Che stia ripartendo, dopo dieci anni, la stagione della denuncia dei concorsi universitari truccati?

Per ricordare Mauro Barni, penultimo vero rettore dell’Università di Siena

Per ricordare Mauro Barni, pubblichiamo il suo intervento (apparso su “Il senso della misura” il 4 maggio 2010) all’incontro-dibattito «Salvare l’università di Siena. Quale modello per il futuro?»

Università di Siena: basta con l’autoreferenzialità e con l’autonomia dell’irresponsabilità

Pubblichiamo la quinta puntata del resoconto integrale dell’incontro-dibattito «Salvare l’università di Siena. Quale modello per il futuro?» La prima parte è stata pubblicata con il titolo: «Ci sarà un risorgimento per l’università di Siena?». La seconda parte : «La crisi dell’università è crisi del “sistema Siena” e non può essere risolta da chi l’ha creata». La terza parte: «L’università di Siena è destinata per molti anni a stare in rianimazione». La quarta parte: «L’università di Siena è cresciuta in modo disordinato, senza criteri di omogeneità e di efficienza».

Stefano Bisi (Vice Direttore “Corriere di Siena”) Moderatore. Sentiamo il professor Barni che ha fatto il Rettore. Il professor Gaeta ha posto un problema di sottrazione. Mauro Barni non è un matematico, però i conti tornavano quando è stato Rettore all’Università di Siena.

Mauro Barni (Già Rettore dell’Ateneo di Siena). Io sono particolarmente lieto, ma anche un po’ imbarazzato, perché temo sempre che prevalgano in noi le memorie e non nella visione diretta della realtà. Questo è un male grosso che vorrei, cerco sempre, di evitare, ma spesso non mi riesce. Ma sono contento veramente di poter dire qualcosa in spirito collaborativo. Contento di essere stato in questa Sala del Risorgimento che, come diceva Stefano Bisi, è di buon auspicio. Francamente, più per l’idea che per i personaggi che vi sono effigiati. Certamente curare e salvare l’Università. Io sono un medico, come Adalberto, però io sono un medico legale e questo potrebbe…!

Stefano Bisi. Proviamo ad aprire questo corpo, allora, proviamo ad aprirlo!

Mauro Barni. Però, usciamo da questo discorso. L’auspicio è buono: anche perché siamo di fronte ad un autentico dramma. Mi pare che Adalberto e Gaeta abbiano detto delle cose sagge, un autentico dramma di proporzioni inaudite. Francamente non c’è niente di male a dirlo. Naturalmente, quello che fa paura di fronte a questo dramma, è l’indifferenza. L’indifferenza notevole di una comunità che non si rende conto esattamente della situazione, indifferenza dei politici spesso, di qualunque parte essi siano, che vi vedono in questa realtà delle possibilità di incremento di una parte sull’altra, nello scarico di responsabilità, che francamente non è corretto. Ma non è corretto nemmeno ricorrere, da parte di chi dovrebbe avere una posizione al di sopra delle parti, alternativamente all’una o all’altra parte. Queste sono cose che non si fanno, perché c’è una grande dignità, un grande decoro in chi rappresenta l’Università, per cui certamente ognuno ha le sue idee, però dovrebbe avere soprattutto l’orgoglio di rappresentare una grande istituzione vitale per una città come per un paese nel suo insieme. Ma io dirò pochissime cose, in effetti, perché molte sono state dette, e francamente voglio fare un discorso politico, che si riassume in brevissimi termini.

