Appello per la dignità della docenza universitaria: è iniziato lo sciopero

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Università: dopo i baroni i bari. Come prima, più di prima… mentre l’ANAC tace



Per saperne di più:
il Fatto Quotidiano (11 luglio 2017). Università: truccate le pagelle dei premi da 2miliardi di euro.
Roars (11 luglio 2017). Modificati più di 100 file della VQR. La difesa di ANVUR: «il rapporto Vqr non è da considerarsi un atto ufficiale».
il Fatto Quotidiano (11 luglio 2017). Indicatori inaffidabili: Londra li scarta, ma l’Italia li mantiene.
il Fatto Quotidiano (11 luglio 2017). Il mistero di quanto costa davvero.

Chi protesta non lo fa “per bloccare la valutazione” ma “per difendere un diritto”

Andrea Landolfi

Andrea Landolfi

Andrea Landolfi (del Coordinamento Docenti contro il blocco degli scatti stipendiali). Magnifico Rettore, il Coordinamento dei Docenti che aderiscono alla protesta contro il blocco degli scatti stipendiali registra con soddisfazione, dopo mesi di silenzio, la crescente attenzione Sua e della CRUI per la vertenza in atto e condivide l’analisi contenuta nella Sua comunicazione odierna quanto a numeri e percentuali.

Dissente invece, e con fermezza, dalle Sue considerazioni in merito ai modi della protesta, e in particolare respinge il passaggio in cui Lei fa uso di un termine, “reputazione”, che al momento, e nella incresciosa situazione presente, sembra stare a cuore molto più a chi dissente che non a chi, indipendentemente dalle ragioni che lo muovono, ha deciso di piegare il capo a una patente ingiustizia.

Rincresce doverLe rammentare, Magnifico Rettore, che chi protesta non lo fa “per bloccare la valutazione” – al contrario, si chiede di essere valutati due volte, per la VQR e per gli scatti! – ma piuttosto “per difendere un diritto”. L’obiettivo che i firmatari dell’appello al Presidente della Repubblica si prefiggono va molto al di là di questa VQR: esso riguarda, infatti, la dignità professionale dei docenti. Di questo, chi doveva non si è fatto carico: se infatti si fosse dato ascolto per tempo alla voce della protesta (qui a Siena le prime mozioni in cui Le si chiedeva di prendere posizione risalgono all’ottobre 2015) oggi non si vivrebbe con tanta concitazione ed esasperazione questo passaggio.

Nel ribadire la propria serena determinazione a proseguire la protesta fino al soddisfacimento delle giuste richieste, il Coordinamento dei Docenti che aderiscono alla protesta contro il blocco degli scatti stipendiali La saluta e La ringrazia per l’attenzione.

La valutazione della qualità della ricerca «è una questione squisitamente politica: non è il conflitto che dobbiamo temere, ma l’indifferenza, la pigrizia e la rassegnazione»

Stefano Semplici

Stefano Semplici

Università, la battaglia della VQR. Professori divisi sulla valutazione (Da: Il Corriere della Sera, 16 gennaio 2016)

Stefano Semplici. L’opinione pubblica non si interessa e non si interesserà dell’esercizio di valutazione della qualità della ricerca 2011-2014, dal quale dipenderà una fetta consistente del finanziamento delle nostre università. È una questione fitta di algoritmi, indecifrabili acronimi e bizantinismi incomprensibili, destinata a rimanere un rito misterico per gran parte degli addetti ai lavori. Chiarissimi saranno però i risultati: classifiche certificate dall’autorità del Direttivo dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, supportato dalla competenza e professionalità dei Gruppi di Esperti della Valutazione all’uopo costituiti. Il fine, in questo caso, sembra davvero giustificare ogni mezzo e ogni tecnicismo: il merito e l’eccellenza verranno finalmente riconosciuti e premiati; l’osceno nepotismo di una casta di privilegiati superpagati abituata a usare il denaro pubblico per i propri interessi sarà rottamato una volta per tutte; i fannulloni incapaci di reagire perfino alle dure penalizzazioni e alla gogna pubblica previste da questa competizione verranno infine messi in condizione di non nuocere.

Cosa potremmo chiedere di meglio per avere finalmente anche in Italia una «buona» università? Chi si oppone, di conseguenza, non è semplicemente un gufo o un rosicone. Può essere solo un «barone» o un servo di baroni, che merita di essere trattato, nella migliore delle ipotesi, come gli stolidi oppositori delle riforme, tutti liquidati come zelatori dell’ormai improponibile bicameralismo perfetto. Nel «nuovo» che avanza possono esserci – è vero – limiti, imperfezioni e perfino ingiustizie. Ad essi si potrà sempre porre rimedio. L’importante è aver tracciato la rotta.

