Riccaboni dichiara in Tribunale di aver risanato l’Ateneo senese risparmiando sugli auguri di Natale al personale

Ovviamente, Riccaboni non ha ancora capito che pagare il rinfresco con i fondi dell’Ateneo sarebbe stato un danno erariale. Certamente avrebbe potuto dare l’esempio rinunciando, come dice Raffaele Ascheri, ai 36 mila € annui d’indennità da Rettore introdotta da Piero Tosi. Solo così l’induzione al risparmio e l’attenzione alle risorse si sarebbero potute propagare. Ascoltate l’audio in Tribunale, dura 1 minuto, ne vale la pena…  per il sottofondo musicale!

Raffaele Ascheri. Inizia l’estate (anche formalmente, con il 21 giugno festa dei massoni: ma il blog non va certo in vacanza, almeno per ora); oggi parliamo dell’ex Rettore dell’Università, professor Angelo Riccaboni, che illo tempore ha visto male (molto male) di querelare per diffamazione il professor Giovanni Grasso, decano dei bloggers con il suo documentatissimo Senso della misura.

Vedremo come andrà a finire (domattina alle 9, udienza scoppiettante), ma di certo – e come sempre – una cosa è ben chiara: con la querela, poi magari si va in Tribunale; e poi, sempre magari, qualcuno legge i verbali delle udienze; e, per concludere con i magari di ordinanza, magari vengono fuori delle chicchine mica da niente. Come quella su cui state per essere resi edotti, per esempio…

Riccaboni, un magnifico munifico (Da: Eretico di Siena, 22 giugno 2017)

24 febbraio 2016, è il giorno della deposizione e del controesame del professor Angelo Riccaboni: Parte civile, certo, nel Procedimento penale in questione riguardante il blogger professor Giovanni Grasso, ma obbligato a rispondere alle domande che gli vengono fatte. Difeso dall’avvocato Di Mattia di Firenze, si trova davanti, come legali del professor Grasso, Vieri Fabiani (foro di Firenze) ed il Superavvocato De Mossi. Pm, la dottoressa Maria Luisa Braccalenti. Presiede il Giudice, dottoressa Cristina Cavaciocchi.

Le domande sono ovviamente tantissime, da una parte all’altra: come sempre in questi Processi, ci sono ben 4 parti, che possono domandare (Pm, Giudice, avvocato di Parte civile, avvocato/i dell’imputato); ci soffermiamo – per ora – su di una autentica chicca (che si trova a pagina 9 del verbale): quando l’ex Magnifico, dimostra Urbi et orbi di essere financo munifico. Di fronte al deficit (che Lui ovviamente sostiene di avere risanato), Riccaboni ha sempre sentito l’esigenza di dare l’esempio: retto, probo, austero. Un grand’uomo, punto e basta.

Arriva Natale, e bisogna dare un taglio a tutti quei rinfreschi da Sistema Siena, in cui si mangiava come polli all’ingrasso e pagava Pantalone: si mangia meno, sotto Riccaboni, ma soprattutto paga Lui; il Munifico, per l’appunto.

«Che se sei in quella situazione devi dare anche degli esempi; basti ricordare anche soltanto quel piccolo incontro per i saluti di Natale che naturalmente è stato offerto da parte del Rettore, come persona fisica (ha pagato Lui, dunque: quanto, non è dato sapere, forse per discrezione, Ndr). Lo dico come esempio di un’attività gestionale improntata ad una tensione esasperata, esasperata, al risparmio, per due motivi: sia perché era giusto farlo per ridurre i problemi di tipo finanziario; ma anche per un altro motivo, l’esempio, cioè all’interno di un’organizzazione, se non si dà l’esempio a tutti i livelli, è difficile che questa induzione al risparmio, dell’attenzione alle risorse, è difficile che si propaghi».

A proposito, visto che di soldarelli si discetta: vi risulta per caso che il munifico Rettore Riccaboni abbia rinunciato al suo salario extra (indennità di carica, si chiama: 36mila euroni lordi), che percepiva ogni anno in qualità di Rettore (munifico, s’intende)? Quello sì, che sarebbe stato davvero un bel risparmio: ma non ci risulta che il professor Riccaboni abbia rinunciato…

Siena: numero chiuso all’Università e in Piazza del Campo

A proposito di sicurezza e Palio

Mauro Aurigi. Dopo la strage dei ragazzini a Manchester il 22 maggio, e soprattutto dopo i 1500 feriti e almeno un morto a Piazza San Carlo di Torino il 3 giugno, era come minimo auspicabile che a livello istituzionale a Siena qualcosa si facesse e soprattutto che si dimostrasse che qualcosa si stesse facendo in previsione della calca in Piazza del Campo per le ormai vicine giornate del Palio. Invece niente, come se niente fosse successo.

