Libertà d’informazione o libertà di querela?

Un interessante articolo dell’avv. Caterina Malavenda sull’uso pretestuoso delle querele per diffamazione pubblicato su MicroMega (3/2019). Per leggere l’articolo integrale cliccare qui.

 

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Salute e Ambiente nella Democrazia dei Beni Comuni

Perché il destino di Radio Radicale ci riguarda tutti

(Da: il manifesto 23 febbraio 2019)

Andrea Pugiotto. Ciò che non è riuscito – pur avendoci provato – a molti governi precedenti, è ora a portata di mano di quello felpa-stellato: chiudere Radio Radicale.

Sarà il trailer per le chiusure che seguiranno, con il programmato taglio dei contributi per l’editoria: Avvenire, Il Foglio, questo stesso quotidiano.

Poiché sono i mezzi a prefigurare i fini, c’è da essere seriamente preoccupati. Si tratta infatti di voci molto diverse tra loro, ma con un denominatore comune: pensare altrimenti, rispetto al populismo e al sovranismo imperanti.

Si difende il diritto all’informazione in un solo modo: informando. È quanto da sempre fa Radio Radicale, fedele al suo motto einaudiano «conoscere per deliberare».

Da un partito eterodosso non poteva che nascere un’emittente inedita nel suo fare informazione: di parte, ma non faziosa; privata, ma capace di fare servizio pubblico; piccola, ma non marginale; senza musica, solo parole; niente pubblicità, tutta informazione; vox populi grazie ai fili diretti e alle interviste per strada, ma non populista; una voce che dà voce a ogni voce; «dentro, ma fuori dal Palazzo».

Un ossimoro radiofonico, insomma, rivelatosi spazio ragionante grazie ai suoi tempi lunghi, e non menzognero grazie alla scelta di trasmettere tutto, da ovunque, per tutti, direttamente.

Così è stata fin dalle origini. Perché l’informazione di potere si batte così, mettendo in rete le istituzioni, i partiti, i sindacati, i movimenti, l’opinione pubblica, consentendo a ciascuno di sapere, capire, farsi un’idea. L’esatto contrario di una controinformazione altrettanto faziosa, destinata a farsi omologato senso comune a rapporti di forza rovesciati.

Se è la durata a dare forma alle cose, si è trattato di una felice intuizione: Radio Radicale, infatti, trasmette ininterrottamente dal 1975.

La sua probabile chiusura – come quella delle testate che seguiranno – segnala lo scontro in atto per la rappresentazione della realtà, di cui si vuole proibire una comunicazione non mediata, capace di mostrarla per ciò che è, fuori dal dominio controllato dei portavoce, dei blog eterodiretti, dei tweet autoreferenziali, dei narcisistici selfie.

Nel caso di Radio Radicale c’è dell’altro. Non è in gioco solo la rappresentazione del presente, ma anche la memoria del passato e del futuro.

Il suo archivio è il più grande tabernacolo audiovisivo di democrazia, dove sono custoditi nella loro integralità oltre quarant’anni di storia politica, giudiziaria, istituzionale. Una memoria collettiva di quel che è stato detto e fatto, fruibile da chiunque.

Sappiamo da Orwell che «chi controlla il passato, controlla il presente; chi controlla il presente, controlla il futuro». Ecco perché l’archivio di Radio Radicale è un’arma nonviolenta per resistere a coloro che nulla sanno e poco vogliono sapere, desiderosi di plasmare una storia semplificata e binaria, dove autorappresentarsi nuovi, giusti, innocenti, arcangeli vendicatori.

Qui lo stop all’attività di registrazione e catalogazione sarà già un colpo mortale per tutti, non solo per Radio Radicale: il suo archivio, infatti, è un fondo alimentato ogni giorno da documentazioni che si aggiungono a quelle già esistenti. Interromperne il flusso significa smarrire per sempre le tracce di quanto accadrà nel nostro Paese. Irrimediabilmente.

Dunque, preoccuparsi per Radio Radicale e occuparsi della sua sorte si deve, ma come?

Il cappio che può stringerla mortalmente è tutto normativo: è la legge di bilancio ad aver dimezzato il contributo per la trasmissione delle sedute parlamentari, rinnovando la relativa convenzione solo per il primo semestre 2019. È la stessa legge a stabilire l’eliminazione del contributo per l’editoria a partire dal 1 gennaio 2020. Solo una sua duplice modifica può consentire di giocare il possibile contro il probabile.

