In Italia il sistema università sarà costituito da qualche ateneo eccellente, una ventina di serie B e gli altri di serie C

Vincenzo Vespri

Vincenzo Vespri

‘L’Università non può sostituirsi all’impresa’. Parola al prof. Vincenzo Vespri (da: il Fatto Quotidiano/Blog di Fabio Scacciavillani, 6 agosto 2016)

Fabio Scacciavillani. Questo post contiene un’intervista a Vincenzo Vespri, professore universitario di matematica a Firenze, personaggio atipico nell’accademia italiana, soffocata da tromboni e parentopoli.

Domanda: Qual è la percezione dell’opinione pubblica sull’Università italiana?

Risposta: i ritornelli più diffusi sono due:
a) L’Università, l’alta formazione e la ricerca sono sotto-finanziati. Un paese che vuole rimanere in serie A non può investire un misero 0.98% del Pil in Università, innovazione ed alta formazione;
b) L’Università attualmente è autoreferenziale e di scarsa utilità per il Paese.

D: Quali dei due riflette meglio la realtà?

Entrambi. Per partecipare alla Champions League occorre investire non solo in goleador, ma anche in giovani, in centrocampisti e difensori. L’allenatore, inoltre, è fondamentale per imprimere coralità ed incisività, contenendo le “prime donne”.

D: Quindi cosa suggerisce per cambiare rotta?

Per prima cosa occorrerebbe definire quali siano le missioni da affidare all’Università. Io credo che in ordine d’importanza siano:

1) L’alta formazione;
2) Il trasferimento della conoscenza accademica al mondo produttivo. Se l’Università non svolge questa funzione viene considerata autoreferenziale;
3) L’attività di ricerca che allarghi il campo della conoscenza.

Attualmente il mondo accademico tende a sopravvalutare il punto 3), il mondo industriale il punto 2). L’ ”Allenatore”, cioè il governo, dovrebbe operare le scelte per contemperare queste tre esigenze e manifestarle pubblicamente.

D: E invece cosa accade?

Attualmente sembra prevalere la logica di penalizzare le sedi deboli, mantenere stabile il finanziamento per le sedi consolidate e sovra-finanziare centri di ricerca che, per quanto prestigiosi, non si sobbarcano l’onere della formazione della massa degli studenti. Quindi stiamo scivolando, più o meno consapevolmente, verso un sistema con qualche università eccellente, una ventina di serie B e la gran parte di serie C.

D: È sempre più diffusa un’avversione alla scienza. Come mai la gente crede alle falsità sulla Xylella, i vaccini che provocano l’autismo, alle scie chimiche o al ritorno alla lira che magicamente creerebbe il Bengodi?

In genere, ai talk show, invitano o squinternati o talebani, dando un’immagine devastante della nostra categoria. I politici si circondano di professori di fisica digiuni di leggi della fisica o di professori di economia a disagio nel far di conto. I matematici frequentemente in TV sono Odifreddi, la cui produzione scientifica di punta risale a circa 25 anni fa e il matematico dei pacchi, Matiacic (che non è un universitario).
Per di più il presentatore del talk show, secondo le leggi espresse da Eco su Mike Bongiorno, deve sembrare più cretino del telespettatore medio. Pertanto non contraddice mai le bestialità profferite, anzi zittisce gli esperti. Ricordo un dibattito in cui Rubbia fece notare che l’affermazione di un interlocutore contraddiceva le leggi della fisica. Il presentatore ammonì prontamente Rubbia che in un dibattito televisivo ogni opinione meritava rispetto. Ultimamente Red Ronnie è stato messo a confronto con un virologo sui vaccini. Nei dibattiti per il referendum sulle trivelle intervenivano professori che ignoravano cosa fosse un kw o la potenza oppure che non sapevano fare un bilancio energetico.

D: Torniamo agli obiettivi del sistema universitario. Quale sarebbe il mix ideale tra ricerca e formazione?

La ricerca è fondamentale. Se uno non è stato in grado nella vita di fare una ricerca decente, non è in grado di fare bene né l’attività 1) né l’attività 2). È necessaria una valutazione della ricerca al fine di selezionare le eccellenze dalla zavorra, ma non si può estremizzare questa funzione. Né si può affidare il timone a esponenti di grandi gruppi di ricerca, che non abbiano dato contributi nel trasferimento tecnologico e che spesso non hanno grande esperienza didattica e formativa. Tenderanno a premiare ricerca di discreta caratura ma con scarso impatto pratico, esacerbando l’autoreferenzialità e la sostanziale inutilità sociale dell’Università.
Nella valutazione della ricerca non vanno esclusi i ricercatori di grandi scuole, ma devono essere affiancati da esponenti del mondo reale che tengano conto anche delle altre due finalità. Inoltre non si può considerare la produzione scientifica come discriminante unica per la carriera.

D: Insomma un’università meno impermeabile al mondo reale.

Il trasferimento tecnologico è sicuramente l’azione più visibile e apprezzata dal mondo “reale”. Ma la ricerca universitaria non può essere confindustrializzata, altrimenti si rinuncerebbe ai benefici della ricerca pura. L’Università non può sostituirsi all’impresa. Sono due mondi collegati, ma non intercambiabili. Il trasferimento tecnologico è una fase delicata che richiede un impegno specifico. Tuttavia ai vertici della carriera accademica dovrebbe assurgere chi ha dato un contributo sia nella ricerca che nelle applicazioni.

D: E l’attività formativa?