Noi dobbiamo vedere l’Università di Siena anche nel quadro generale, nel quadro della crisi generale dell’Università. Crisi non è detto che sia sempre un’espressione negativa. È una crisi dell’Università. Cominciamo dal Policlinico, di cui si è parlato in una conferenza sul passato dell’Università e del Policlinico, diretta magistralmente dal Bisi al Santa Maria della Scala. Il Policlinico è stato oggetto di un sollievo notevole, non parlo del San Nicolò, perché, francamente, per me è un dolore pensare che una generazione di senesi, un secolo di senesi hanno realizzato questa grande struttura, che si è volatilizzata perché non erano stati pagati i contributi per il pensionamento del personale. Questo è un dolore forte, perché è un dolore che fa anche male a chi ha memoria di certi personaggi. Io l’ho detto chiaramente all’amico Rettore, non c’è nient’altro da fare, il Policlinico si deve vendere, in fondo la Regione gestisce la sanità. Ma, francamente, buttando questi soldi del Policlinico, che verranno non tutti insieme, ovviamente, e parlo anche di quelli del San Nicolò, e parlo di altri che potrebbero venire da Pontignano, da tante parti, ma tutto ha un limite, si rimedia la situazione? Mi pare di no, perché si butta altra acqua in un tubo bucato, sfondato. Quindi mi sembra che questa non sia la sola via d’uscita. Probabilmente il male è nel passaggio di proprietà, perché certamente la Facoltà medica avrà un peso minore. È inutile che qualcuno faccia il furbo, come ci sono sempre fra i docenti e fra i non docenti: “ma io sono ammanicato con l’assessore Rossi”. Ma siamo ancora a questo punto? Allora, siamo molto indietro! Lo posso dire, non per niente perché sono vecchio. È un male per tutti: l’Università che governo ha fatto del Policlinico? Questo è un altro discorso importante. Secondo me, mettendosi una mano sulla coscienza anche autocriticamente, non abbiamo fatto un buon governo del Policlinico e della leadership che ci dava nell’ambito sanitario. Non sono state fatte scelte adeguate, spesso sono state scelte sbagliate. È inutile stare a discutere poi se oggi la Regione, come gestore della sanità, e l’azienda ricorrono a un ruolo diverso, ricorrono al ruolo dei primari; questo è un cattivo governo della Regione o è una specie di supplenza a carenze altrui, cioè le nostre?

Poi c’è una politica, chiaramente nell’ambito della sanità, che va vista non superficialmente, come si usa fare spesso per risolvere una battuta o un dibattito rapidamente. C’è una tendenza, in campo regionale e anche nazionale, a dare maggiore peso al servizio sanitario nella formazione del personale, medico e non medico. Certamente questo è un dato che va visto e considerato. Quindi, in fondo, questo addolcisce un po’ la pillola ma rende amaro il ruolo dell’Università, Facoltà medica nel futuro. D’altronde, in Francia è così, in Germania è così. L’Università ha un ruolo marginale nella formazione dei medici e del personale sanitario. E questo discorso si inserisce anche in una sorta di messa a regime del sistema universitario. È inutile che ci si inquieti. Il cattivo governo che si è fatto dell’Università, con la proliferazione degli atenei, ha indotto, induce e indurrà qualunque governo, di destra o di sinistra che sia, a un processo di razionalizzazione. Occorre vedere bene come si mettono le cose, non fare dei duplicati inutili, non inventare delle professioni inutili, dei corsi inutili. È una rincorsa verso la follia, verso il San Niccolò. Mi sembra sia stato detto molto chiaramente anche fin qui. Quindi, l’indifferenza di tutti. La Regione con un colpo di mano, logico secondo me, ha accentrato tutto il Diritto allo studio della Toscana. C’è un’azienda sola e pochi se ne sono accorti a Siena. Per fortuna che c’è un bravissimo politico colligiano senese a dirigerla, che ha seguito sempre la realtà del diritto allo studio. Ma noi non contiamo. Certamente l’Università perde questi contatti e non ha la necessaria visione complessiva in questo sistema universitario, in una maggiore distribuzione, anche.

Guardate la politica della ricerca della Regione Toscana: è una politica che tende a supplire le carenze dell’Università, tende a creare dei poli di attrazione per la ricerca – e Siena ne ha – che non hanno nulla o poco a che fare con l’Università. C’è, ovviamente, un’Università, quella di Pisa, che è l’unica che ha capito il gioco. C’è stata, ma fino a un certo punto. Ha detto: io la ricerca me la finanzio da me, però faccio la ricerca che voglio. Ma Pisa è un faro isolato nella ricerca biomedica, è l’Università che concentra il maggior numero di centri del C.N.R. e, quindi, drena praticamente l’80% dei fondi del C.N.R. per la biomedicina e per altri settori. Quindi mi sembra che il discorso vada visto anche in maniera più complessiva, guardando la situazione di Siena nel quadro dell’evoluzione dell’Università. Siena non finisce a…

Stefano Bisi. Porta Camollia.

