Le profonde ferite inferte nel corpo vivo dell’ateneo senese sono una sua “razionalizzazione”?

altan-dibattitoRabbi Jaqov Jizchaq. Scrive il Rettore Francesco Frati nel discorso di rettorato: «L’Ateneo del 2017 non è soltanto risanato: è anche diverso da quello del 2010 (…) ho ereditato un Ateneo che nel periodo del risanamento è stato in grado di mantenere, o addirittura accrescere, la propria attrattività garantendo standard qualitativi di didattica molto elevati, razionalizzare l’offerta formativa…».

Passata è la tempesta, odo augelli far festa …. diverso, per forza di cose, dopo dieci anni di blocco del turnover: avendo tra il 2008 e oggi già circa 350 stipendi in meno da pagare (e non è finita: il grafico su in alto ci dice che oltre un centinaio sono già con le valige in mano), i conti vanno necessariamente meglio. Se però è chiaro che l’ateneo è “diverso” da com’era prima della crisi che l’ha investito, non è viceversa chiaro a cosa sarà “uguale” domani. Per questo trovo irritanti le sortite di chi dà del disfattista a chiunque chieda di tenere aperto, specie in questa fase della politica nazionale, il dibattito sul destino dell’ateneo (o per meglio dire, dell’intero sistema degli atenei pubblici).

Mi lascia più che altro perplesso l’eufemismo “razionalizzato”: quasi a imprimere una nota positiva al pesante ridimensionamento dell’ateneo, sembra alludere al fatto che dietro tutto ciò vi sia stato un lavoro ponderato mirante ad eliminare le “cose inutili”, e che solo le “cose inutili” (nonché “le persone inutili”) siano state eliminate od emarginate. Sicché i salvati, e chi resta, sono tutti e soli quelli utili.

Fuori dalle cerimonie ufficiali è forse più corretto dire che si è fatto (o tentato di fare) di necessità virtù per tappare voragini che si sono aperte un po’ a caso, non nelle “cose inutili”, bensì in settori strategici e in materie fondamentali. Ci si è sforzati, in una condizione di penuria senza precedenti (lodevolmente, in molti casi, ma in altri casi in modo altamente opinabile e poco o punto dettato dalla ragione), di attuare riforme universitarie le quali, mentre da un lato proponevano un certo paradigma di organizzazione, dall’altro creavano le condizioni perché fosse impossibile adeguarvisi sensatamente. Forse subdolamente, in tal modo già delineando quella partizione fra “teaching university” e “research university” che costituisce l’obiettivo delle politiche universitarie di questi anni.

Bisogna quindi intendersi sulle parole che si usano. I sociologi distinguono, tra gli altri, questi tipi di razionalità:

“agire razionale rispetto allo scopo”: un’azione si dice razionale rispetto allo scopo se chi la compie valuta razionalmente i mezzi rispetto agli scopi che si prefigge, considera gli scopi in rapporto alle conseguenze che potrebbero derivarne, paragona i diversi scopi possibili e i loro rapporti;

“agire razionale rispetto al valore”: un’azione si dice razionale rispetto al valore quando chi agisce compie ciò che ritiene gli sia comandato dal dovere, dalla dignità, da un precetto religioso, da una causa che reputa giusta, senza preoccuparsi delle conseguenze.

Prendendo dunque a prestito queste categorie weberiane, direi che in un contesto dove oramai le politiche universitarie dei governi di diverso colore succedutisi sembrano convergere nell’idea di concentrare le risorse per la creazione di “grossi hub”, o “centri di eccellenza”, dove si farà la ricerca e dove risiederanno i gruppi di ricerca, occorre da un lato chiarire meglio quali siano gli scopi a medio termine che ci si sono prefissi, e dall’altro quali i valori che si intendono tutelare ed affermare.

Capisco che l’occasione solenne richiedeva un tono positivo e improntato all’ottimismo, ma è difficile considerare “una razionalizzazione” le profonde ferite inferte nel corpo vivo dell’ateneo negli anni passati. E talune scelte sono “razionali”, a posteriori, giusto perché sono state compiute (“was wirklich ist, das ist vernünftig”!): “razionale”, forse, semplicemente in quanto prodotto di un processo il quale, date certe premesse, si ritiene – non sempre a ragione – che ineluttabilmente non potesse attuarsi in modo differente da come è stato. In questo senso la parola “razionale” può essere però molto pericolosa.

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Sulla strategia del discredito che accompagna il processo di smantellamento dell’Università con ampie aspersioni di giudizi som(m)ari a vanvera sull’utilità e l’inutilità

Francesco Bacone

Francesco Bacone

Come si pone l’ateneo senese di fronte a tali sviluppi?