Rimane l’attività principe. L’attività didattica non si esaurisce nell’insegnare formule o concetti. Occorre instillare un pensiero critico ed autonomo. Non è cruciale insegnare le tecnologie attuali, ma va plasmata nello studente una flessibilità mentale per adattarsi alle innovazioni. In definitiva dovrà essere in grado di imparare da solo le nuove tecnologie/metodologie/tecniche che l’evoluzione scientifica imporrà.

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«Le tre università toscane debbono individuare la loro vocazione con Siena relegata alla didattica di primo livello»

OmbraRabbi Jaqov Jizchaq. Commenta Andrea: «Iniziano le grandi manovre per formare i primi “hub di ricerca” a quanto pare bisognerebbe spostare l’attenzione delle varie discussioni su tematiche concrete a Siena, altrimenti davanti a questi futuri colossi dove si va?»

Scusate se insisto, ma l’insistenza, dicono, quando non giungono risposte, è pratica di buon giornalismo. Il più diffuso quotidiano nazionale, Repubblica, riporta una considerazione circa l’università di Siena che suona quasi come una sentenza: «soltanto Pisa emerge come centro di ricerca di buon livello nel panorama nazionale. Questo quadro suggerisce una riflessione: è inutile fare appello alla gloriosa tradizione e declamare l’eccellenza su tutti i fronti, le tre università debbono individuare la loro vocazione: Firenze può ambire ad essere una università generalista di buon livello, Pisa un centro di eccellenza nella ricerca scientifica, Siena un università specializzata nella didattica di primo livello.»

Siena relegata alla “didattica di primo livello”: che ne pensa di un simile programma, evidentemente non scaturito spontaneamente dalla penna di un giornalista, il gruppo che con continuità guida l’ateneo da molti anni (che poi, in un senso più esteso, è anche il gruppo che guida la città)? Credo che chi non ha la fortuna di andare in pensione a breve (e, paventando il recapito della “busta arancione”, medita che forse anzi non ci andrà mai) abbia almeno il diritto di sapere grosso modo per cosa si affanna e quale sarà il proprio destino, dopo dieci anni di congelamento nel freezer a far finta di essere ancora un “giovane ricercatore”. In vari messaggi precedenti avevo modestamente espresso la seguente opinione:

1) Trovavo ipocrita che si parlasse de “l’università di Siena”, come se niente fosse cambiato dal 2007 ad oggi. Vi sono aree scientifiche che Siena non è più in grado di sostenere, perché non può, né potrà per almeno vent’anni recuperare nemmeno la metà della metà della gente che è andata via. Considerato che in certi specifici ambiti ciò non accade solo a Siena, tra gli atenei toscani, e che non è un corretto uso delle risorse umane quello di mettere gente a fare ciò che non sa e non dovrebbe fare e non consentirgli di fare ciò che deve fare (vedi capitolo ANVUR e VQR) e che saprebbe fare, mi ero pertanto permesso (citando l’art. 3 della riforma Gelmini) di avanzare sommessamente una proposta.

Sostenevo che forse avrebbe più senso, alla luce della sbandierata regionalizzazione, concentrare i docenti in esubero di queste aree dismesse in poli regionali – limitatamente, ripeto, a questi casi di conclamata ed irrecuperabile insostenibilità – dotati di quella “massa critica” necessaria affinché parole come “eccellenza” e “ricerca” abbiano un significato non eufemistico. Ebbene, questo, in genere, non si è fatto, se non limitatamente ad alcuni dottorati sponsorizzati dalla regione: tra burocrazia kafkiana che pesa come una palla al piede e gelosie particolaristiche delle immarcescibili baronie, il discorso è stato affossato. Mi domando dunque come si possa pensare a progetti di più ampio respiro, guidati da una regia centrale regionale, se non si è stati capaci nemmeno di realizzare obiettivi minimali di collaborazione, peraltro previsti dalla riforma.

2) Altra e totalmente diversa cosa è dire che Siena deve diventare tout-court una sorta di fattrice atta a produrre diplomati triennali (in inglese si dice “teaching university”) ad uso degli altri atenei, rinunciando perciò in ogni campo alla ricerca e all’eccellenza: dunque anche in quei settori non troppo, o non ancora investiti dalla crisi dove l’ateneo si distingue a livello nazionale e non solo. Continuare cioè a devastare il proprio patrimonio di eccellenze puntando dritto a divenire un’università di serie B (anche se pubblicamente si va affermando il contrario) in nome di un progetto vago concepito non si a bene in quali antri. Oppure (versione edulcorata del medesimo progetto di riduzione a sede distaccata) irrealisticamente pensare che si debbano mantenere un paio di settori d’eccellenza al massimo, e tutto il resto, cioè una buona parte dell’ateneo, mandarlo in malora.

Insomma, una cosa è collaborare in un reciprocamente vantaggioso “do ut des” tra il cieco e lo zoppo in quanto università pubbliche e dipendenti dello stato, un’altra cosa è sottomettersi del tutto, rinunciando al proprio rango e alla propria autonomia. In ogni caso sarebbe grazioso il parlar chiaro. A me pare che si fosse partiti, plausibilmente, discutendo della possibile attuazione del punto (1), ma si stia pericolosamente scivolando fino ad accettare le premesse del punto (2), come attesta l’articolo su Repubblica. La ridotta mole di un ateneo che si avvia a diventare grande un terzo di quelli vicini, tra i quali spicca un grosso “hub” pisano che risucchia nella sua orbita ciò che vi è intorno, danno adito al sospetto che tutto sia già deciso. Perché in fondo, ritengono alcuni (a torto), è un programma più facile da attuare: basta non fare niente e que sera sera…