Sulla strada della distruzione dell’Università pubblica italiana

Un articolo interessante che ha già sollevato inquietanti interrogativi e prese di posizione nei commenti al blog di Bellelli su “Il Fatto Quotidiano” del 15 novembre 2017.

Mi arrendo. Distruggete pure l’Università pubblica italiana (senza di me)

Andrea Bellelli. Ho scritto vari post su questo blog per denunciare la distruzione dell’università pubblica italiana, lucidamente perseguita dai governi Berlusconi e da quelli successivi. I dati sono alla portata di tutti: l’Università pubblica italiana ha subito una decurtazione del Fondo di Finanziamento Ordinario pari al 20% nel decennio 2008-2017, e una perdita del personale docente e non docente della stessa entità, dovuta alla mancata sostituzione dei docenti andati in pensione. Gli stipendi del personale docente sono stati bloccati tra il 2011 e il 2015. I finanziamenti pubblici alla ricerca sono stati erogati in quantità miserevoli e irregolari. Nessun comparto della pubblica amministrazione ha subito un simile ridimensionamento.

Nella situazione attuale, la possibilità di svolgere il lavoro di ricerca all’interno delle Università pubbliche è compromessa, per una serie di motivi. In primo luogo la riduzione dei finanziamenti e del personale rende impossibile mantenere gli standard di sicurezza nei luoghi di lavoro previsti dalla legge. La sicurezza di un laboratorio didattico, nel quale operano gli studenti, dipende criticamente non solo da una corretta manutenzione dei dispositivi di protezione collettivi, ma anche dalla presenza di personale esperto preposto alla vigilanza delle operazioni. Poiché la sicurezza degli studenti (equiparati per legge a lavoratori) è prioritaria, e le inadempienze alla normativa vigente hanno rilevanza penale, ho provveduto a sospendere le esercitazioni in laboratorio in precedenza previste nei miei corsi. Per le stesse ragioni non intendo più prendere sotto la mia supervisione studenti di dottorato di ricerca o tesisti: le tesi che io supervisiono sono oggi soltanto compilative.

In secondo luogo, anche il lavoro di ricerca che il docente può svolgere personalmente, è grandemente ridimensionato, perché la riduzione del numero dei docenti comporta un maggiore impegno didattico di ciascuno di noi, e una conseguente minore disponibilità di tempo da dedicare alla ricerca (che peraltro va di pari passo con la minore disponibilità di finanziamenti). Gli estensivi e vessatori obblighi di rendicontazione delle nostre attività, imposti da una inutile burocrazia ministeriale e dall’Agenzia di valutazione Anvur sottraggono ulteriore tempo alle attività di ricerca.

Infine, le normative concorsuali vigenti penalizzano il precariato e fanno sì che l’inizio della carriera universitaria privilegi persone che si sono formate all’estero, in condizioni molto più favorevoli di quelle vigenti in Italia. Per questo, io da tempo rifiuto di prendere precari sottopagati che, in occasione di un concorso si troverebbero a competere con colleghi di ritorno dagli Usa o da Paesi europei nei quali i colleghi hanno usufruito di tutt’altre strutture che le nostre. È deplorevole che l’anzianità di servizio in un laboratorio di ricerca pubblico in Italia non sia un merito valutabile.

Poiché ho lavorato nella ricerca scientifica per quarant’anni, abbandonarla mi dispiace: in fondo sento un debito nei confronti dei tanti scienziati che hanno speso il loro tempo prezioso per insegnarmi quello che ho imparato e che non insegnerò più ad allievi che non sarebbe giusto formare. Per questo, ho deciso di raccogliere quello che ho imparato negli scorsi quarant’anni nel trattato Reversible ligand binding, pubblicato da Wiley.

Ringrazio la Professoressa Jannette Carey di Princeton (NJ, Usa) che ha condiviso con me i due anni di lavoro che sono stati necessari a scriverlo. Pochissimi tra i lettori di questo sito saranno interessati al libro: è dedicato infatti a ricercatori e a studenti dei corsi di dottorato; ma molti potrebbero essere invece interessati alle ragioni per le quali il libro è stato scritto, e che io ho esposto in questo post: perché l’Università pubblica è di tutti i cittadini dello Stato e la sua distruzione è un furto ai loro danni.