Rabbi Jaqov Jizchak. A proposito del comunicato sull’Università delle organizzazioni sindacali e studentesche. Per il sottosegretario Nannicini, quello delle cattedre Natta, è: «un programma sperimentale di premio al merito basato sulle chiamate dirette dei docenti». Il governo andrà avanti su questa strada.

Ecco, ma se quello di premiare il merito è un programma “sperimentale” vuol dire che il reclutamento normale non ha niente a che vedere col merito? E se il governo andrà avanti su questa strada a che serve l’ANVUR? A che serve l’ASN? Che senso ha che vi siano due canali di reclutamento paralleli? Interpreto la volontà governativa in questo modo: siccome il sistema è irriformabile, bisogna abbatterlo manu militari e riedificarlo con un atto d’imperio.

Leggo che in Italia i docenti universitari sono la metà di quelli francesi, un terzo di quelli tedeschi, ed hanno avuto un calo netto del 20% negli ultimi otto anni. A Siena il doppio! Di fronte a questo sarebbe utile capire a cosa metterà capo la scelta di concentrare tutte le energie su un piccolo gruppo di atenei, scavalcando anche le prassi usuali e la sempre più eufemistica autonomia universitaria.

Sarebbe interessante capire come si pone l’ateneo senese di fronte a questi sviluppi, che vedono sempre di più ampliarsi la forbice fra pochi centri d’eccellenza e una gran massa di università di serie B, atteso che l’emorragia continua di cattedre non depone a favore dell’ipotesi che in futuro esso si collochi fra quelli di serie A.

La realtà temo sia più triviale. Siamo all’epilogo, alla stretta finale; tutto ciò era scritto nella riforma, ed era implicito nella politica da diversi governi a questa parte. A questo scopo è stata creata l’ANVUR: «quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra researching university e teaching university. Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa.»

Il punto è che non ci sono solo quei pochi grandi atenei di punta presenti tra i primi duecento delle classifiche internazionali, e dall’altro lato le “università Parthenope”, perennemente ultime classificate: c’è una fascia intermedia di atenei che finiscono per dequalificarsi in ragione della loro dimensione che si va sempre più assottigliando e della difficoltà a procedere ad un ricambio del corpo docente. A queste si è detto, a priori e a prescindere: “tu farai la teaching university e ti occuperai di rilasciare diplomi di tipo professionale, senza tante fregole teoretiche”, prefigurando un ruolo ancillare di satelliti rispetto agli atenei maggiori.

C’è a chi piace così, fàmolo strano: c’è chi dice che l’alta cultura e la ricerca di base non è roba per “noi provinciali” poco avvezzi alla teoresi e non ne voglio discutere, scusandomi se la mia ignoranza non è pari a quella di questi nuovi mandarini. Dico solo che a me fa rabbrividire la strategia del discredito che accompagna questo processo con ampie aspersioni di giudizi som(m)ari a vanvera sull’utilità e l’inutilità, che giungono fino alla damnatio memoriae per cose e persone. Ci si appella al realismo per giustificare una situazione vieppiù surreale.

Quando uno mette in campo un progetto di trasformazione del genere, dovrebbe aver chiari i passaggi che comporta la sua implementazione, rendersi conto che per attuarlo non basta contemplare passivamente la lenta dissoluzione di esperienze, competenze e tradizioni (come per i dieci piccoli indiani… poi non rimase nessuno). Io questi passaggi non li vedo, se non nella loro pars destruens. Qualcuno, sogghignando, dice che non li vedrò mai, e allora che fare? Continuiamo a sogghignare…

Se chiude l’ateneo senese è pronta l’Università “Salute e ghianda” con un corso professionalizzante in Agronomia

altan-errori

Rabbi Jaqov Jizchak. Il Corriere della Sera (16 settembre 2016) ha pubblicato un articolo («La crisi dell’Università, gli Atenei italiani perdono posizioni nelle classifiche») sull’annuale rilevazione dell’Istituto di Shanghai (Arwu Ranking) che vede una sola Università, Roma-“La Sapienza”, tra le prime 200.

