno non tutti insieme, ovviamente, e parlo anche di quelli del San Nicolò, e parlo di altri che potrebbero venire da Pontignano, da tante parti, ma tutto ha un limite, si rimedia la situazione? Mi pare di no, perché si butta altra acqua in un tubo bucato, sfondato. Quindi mi sembra che questa non sia la sola via d’uscita. Probabilmente il male è nel passaggio di proprietà, perché certamente la Facoltà medica avrà un peso minore. È inutile che qualcuno faccia il furbo, come ci sono sempre fra i docenti e fra i non docenti: “ma io sono ammanicato con l’assessore Rossi”. Ma siamo ancora a questo punto? Allora, siamo molto indietro! Lo posso dire, non per niente perché sono vecchio. È un male per tutti: l’Università che governo ha fatto del Policlinico? Questo è un altro discorso importante. Secondo me, mettendosi una mano sulla coscienza anche autocriticamente, non abbiamo fatto un buon governo del Policlinico e della leadership che ci dava nell’ambito sanitario. Non sono state fatte scelte adeguate, spesso sono state scelte sbagliate. È inutile stare a discutere poi se oggi la Regione, come gestore della sanità, e l’azienda ricorrono a un ruolo diverso, ricorrono al ruolo dei primari; questo è un cattivo governo della Regione o è una specie di supplenza a carenze altrui, cioè le nostre?

Poi c’è una politica, chiaramente nell’ambito della sanità, che va vista non superficialmente, come si usa fare spesso per risolvere una battuta o un dibattito rapidamente. C’è una tendenza, in campo regionale e anche nazionale, a dare maggiore peso al servizio sanitario nella formazione del personale, medico e non medico. Certamente questo è un dato che va visto e considerato. Quindi, in fondo, questo addolcisce un po’ la pillola ma rende amaro il ruolo dell’Università, Facoltà medica nel futuro. D’altronde, in Francia è così, in Germania è così. L’Università ha un ruolo marginale nella formazione dei medici e del personale sanitario. E questo discorso si inserisce anche in una sorta di messa a regime del sistema universitario. È inutile che ci si inquieti. Il cattivo governo che si è fatto dell’Università, con la proliferazione degli atenei, ha indotto, induce e indurrà qualunque governo, di destra o di sinistra che sia, a un processo di razionalizzazione. Occorre vedere bene come si mettono le cose, non fare dei duplicati inutili, non inventare delle professioni inutili, dei corsi inutili. È una rincorsa verso la follia, verso il San Niccolò. Mi sembra sia stato detto molto chiaramente anche fin qui. Quindi, l’indifferenza di tutti. La Regione con un colpo di mano, logico secondo me, ha accentrato tutto il Diritto allo studio della Toscana. C’è un’azienda sola e pochi se ne sono accorti a Siena. Per fortuna che c’è un bravissimo politico colligiano senese a dirigerla, che ha seguito sempre la realtà del diritto allo studio. Ma noi non contiamo. Certamente l’Università perde questi contatti e non ha la necessaria visione complessiva in questo sistema universitario, in una maggiore distribuzione, anche.

Guardate la politica della ricerca della Regione Toscana: è una politica che tende a supplire le carenze dell’Università, tende a creare dei poli di attrazione per la ricerca – e Siena ne ha – che non hanno nulla o poco a che fare con l’Università. C’è, ovviamente, un’Università, quella di Pisa, che è l’unica che ha capito il gioco. C’è stata, ma fino a un certo punto. Ha detto: io la ricerca me la finanzio da me, però faccio la ricerca che voglio. Ma Pisa è un faro isolato nella ricerca biomedica, è l’Università che concentra il maggior numero di centri del C.N.R. e, quindi, drena praticamente l’80% dei fondi del C.N.R. per la biomedicina e per altri settori. Quindi mi sembra che il discorso vada visto anche in maniera più complessiva, guardando la situazione di Siena nel quadro dell’evoluzione dell’Università. Siena non finisce a…

Stefano Bisi. Porta Camollia.

Mauro Barni. …Porta Camollia, e nemmeno a San Giovanni Valdarno. Oggi, giustamente, è stato detto: ma salviamo questo Polo di San Giovanni Valdarno! Con tutto il rispetto perché è gente cara e operosa.

Stefano Bisi. C’è nessuno di San Giovanni Valdarno?