Per cui, considerata non campata in aria l’ipotesi che anche Siena fosse nel mirino del terrorismo islamico e valutato che la conta dei morti e dei feriti in Piazza potesse essere tale da mettere in discussione la stessa sopravvivenza del Palio, per il sottoscritto è stato abbastanza naturale depositare una mozione urgente presso la segreteria del Consiglio comunale con la quale si chiedeva che Sindaco e Giunta provvedessero urgentemente alla costituzione di una speciale commissione che valutasse – e se del caso intervenisse – i provvedimenti assunti per scongiurare ogni ipotesi di attentato. In subordine, nel caso che la sicurezza in Piazza non fosse convenientemente assicurata, non si escludeva l’ipotesi del divieto d’ingresso al pubblico nella Piazza (non ai palchi).

Il fatto che il 6 giugno mattina, nella conferenza dei capigruppo che si tiene prima del Consiglio comunale, tutti si siano espressi contro non solo l’urgenza della mozione, ma anche contro il suo contenuto, mi ha confermato nella decisione di depositare comunque il documento, come Consigliere del M5S certo, ma a titolo personale. E ciò per un banalissimo motivo: sarò ingenuo, ma per me l’interesse di Siena travalica di gran lunga l’interesse di qualsiasi forza politica o corporativa.

Nel testo della mozione avevo anche esplicitato bene la motivazione che non è affatto politica, e neanche morale o etica, ma visceralmente affettiva. Cito esplicitamente: «prima della privatizzazione del Monte dei Paschi, la minuscola Siena, la città più piccola della Toscana, fatte le debite proporzioni, era una delle città più potenti d’Italia. Se Siena fosse ancora quella autorevole e potente di allora, certamente oggi non avremmo dovuto assistere impotenti, dopo il dramma del Monte, anche alla lenta ma inesorabile erosione del nostro millenario Ospedale e della nostra quasi millenaria Università da parte di Pisa e Firenze. L’abolizione del Palio sarebbe il colpo di grazia. Inutile argomentare altro, perché tutti siamo esperti della materia.» Insomma la piccola grande Capitale sta perdendo la sua anima.

Le proteste che questa mia azione ha sollevato, non mi meravigliano più di tanto. È già risuccesso una ventina di anni fa. Anche allora, vox clamantis in deserto, da dipendente del Monte e consapevole che ci avrei rimesso la carriera, cercai con ogni mezzo di oppormi alla privatizzazione della Banca, che avrebbe comportato non solo la perdita del venerando Istituto da parte della Città, ma anche la perdita della senesità da parte della Banca, unico, esclusivo motivo della sua longevità e della sua affermazione mondiale. E anche allora fui ugualmente deriso e ingiuriato: tutti preferirono allinearsi con la classe dirigente locale, la più ottusa, ignorante e gazzillora del Paese, la quale, manco a dirlo, è rimasta gloriosamente in sella.

C’è un vecchio adagio che dice “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”. Io, da parte mia, ho ritirato la mozione.


E il sindaco decide per un Palio “a numero chiuso” per il 2 luglio.

Commenta Mauro Aurigi su “Il Cittadino online”: «Insomma, al solito, si è fatto il possibile affinché il Consiglio comunale fosse tenuto alla larga dal problema. Come se avessimo avuto bisogno di ulteriori prove del democratico disprezzo che questi signori nutrono per il popolo e i suoi rappresentanti. Successe anche con la privatizzazione del Monte nel 1995: ben 3 volte fu rigettata la richiesta di un referendum cittadino che vi si opponesse. La vittoria dei NO era scontata. Si è visto come è andata a finire. Ormai quello della casta è un regime consolidato, difeso dalle alabarde di un nutrito stuolo di servi.»