L’asino aveva quasi imparato a digiunare, ma non si sa per quale ragione d’improvviso ha cominciato a stare poco bene. Comunque tutto congiura ad un medesimo disegno: visto che soldi da buttare nel sistema peggio finanziato d’Europa (7 miliardi a fronte dei 26 miliardi della Germania) non ce ne sono, l’unica strada si ritiene essere quella di rinforzare i grandi atenei per partecipare alla grande competizione internazionale, a scapito degli atenei medio-piccoli, o più scadenti, che scenderanno di rango ed andranno a costituire sedi distaccate, specie di Fachhochschule professionalizzanti, fornitrici di lauree brevi senza velleità di prosecuzione degli studi, per questi giovanotti gaddianamente “dekirkegardizzati”:

Il Piano Italia 4.0, che il governo Renzi intende inserire nella Legge di stabilità 2017, mira a favorire il trasferimento tecnologico tra atenei e mondo dell’impresa, ed individua a ciò alcuni poli, assi portanti, chiamati “competence center”, che sono Milano, Torino, Bari, Bologna e Pisa. Non senza ragione si lamenta Padova, “nonostante il primato nella valutazione dell’ANVUR sulla qualità della ricerca”, e di certo non sfigurerebbe in questa scelta élite. Immagino che Roma non sarà contenta, brandendo invece l’ARWU, ma gli altri?

Leggo che potrebbe arrivare un premio pecuniario speciale alle università che sono riuscite a distinguersi, ottenendo risultati elevati nella classifica di valutazione dell’ANVUR, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca. Immagino che tale premio sarà più alto, quanto più in su nella graduatoria uno si trova: ma se un ateneo come Pisa ha tre volte più ricercatori di uno come Siena, già si immagina chi prenderà la fetta più grossa. Comunque questo è il trend, ovvero l’andazzo: i grassi ingrassano e i magri dimagriscono e non è chiaro come possa risollevarsi un ateneo che ha subito pesanti batoste come questo. Voglio dire, ma che aspettano a mettere in atto questo oramai conclamato proposito di separazione tra “teaching university” e “research university”, oppure l’accorpamento di atenei, come suggeriscono altri, se veramente ci credono? Nel frattempo Human Technopole riceve 80 milioni per l’avvio del progetto.

Ritornando a Siena, ex ateneo semi-generalista, almeno un terzo dei docenti sopravvissuti alla decimazione di quasi la metà del personale docente non sono sensatamente riconvertibili ad una prospettiva di Fachhochschule o roba del genere, né tutti hanno la fortuna di andare in pensione a breve: devono asceticamente rimanere a contemplare i vari stadi di decomposizione, dalla putrefazione sino alla sua riduzione allo stato di polvere? E anche per istituire corsi professionalizzanti, per esempio in Agronomia, come chiede Riccardo Burresi (proposta in sé, astrattamente, sensata, visto che qui aziende di altro tipo essenzialmente non ve ne sono), i mezzi e il personale, dove e come ve li procurate, stanti gli attuali rigidissimi vincoli sul bilancio, sui requisiti di docenza e sul turnover? O veramente pensate di riconvertire un latinista (Tityre, tu patulae… molto bucolico) alla suinicoltura?

Qualcuno, anni addietro, se ben ricordo, aveva ipotizzato di costituire a Siena corsi professionalizzanti attraverso succursali telematiche, non già di Firenze o di Pisa, bensì addirittura di Milano. Del resto, si diceva, con l’aiuto della rete, la distanza non conta e non serve personale aggiuntivo, cosicché pure i requisiti di docenza, magari, sono a posto. Un’idea molto moderna, che potremmo applicare nel campo dell’agricoltura soddisfacendo al contempo l’anelito del Burresi e i draconiani vincoli del governo: una università telematica dove si impara a coltivare i campi su internet. Invece che “Vita e salute”, come il San Raffaele a Milano, questa università la potremmo chiamare “Salute e ghianda”.

Ateneo senese: che la cruda realtà prenda il sopravvento, dopo le ampie aspersioni di vacuo ottimismo e i ludi elettronici del voto telematico

Altan-ultimiFrancesco Frati. Il 2016 presenta segnali di ripresa: l’organico aumenterà di circa 15 unità. Venti professori andranno sì in pensione, ma il 1 novembre assumeremo 25 ricercatori e nel corso dell’anno arriveranno da fuori 10 professori associati o ordinari.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Vale la pena di ricordare che i “ricercatori” sono contratti a tempo determinato, perché il ruolo di ricercatore è stato cancellato dalla legge Gelmini. Non mi sembra dunque corretto conteggiare anche 25 contratti a tempo determinato come se fossero già professori di ruolo (e chissà se lo saranno mai). Dunque il trend negativo si attenua, ma continua e i problemi che questo crea sono quelli che in questo blog sono stati a più riprese evidenziati. Se fa ancora fede la tabella con i dati ufficiali dell’università, in realtà nei prossimi anni di docenti ne verranno a mancare un altro centinaio, che si andranno ad aggiungere ai 328 già andati in pensione dal 2008 ad oggi (1056-728=328). Non è dunque esagerato ripetere che il corpo docente sarà quasi dimezzato. Se, come dice Frati, nel corso del 2016 andranno via 20 professori di ruolo ed entreranno 10 professori di ruolo (i primi dopo un decennio, se si eccettuano quei quattro o cinque a carico dell’AOUS!), in realtà il corpo docente di ruolo nel corso di un anno perderà almeno altri dieci membri. Dico “almeno” perché faccio notare che nel 2015 sono andati via (fra decessi, trasferimenti o maturate condizioni) 69 docenti più del previsto.