Mauro Barni. Perché c’è qualcuno che dà dei soldi? Ma li può dare per un anno; poi siamo alle solite. Come quando si facevano le cattedre convenzionate, qualche magnate, benefattore pagava un professore nuovo per tre anni, poi tutto a carico dello Stato, dell’Università, etc. etc… Quindi, mi sembra che il discorso possa essere visto in un quadro più generale. Ovviamente non la voglio far lunga, ho dato dei cenni, degli spunti. Quali sono i punti, telegraficamente, da considerare? Innanzitutto, per quanto riguarda l’Università di Siena, basta con l’autoreferenzialità! Se c’è qualcuno che fa una piccola cosa, sente il bisogno di tormentare i presenti o altri, per dire “ho fatto una grande scoperta”, che poi non è niente, non è niente o è poco, insomma, che rientra nella routine. Basta questa autoreferenzialità! L’Università di Siena faro qua, faro là, capitale sotto, capitale sopra! Ci sono state tra noi anche delle carogne, certamente, però ognuno di noi cerca di dare quello che può, in un sistema, di fare praticamente il proprio dovere. Quindi se l’Università continua a parlare in termini di autoreferenzialità, che sono i più bravi, i più belli, i più larghi, come diceva Berlinguer, coloro che promuovono più persone al mondo, coloro che danno tutti 30 e lode. In pratica, questa autoreferenzialità è un fatto molto, molto negativo. Diciamo come stanno le cose. Se stanno male, cerchiamo di intervenire, serenamente, senza fare troppa caccia alle streghe. La situazione attuale è in mano anche ad altri organismi di giudizio. L’altro aspetto, l’altra parola magica è l’autonomia, ma mi pare che Adalberto ne abbia parlato. Che governo abbiamo fatto dell’autonomia? Abbiamo fatto un pessimo governo. Innanzitutto – lo dicevo stamattina con un caro amico che è qui presente – se non c’è responsabilità non c’è autonomia. L’autonomia dell’irresponsabilità. La moltiplicazione dei pani e dei pesci: dei contratti dati per far piacere a questo o a quello, dei concorsi per ricercatori trattati in termini paternalistici, o peggio ancora. Quindi mi sembra che questa autonomia, che poi ha voluto dire, molto spesso, uno statuto per certi aspetti scellerato. Io parlo abbastanza chiaro, ma in fondo ho lottato perché questo non avvenisse. Perché queste dilatazioni, per esempio, del potere degli organi di governo, dilatazione indiscriminata, fondata soltanto sulla prepotenza di alcuni gruppi di potere, che ci sono certamente, ma che debbono e possono essere governati. Un Rettore che mi ha preceduto e che ha seguito Grossi li creava questi gruppi di poteri ma li governava anche. Quando questi gruppi di potere sono sfrenati, è finita… l’autonomia vuol dire no ai controlli. Ci controlliamo da noi. No a qualunque riguardo delle spese. Questo è successo. Ma non è successo solo a Siena, dove ha assunto significati patologici. Quindi l’autonomia. E l’armonia. Altra parola. Cominciano tutte con la “A”. Armonia tra le componenti, giusta ripartizione dei compiti, dei doveri, delle posizioni, il preside faccia il preside, il rettore faccia il rettore, non ci siano dei potentati che superano questo e quello, e non mi riferisco soltanto ai sindacati, anzi, molto meno ai sindacati che ad altri poteri abbastanza subdoli. Potrei fare anche degli esempi, ma se mi si chiedono li faccio. In ogni caso, questa armonia deve avere un primo momento che la funzione amministrativa ritorni a essere una funzione amministrativa. Il rettore non è un amministratore, i presidi non sono amministratori, i professori di economia non sono amministratori. L’amministrazione che abbiamo… – Giovanni Rotelli, che è un giurista, conosce bene il diritto amministrativo, conosce bene anche la situazione di altri paesi – non si può pensare di fare a meno di un personale amministrativo gerarchizzato, dotato di competenze e di responsabilità, altrimenti si fa confusione! Ultimo aspetto.

Stefano Bisi. Ho capito, ma mancano i dirigenti – dicono – all’Università.

Mauro Barni. Appunto. Io ho avuto, in questa sede, un grande dirigente, quando ero sindaco: si chiamava Ceruti, qualcuno se lo ricorderà.

Stefano Bisi. Il Segretario Generale, commendator Ceruti.

Mauro Barni. Il Segretario Generale del Comune di Siena, il Commendator Ceruti, padre del più grande matematico italiano vivente. Appena insediato mi disse: sindaco, vogliamo andare d’accordo? Sì. Allora, guardi, io le dirò tutte le delibere che possono o non possono passare. Vedrà – allora c’era il controllo – che non gliene bocciano una. Infatti, di centinaia di delibere fatte dal Comune di Siena e fatte attraverso il Consiglio soltanto una fu respinta, ma riguardava una punizione di contrada, e quindi quella mi sembra….!

Stefano Bisi. Insomma, la Corte dei Conti non faceva con il Comune di Siena quello che ha fatto con l’Università di Siena.