Mauro Barni. …Porta Camollia, e nemmeno a San Giovanni Valdarno. Oggi, giustamente, è stato detto: ma salviamo questo Polo di San Giovanni Valdarno! Con tutto il rispetto perché è gente cara e operosa.

Stefano Bisi. C’è nessuno di San Giovanni Valdarno?

Mauro Barni. Perché c’è qualcuno che dà dei soldi? Ma li può dare per un anno; poi siamo alle solite. Come quando si facevano le cattedre convenzionate, qualche magnate, benefattore pagava un professore nuovo per tre anni, poi tutto a carico dello Stato, dell’Università, etc. etc… Quindi, mi sembra che il discorso possa essere visto in un quadro più generale. Ovviamente non la voglio far lunga, ho dato dei cenni, degli spunti. Quali sono i punti, telegraficamente, da considerare? Innanzitutto, per quanto riguarda l’Università di Siena, basta con l’autoreferenzialità! Se c’è qualcuno che fa una piccola cosa, sente il bisogno di tormentare i presenti o altri, per dire “ho fatto una grande scoperta”, che poi non è niente, non è niente o è poco, insomma, che rientra nella routine. Basta questa autoreferenzialità! L’Università di Siena faro qua, faro là, capitale sotto, capitale sopra! Ci sono state tra noi anche delle carogne, certamente, però ognuno di noi cerca di dare quello che può, in un sistema, di fare praticamente il proprio dovere. Quindi se l’Università continua a parlare in termini di autoreferenzialità, che sono i più bravi, i più belli, i più larghi, come diceva Berlinguer, coloro che promuovono più persone al mondo, coloro che danno tutti 30 e lode. In pratica, questa autoreferenzialità è un fatto molto, molto negativo. Diciamo come stanno le cose. Se stanno male, cerchiamo di intervenire, serenamente, senza fare troppa caccia alle streghe. La situazione attuale è in mano anche ad altri organismi di giudizio. L’altro aspetto, l’altra parola magica è l’autonomia, ma mi pare che Adalberto ne abbia parlato. Che governo abbiamo fatto dell’autonomia? Abbiamo fatto un pessimo governo. Innanzitutto – lo dicevo stamattina con un caro amico che è qui presente – se non c’è responsabilità non c’è autonomia. L’autonomia dell’irresponsabilità. La moltiplicazione dei pani e dei pesci: dei contratti dati per far piacere a questo o a quello, dei concorsi per ricercatori trattati in termini paternalistici, o peggio ancora. Quindi mi sembra che questa autonomia, che poi ha voluto dire, molto spesso, uno statuto per certi aspetti scellerato. Io parlo abbastanza chiaro, ma in fondo ho lottato perché questo non avvenisse. Perché queste dilatazioni, per esempio, del potere degli organi di governo, dilatazione indiscriminata, fondata soltanto sulla prepotenza di alcuni gruppi di potere, che ci sono certamente, ma che debbono e possono essere governati. Un Rettore che mi ha preceduto e che ha seguito Grossi li creava questi gruppi di poteri ma li governava anche. Quando questi gruppi di potere sono sfrenati, è finita… l’autonomia vuol dire no ai controlli. Ci controlliamo da noi. No a qualunque riguardo delle spese. Questo è successo. Ma non è successo solo a Siena, dove ha assunto significati patologici. Quindi l’autonomia. E l’armonia. Altra parola. Cominciano tutte con la “A”. Armonia tra le componenti, giusta ripartizione dei compiti, dei doveri, delle posizioni, il preside faccia il preside, il rettore faccia il rettore, non ci siano dei potentati che superano questo e quello, e non mi riferisco soltanto ai sindacati, anzi, molto meno ai sindacati che ad altri poteri abbastanza subdoli. Potrei fare anche degli esempi, ma se mi si chiedono li faccio. In ogni caso, questa armonia deve avere un primo momento che la funzione amministrativa ritorni a essere una funzione amministrativa. Il rettore non è un amministratore, i presidi non sono amministratori, i professori di economia non sono amministratori. L’amministrazione che abbiamo… – Giovanni Rotelli, che è un giurista, conosce bene il diritto amministrativo, conosce bene anche la situazione di altri paesi – non si può pensare di fare a meno di un personale amministrativo gerarchizzato, dotato di competenze e di responsabilità, altrimenti si fa confusione! Ultimo aspetto.