Si sta più freschi con i pantaloni strappati

Vittorio Sgarbi. «Uno che gira con i pantaloni tagliati all’altezza del ginocchio è un imbecille; i poveracci che non hanno pantaloni hanno diritto ad avere i buchi». Corriere della Sera, 18 gennaio 2017.

Pierangelo Sapegno. Vittorio Sgarbi contro la Riccanza di Zorzi & company. ArtsLife.

La mutagenesi dell’ateneo senese è avvenuta nel silenzio assordante della politica e della cultura

Nonostante gli schiamazzi su ogni altra questione, non un vagito sul destino dell’università e sul senso di ciò che stava accadendo

Rabbi Jaqov Jizchaq. Unico evento da segnalare, in questo periodo di torpore, il MIUR ha pubblicato la lista dei primi 350 dipartimenti ammessi al girone finale dei “ludi dipartimentali”. Si tratta di dividere un bottino di 271 milioni fra 180 dipartimenti e la decisione è controversa. Da una prima occhiata provo un senso di sconcerto, anche se sicuramente la graduatoria ha seguito criteri “oggettivi” (mai chiedersi se, oltre che oggettivi, furono anche giusti). Tra i primi 180 della lista, con molti ex aequo, di dipartimenti senesi ne appaiono tre. In tutto nella lista dei 350 finalisti, ne appaiono dieci (più la “stranieri”) su sedici. Probabilmente alcuni alla fine della gara conquisteranno l’agognata ricompensa. Perplessità a parte, quella che si delinea è una gerarchia: si saprà chi comanderà in futuro, ossia chi porterà i quattrini. Non so tuttavia se questa elargizione, essendo quinquennale, garantirà anche la sostenibilità nel tempo dei contratti che verranno stipulati e consentirà dunque di porre rimedio a problemi strutturali (lo svuotamento delle cattedre) dell’ateneo. Contemporaneamente ripartono le “cattedre Natta” e dubito che un cervello in fuga, ambito da tutti perché fornito di una cospicua dote, opterà per tornarsene da Harvard a Canicattì. Così si delineerà più marcatamente anche una gerarchia fra atenei, secondo il progetto di tracciare un confine sempre più accentuato fra atenei di serie A e di serie B. Nonostante la timida e si spera crescente ripresa del turnover, le aree scientifiche dell’ateneo senese che hanno subito maggiormente gli effetti dei pensionamenti (e non è finita!) non potranno rimpiazzare le perdite, se non in minima parte e non è chiaro come possano partecipare al Palio con un cavallo azzoppato. Dunque il dado è tratto e l’università ha subito una metamorfosi irreversibile. Si va verso un sistema integrato degli atenei in cui atenei medio piccoli come Siena avranno compiti ben circoscritti. Come ho ripetuto fino alla nausea (e non intendo ripetere più, visto che chi voleva capire, ha capito) ciò comporterebbe, come logica conseguenza, che si prendessero altre misure, ma in Italia tutti sono buoni ad attuare solo la pars destruens delle riforme. La mutagenesi dell’ateneo è avvenuta nel silenzio assordante della politica (vecchia e nuova) e della cultura senese, senza l’ampiezza di un respiro pubblico, sicché anche chi scrive in questo blog ha finito per subire la sorte del “marziano a Roma” di Ennio Flaiano. Politici vecchi e nuovi, giornali ed intellettuali hanno taciuto “all’unisono” o si sono accontentati di slogan buoni per tutte le stagioni: nonostante gli schiamazzi, i pesci in faccia e le risse quotidiane su ogni altra questione, non un vagito sul destino dell’università e sul senso di ciò che stava accadendo. Se ne evince che il consenso è così vasto, da non richiedere nessun approfondimento. Attendendo gli sviluppi e le ricadute di quest’aspra e singolar tenzone nazionale per ripartirsi le quote dei “ludi dipartimentali” e delle “cattedre Natta”, vi saluto mestamente. Ascolto alla radio un oratorio del Carissimi, che narra del giudizio di Salomone. Una donna esclama: “rectum judicium tuum, o rex, nec mihi, nec tibi! Dividatur”.