Mauro Barni. Certo. Ultimo: amputazioni! Amputazioni precise: qui abbiamo dei chirurghi insigni. Quando un arto, una falange o qualche cosa non funziona, si leva!

Stefano Bisi. Quando va “in cancrena”, come si dice in campagna.

Mauro Barni. Si leva, si ha coraggio, non si ricorre a pannicelli caldi per fare piacere a Tizio o a Caio, per compiacere il segretario di questo o di quell’altro partito. Questo va fatto: amputazioni molto chiare. Io ho visto con dispiacere – questa è l’ultima annotazione – che, per esempio, si dice: “ma assorbiamo altre università perché piccole”. Ma sono discorsi… cioè vuol dire distruggere quel che di buono c’è in un certo ambito, sarebbe come a Pisa levare la Normale per inglobarla nell’Università. Sono cose che non si fanno e non si dicono. Si affronta la realtà per quello che è, si ha coraggio di fare e di dare. Queste non sono ricette, sono semplicemente osservazioni di uno che conosce l’ambiente, ancora è in grado di…

Stefano Bisi. Chissà che, Mauro, non ti facciano commissario di questa Università? Te la sentiresti?

Mauro Barni. Non sono disponibile!

Stefano Bisi. No, perché, dopo la regola delle quattro “A”: Autoreferenzialità, Autonomia, Armonia, Amputazione, ci vuole anche la quinta che può essere “S”, come Servizio, e quindi se ti chiamassero sono convinto che torneresti a dare una mano.

La mutagenesi dell’ateneo senese è avvenuta nel silenzio assordante della politica e della cultura

Nonostante gli schiamazzi su ogni altra questione, non un vagito sul destino dell’università e sul senso di ciò che stava accadendo

Rabbi Jaqov Jizchaq. Unico evento da segnalare, in questo periodo di torpore, il MIUR ha pubblicato la lista dei primi 350 dipartimenti ammessi al girone finale dei “ludi dipartimentali”. Si tratta di dividere un bottino di 271 milioni fra 180 dipartimenti e la decisione è controversa. Da una prima occhiata provo un senso di sconcerto, anche se sicuramente la graduatoria ha seguito criteri “oggettivi” (mai chiedersi se, oltre che oggettivi, furono anche giusti). Tra i primi 180 della lista, con molti ex aequo, di dipartimenti senesi ne appaiono tre. In tutto nella lista dei 350 finalisti, ne appaiono dieci (più la “stranieri”) su sedici. Probabilmente alcuni alla fine della gara conquisteranno l’agognata ricompensa. Perplessità a parte, quella che si delinea è una gerarchia: si saprà chi comanderà in futuro, ossia chi porterà i quattrini. Non so tuttavia se questa elargizione, essendo quinquennale, garantirà anche la sostenibilità nel tempo dei contratti che verranno stipulati e consentirà dunque di porre rimedio a problemi strutturali (lo svuotamento delle cattedre) dell’ateneo. Contemporaneamente ripartono le “cattedre Natta” e dubito che un cervello in fuga, ambito da tutti perché fornito di una cospicua dote, opterà per tornarsene da Harvard a Canicattì. Così si delineerà più marcatamente anche una gerarchia fra atenei, secondo il progetto di tracciare un confine sempre più accentuato fra atenei di serie A e di serie B. Nonostante la timida e si spera crescente ripresa del turnover, le aree scientifiche dell’ateneo senese che hanno subito maggiormente gli effetti dei pensionamenti (e non è finita!) non potranno rimpiazzare le perdite, se non in minima parte e non è chiaro come possano partecipare al Palio con un cavallo azzoppato. Dunque il dado è tratto e l’università ha subito una metamorfosi irreversibile. Si va verso un sistema integrato degli atenei in cui atenei medio piccoli come Siena avranno compiti ben circoscritti. Come ho ripetuto fino alla nausea (e non intendo ripetere più, visto che chi voleva capire, ha capito) ciò comporterebbe, come logica conseguenza, che si prendessero altre misure, ma in Italia tutti sono buoni ad attuare solo la pars destruens delle riforme. La mutagenesi dell’ateneo è avvenuta nel silenzio assordante della politica (vecchia e nuova) e della cultura senese, senza l’ampiezza di un respiro pubblico, sicché anche chi scrive in questo blog ha finito per subire la sorte del “marziano a Roma” di Ennio Flaiano. Politici vecchi e nuovi, giornali ed intellettuali hanno taciuto “all’unisono” o si sono accontentati di slogan buoni per tutte le stagioni: nonostante gli schiamazzi, i pesci in faccia e le risse quotidiane su ogni altra questione, non un vagito sul destino dell’università e sul senso di ciò che stava accadendo. Se ne evince che il consenso è così vasto, da non richiedere nessun approfondimento. Attendendo gli sviluppi e le ricadute di quest’aspra e singolar tenzone nazionale per ripartirsi le quote dei “ludi dipartimentali” e delle “cattedre Natta”, vi saluto mestamente. Ascolto alla radio un oratorio del Carissimi, che narra del giudizio di Salomone. Una donna esclama: “rectum judicium tuum, o rex, nec mihi, nec tibi! Dividatur”.