Stefano Bisi. Ho capito, ma mancano i dirigenti – dicono – all’Università.

Mauro Barni. Appunto. Io ho avuto, in questa sede, un grande dirigente, quando ero sindaco: si chiamava Ceruti, qualcuno se lo ricorderà.

Stefano Bisi. Il Segretario Generale, commendator Ceruti.

Mauro Barni. Il Segretario Generale del Comune di Siena, il Commendator Ceruti, padre del più grande matematico italiano vivente. Appena insediato mi disse: sindaco, vogliamo andare d’accordo? Sì. Allora, guardi, io le dirò tutte le delibere che possono o non possono passare. Vedrà – allora c’era il controllo – che non gliene bocciano una. Infatti, di centinaia di delibere fatte dal Comune di Siena e fatte attraverso il Consiglio soltanto una fu respinta, ma riguardava una punizione di contrada, e quindi quella mi sembra….!

Stefano Bisi. Insomma, la Corte dei Conti non faceva con il Comune di Siena quello che ha fatto con l’Università di Siena.

Mauro Barni. Certo. Ultimo: amputazioni! Amputazioni precise: qui abbiamo dei chirurghi insigni. Quando un arto, una falange o qualche cosa non funziona, si leva!

Stefano Bisi. Quando va “in cancrena”, come si dice in campagna.

Mauro Barni. Si leva, si ha coraggio, non si ricorre a pannicelli caldi per fare piacere a Tizio o a Caio, per compiacere il segretario di questo o di quell’altro partito. Questo va fatto: amputazioni molto chiare. Io ho visto con dispiacere – questa è l’ultima annotazione – che, per esempio, si dice: “ma assorbiamo altre università perché piccole”. Ma sono discorsi… cioè vuol dire distruggere quel che di buono c’è in un certo ambito, sarebbe come a Pisa levare la Normale per inglobarla nell’Università. Sono cose che non si fanno e non si dicono. Si affronta la realtà per quello che è, si ha coraggio di fare e di dare. Queste non sono ricette, sono semplicemente osservazioni di uno che conosce l’ambiente, ancora è in grado di…

Stefano Bisi. Chissà che, Mauro, non ti facciano commissario di questa Università? Te la sentiresti?

Mauro Barni. Non sono disponibile!

Stefano Bisi. No, perché, dopo la regola delle quattro “A”: Autoreferenzialità, Autonomia, Armonia, Amputazione, ci vuole anche la quinta che può essere “S”, come Servizio, e quindi se ti chiamassero sono convinto che torneresti a dare una mano.

Docenza universitaria svilita: dalle valutazioni manipolate al blocco degli scatti stipendiali

Rabbi Jaqov Jizchaq. Volge al termine un anno accademico caratterizzato da innumerevoli e continue valutazioni, dalle quali oramai dipende ogni singolo istante della vita degli individui e delle istituzioni universitarie: non alludo alle classifiche CENSIS, Shanghai, QS ecc., bensì a quelle dell’ANVUR, alla VQR, alla SUA, all’ASN, ai “ludi dipartimentali” per il conferimento di premi ai primi 180 dipartimenti (a scapito degli altri), scatti e incentivi e tutti meccanismi premiali, esclusivamente legati alla produttività scientifica, che hanno sostituito gli automatismi, estremizzando (sovente in maniera caricaturale) il modello competitivo aziendalistico. Non pare tuttavia che al bastone seguirà la carota. In questo modello la qualità pare essere difficilmente scindibile dalla quantità, cioè dall’organizzazione robustamente strutturata e della ricerca, quindi siamo di nuovo a riflettere sui nostri guai e mi domando come si possa separare questo tema da quelli che (inutilmente) mi sono permesso di sottoporre a questo blog nei precedenti messaggi.