«La stampa serve chi è governato, non chi governa»Corte Suprema degli Stati uniti, 30 giugno 1971

Mi (e vi) domando: dove sono i tanti parlamentari, di ogni schieramento, che mai si sono sottratti ai microfoni di Radio Radicale?

Perché i senatori a vita, custodi di un’autentica memoria collettiva, non si fanno promotori di un’iniziativa legislativa ad hoc?

Si può sperare in un’oncia di ascolto a Palazzo Chigi, dove siede un giurista che conosce il rango costituzionale del pluralismo informativo?

Il film The Post, citando la Corte Suprema, ha ricordato a tutti che «la stampa serve chi è governato, non chi governa». Vale ovunque esista uno stato di diritto che sia ancora tale. Anche per questo la sorte di Radio Radicale prefigura il destino che tutti ci accomuna.

Università: «Riconoscete che abbiamo fatto di più e meglio di chi ci ha preceduti»

Lorenzo Fioramonti

Lorenzo Fioramonti (Vice Ministro del Miur). Ora che la Legge di Bilancio è stata approvata in via definitiva, voglio fare un resoconto delle misure importanti che contiene per quanto riguarda l’università, la ricerca e l’alta formazione artistica e musicale:
1) Abbiamo aumentato le risorse generali per i fondi di finanziamento delle università e degli enti di ricerca. Queste risorse servono per pagare salari, strutture e ricerca di base. Le cifre specifiche le ho discusse nel post precedente. Qui basta dire che i finanziamenti stanziati in questa Legge sono superiori a tutti quelli degli ultimi dieci anni. Nessun governo dal 2008 in poi ha fatto di più. Ovviamente serviranno molti più fondi per rilanciare profondamente il settore. Sono il primo ad ammettere che dopo tanti anni di sottofinanziamento e oltre 800 milioni di tagli in un decennio, la strada da percorrere è ancora lunga. Ma ho letto resoconti completamente falsi e allarmistici sui media. È legittimo aspettarsi di più, ma chi oggi ci critica non può negare che abbiamo invertito una tendenza. Abbiamo anche varato un piano straordinario per l’assunzione di nuovi 1000 ricercatori, a cui se ne aggiungeranno altri 500 grazie a risorse aggiuntive (più dei governi precedenti). Si è parlato in modo inesatto di blocco delle assunzioni a tempo indeterminato, che – come ho spiegato in precedenza – non solo non riguarda i nuovi ricercatori, ma non riguarda neanche i passaggi ad associato o tutte le chiamate su punti organico precedenti al 2019. Quindi non avrà alcuna influenza reale sulle carriere accademiche, ma ci aiuta a restare nei parametri contabili dell’UE.
2) Abbiamo aumentato di 10 milioni di euro le risorse per il Fondo Integrativo Statale, che serve a coprire le borse di studio. D’accordo col Ministro, abbiamo anche deciso di escludere questo fondo da possibili accantonamenti ministeriali per il 2019. Garantiremo quindi maggiori risorse per il diritto allo studio nei mesi a venire. Anche qui, vale lo stesso principio: se qualcuno vuole proprio criticarci, lo faccia perché magari si aspettava che saremmo riusciti in un solo colpo ad offrire borse di studio a tutti gli studenti aventi diritto (un obiettivo che ci siamo impegnati a realizzare nell’arco della legislatura) ma almeno riconosca che abbiamo fatto di più e meglio di chi ci ha preceduto.
3) Abbiamo introdotto un meccanismo per cominciare a rafforzare le risorse umane nelle università, superando il tetto del turnover imposto negli anni precedenti. Come? Permettendo alle università che hanno risorse libere di investire per assumere nuovi ricercatori e nuovi amministratori. E lo abbiamo fatto garantendo sia università del Nord, sia università del Centro e del Sud (a differenza di chi per anni ha sostenuto un modello di “eccellenza” che ha premiato i soliti pochi noti). Abbiamo anche finanziato la Scuola Superiore di Napoli ed il Tecnopolo per lo Sviluppo Sostenibile a Taranto per dimostrare non solo la volontà di sostenere l’innovazione, ma anche l’attaccamento a territori martoriati da decenni di politiche sbagliate. Ovviamente serviranno anche norme ordinamentali per il reclutamento, la valutazione e la carriera accademica. Su questo agiremo nei primi mesi del prossimo anno, perché non si possono fare in una manovra di bilancio.
4) Stiamo continuando il processo di ‘statizzazione’ di molte strutture dell’alta formazione artistica e musicale, a cominciare dagli istituti superiori musicali e dalle accademie non statali. Abbiamo stanziato fondi per la disabilità e ci accingiamo ad organizzare gli Stati Generali del settore l’8-9 Febbraio a Roma. Sarà un momento importante per discutere delle politiche necessarie per rilanciare un settore cruciale per la cultura del nostro Paese. Nonostante i negoziati e le tante esigenze del Paese, questa manovra ci aiuta a voltare pagina col passato. Tutte le critiche sono benvenute, ovviamente. Ma che siano costruttive. Cominciando col riconoscere l’evidenza.
Ora possiamo iniziare il 2019 guardando avanti. Abbiamo bisogno delle energie di tutti, dagli studenti ai ricercatori, per dare uno slancio di lungo termine al nostro sistema di formazione e ricerca.