Le profonde ferite inferte nel corpo vivo dell’ateneo senese sono una sua “razionalizzazione”?

altan-dibattitoRabbi Jaqov Jizchaq. Scrive il Rettore Francesco Frati nel discorso di rettorato: «L’Ateneo del 2017 non è soltanto risanato: è anche diverso da quello del 2010 (…) ho ereditato un Ateneo che nel periodo del risanamento è stato in grado di mantenere, o addirittura accrescere, la propria attrattività garantendo standard qualitativi di didattica molto elevati, razionalizzare l’offerta formativa…».

Passata è la tempesta, odo augelli far festa …. diverso, per forza di cose, dopo dieci anni di blocco del turnover: avendo tra il 2008 e oggi già circa 350 stipendi in meno da pagare (e non è finita: il grafico su in alto ci dice che oltre un centinaio sono già con le valige in mano), i conti vanno necessariamente meglio. Se però è chiaro che l’ateneo è “diverso” da com’era prima della crisi che l’ha investito, non è viceversa chiaro a cosa sarà “uguale” domani. Per questo trovo irritanti le sortite di chi dà del disfattista a chiunque chieda di tenere aperto, specie in questa fase della politica nazionale, il dibattito sul destino dell’ateneo (o per meglio dire, dell’intero sistema degli atenei pubblici).

Mi lascia più che altro perplesso l’eufemismo “razionalizzato”: quasi a imprimere una nota positiva al pesante ridimensionamento dell’ateneo, sembra alludere al fatto che dietro tutto ciò vi sia stato un lavoro ponderato mirante ad eliminare le “cose inutili”, e che solo le “cose inutili” (nonché “le persone inutili”) siano state eliminate od emarginate. Sicché i salvati, e chi resta, sono tutti e soli quelli utili.

Fuori dalle cerimonie ufficiali è forse più corretto dire che si è fatto (o tentato di fare) di necessità virtù per tappare voragini che si sono aperte un po’ a caso, non nelle “cose inutili”, bensì in settori strategici e in materie fondamentali. Ci si è sforzati, in una condizione di penuria senza precedenti (lodevolmente, in molti casi, ma in altri casi in modo altamente opinabile e poco o punto dettato dalla ragione), di attuare riforme universitarie le quali, mentre da un lato proponevano un certo paradigma di organizzazione, dall’altro creavano le condizioni perché fosse impossibile adeguarvisi sensatamente. Forse subdolamente, in tal modo già delineando quella partizione fra “teaching university” e “research university” che costituisce l’obiettivo delle politiche universitarie di questi anni.

Bisogna quindi intendersi sulle parole che si usano. I sociologi distinguono, tra gli altri, questi tipi di razionalità:

“agire razionale rispetto allo scopo”: un’azione si dice razionale rispetto allo scopo se chi la compie valuta razionalmente i mezzi rispetto agli scopi che si prefigge, considera gli scopi in rapporto alle conseguenze che potrebbero derivarne, paragona i diversi scopi possibili e i loro rapporti;

“agire razionale rispetto al valore”: un’azione si dice razionale rispetto al valore quando chi agisce compie ciò che ritiene gli sia comandato dal dovere, dalla dignità, da un precetto religioso, da una causa che reputa giusta, senza preoccuparsi delle conseguenze.

Prendendo dunque a prestito queste categorie weberiane, direi che in un contesto dove oramai le politiche universitarie dei governi di diverso colore succedutisi sembrano convergere nell’idea di concentrare le risorse per la creazione di “grossi hub”, o “centri di eccellenza”, dove si farà la ricerca e dove risiederanno i gruppi di ricerca, occorre da un lato chiarire meglio quali siano gli scopi a medio termine che ci si sono prefissi, e dall’altro quali i valori che si intendono tutelare ed affermare.

Capisco che l’occasione solenne richiedeva un tono positivo e improntato all’ottimismo, ma è difficile considerare “una razionalizzazione” le profonde ferite inferte nel corpo vivo dell’ateneo negli anni passati. E talune scelte sono “razionali”, a posteriori, giusto perché sono state compiute (“was wirklich ist, das ist vernünftig”!): “razionale”, forse, semplicemente in quanto prodotto di un processo il quale, date certe premesse, si ritiene – non sempre a ragione – che ineluttabilmente non potesse attuarsi in modo differente da come è stato. In questo senso la parola “razionale” può essere però molto pericolosa.