Che vi fosse in passato un serio problema di valutazione negli atenei italiani era opinione di molti. Che l’ASN la VQR ecc. abbiano posto rimedio a queste patologie mi pare una notizia ampiamente esagerata. Adesso quello di “valutare” anche l’aria sembra che stia diventando un giochino di società, con esperti di strategie e ottimizzazione che passano il loro tempo a studiare come fottere meglio l’antagonista. Il quale antagonista, non di rado, è gente del tutto fuori dalla realtà che in questi anni non ha cessato di gingillarsi ancora con quisquilie e diatribe di genere oramai preistorico di piccolo cabotaggio, del tutto ignara sia dell’evoluzione del sistema universitario, sia degli standard scientifici richiesti, oramai per non essere sopraffatti. Dunque, in fondo, meritevole di essere fottuta. Un giochino molto ideologico, e sovente anche un po’ truffaldino: come già detto, “oggettivo” non è necessariamente sinonimo di “corretto” e sovente la matematica fa da ancella all’ideologia, celando, anziché disvelare, propositi al contrario molto “soggettivi”. La VQR – si dice in alto loco – ad oggi, è l’unico strumento istituzionale individuato per valutare la produttività e l’eccellenza della ricerca universitaria italiana. Non so se dobbiamo rallegrarcene o dolercene.

Oltre a questo, un sistema agonistico siffatto (“veri inglisce…”, sebbene un po’ rusticano), basato sulla competizione a ‘o curtiello, abbisognerebbe del logico corollario della carota, dopo il bastone, ossia di un reclutamento riportato a livelli accettabili in tutte le aree scientifiche. L’estenuante precariato, invece, azzera l’effetto “meritocratico” delle valutazioni riportando in auge l’unico criterio di selezione che pare valere nella società italiana: quello di classe. Richiederebbe altresì una qualche forma di mobilità, di maggior dinamismo, di diversa strutturazione degli atenei e dei dipartimenti, se, come ho già detto in tempi non sospetti, appare inevitabile raggiungere nei vari settori una “massa critica” omogenea, per partecipare con spirito non decoubertiano a questi “ludi cartacei”.

Sembra a volte che vi sia un’unica politica universitaria possibile, che questa politica sia appannaggio del Moloch di un’onnipotente burocrazia autoreferenziale, la quale procede a son di dispacci tanto perentori quanto incongrui, che sovente rivelano un vuoto totale di orizzonti, dietro un linguaggio “oggettivo” farcito di ornamentali statistiche. E che il conflitto politico si limiti alle persone che vengono reputate più o meno idonee ad interpretare e perseguire questa forma di Pensiero Unico. Sono in corso in questo periodo proteste da parte dei docenti, i quali lamentano non solo un anno di blocco degli scatti in più degli altri dipendenti statali, ma anche la cancellazione dei cinque anni passati (2010-2015) come se non fossero mai esistiti ai fini della carriera, della pensione e del Tfr: «Danno tanto più grave – si dice – nei giovani universitari, perché il mancato riconoscimento ai fini giuridici di 5 anni di attività lavorativa effettivamente svolta prefigura un danno importante che si riverbera su pensione e liquidazione». In realtà la professione di docente è stata oltremodo svilita.

Probabilmente si sta andando verso una contrattualizzazione della posizione di docente e verso un aumento massiccio del precariato. Difatti, leggo, anche “il modello di reclutamento che pone in sequenza temporale i ricercatori RTDa e RTDb si è dimostrato fallimentare“. C’è da scommettere che prolifereranno solo quelli di tipo A, cioè quelli che (a differenza dei RTD di tipo B) non prefigurano alcuna via verso la stabilizzazione. Leggo a riprova che “c’è stata una media di 3,2 passaggi da RTDb a Professore Associato ad Ateneo nell’arco di 7 anni dall’entrata in vigore della legge Gelmini”.

Riguardo la creazione di circa 1200 nuove posizioni di ricercatore attraverso il finanziamento aggiuntivo ai “dipartimenti eccellenti”, «i fondi dei Ludi Dipartimentali (Dipartimenti di eccellenza) destinati alle assunzioni “di ruolo” finiranno in realtà per gonfiare la fascia precaria dei ricercatori a tempo determinato “di tipo A”:» . Che vuol dire “ricercatori a tempo determinato una botta e via”. Insomma, secondo questa verosimile interpretazione, con i soldi della vincita dei “ludi dipartimentali” (intendiamoci, è meglio averli che non averli!) si potranno reclutare solo ricercatori a termine di tipo A, cioè quelli che non prefigurano una continuazione del rapporto di lavoro.