Sulla valorizzazione del merito e la meritocrazia

La pubblicazione della Lista dei Ricercatori più citati nel 2018 ha stimolato, in Unilex, un’interessante dibattito sulla meritocrazia e la valorizzazione del merito.

Da: Unilex, 31 ottobre

Marco Cosentino

Marco Cosentino. Premesso che a una prima veloce scorsa nessuno dei nomi a me noti nella lista necessita, per vedersi riconosciuti i rispettivi meriti scientifici, di alcuna certificazione specie sulla base di metriche quanto meno a-scientifiche, prendo a prestito quanto scriveva qualche giorno fa una stimatissima collega su FB: “conosco di persona come sia possibile laurearsi, conseguire titoli, vincere premi, fare carriera e in alcuni casi persino diventare eccellenza pur essendo del tutto privi di qualità”. Concludo dunque con il poeta: “OK, so you’re a rocket scientist/That don’t impress me much”.

PS: http://www.minimaetmoralia.it/wp/e-finiamola-con-questo-merito/

Franco Pavese. È statisticamente possibile che accada … ma suona tanto come la nota favola del “uva acerba”. Tutto va bene purché non si parli di merito, parola che nel vocabolario di troppi universitari italiani si vorrebbe cancellata. Poi ci si lamenta se arrivano pure i politici incompetenti: perché stupirsi? (Questo vale anche per altri gradi di scuola pubblica).

Alberto Credi

Alberto Credi. Parlo per il mio settore (Chimica). Alcuni nomi che mi aspettavo di vedere non li ho trovati, ma tutti quelli che ci sono e che conosco sono certamente eccellenti. Che le classifiche possano dare fastidio è comprensibile. Hanno sempre dei difetti e tracciano un solco fra chi c’è e chi non c’è (che spesso rosica). Hanno però il merito di mettere in risalto l’eccellenza e, a volte, di attirare l’attenzione dei media.
Riguardo al “finiamola-con-questo-merito” evocato da Cosentino, ricopio qui sotto uno dei commenti all’articolo di Bruno Trentin da lui richiamato.

«La meritocrazia, al di là di tutte le infiorescenze dell’articolo, è un concetto molto intuitivo:
“- Dobbiamo assumere un chirurgo. Chi prendiamo?
– Mah, ci sarebbe il figlio del primario, che ha fatto nella sua vita quattro appendiciti. Poi uno che il mese scorso ha lasciato le garze nella pancia di un paziente, che poi è morto. Poi ci sarebbe uno che ha fatto quindici operazioni a cuore aperto, ha collaborato con équipe prestigiose e pubblica spesso articoli scientifici.
– Beh, prendiamo il terzo!”
Questa è la meritocrazia. Come si possa essere contrari a questo a me sfugge del tutto.»

Marco Cosentino. Aahahahhaha!!! Bellissimo esempio!!! Pensa che in base alle mie conoscenze il caso 1 e il caso 3 frequentissimamente coincidono. Del caso 2 non so dato che informazioni del genere non sono di regola accessibili.
P.S. Mi scuso per la seconda mail e mi autocensuro per i prossimi giorni (o anche mesi). Valeva comunque la pena (letteralmente) replicare di getto a un plastico esempio dei danni ormai irreversibili fatti in questi anni dalla martellante retorica del merito.