Alla ricerca di un nudo d’epoca per pubblicizzare il vino della Certosa di Pontignano a Siena

2012: Michela Ferrero, vignaiola di 80 anni; in realtà Milly Cooper, escort di 97 anni

2012: Michela Ferrero, vignaiola di 80 anni; in realtà Milly Cooper, escort di 97 anni

Giorno importante, il 18 aprile 2012! Non perché Fabio Garagnani (all’epoca parlamentare bolognese del Pdl) avesse proposto di fare festa, anziché il 25 aprile, il 18, a suo dire vera data fondante della democrazia italiana. Ma perché quel giorno, su La Stampa e su Intravino, era uscita la notizia di una “provocatoria” iniziativa della Cantina Clavesana che, per pubblicizzare il suo vino, aveva scelto tre foto che ritraevano nuda Michela Ferrero, una vignaiola di 80 anni. Il progetto e anche le foto, secondo Intravino, sono del “creativo svizzero” (definizione della Stampa) Mario Felice Schwenn (“Brand Architect”); il vino è il Barolo, che «non teme il tempo e mantiene intatto il suo fascino a qualunque età», proprio come la vignaiola. La risonanza dell’iniziativa “provocatoria” effettivamente ci fu, con qualche strascico polemico. Infatti, otto giorni dopo, un commento di Laura su “Intravino” segnalò che il blog “Paesaggi dell’anima” aveva precisato che la donna «spacciata per “vignaiola”, in realtà era Milly Cooper, che, tra l’altro, non aveva 80 anni ma 97, non era vignaiola ma escort». Non solo, ma in precedenza (il 30 marzo 2011), lo stesso blog aveva pubblicato un post su di lei (“A 96 anni… piace un casino!”) con biografia, guadagni e una delle tre foto che, un anno, dopo sarebbero servite per la campagna pubblicitaria della cantina Clavesana.

Non si sa se Milly Cooper sia ancora in vita, ma, in ogni caso, quale rapporto ha la vicenda con l’Università di Siena? La palma, per arrivare al nord, deve passare dal centro: da Siena è passata negli anni ’90 e ha trovato in unisi il clima propizio alla sua vegetazione.

Nel 2001, Piero Tosi (all’epoca rettore) e Mario Felice Schwenn firmarono il loro «epocale contratto, il primo contratto di joint-venture pubblico-privato nella millenaria storia dell’Università di Siena». L’Azienda Dievole prese in affitto dall’ateneo senese gli 11 ettari di terreno agricolo della Certosa di Pontignano a canone zero, per i primi 5 anni: con l’impegno di investire 500mila euro per una riorganizzazione generale del territorio circostante. Per i successivi 20 anni, Dievole avrebbe pagato un canone di € 52,00 l’anno per colture specializzate quali vite, olivo, cereali, ortaggi, erbe aromatiche e officinali. Poteva finire così, con questo regalo a Dievole? No di certo! L’università scelse un ex dipendente con il compito di verificare l’applicazione del contratto alla modica cifra di € 48.000, che, considerando l’azione legale, in seguito da lui promossa, è costato all’Ateneo senese circa 60.000 €. Il primo Chianti Classico D.O.C.G. Certosa di Pontignano, 6.600 bottiglie bordolesi prodotte, è un blend policlonale di Sangiovese, annata 2005. Il contratto di fornitura del vino per il Ristorante Certosa di Pontignano prevedeva un prezzo troppo caro (3,5 € a bottiglia), addirittura più alto del prezzo spuntato dai commercianti. Quando, il 24 settembre 2008, fu reso pubblico il buco di bilancio da 270 milioni di € nell’Università di Siena, la Certosa di Pontignano fatturava mediamente 1,2 milioni di € l’anno, aveva 41 dipendenti e contribuiva anch’essa ad alimentare la voragine nei conti dell’Ateneo senese. In seguito, la decisione degli organi di governo dell’Università di vendere la Certosa, per ripianare il buco, si rivelò subito impraticabile proprio a causa di quel contratto d’affitto dei terreni agricoli, che scadrà nel 2026 e che, alla fine, avrà reso all’Ateneo, in 25 anni, 1.040 euro. A fronte dei 60.000 euro già spesi dall’Università per l’attività di sovrintendenza dell’ex dipendente universitario.

Pubblicato anche da:
il Cittadino online (19 aprile 2017) con lo stesso titolo;
Lo Stanzino Digitale (19 aprile 2017) con lo stesso titolo.