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La Crui non è soggetto istituzionalmente deputato a concordare le regole dello sciopero in sede di autoregolamentazione

La risposta di Carlo Ferraro alla Crui che, “autoproclamatasi organo rappresentativo dei datori di lavoro” dei docenti universitari, ha perentoriamente convocato una riunione con il Movimento per la Dignità della Docenza Universitaria.

Appello per la dignità della docenza universitaria: è iniziato lo sciopero

Docenza universitaria svilita: dalle valutazioni manipolate al blocco degli scatti stipendiali

Rabbi Jaqov Jizchaq. Volge al termine un anno accademico caratterizzato da innumerevoli e continue valutazioni, dalle quali oramai dipende ogni singolo istante della vita degli individui e delle istituzioni universitarie: non alludo alle classifiche CENSIS, Shanghai, QS ecc., bensì a quelle dell’ANVUR, alla VQR, alla SUA, all’ASN, ai “ludi dipartimentali” per il conferimento di premi ai primi 180 dipartimenti (a scapito degli altri), scatti e incentivi e tutti meccanismi premiali, esclusivamente legati alla produttività scientifica, che hanno sostituito gli automatismi, estremizzando (sovente in maniera caricaturale) il modello competitivo aziendalistico. Non pare tuttavia che al bastone seguirà la carota. In questo modello la qualità pare essere difficilmente scindibile dalla quantità, cioè dall’organizzazione robustamente strutturata e della ricerca, quindi siamo di nuovo a riflettere sui nostri guai e mi domando come si possa separare questo tema da quelli che (inutilmente) mi sono permesso di sottoporre a questo blog nei precedenti messaggi.

Che vi fosse in passato un serio problema di valutazione negli atenei italiani era opinione di molti. Che l’ASN la VQR ecc. abbiano posto rimedio a queste patologie mi pare una notizia ampiamente esagerata. Adesso quello di “valutare” anche l’aria sembra che stia diventando un giochino di società, con esperti di strategie e ottimizzazione che passano il loro tempo a studiare come fottere meglio l’antagonista. Il quale antagonista, non di rado, è gente del tutto fuori dalla realtà che in questi anni non ha cessato di gingillarsi ancora con quisquilie e diatribe di genere oramai preistorico di piccolo cabotaggio, del tutto ignara sia dell’evoluzione del sistema universitario, sia degli standard scientifici richiesti, oramai per non essere sopraffatti. Dunque, in fondo, meritevole di essere fottuta. Un giochino molto ideologico, e sovente anche un po’ truffaldino: come già detto, “oggettivo” non è necessariamente sinonimo di “corretto” e sovente la matematica fa da ancella all’ideologia, celando, anziché disvelare, propositi al contrario molto “soggettivi”. La VQR – si dice in alto loco – ad oggi, è l’unico strumento istituzionale individuato per valutare la produttività e l’eccellenza della ricerca universitaria italiana. Non so se dobbiamo rallegrarcene o dolercene.

Oltre a questo, un sistema agonistico siffatto (“veri inglisce…”, sebbene un po’ rusticano), basato sulla competizione a ‘o curtiello, abbisognerebbe del logico corollario della carota, dopo il bastone, ossia di un reclutamento riportato a livelli accettabili in tutte le aree scientifiche. L’estenuante precariato, invece, azzera l’effetto “meritocratico” delle valutazioni riportando in auge l’unico criterio di selezione che pare valere nella società italiana: quello di classe. Richiederebbe altresì una qualche forma di mobilità, di maggior dinamismo, di diversa strutturazione degli atenei e dei dipartimenti, se, come ho già detto in tempi non sospetti, appare inevitabile raggiungere nei vari settori una “massa critica” omogenea, per partecipare con spirito non decoubertiano a questi “ludi cartacei”.