Valeria StrambiSe Firenze ha una vocazione generalista e Pisa è punto di riferimento per la ricerca, Siena continuerà a focalizzarsi sulla didattica di primo livello?

Frati. L’ateneo senese è tutto fuorché un super liceo o un’Università vocata solo alle lauree triennali. Lo dimostrano i dati: sono di più gli studenti iscritti alle magistrali e chi proviene da fuori regione è attratto soprattutto dall’offerta specialistica.

Rabbi. Condivido pienamente l’afflato. Ripeto che il sistema italiano non prevede (ancora) una distinzione netta fra “teaching university” e “research university”, ma intanto noto che l’insistenza su questo argomento (sul quale Repubblica torna per la seconda volta a distanza di poco tempo) lascia trapelare che a livello politico fuori dalle mura di Siena il discorso è oramai passato. Inoltre a me risulta anche che molti studenti vadano via dopo le triennali, e questa è una parte significativa dell’esodo (3700 iscritti alle magistrali nel 2008-2009, contro i 2900 nel 2015, non essendovi più, in molte aree, un’offerta a livello di lauree magistrali chiaramente caratterizzata. Mi sembra che il discorso di Frati colga dunque un aspetto della realtà: quello dei settori tutto sommato rimasti in piedi dopo il terremoto. Non chiarisce cosa farne del resto, che non è necessariamente “fuffa” (anzi…), in ispecie tutte le aree che nei prossimi anni verranno ulteriormente desertificate dai pensionamenti, atteso che non ha senso continuare a mettere insieme i brandelli rimasti battezzandoli ogni volta con un nome diverso ed altisonante. Voglio dire, alla fine la “Soupe à l’oignon” è solo una zuppa di cipolle.

Davide Faraone (sottosegretario all’Istruzione). Le università statali sono 60. In proporzione abbiamo meno atenei che altri paesi europei, ma il problema è la qualità: dovremmo evitare di creare doppioni ovunque e dovremmo potenziare e razionalizzare costruendo sinergie tra le regioni e spingere in ogni regione per un coordinamento tra gli atenei in relazione all’offerta formativa e di questi con i singoli territori.

Rabbi. Ora, non ho capito come dovrebbe attuarsi questa razionalizzazione dell’offerta formativa sul territorio toscano; se cioè l’attuazione di un processo di razionalizzazione non debba avvenire attraverso una forma esplicita di comunicazione, di collaborazione, di patteggiamento, di mobilità e di scambio tra atenei. Altrimenti non si capisce che cavolo si voglia intendere parlando di “razionalizzazione dell’offerta” e “sinergia”, e la cosa inquieta non poco, perché il sospetto è che nella divisione dei ruoli, uno faccia l’incudine e l’altro faccia il martello. O forse si ritiene che, pur operando ciascuno per proprio conto, poi tutto si tenga assieme per una sorta di leibniziana “armonia prestabilita”, in cui ciascuna monade, pur non comunicando, si trovi spontaneamente a prendere il posto che le compete nell’ordine del cosmo? Devo dire che quest’ipotesi, più che alla metafisica leibniziana mi fa pensare al tizio che si era fidanzato con una donna, ma lei non lo sapeva.

Terminati i ludi elettronici del voto telematico, che sono stati preceduti da ampie aspersioni di vacuo ottimismo, spero che la cruda realtà riprenda il sopravvento. Informa il Rettore uscente che “malgrado i recenti annunci sulla ristabilizzazione del FFO, i fondi non vincolati sono stati ridotti di un ulteriore 1%, diminuzione che si aggiunge ad una situazione di sottofinanziamento ormai endemico”. Insomma, poca roba, si dirà, ma un piccolo segnale della lenta erosione che non consente, al di là degli slanci volontaristici tipici delle campagne elettorali, di pensare realmente a prospettive di sviluppo. Le università italiane, soggiunge il Rettore uscente, “prenderanno una posizione” in proposito. Immagino che posizione. Qualcuno in stazione eretta, sì da consentirgli una agile locomozione, altri in un genere di postura arcuata che rende la deambulazione assai più impacciata.