Le profonde ferite inferte nel corpo vivo dell’ateneo senese sono una sua “razionalizzazione”?

altan-dibattitoRabbi Jaqov Jizchaq. Scrive il Rettore Francesco Frati nel discorso di rettorato: «L’Ateneo del 2017 non è soltanto risanato: è anche diverso da quello del 2010 (…) ho ereditato un Ateneo che nel periodo del risanamento è stato in grado di mantenere, o addirittura accrescere, la propria attrattività garantendo standard qualitativi di didattica molto elevati, razionalizzare l’offerta formativa…».

Passata è la tempesta, odo augelli far festa …. diverso, per forza di cose, dopo dieci anni di blocco del turnover: avendo tra il 2008 e oggi già circa 350 stipendi in meno da pagare (e non è finita: il grafico su in alto ci dice che oltre un centinaio sono già con le valige in mano), i conti vanno necessariamente meglio. Se però è chiaro che l’ateneo è “diverso” da com’era prima della crisi che l’ha investito, non è viceversa chiaro a cosa sarà “uguale” domani. Per questo trovo irritanti le sortite di chi dà del disfattista a chiunque chieda di tenere aperto, specie in questa fase della politica nazionale, il dibattito sul destino dell’ateneo (o per meglio dire, dell’intero sistema degli atenei pubblici).

Mi lascia più che altro perplesso l’eufemismo “razionalizzato”: quasi a imprimere una nota positiva al pesante ridimensionamento dell’ateneo, sembra alludere al fatto che dietro tutto ciò vi sia stato un lavoro ponderato mirante ad eliminare le “cose inutili”, e che solo le “cose inutili” (nonché “le persone inutili”) siano state eliminate od emarginate. Sicché i salvati, e chi resta, sono tutti e soli quelli utili.

Fuori dalle cerimonie ufficiali è forse più corretto dire che si è fatto (o tentato di fare) di necessità virtù per tappare voragini che si sono aperte un po’ a caso, non nelle “cose inutili”, bensì in settori strategici e in materie fondamentali. Ci si è sforzati, in una condizione di penuria senza precedenti (lodevolmente, in molti casi, ma in altri casi in modo altamente opinabile e poco o punto dettato dalla ragione), di attuare riforme universitarie le quali, mentre da un lato proponevano un certo paradigma di organizzazione, dall’altro creavano le condizioni perché fosse impossibile adeguarvisi sensatamente. Forse subdolamente, in tal modo già delineando quella partizione fra “teaching university” e “research university” che costituisce l’obiettivo delle politiche universitarie di questi anni.

Bisogna quindi intendersi sulle parole che si usano. I sociologi distinguono, tra gli altri, questi tipi di razionalità:

“agire razionale rispetto allo scopo”: un’azione si dice razionale rispetto allo scopo se chi la compie valuta razionalmente i mezzi rispetto agli scopi che si prefigge, considera gli scopi in rapporto alle conseguenze che potrebbero derivarne, paragona i diversi scopi possibili e i loro rapporti;

“agire razionale rispetto al valore”: un’azione si dice razionale rispetto al valore quando chi agisce compie ciò che ritiene gli sia comandato dal dovere, dalla dignità, da un precetto religioso, da una causa che reputa giusta, senza preoccuparsi delle conseguenze.

Prendendo dunque a prestito queste categorie weberiane, direi che in un contesto dove oramai le politiche universitarie dei governi di diverso colore succedutisi sembrano convergere nell’idea di concentrare le risorse per la creazione di “grossi hub”, o “centri di eccellenza”, dove si farà la ricerca e dove risiederanno i gruppi di ricerca, occorre da un lato chiarire meglio quali siano gli scopi a medio termine che ci si sono prefissi, e dall’altro quali i valori che si intendono tutelare ed affermare.

Capisco che l’occasione solenne richiedeva un tono positivo e improntato all’ottimismo, ma è difficile considerare “una razionalizzazione” le profonde ferite inferte nel corpo vivo dell’ateneo negli anni passati. E talune scelte sono “razionali”, a posteriori, giusto perché sono state compiute (“was wirklich ist, das ist vernünftig”!): “razionale”, forse, semplicemente in quanto prodotto di un processo il quale, date certe premesse, si ritiene – non sempre a ragione – che ineluttabilmente non potesse attuarsi in modo differente da come è stato. In questo senso la parola “razionale” può essere però molto pericolosa.