Donato Zipeto

Donato Zipeto. Fosse sempre così, non ci sarebbe alcun problema. Il più delle volte invece si ha a che fare con uno che ha fatto 15 operazioni a cuore aperto, collabora con gruppi all’MIT, e pubblica 10 lavori l’anno, che si confronta con uno che ha fatto 30 operazioni varie con successo, collabora con colleghi all’UCLA e all’UCSF e pubblica 9 lavori, con un altro che magari di operazioni ne fa 50 e che pubblica meno perché non ha abbastanza tempo ma che fra i suoi co-autori ha magari un Nobel e pubblica su Nature, ecc. ecc. ecc. Molto spesso le differenze sono minime, aleatorie, e si va avanti o si resta indietro non certo per merito o demerito, ma per serendipity, per fortuna o sfortuna, per questioni caratteriali, perché si segue una ricerca di nicchia (e magari si viene citati poco, ma non necessariamente si fanno cose di poco valore, tipo malattie genetiche rare), perché si è parte di un gruppo “potente” dove si ubbidisce, si porta la borsa, e c’è davanti il big boss che ti spiana la strada e la carriera, garantendo finanziamenti e “numeretti” sempre in ordine.
Perché un conto è separare il grano dalla paglia, e fin li siamo capaci tutti, un conto è utilizzare la parola meritocrazia come una clava, dove magari è chi è più forte che decide cosa è merito e cosa no, si fa le regole, e vince la partita.
Poi succede che se vince il primo, il secondo fa ricorso perché ha più esperienza. E se vince il secondo, fa ricorso il terzo perché pubblica ricerche più “prestigiose”. E chiunque perda, afferma che è tutta colpa dei baroni, del sistema che non funziona, che è corrotto, che non va. E intanto che i capponi si beccano fra di loro, la politica taglia, ritaglia, e continua a tagliare (*). Tutto in nome del sacrosanto merito.
Quindi nulla contro il merito, ma come ha scritto Stefano Feltri tempo fa, “continuiamo con l’errore di idolatrare la meritocrazia, e ci dimentichiamo che il discorso sul merito è moralmente accettabile solo se viene garantita almeno l’uguaglianza delle opportunità”. E questa garanzia, quasi sempre, manca.

(*) «Quando si toglie al ricercatore lo strumento per fare ricerca, ovvero il finanziamento minimo di base per poter svolgere ricerca senza essere sotto ricatto, si distrugge la ricerca. Si utilizza la ricerca per costruire solo carriere, che ovviamente sono quelle dei peggiori, quelli interessati solo al potere ed alla carriera perchè di ricerca vera non ne sanno gran che.» – Antonio Cardone

Alberto Credi. Non scrivo quasi mai su Unilex, oggi grazie a Marco Cosentino mi prendo un cartellino rosso.
Tralasciando la componente spocchiosa e maleducata della sua risposta (“plastico esempio di danni ormai irreversibili” sarà lui), sarei curioso di sapere quale opzione sceglierebbe. Sicuramente non la numero tre, poiché nella retorica (quella sì, retorica) trentiniana si darebbe dare per scontato che il chirurgo è bravo solamente perché figlio di…
La vita è fatta di sfumature di grigio, come giustamente osservato da Zipeto. Il problema è che in Italia si fa fatica, per incapacità o per volontà, persino a distinguere fra il bianco e il nero. Tentare di promuovere il merito è sempre e comunque meglio che ignorarlo.

Laura Stancampiano

Laura Stancampiano. Mi sa che si imponga una riflessione sul concetto di merito, per iniziare vi propongo questo: http://www.treccani.it/enciclopedia/merito/