Università: dopo i baroni i bari. Come prima, più di prima… mentre l’ANAC tace



Per saperne di più:
il Fatto Quotidiano (11 luglio 2017). Università: truccate le pagelle dei premi da 2miliardi di euro.
Roars (11 luglio 2017). Modificati più di 100 file della VQR. La difesa di ANVUR: «il rapporto Vqr non è da considerarsi un atto ufficiale».
il Fatto Quotidiano (11 luglio 2017). Indicatori inaffidabili: Londra li scarta, ma l’Italia li mantiene.
il Fatto Quotidiano (11 luglio 2017). Il mistero di quanto costa davvero.

La mutagenesi dell’ateneo senese è avvenuta nel silenzio assordante della politica e della cultura

Nonostante gli schiamazzi su ogni altra questione, non un vagito sul destino dell’università e sul senso di ciò che stava accadendo

Rabbi Jaqov Jizchaq. Unico evento da segnalare, in questo periodo di torpore, il MIUR ha pubblicato la lista dei primi 350 dipartimenti ammessi al girone finale dei “ludi dipartimentali”. Si tratta di dividere un bottino di 271 milioni fra 180 dipartimenti e la decisione è controversa. Da una prima occhiata provo un senso di sconcerto, anche se sicuramente la graduatoria ha seguito criteri “oggettivi” (mai chiedersi se, oltre che oggettivi, furono anche giusti). Tra i primi 180 della lista, con molti ex aequo, di dipartimenti senesi ne appaiono tre. In tutto nella lista dei 350 finalisti, ne appaiono dieci (più la “stranieri”) su sedici. Probabilmente alcuni alla fine della gara conquisteranno l’agognata ricompensa. Perplessità a parte, quella che si delinea è una gerarchia: si saprà chi comanderà in futuro, ossia chi porterà i quattrini. Non so tuttavia se questa elargizione, essendo quinquennale, garantirà anche la sostenibilità nel tempo dei contratti che verranno stipulati e consentirà dunque di porre rimedio a problemi strutturali (lo svuotamento delle cattedre) dell’ateneo. Contemporaneamente ripartono le “cattedre Natta” e dubito che un cervello in fuga, ambito da tutti perché fornito di una cospicua dote, opterà per tornarsene da Harvard a Canicattì. Così si delineerà più marcatamente anche una gerarchia fra atenei, secondo il progetto di tracciare un confine sempre più accentuato fra atenei di serie A e di serie B. Nonostante la timida e si spera crescente ripresa del turnover, le aree scientifiche dell’ateneo senese che hanno subito maggiormente gli effetti dei pensionamenti (e non è finita!) non potranno rimpiazzare le perdite, se non in minima parte e non è chiaro come possano partecipare al Palio con un cavallo azzoppato. Dunque il dado è tratto e l’università ha subito una metamorfosi irreversibile. Si va verso un sistema integrato degli atenei in cui atenei medio piccoli come Siena avranno compiti ben circoscritti. Come ho ripetuto fino alla nausea (e non intendo ripetere più, visto che chi voleva capire, ha capito) ciò comporterebbe, come logica conseguenza, che si prendessero altre misure, ma in Italia tutti sono buoni ad attuare solo la pars destruens delle riforme. La mutagenesi dell’ateneo è avvenuta nel silenzio assordante della politica (vecchia e nuova) e della cultura senese, senza l’ampiezza di un respiro pubblico, sicché anche chi scrive in questo blog ha finito per subire la sorte del “marziano a Roma” di Ennio Flaiano. Politici vecchi e nuovi, giornali ed intellettuali hanno taciuto “all’unisono” o si sono accontentati di slogan buoni per tutte le stagioni: nonostante gli schiamazzi, i pesci in faccia e le risse quotidiane su ogni altra questione, non un vagito sul destino dell’università e sul senso di ciò che stava accadendo. Se ne evince che il consenso è così vasto, da non richiedere nessun approfondimento. Attendendo gli sviluppi e le ricadute di quest’aspra e singolar tenzone nazionale per ripartirsi le quote dei “ludi dipartimentali” e delle “cattedre Natta”, vi saluto mestamente. Ascolto alla radio un oratorio del Carissimi, che narra del giudizio di Salomone. Una donna esclama: “rectum judicium tuum, o rex, nec mihi, nec tibi! Dividatur”.