«Le tre università toscane debbono individuare la loro vocazione con Siena relegata alla didattica di primo livello»

OmbraRabbi Jaqov Jizchaq. Commenta Andrea: «Iniziano le grandi manovre per formare i primi “hub di ricerca” a quanto pare bisognerebbe spostare l’attenzione delle varie discussioni su tematiche concrete a Siena, altrimenti davanti a questi futuri colossi dove si va?»

Scusate se insisto, ma l’insistenza, dicono, quando non giungono risposte, è pratica di buon giornalismo. Il più diffuso quotidiano nazionale, Repubblica, riporta una considerazione circa l’università di Siena che suona quasi come una sentenza: «soltanto Pisa emerge come centro di ricerca di buon livello nel panorama nazionale. Questo quadro suggerisce una riflessione: è inutile fare appello alla gloriosa tradizione e declamare l’eccellenza su tutti i fronti, le tre università debbono individuare la loro vocazione: Firenze può ambire ad essere una università generalista di buon livello, Pisa un centro di eccellenza nella ricerca scientifica, Siena un università specializzata nella didattica di primo livello.»

Siena relegata alla “didattica di primo livello”: che ne pensa di un simile programma, evidentemente non scaturito spontaneamente dalla penna di un giornalista, il gruppo che con continuità guida l’ateneo da molti anni (che poi, in un senso più esteso, è anche il gruppo che guida la città)? Credo che chi non ha la fortuna di andare in pensione a breve (e, paventando il recapito della “busta arancione”, medita che forse anzi non ci andrà mai) abbia almeno il diritto di sapere grosso modo per cosa si affanna e quale sarà il proprio destino, dopo dieci anni di congelamento nel freezer a far finta di essere ancora un “giovane ricercatore”. In vari messaggi precedenti avevo modestamente espresso la seguente opinione:

1) Trovavo ipocrita che si parlasse de “l’università di Siena”, come se niente fosse cambiato dal 2007 ad oggi. Vi sono aree scientifiche che Siena non è più in grado di sostenere, perché non può, né potrà per almeno vent’anni recuperare nemmeno la metà della metà della gente che è andata via. Considerato che in certi specifici ambiti ciò non accade solo a Siena, tra gli atenei toscani, e che non è un corretto uso delle risorse umane quello di mettere gente a fare ciò che non sa e non dovrebbe fare e non consentirgli di fare ciò che deve fare (vedi capitolo ANVUR e VQR) e che saprebbe fare, mi ero pertanto permesso (citando l’art. 3 della riforma Gelmini) di avanzare sommessamente una proposta.

Sostenevo che forse avrebbe più senso, alla luce della sbandierata regionalizzazione, concentrare i docenti in esubero di queste aree dismesse in poli regionali – limitatamente, ripeto, a questi casi di conclamata ed irrecuperabile insostenibilità – dotati di quella “massa critica” necessaria affinché parole come “eccellenza” e “ricerca” abbiano un significato non eufemistico. Ebbene, questo, in genere, non si è fatto, se non limitatamente ad alcuni dottorati sponsorizzati dalla regione: tra burocrazia kafkiana che pesa come una palla al piede e gelosie particolaristiche delle immarcescibili baronie, il discorso è stato affossato. Mi domando dunque come si possa pensare a progetti di più ampio respiro, guidati da una regia centrale regionale, se non si è stati capaci nemmeno di realizzare obiettivi minimali di collaborazione, peraltro previsti dalla riforma.

2) Altra e totalmente diversa cosa è dire che Siena deve diventare tout-court una sorta di fattrice atta a produrre diplomati triennali (in inglese si dice “teaching university”) ad uso degli altri atenei, rinunciando perciò in ogni campo alla ricerca e all’eccellenza: dunque anche in quei settori non troppo, o non ancora investiti dalla crisi dove l’ateneo si distingue a livello nazionale e non solo. Continuare cioè a devastare il proprio patrimonio di eccellenze puntando dritto a divenire un’università di serie B (anche se pubblicamente si va affermando il contrario) in nome di un progetto vago concepito non si a bene in quali antri. Oppure (versione edulcorata del medesimo progetto di riduzione a sede distaccata) irrealisticamente pensare che si debbano mantenere un paio di settori d’eccellenza al massimo, e tutto il resto, cioè una buona parte dell’ateneo, mandarlo in malora.