Di sicuro gli highly cited, visto che da qui è nata la discussione, sono eccellenti in quanto a citazioni di un certo tipo, nel senso che eccellono nel numero di citazioni ricevute dai loro lavori, ma non per questo sono più meritevoli di alcunché, anche volendo dare al termine merito un’accezione positiva (che non sempre e non per tutti ha).
Dice bene il collega Zipeto.
Il problema della meritocrazia è che non dirime scelte complesse, non le affronta, semplicemente le banalizza; non tiene in considerazione la funzionalità dell’ecosistema (anche inteso come ecosistema lavorativo fatto di tante persone con competenze diverse, diverse abilità, diverse aspirazioni) per trasformare tutto in una gara al più meritevole che, come dice in parte anche l’articolo citato da Cosentino, è solo un’arma in mano a chi detiene il potere della valutazione per designare chi è tautologicamente meritevole di incentivi (economici, di carriera, di considerazione sociale) senza che nessuno abbia la possibilità di criticare le sue scelte…in quanto “meritocratiche”.
Credo che lo slogan del merito abbia davvero fatto danni irreversibili nelle menti di tutti: si fatica non poco a cercare di pensare pragmaticamente e approfonditamente (non per banali analogie tipo “preferisci un medico bravo o uno incompetente”) senza lasciarsi psicologicamente influenzare, nel giudizio su se stessi e sugli altri, da questo mantra che a forza di ripeterlo è diventato parte della nostra società e di ciascuno di noi.

Claudio Della Volpe. Segnalo sul tema meritocrazia questo bell’articolo di Sylos Labini: «Università, non sarà la meritocrazia a salvare gli atenei italiani».

Guido Mula

Guido Mula. Caro Zipeto, caro Credi,
parlare di valorizzazione del merito e di meritocrazia è parlare di due cose non sovrapponibili. La valorizzazione del merito è il processo che permette di far funzionare un sistema mettendo le capacità migliori in evidenza.

La meritocrazia, invece, è una deformazione patologica di questo discorso, a mio avviso. La parola stessa “governo del merito” è un’aberrazione che presuppone l’esistenza astratta di categorie di merito valide ovunque, tanto che in Italia per l’università la numerologia permette addirittura di dividere il mondo in buoni e cattivi con parametri totalmente arbitrari e ingiustificati che dovrebbero valutare la qualità del lavoro dei singoli con criteri meramente quantitativi. Come se non bastasse, la meritocrazia presuppone che per un posto di, per esempio, “fisico della materia sperimentale” la persona che ha i valori numerici più elevati sia automaticamente la più adatta indipendentemente dall’ambito nel quale questa persona dovrebbe operare. Una cosa che chiunque faccia scienza sa che non ha alcun fondamento concettuale, logico e di valore.

Se, forse, le code estreme della gaussiana possono avere un qualche significato (ma anche qui esistono eccezioni anche molto recenti che mostrano che la numerologia non dà alcuna certezza), parlare di meritocrazia in Italia è solo un modo per quantificare ciò che non è quantificabile, creare profonde distorsioni del sistema della Cultura, uccidere l’innovazione e la ricerca.

Ribadisco, quindi: un conto è valorizzare il merito, un altro, ben diverso, parlare di “meritocrazia”, termine già in partenza usato per identificare distorsioni e non certo percorsi virtuosi.

Con la classifica “Censis” solita piaggeria: le università di Pisa e Firenze saranno annesse a Siena

Il Censis premia L’Università di Siena: è il miglior ateneo statale (Il Cittadino)

Università: il corso di laurea aretino è secondo in Italia, davanti c’è solo la Sapienza

L’Università di Siena è il miglior ateneo in Italia, eccellenti i corsi ad Arezzo (La Nazione)

Roberto Morrocchi

Classifica delle Università. Siena è regina d’Italia, bene anche Firenze e Pisa

L’Università di Siena 4° in Europa per Times Higher Education

Classifica atenei statali medi e piccoli: primi posti per Siena e Camerino

Visto che ci sono alcuni politici senesi e qualche blogger che continuano a parlare della città in toni catastrofici mettendo nel sacco delle corbellerie anche lo stato del nostro Ateneo, ecco che giunge a fagiolo la classifica stilata come ogni anno dal Censis…