All’opinione pubblica, ai nostri studenti e alle loro famiglie non chiedo di sapere cosa siano i «metadati bibliografici del prodotto, inclusi gli identificatori ISI WoS e Scopus» o di interessarsi della questione cruciale della «identificazione dell’addetto alla ricerca cui il prodotto è associato tramite il suo identificativo ORCID» (cito dalla versione definitiva del Bando di partecipazione alla VQR 2011-2014). Vorrei però che si aprisse almeno qualche spazio per chiarire che la protesta contro la VQR che si sta diffondendo nelle università italiane non è l’azione corporativa di professori che rifiutano di essere valutati. Sono i soldi dei cittadini a mantenere la libertà della scienza e del suo insegnamento e i cittadini hanno il diritto di sapere che questi soldi sono spesi bene. Questa protesta è anche responsabile, perché non ha colpito e non colpisce gli studenti.

Ciò detto, occorre riconoscere onestamente l’esistenza di due diverse faglie di conflitto, che in parte si sovrappongono e che occorre tuttavia tenere distinte. La prima corrisponde ad un conflitto dei professori con il governo per una rivendicazione legittima e chiaramente circoscritta. Il blocco degli scatti di anzianità, che costituiscono una parte rilevante del trattamento economico dei docenti universitari, così come degli altri lavoratori del pubblico impiego, è stato applicato in questo settore in modo differenziato e prolungato rispetto a tanti altri e nessuno si è mai preoccupato di spiegare quali fossero le colpe meritevoli di quella che molti percepiscono, oltre che come una punizione incomprensibile, come una lesione alla dignità del proprio impegno e del proprio lavoro. Questo è il vettore della protesta intorno al quale si è raccolto il consenso più ampio: l’astensione dalla VQR, in questa prospettiva, è uno strumento che non contesta, almeno apertamente e in linea di principio, la sua natura, i suoi obiettivi e l’uso che viene fatto dei suoi risultati.

C’è però una protesta che ha un fine diverso e che riguarda il rapporto fra le modalità con le quali la valutazione è stata introdotta in Italia e la missione dell’università. Anche questa è certamente una protesta contro il governo e contro il parlamento. Essa è però al tempo stesso – e bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome – il risultato di un conflitto fra professori. In gioco, in questo caso, c’è proprio il rifiuto di «queste» modalità di valutazione della loro attività (e non – lo ripeto ancora una volta – di una valutazione trasparente e rigorosa, a partire dal controllo del rispetto da parte dei docenti dei loro doveri nei confronti degli studenti), a causa degli effetti che esse hanno prodotto e che sono stati così riassunti in una petizione che ha già raccolto alcune centinaia di firme: «una politica di progressiva riduzione delle già scarse risorse coperta dalla parola d’ordine del merito; l’erosione del diritto allo studio e l’esasperazione di insostenibili squilibri fra le diverse aree del paese; la ricerca dell’eccellenza contrapposta al dovere dell’equità; la competizione con ogni mezzo contrapposta alla solidarietà e alla collaborazione che dovrebbero caratterizzare la vita dei nostri atenei; la mortificazione dell’impegno nella didattica come pilastro irrinunciabile della “missione” dell’università».

Sono professori i membri del Direttivo dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca. Sono quasi tutti professori i componenti dei Gruppi di Esperti della Valutazione. Molti saranno i professori fra coloro che giudicheranno il lavoro dei colleghi attraverso il meccanismo della peer review (sapendo chi stanno giudicando, mentre il giudicato non saprà chi gli ha dato il voto). Se la VQR si farà, di conseguenza, le ragioni di alcuni professori avranno «vinto» su quelle dei loro colleghi. È naturalmente possibile che non esista la relazione di causa ed effetto fra «questa» VQR e i fenomeni che ho ricordato o che sia ragionevole ritenerli, almeno a piccole dosi, il prezzo che è inevitabile pagare per aumentare l’efficienza e la qualità del sistema. Quello che non è possibile è liquidare questi punti come preoccupazioni da addetti ai lavori e rifiutare un confronto aperto e pubblico su di essi. Perché su tutti e in primo luogo sui nostri giovani ricadranno le conseguenze di queste scelte. Ecco perché la questione è squisitamente politica. Non è il conflitto che dobbiamo temere, ma l’indifferenza, la pigrizia e la rassegnazione.

Anche nell’Università le regole si fanno dopo il gioco, per accomodare i risultati della partita

Altan-ultimiRabbi Jaqov Jizchaq. Scrive il Sole 24 ore: «L’Anvur concede 15 giorni in più alle università per inviare le pubblicazioni scientifiche.» Tempo di VQR, ossia di valutazione della qualità della ricerca: «un esercizio di valutazione del quale è sempre più difficile accettare anche solo come “male minore” modi, obiettivi e conseguenze». Si obietta a coloro che dicono di rifiutare questa valutazione, che, come Bertoldo, non trovano mai l’albero giusto a cui impiccarsi, ma v’è del vero nelle parole sopra citate e vi sono fondate ragioni nella protesta che sta montando in molti atenei, compreso il nostro. Non foss’altro perché i criteri adottati sono tutt’altro che chiari e il tutto è circonfuso di un velo esoterico.