Insomma, una cosa è collaborare in un reciprocamente vantaggioso “do ut des” tra il cieco e lo zoppo in quanto università pubbliche e dipendenti dello stato, un’altra cosa è sottomettersi del tutto, rinunciando al proprio rango e alla propria autonomia. In ogni caso sarebbe grazioso il parlar chiaro. A me pare che si fosse partiti, plausibilmente, discutendo della possibile attuazione del punto (1), ma si stia pericolosamente scivolando fino ad accettare le premesse del punto (2), come attesta l’articolo su Repubblica. La ridotta mole di un ateneo che si avvia a diventare grande un terzo di quelli vicini, tra i quali spicca un grosso “hub” pisano che risucchia nella sua orbita ciò che vi è intorno, danno adito al sospetto che tutto sia già deciso. Perché in fondo, ritengono alcuni (a torto), è un programma più facile da attuare: basta non fare niente e que sera sera…

Almeno i candidati a Rettore risponderanno alla domanda «dove va l’Università di Siena?»

StemmaUnisiRabbi Jaqov Jizchaq. Leggo che una peculiarità del sistema italiano è la “dispersione della performance”, non la sua concentrazione in pochi atenei. Cioè a dire le “eccellenze” sono distribuite in modo abbastanza uniforme. E per converso direi che anche le sedi d’eccellenza hanno al loro interno diverse schifezze. Soggiungo che, nel momento in cui si parla di concentrazioni in “grossi hub”, verosimilmente regionali, curiosamente non si dice come ciò dovrebbe avvenire, né si nota, per esempio, che non esiste alcun serio sistema per consentire ai docenti, in una maniera che non sia eccezionale (sicché non costituisca “l’eccezione che conferma la regola”), di transire da una sede a un’altra.

Il seguito dato all’articolo 3 della riforma, relativo alle collaborazioni inter-ateneo, in quei settori dove i singoli atenei non abbiano più la possibilità di fare da soli – al di là dei dottorati Pegaso – mi pare che sia piuttosto scarso, anche perché il contenuto di questo articolo si riduce a poco più di una blanda esortazione, non accompagnata da un progetto vero e proprio, né dalla garanzia che atenei come Siena diventino ancor di più “provincia dell’Impero”, luogo di merende e scampagnate, deposito temporaneo di docenti svogliati, accentuando quei fenomeni deleteri (assenteismo, instabilità, totale indifferenza al destino dell’istituzione) che già hanno contribuito alla loro decadenza.

Egualmente non ho capito come potrebbe aver luogo operativamente in Italia la distinzione fra “teaching” e “researching university”, assente dall’attuale quadro normativo. Ma anche se ciò fosse reso possibile, mediante una riforma (della riforma) che cancellasse, tra le altre cose, l’eufemistica “autonomia universitaria”; se cioè ricerca e insegnamento venissero messi definitivamente su binari diversi (e se lo saranno, si spera che almeno si riconoscerà una dignità all’insegnamento, visto che con gli attuali meccanismi premiali è inteso quasi come una punizione per bambini cattivi), è evidente che ciò porterebbe con sé anche una totale deregulation e la differenziazione degli stipendi a seconda della sede: la “contrattualizzazione” del corpo docente, che consentirebbe di differenziare la retribuzione dei professori più bravi.

Anche questo è un tema che ronza nell’aria e, prima o poi, verrà messo sul piatto. Ma, è evidente a questo punto che i ricercatori più bravi (salvo asceti e flagellanti) migrerebbero verso gli atenei più ricchi e maggiormente dotati di risorse. Questi, perciò stesso, incrementerebbero il loro vantaggio e si creerebbe una spirale virtuosa che per gli altri si trasformerebbe in circolo vizioso, spalancando sempre di più la forbice in modo irreversibile. Come Superciuk, il sistema continuerebbe a salassare i poveri per donare ai ricchi, ma lo farebbe in nome della meritocrazia.

Uno la può pensare come vuole al riguardo e può farsi paladino di un modello che preveda la netta distinzione tra insegnamento e ricerca, ma quello che volevo sottolineare, e che mi inquieta, è come al momento non vi siano regole per porre in atto questo vagheggiato modello. Quando ci sono le regole del gioco, uno può decidere di giocare o di astenersi, e se gioca, sapendo quali sono le regole, può anche rassegnarsi a perdere; ma è evidente che un gioco senza regole, con regole cangianti, con regole varate “a posteriori”, ha tutto l’aspetto di una truffa. La gente non può passare tutta la vita ad aspettare che in alto loco si decidano su quale modello adottare, cambiando continuamente le regole del gioco.