E nelle università esiste il marketing?

antonio-tombolini

All’inaugurazione dell’Anno Accademico 2005/’06 dell’Università di Siena, lo studente Turriziani dichiarò: «”Meno marketing e più servizi agli studenti” non dovrà essere uno slogan ma un imperativo. Non si può tollerare la situazione di sofferenza delle segreterie studenti mentre si assumono con procedure discutibili giornalisti e veline». Si riferiva alla gigantesca Area “Centro Comunicazione e Marketing” dell’ateneo – con i suoi 14 uffici, 48 unità di personale, capacità di spesa illimitata e la prassi consolidata di tenere all’oscuro di tutto il CdA – che ha contribuito non poco a generare la voragine nei conti. Ormai, il “sapere” e il titolo di studio sono diventati prodotti da consumare, merce da vendere, confermando così la recente riflessione amara di Gianluca Vago «sul ruolo della formazione – sia superiore che universitaria – che rischia di prendere una “deriva commerciale e quantitativa”, dove si studia per avere i crediti formativi e non per la conoscenza.»

Il mio fruttivendolo, ovvero: il marketing non esiste esiste il mercato (Da: Simplicissimus, 1/2/2017)

Antonio Tombolini. Il fruttivendolo ambulante qui da me, a Loreto, viene tutti i venerdì, quando c’è il mercato. Da una vita. Non fa mailing preventivo per stimolare la domanda. Non targettizza il suo mercato secondo criteri psico-socio-demografici. Non si rivolge a me dicendomi ‘Gentile Cliente’, o ‘Cara Amica, caro Amico’. Naturalmente si guarda bene dal fare spot alla televisione, o dall’insozzare tutti i muri della città con manifesti. O dall’appiccicarli su appositi pannelli tirati su davanti ai più bei palazzi della mia città. Non mi manda sms a tradimento. Né tenta di ‘fidelizzarmi’. Non mi vende uno ‘stile di vita’ con le sue cipolle. Se le mele che ho comprato la settimana prima non erano buone come al solito (o anche soltanto se secondo me non erano buone come al solito) mi ridà i soldi, o altra frutta in cambio. Se però capisce che io sono uno stronzo che ci marcia, non mi dà ragione solo perché sono un cliente, ma mi manda affanculo che tutti sentano, dicendomi di non farmi vedere più. Il mio fruttivendolo non mi fa rispondere a sondaggi idioti. Non fa ricerche di mercato. La sua vita è una ricerca, di sul e col mercato. Non ha una ‘mission’. Non gli interessa niente del posizionamento strategico.

Mi vende cipolle da una vita, e non mi ha mai chiesto che mestiere faccio. Non mi ha mai chiesto quanti anni ho. Non mi ha mai chiesto il mio titolo di studio. Non mi ha mai chiesto se sono sposato. Non mi ha mai chiesto se ho figli. Non mi ha mai chiesto quanto cazzo guadagno. Non mi ha mai chiesto che macchina ho. Non mi ha mai chiesto se viaggio o non viaggio. Non mi ha mai chiesto il permesso per usare i miei dati ai sensi della legge sulla praivasi.

A me il marketing non piace, penso che sia sbagliato. A me piace di più il mercante appassionato di qualcosa che va a cercare, che compra, e che poi porta in piazza raccontando a tutti le meraviglie di ciò che ha trovato. Il marketing corrisponde alla struttura ‘intrinsecamente invasiva’ della società di massa: produzione di massa, comunicazione di massa, consumi di massa. E come ogni realtà invasiva, tendenzialmente violenta. Il linguaggio è sempre un buon rivelatore. A me non piace il linguaggio del marketing. Mi piace invece il linguaggio diretto e autentico, che va al cuore delle cose. Mi piace la parola ‘venditore’, mi piace la parola ‘compratore’, mi piace la parola ‘commerciante’, mi piace la parola ‘bottega’, mi piace la parola ‘bottegaio’, mi piace la parola ‘bancarella’, mi piace la parola ‘mercato’, mi piace la parola ‘soldi’, mi piace la parola ‘sconto’ quando sono compratore, non mi piace quando sono venditore. Mi piace la parola ‘prezzo’, mi piace la parola ‘grazie!’. Il mio fruttivendolo ambulante non sa neanche cosa sia la concorrenza. Gli ambulanti che hanno la bancarella attaccata alla sua e vendono le sue stesse cose sono i suoi migliori amici.

Che strano il mercato, eh?