Sembra a volte che vi sia un’unica politica universitaria possibile, che questa politica sia appannaggio del Moloch di un’onnipotente burocrazia autoreferenziale, la quale procede a son di dispacci tanto perentori quanto incongrui, che sovente rivelano un vuoto totale di orizzonti, dietro un linguaggio “oggettivo” farcito di ornamentali statistiche. E che il conflitto politico si limiti alle persone che vengono reputate più o meno idonee ad interpretare e perseguire questa forma di Pensiero Unico. Sono in corso in questo periodo proteste da parte dei docenti, i quali lamentano non solo un anno di blocco degli scatti in più degli altri dipendenti statali, ma anche la cancellazione dei cinque anni passati (2010-2015) come se non fossero mai esistiti ai fini della carriera, della pensione e del Tfr: «Danno tanto più grave – si dice – nei giovani universitari, perché il mancato riconoscimento ai fini giuridici di 5 anni di attività lavorativa effettivamente svolta prefigura un danno importante che si riverbera su pensione e liquidazione». In realtà la professione di docente è stata oltremodo svilita.

Probabilmente si sta andando verso una contrattualizzazione della posizione di docente e verso un aumento massiccio del precariato. Difatti, leggo, anche “il modello di reclutamento che pone in sequenza temporale i ricercatori RTDa e RTDb si è dimostrato fallimentare“. C’è da scommettere che prolifereranno solo quelli di tipo A, cioè quelli che (a differenza dei RTD di tipo B) non prefigurano alcuna via verso la stabilizzazione. Leggo a riprova che “c’è stata una media di 3,2 passaggi da RTDb a Professore Associato ad Ateneo nell’arco di 7 anni dall’entrata in vigore della legge Gelmini”.

Riguardo la creazione di circa 1200 nuove posizioni di ricercatore attraverso il finanziamento aggiuntivo ai “dipartimenti eccellenti”, «i fondi dei Ludi Dipartimentali (Dipartimenti di eccellenza) destinati alle assunzioni “di ruolo” finiranno in realtà per gonfiare la fascia precaria dei ricercatori a tempo determinato “di tipo A”:» . Che vuol dire “ricercatori a tempo determinato una botta e via”. Insomma, secondo questa verosimile interpretazione, con i soldi della vincita dei “ludi dipartimentali” (intendiamoci, è meglio averli che non averli!) si potranno reclutare solo ricercatori a termine di tipo A, cioè quelli che non prefigurano una continuazione del rapporto di lavoro.

Chi protesta non lo fa “per bloccare la valutazione” ma “per difendere un diritto”

Andrea Landolfi

Andrea Landolfi

Andrea Landolfi (del Coordinamento Docenti contro il blocco degli scatti stipendiali). Magnifico Rettore, il Coordinamento dei Docenti che aderiscono alla protesta contro il blocco degli scatti stipendiali registra con soddisfazione, dopo mesi di silenzio, la crescente attenzione Sua e della CRUI per la vertenza in atto e condivide l’analisi contenuta nella Sua comunicazione odierna quanto a numeri e percentuali.

Dissente invece, e con fermezza, dalle Sue considerazioni in merito ai modi della protesta, e in particolare respinge il passaggio in cui Lei fa uso di un termine, “reputazione”, che al momento, e nella incresciosa situazione presente, sembra stare a cuore molto più a chi dissente che non a chi, indipendentemente dalle ragioni che lo muovono, ha deciso di piegare il capo a una patente ingiustizia.

Rincresce doverLe rammentare, Magnifico Rettore, che chi protesta non lo fa “per bloccare la valutazione” – al contrario, si chiede di essere valutati due volte, per la VQR e per gli scatti! – ma piuttosto “per difendere un diritto”. L’obiettivo che i firmatari dell’appello al Presidente della Repubblica si prefiggono va molto al di là di questa VQR: esso riguarda, infatti, la dignità professionale dei docenti. Di questo, chi doveva non si è fatto carico: se infatti si fosse dato ascolto per tempo alla voce della protesta (qui a Siena le prime mozioni in cui Le si chiedeva di prendere posizione risalgono all’ottobre 2015) oggi non si vivrebbe con tanta concitazione ed esasperazione questo passaggio.

Nel ribadire la propria serena determinazione a proseguire la protesta fino al soddisfacimento delle giuste richieste, il Coordinamento dei Docenti che aderiscono alla protesta contro il blocco degli scatti stipendiali La saluta e La ringrazia per l’attenzione.