Le profonde ferite inferte nel corpo vivo dell’ateneo senese sono una sua “razionalizzazione”?

altan-dibattitoRabbi Jaqov Jizchaq. Scrive il Rettore Francesco Frati nel discorso di rettorato: «L’Ateneo del 2017 non è soltanto risanato: è anche diverso da quello del 2010 (…) ho ereditato un Ateneo che nel periodo del risanamento è stato in grado di mantenere, o addirittura accrescere, la propria attrattività garantendo standard qualitativi di didattica molto elevati, razionalizzare l’offerta formativa…».

Passata è la tempesta, odo augelli far festa …. diverso, per forza di cose, dopo dieci anni di blocco del turnover: avendo tra il 2008 e oggi già circa 350 stipendi in meno da pagare (e non è finita: il grafico su in alto ci dice che oltre un centinaio sono già con le valige in mano), i conti vanno necessariamente meglio. Se però è chiaro che l’ateneo è “diverso” da com’era prima della crisi che l’ha investito, non è viceversa chiaro a cosa sarà “uguale” domani. Per questo trovo irritanti le sortite di chi dà del disfattista a chiunque chieda di tenere aperto, specie in questa fase della politica nazionale, il dibattito sul destino dell’ateneo (o per meglio dire, dell’intero sistema degli atenei pubblici).

Mi lascia più che altro perplesso l’eufemismo “razionalizzato”: quasi a imprimere una nota positiva al pesante ridimensionamento dell’ateneo, sembra alludere al fatto che dietro tutto ciò vi sia stato un lavoro ponderato mirante ad eliminare le “cose inutili”, e che solo le “cose inutili” (nonché “le persone inutili”) siano state eliminate od emarginate. Sicché i salvati, e chi resta, sono tutti e soli quelli utili.

Fuori dalle cerimonie ufficiali è forse più corretto dire che si è fatto (o tentato di fare) di necessità virtù per tappare voragini che si sono aperte un po’ a caso, non nelle “cose inutili”, bensì in settori strategici e in materie fondamentali. Ci si è sforzati, in una condizione di penuria senza precedenti (lodevolmente, in molti casi, ma in altri casi in modo altamente opinabile e poco o punto dettato dalla ragione), di attuare riforme universitarie le quali, mentre da un lato proponevano un certo paradigma di organizzazione, dall’altro creavano le condizioni perché fosse impossibile adeguarvisi sensatamente. Forse subdolamente, in tal modo già delineando quella partizione fra “teaching university” e “research university” che costituisce l’obiettivo delle politiche universitarie di questi anni.

Bisogna quindi intendersi sulle parole che si usano. I sociologi distinguono, tra gli altri, questi tipi di razionalità:

“agire razionale rispetto allo scopo”: un’azione si dice razionale rispetto allo scopo se chi la compie valuta razionalmente i mezzi rispetto agli scopi che si prefigge, considera gli scopi in rapporto alle conseguenze che potrebbero derivarne, paragona i diversi scopi possibili e i loro rapporti;

“agire razionale rispetto al valore”: un’azione si dice razionale rispetto al valore quando chi agisce compie ciò che ritiene gli sia comandato dal dovere, dalla dignità, da un precetto religioso, da una causa che reputa giusta, senza preoccuparsi delle conseguenze.

Prendendo dunque a prestito queste categorie weberiane, direi che in un contesto dove oramai le politiche universitarie dei governi di diverso colore succedutisi sembrano convergere nell’idea di concentrare le risorse per la creazione di “grossi hub”, o “centri di eccellenza”, dove si farà la ricerca e dove risiederanno i gruppi di ricerca, occorre da un lato chiarire meglio quali siano gli scopi a medio termine che ci si sono prefissi, e dall’altro quali i valori che si intendono tutelare ed affermare.

Capisco che l’occasione solenne richiedeva un tono positivo e improntato all’ottimismo, ma è difficile considerare “una razionalizzazione” le profonde ferite inferte nel corpo vivo dell’ateneo negli anni passati. E talune scelte sono “razionali”, a posteriori, giusto perché sono state compiute (“was wirklich ist, das ist vernünftig”!): “razionale”, forse, semplicemente in quanto prodotto di un processo il quale, date certe premesse, si ritiene – non sempre a ragione – che ineluttabilmente non potesse attuarsi in modo differente da come è stato. In questo senso la parola “razionale” può essere però molto pericolosa.