Rabbi Jaqov Jizchaq. … gaudemus, ma perché brandire queste classifiche per dire che tutto va bene madama la marchesa?? A parte il titolo “Quarta in Europa”, cioè immediatamente dopo Oxford, Cambridge e La Sorbonne (sesquipedale “corbelleria” palesemente, quanto ovviamente, fasulla: in Europa, secondo Times Education, Siena staziona tra il 51° e il 75° posto, che, a scanso di equivoci, è già un risultato molto incoraggiante!), la domanda è a chi serva tanta piaggeria. Singolare l’ultimo articolo citato, dal quale si evince che sugli elevati standard qualitativi della ricerca e della didattica erogata all’università (quella che ancora ha la possibilità di essere erogata), non ha evidentemente alcuna influenza l’opera di chi quei risultati scientifici e didattici li ha prodotti, se vile disfattista che non ritiene di vivere nel migliore dei mondi possibili. Né è chiaro perché il gramsciano “pessimismo della ragione” dovrebbe risultare offensivo (“che sempre allegri bisogna stare, il nostro piangere fa male al Re”). Evidentemente solo chi si astiene da ogni forma di pensiero, o aderisce al Pensiero Unico, prêt-à-porter è da considerare un buon cittadino e un docente con elevati H-index, da leggere come “indice di ottimismo”. Però sarebbe interessante sapere:

1. Quali sono le “corbellerie” divulgate da questo blog, dove mi pare di constatare lo sforzo di sostenere ogni argomento con dati pubblicamente accessibili e facilmente verificabili, lontano dallo stupidario quotidiano dei luoghi comuni. La prima “corbelleria”, ovvero il primo dato allarmante è la sparizione di quasi il 40% del corpo docente di ruolo a casaccio (ad oggi risultano 664 professori confermati, a fronte degli oltre 1000 che furono), con interi settori non esattamente trascurabili entrati in crisi: una metamorfosi dell’ateneo ancora in corso e dell’approdo incerto e un problema che impone di tenere ben vigile l’attenzione, anziché bamboleggiarsi con le classifiche del CENSIS.

2. Perché tali presunte “corbellerie” le si attribuisce ad una non meglio precisata “destra”, e se uno “de sinistra” dovrebbe per caso essere contento di quello che è successo a Siena, non nutrire alcuna riserva sull’applicazione della riforma Gelmini, non covare alcuna preoccupazione, soprattutto se nella bufera ci si è trovato in mezzo, dalla parte di chi ha dato più che ricevere (ci sarebbe anche da chiedersi quanto “de sinistra” sia certa gente, ma transeat…). A forza di dire che “tutto va bene”, il centrosinistra è stato estromesso dalla guida del comune, non ad opera dei marziani, bensì dei cittadini che evidentemente non ne erano convinti;

3. Se chi in questo ateneo ha contribuito, in un decennio di pesante difficoltà, a quei successi didattici e scientifici di cui la politica, distorcendoli, subito si appropria, ha diritto o no, non considerandosi un minus habens bisognoso di tutela, di esprimersi sui problemi e sulle scelte culturali ed organizzative che lo/la riguardano in modo diretto e sulle quali ha sufficiente competenza per discuterne sensatamente, senza ricevere minacce ed ostracismi;

4. Perché ogni tentativo di pubblica e civile discussione nel merito (cioè senza brandire astratte “classifiche” distrattamente leggiucchiate o vacui ideologismi) debba essere sempre soffocato da una nube tossica di livore fazioso, o tacciato di empietà, se si discosta dal Pensiero Unico delle gazzette, fatto di assolute banalità o di asfissiante demagogia.

5. Se in definitiva ogni tentativo di interlocuzione dialettica debba essere considerato un reato di lesa maestà, tanto da essere additati come sospetti (con ciò che ne consegue). Il “così è se vi pare”, oppure “zitto e mangia”, non si addicono all’istituzione universitaria: “vogliamo che sia la palestra di cittadinanza voluta dai Costituenti, o un vivaio di servi armati di burocratiche “competenze”?”, si chiede Salvatore Settis.

Paventando dunque di vedere a breve Zelig-Salvini che si fa un selfie anche dalle finestre del rettorato, o la Meloni che reclama l’uso della tortura durante gli esami, mi domando se non sarebbe il caso di assumere un atteggiamento meno infantilmente demagogico. Ma oggi brindiamo e attacchiamoci al CENSIS, felici che tutti i problemi di cui si è cercato qui di discutere, a Siena siano solo l’incubo di qualche “blogge”.

P.S. Involontariamente sarcastico (in cauda venenum) quel: “bene anche Firenze e Pisa”. Sembra anzi che Pisa e Firenze si accingano ad essere annesse a Siena.