“Nell’anima non ho neanche un capello bianco”, dice Vladmir Majakovskij, ma nella zucca io ne ho assai e non ne avevo quando si cominciò a parlare della sorte dei “giovani ricercatori”. Fu anche detto in alcune sedi, ad uso dei creduloni, che il pensionamento di 350 professori apriva la strada al reclutamento di centinaia di “giovani ricercatori” (e il modo ancor m’offende). In realtà si trattò solo del taglio di 350 posti di lavoro, tutti di docente, che preludeva all’instaurazione di un diverso “modello” di università. Dopo anni, solo adesso si è aperta la possibilità di trasformare un po’ di ricercatori in associati (gente che, di fatto, già svolgeva il ruolo di associato). Ma non si tratta, appunto, di posti nuovi, bensì solo di avanzamenti di gente già di ruolo e non più giovanissima, e anche qui è evidente che coloro i quali operano nei settori che non rientrano in questo nuovo “modello”, non hanno speranza alcuna. I giovani, intanto, come affermava Benedetto Croce, hanno un solo compito: quello di invecchiare.

Facciamo due conti.
– L’Italia ha 130.000 studenti in meno su 1.700.000 negli ultimi cinque anni, cioè intorno all’8%: ma a Siena, se i dati sono quelli riportati, siamo intorno al 30%!
– L’Italia ha perso 10 mila docenti e ricercatori dal 2008 al 2015. Per quanto riguarda i docenti di ruolo, si tratta di oltre il 13% del personale docente, contro una media del 5% del pubblico impiego. Ma se è vero, com’è vero che a Siena stiamo passando da 1062 docenti (nel 2006) a 712 (oggi) siamo al 33% di perdite e l’ateneo senese si sta riducendo a un terzo di quello pisano o fiorentino.
Aggiungo che oramai è un’asfissiante propaganda pressoché quotidiana e bipartisan, quella che vuole un ridimensionamento del sistema degli atenei, con la concentrazione delle risorse in “pochi hub”. Alla luce di tutto ciò risulta sempre più urgente un chiarimento: dove va l’Università di Siena? Una risposta, prima o poi, è dovuta. Si narra di un martire arrostito sulla graticola, che avverte i torturatori: «Potete girarmi, da questo lato sono già cotto», ma non tutti posseggono questo sublime sense-of-humor.

Chi prefigura un definitivo ridimensionamento dell’ateneo senese si dispone di fatto ad accettarne il ruolo di sede distaccata

Altan-ragionareRabbi Jaqov Jizchaq. Scovo questo editoriale di Gramellini in cui il vicedirettore della Stampa auspica, a proposito delle università del Sud (ma il discorso per estensione vale anche per il Nord): «una drastica riforma universitaria anti-clientelare che spazzi via il pulviscolo delle facoltà che fabbricano disoccupati e concentri ogni risorsa su quattro-cinque atenei, uno per regione, facendone poli di eccellenza.»

A parte che, nel troiaio inguardabile che è scaturito dalle recenti riforme, le Facoltà non esistono più (dura ad entrare nella mente della gente!), oramai è letteralmente un coro di voci che spinge in questa direzione: pochi “hub” regionali e il resto, o chiuso, o sede distaccata (“teaching university”), e mi chiedo perciò a che gioco stia giocando chi – con insopportabile narcisismo magari però reputando sé stesso indispensabile – con la scusa di rilanciare l’ateneo, auspica lo smantellamento o riduzione a rango ancillare e di profilo infimo di ulteriori aree scientifiche, e un ulteriore contrazione della ricerca e dell’offerta formativa.

È infatti evidente che il gongolarsi nella retorica di un piccolo (e dispendioso) ateneo autonomo, contrasta visibilmente con le tendenze di tutta la politica nazionale. Oggi chi (alcuni apertamente e alcuni velatamente) prefigura un definitivo ridimensionamento dell’ateneo, si dispone di fatto ad accettare il ruolo di “provincia dell’Impero”, sede distaccata di potentati accademici siti altrove. È possibile evitare tutto ciò? Dicono di no, perché così vuole il fato. Ma allora, se Dio, la politica regionale, il ministero, i media e le autorità politiche locali perseguono questo obiettivo, cerchino almeno di essere conseguenti. Difatti è più apprezzabile chi dice cosa vuol fare e lo fa, di chi dice una cosa, ma ne fa un’altra. Si intende che è il vostro progetto, non il mio: io, nel mio piccolo, partecipando come utente alla discussione di questo blog, faccio solo opera maieutica per cavarvi di bocca il non detto.