E nelle università esiste il marketing?

antonio-tombolini

All’inaugurazione dell’Anno Accademico 2005/’06 dell’Università di Siena, lo studente Turriziani dichiarò: «”Meno marketing e più servizi agli studenti” non dovrà essere uno slogan ma un imperativo. Non si può tollerare la situazione di sofferenza delle segreterie studenti mentre si assumono con procedure discutibili giornalisti e veline». Si riferiva alla gigantesca Area “Centro Comunicazione e Marketing” dell’ateneo – con i suoi 14 uffici, 48 unità di personale, capacità di spesa illimitata e la prassi consolidata di tenere all’oscuro di tutto il CdA – che ha contribuito non poco a generare la voragine nei conti. Ormai, il “sapere” e il titolo di studio sono diventati prodotti da consumare, merce da vendere, confermando così la recente riflessione amara di Gianluca Vago «sul ruolo della formazione – sia superiore che universitaria – che rischia di prendere una “deriva commerciale e quantitativa”, dove si studia per avere i crediti formativi e non per la conoscenza.»

Il mio fruttivendolo, ovvero: il marketing non esiste esiste il mercato (Da: Simplicissimus, 1/2/2017)

Antonio Tombolini. Il fruttivendolo ambulante qui da me, a Loreto, viene tutti i venerdì, quando c’è il mercato. Da una vita. Non fa mailing preventivo per stimolare la domanda. Non targettizza il suo mercato secondo criteri psico-socio-demografici. Non si rivolge a me dicendomi ‘Gentile Cliente’, o ‘Cara Amica, caro Amico’. Naturalmente si guarda bene dal fare spot alla televisione, o dall’insozzare tutti i muri della città con manifesti. O dall’appiccicarli su appositi pannelli tirati su davanti ai più bei palazzi della mia città. Non mi manda sms a tradimento. Né tenta di ‘fidelizzarmi’. Non mi vende uno ‘stile di vita’ con le sue cipolle. Se le mele che ho comprato la settimana prima non erano buone come al solito (o anche soltanto se secondo me non erano buone come al solito) mi ridà i soldi, o altra frutta in cambio. Se però capisce che io sono uno stronzo che ci marcia, non mi dà ragione solo perché sono un cliente, ma mi manda affanculo che tutti sentano, dicendomi di non farmi vedere più. Il mio fruttivendolo non mi fa rispondere a sondaggi idioti. Non fa ricerche di mercato. La sua vita è una ricerca, di sul e col mercato. Non ha una ‘mission’. Non gli interessa niente del posizionamento strategico.

Mi vende cipolle da una vita, e non mi ha mai chiesto che mestiere faccio. Non mi ha mai chiesto quanti anni ho. Non mi ha mai chiesto il mio titolo di studio. Non mi ha mai chiesto se sono sposato. Non mi ha mai chiesto se ho figli. Non mi ha mai chiesto quanto cazzo guadagno. Non mi ha mai chiesto che macchina ho. Non mi ha mai chiesto se viaggio o non viaggio. Non mi ha mai chiesto il permesso per usare i miei dati ai sensi della legge sulla praivasi.

A me il marketing non piace, penso che sia sbagliato. A me piace di più il mercante appassionato di qualcosa che va a cercare, che compra, e che poi porta in piazza raccontando a tutti le meraviglie di ciò che ha trovato. Il marketing corrisponde alla struttura ‘intrinsecamente invasiva’ della società di massa: produzione di massa, comunicazione di massa, consumi di massa. E come ogni realtà invasiva, tendenzialmente violenta. Il linguaggio è sempre un buon rivelatore. A me non piace il linguaggio del marketing. Mi piace invece il linguaggio diretto e autentico, che va al cuore delle cose. Mi piace la parola ‘venditore’, mi piace la parola ‘compratore’, mi piace la parola ‘commerciante’, mi piace la parola ‘bottega’, mi piace la parola ‘bottegaio’, mi piace la parola ‘bancarella’, mi piace la parola ‘mercato’, mi piace la parola ‘soldi’, mi piace la parola ‘sconto’ quando sono compratore, non mi piace quando sono venditore. Mi piace la parola ‘prezzo’, mi piace la parola ‘grazie!’. Il mio fruttivendolo ambulante non sa neanche cosa sia la concorrenza. Gli ambulanti che hanno la bancarella attaccata alla sua e vendono le sue stesse cose sono i suoi migliori amici.

Che strano il mercato, eh?