«L’ottimismo comporta pur sempre una certa dose di infatuazione, e l’uomo di ragione non dovrebbe essere infatuato.» Norberto Bobbio

Il governo gialloverde sull’Università

Più controlli sui professori universitari? Attenzione all’autonomia (da: Il Sole 24 Ore, 18 giugno 2018)

Dario Braga. Nel capitolo «Università e ricerca» del contratto di governo sottoscritto da Lega e M5S si legge: «Occorre inserire un sistema di verifica vincolante sullo svolgimento effettivo, da parte del docente, dei compiti di didattica, ricerca e tutoraggio agli studenti». Ragioniamoci sopra un momento. Leggendo questo punto, un “non addetto ai lavori” è automaticamente portato a pensare che all’università non esistano regole e che ognuno faccia o non faccia senza controlli di sorta. Da qui la necessità di introdurre nell’accordo come elemento qualificante anche la «verifica vincolante» dei compiti dei docenti. Cosa hanno in mente gli estensori? Che conoscenza hanno dei sistemi di verifica attualmente in atto? Parliamone.

Sul lato della didattica, il docente è tenuto a indicare luogo, data, ora e argomento di ogni lezione in un registro ufficiale che, a fine corso, è firmato dal titolare del corso e consegnato alla Scuola di appartenenza. Il registro è quindi controfirmato dal presidente della Scuola che, in questo modo, ne certifica la correttezza. Per ogni singolo corso viene anche raccolta annualmente l’opinione degli studenti su svolgimento, contenuti, capacità espositiva del docente e viene chiesto di dichiarare quanta parte del corso è stata svolta dal docente titolare. Il coordinatore del corso di studio ha accesso a queste valutazioni ed è tenuto a intervenire direttamente con il docente nei casi critici.

Sul lato della ricerca, da diversi anni l’Agenzia di valutazione della università e ricerca (Anvur) richiede periodicamente ai singoli e ai Dipartimenti la esposizione puntuale della attività svolta. Gli atenei poi raccolgono annualmente le informazioni sulla produzione scientifica dei docenti e le utilizzano nella distribuzione delle risorse per la ricerca e dei posti. Nel dottorato di ricerca, poi, la verifica della qualità scientifica dei collegi dei docenti è requisito per ottenere da Anvur l’accreditamento annuale necessario per continuare a operare.

Le università sembrano quindi avere tutti gli strumenti che servono per la «verifica vincolante» e sono anzi tenute a utilizzarli sia per l’autogoverno sia per accedere a quote del fondo di finanziamento ordinario. Semmai questi strumenti andrebbero semplificati, ma questa è altra storia. Se una critica abbonda nei “social” è proprio verso l’accanimento parametrico e la «ossessiva raccolta di informazioni» sulle attività di docenza e di ricerca del singolo e degli atenei.

Ma allora di che stiamo parlando? Non vorrei essere accusato di processo alle intenzioni. Ma c’è da preoccuparsi. E se a non piacere fosse invece il principio di autonomia, base del funzionamento di tutti i sistemi universitari? Spero di sbagliarmi.

Chi non conosce il lavoro universitario potrebbe, ad esempio, pensare che sia ora di finirla con questi ricercatori e professori che vanno e vengono a piacimento, frequentano convegni e workshop, visitano altre università, non “timbrano”, e, tranne che a lezione, non sembrano avere un vero e proprio orario di lavoro. In realtà è così non solo perché “studio e creatività non hanno orario”, ma anche perché spesso le giornate di lavoro vengono assorbite dai compiti amministrativi e dall’interazione con gli studenti. Ci si porta sempre il lavoro a casa: lezioni da preparare e/o compiti d’esame da correggere, pubblicazioni da leggere, progetti da scrivere, “talk” da preparare. Alla sera o durante il weekend. Ore e ore di lavoro per le quali è difficile pensare a una «verifica vincolante».

Ci sono docenti poco seri e/o disonesti che approfittano di questa autonomia? Certo che ci sono, come in ogni professione. Per queste situazioni esiste la gerarchia delle responsabilità di chi governa dipartimenti, scuole, e atenei. Si operi su questa, gli strumenti ci sono già tutti. L’università italiana produce, nonostante tutto, ottimi laureati e tanta ricerca. Di tutto ha bisogno tranne che di (ulteriore) delegittimazione.