Anzitutto (e non da ora) non è chiaro cosa si intenda farne delle decine di persone condannate all’epurazione perché operanti in quei settori che si è convenuto di abbandonare. Per ora domina l’eufemismo e la purga è chiamata “lassativo”. Quando un genovese muore, dicono che “si è tolto dalle spese”. Volete creare grossi poli regionali in cui le varie materie godano di una massa critica sufficiente a produrre quella ricerca necessaria per far contenta l’ANVUR e per rientrare nei ranking internazionali? Ebbene, fatelo, se avete il potere di farlo.

Ma diteci innanzitutto che cacchio sono le “teaching universities” e chi le paga, se le risorse vengono elargite essenzialmente sul volume dei “prodotti della ricerca” (VQR, SUA…), come si dice oggi, con linguaggio da venditori di saponette. Chi ci si iscriverà? Con quale spirito verranno gestite, se la didattica non conta più assolutamente nulla, né per la carriera dei singoli, né per il finanziamento delle strutture? Come si attua la mobilità? In passato ebbi a scrivere che se è comprensibile la strenua resistenza di chi è ancora vivo, che fa bene a resistere, non si capisce cosa abbia da perdere dall’ipotesi di migrare a cinquanta chilometri (magari essendo residente a Poggibonsi) chi a Siena già è stato ammazzato e non ha speranza alcuna di risurrezione: ma come si fa a non sottolineare che a ciò manca persino il quadro normativo?

È chiaro che i problemi più grossi non sono risolubili in sede locale, dall’impianto normativo ai finanziamenti («Eurostat, Italia maglia nera in Europa per spesa pubblica per l’istruzione: il 4,1% del Pil, peggio della Romania»). Capisco inoltre che una risposta precisa a queste domande sarebbe possibile solo se non fossimo in Italia. Qui, tradizionalmente, la politica è lasciare che tutto imputridisca, sperando che si manifesti poi casualmente un qualche miracoloso potere salvifico delle muffe generate spontaneamente, come una specie di Pennicillina.

P. S. Dimenticavo questa considerazione. Mi par di capire che alcuni sostengono una più raffinata teoria del fritto misto: molte triennali (“teaching university”), dove lavora un esercito sotterraneo di schiavi, che insegnano perché qualcuno evidentemente ha stabilito non essere adatti alla ricerca, affiancate da un paio di esperienze “d’eccellenza”. Ma basterebbe per tenere in piedi un ateneo che voglia dirsi “autonomo” e “generalista”? Può, viceversa, a questi lumi di luna, sussistere un piccolo ateneo rifondato al grido di battaglia “pochi ma bòni” (con conseguenti purghe)? Siccome la risposta a quest’ultima domanda retorica tremo sia inesorabilmente NO, non v’è chi non veda che anche dietro questa teoria c’è implicita (ma non inconscia) l’accettazione del ruolo ancillare e subalterno cui alludevo: i poli “d’eccellenza” sarebbero cioè eccellenze decentrate, un po’ come la FIAT di Melfi, presidio locale di uno “hub” regionale con la testa altrove. Se infatti la didattica deve essere intesa essenzialmente come punizione che non dà premi, il lato B (“teaching university”) di questa ipotesi “ibrida” costituirebbe per gli eroici ricercatori solo una inutile zavorra che ne offuscherebbe la gloria; a meno che, appunto, il tutto non faccia parte di un agglomerato più vasto dove luci e ombre si bilancino.

Soggiungo che non c’è un modo per barcamenarsi. L’ipotesi dei grandi “hub” è come una lavagna dove esistono solo la colonna dei “buoni” e quella dei “cattivi”, non di quelli mezzi e mezzi: niente Limbo e un Purgatorio solo fittizio, perché come già ribadito ad nauseam, i meccanismi premiali e del turnover non fanno che acuire le distanze, funzionando come il mitico Superciuk dei fumetti di Alan Ford, ossia una specie di “Robin Hood al contrario” che arricchisce i già ricchi e impoverisce i già poveri. Il declino non pare pertanto essere reversibile: se in un’area eccellentissima ci sono sette magnifici ricercatori e sei di questi sette Samurai ti vanno in pensione senza poter essere sostituiti, tu perdi anche quelle eccellenze che possiedi. Al settimo Samurai non resta che fare harakiri.

A mio modestissimo avviso tutto questo dovrebbe essere posto in primo piano nella campagna elettorale per il futuro rettore; il mondo politico, locale e nazionale, andrebbe interrogato senza peli sulla lingua per capire dove esattamente si intende portare il sistema universitario, e a che vale il nostro affannarsi.

Io era tra color che son sospesi (Inferno, Canto II).