Soprassedendo, nevvero, sulle questioni economiche, che tanto qui si campa d’aria e come scrisse tempo addietro un famoso alcolomane, tutti i docenti universitari guadagnano diecimila euro al mese, rilevo difatti una schizofrenia nel sistema. Qual è l’effetto delle recenti riforme e ristrutturazioni, in una condizione in cui il turn over è fermo da anni (oltre che gli stipendi), col dimezzamento dei docenti? Non mi soffermerò oltre sui soliti aedi ubriachi e disinformati che scrivono sulle gazzette locali che ci sono “cento nuovi professori” (sic).

Si punta, secondo il VQR, a premiare l’eccellenza nella ricerca, ma al contempo si assiste fatalmente allo smantellamento di aree scientifiche basilari, indi si accorpano voluttuosamente corsi di laurea e dipartimenti. Qual è stata la prassi di questi ultimi anni? Per tirare a campà, con la moria di docenti, cioè per trovare i numeri necessari a non chiudere, si sputtanano i corsi di studio annacquandoli fino a renderli completamente insapori. Poi si tira fuori dal cilindro la distinzione fra università d’insegnamento e di ricerca (che nessuno sa, nell’attuale frangente, che cacchio voglia dire).

Per anni è sembrato che la ricerca fosse un optional. Coloro che reclamavano uno spazio maggiore per la ricerca pareva fossero marziani o potenziali perdigiorno che non volevano occuparsi del vero problema all’indomani dell’introduzione del 3+2 e successivamente con l’avvio dei massicci pensionamenti senza turn over, ossia coprire il fabbisogno nella didattica. Oggi si rigira la frittata eccedendo nella direzione opposta, e come è stato scritto, «Per chi aspira a “fare carriera” ogni ora trascorsa al servizio degli studenti appare come un’ora di tempo perso».

Così, per timore che dire “grazie” nuoccia all’aplomb di Lorsignori, si ringrazia con un metafisico pernacchione coloro che obtorto collo hanno profuso tanti sforzi tirando la carretta della didattica (magari per coprire assenteisti desaparecidos), incolpandoli di aver mancato ai propri doveri, dopo che li si è costretti a farlo. Inutile che il tapino si lamenti: «ma io l’avevo detto, che la ricerca è davvero importante, e voi non mi avete ascoltato»; è tempo di rivoluzioni (o di golpe), dobbiamo costruire l’uomo nuovo e non c’è tempo per recriminare e pensare a cosa farne di quello vecchio! Insomma, chi ha avuto, ha avuto, scurdammose ‘o passato.

D’improvviso infatti è spuntata l’ANVUR («Uhhhhhh! Tremate!!!! Io sono ANVUR, figlio di MIUR!» , il VQR e la SUA ed è la didattica a non contare più assolutamente niente. Senza dire che, con gli standard di produttività adottati, la valutazione del rendimento diventa tutta una cervellotica questione di mediane e di indici bibliometrici, “cravatte” e diagonali nei quali si subodora il fumus della presa per il didietro. Sembra che quanto detto sopra, ossia la polverizzazione d’intere aree scientifiche causata dall’uscita di ruolo senza ricambio e dallo sbando che ne è conseguito, non abbia a incidere sulla “qualità della ricerca” (!). Ora valgono altri criteri, c’è un nuovo cielo, una nuova terra, e com’è d’uso in questo paese, le regole spesso si fanno dopo il gioco per accomodare i risultati della partita.

Nelle università di provincia, l’autorevolezza degli assenteisti cronici cresce con l’ansia dell’attesa dei docenti

Altan-comandare-fottereRabbi Jaqov Jizchaq. Piuttosto, io avrei titolato l’articolo «nel reclutamento l’Università dovrà valutare le competenze didattiche tanto quanto le pubblicazioni»: “poca didattica = poca ricerca“. Tutti gli assenteisti cronici dicono che non si fanno vedere all’università perché debbono fare “la ricerca”: posso capire che Siena non è “Ossforde” quanto a strutture, o che le nostre biblioteche cui sono stati tagliati anche i fondi per gli abbonamenti alle riviste scientifiche non sono la Bodleian Library, ma dove minchia la fanno, ‘sta ricerca, costantemente all’altro capo del mondo? Non è che tutti studiano i pinguini dell’Antartide! E poi se vi fosse tutta questa ricerca fiorirebbero premi Nobel a tutto spiano: e invece, bada un po’, questi fioriscono, al contrario, proprio laddove i dipartimenti sono intensamente e costantemente presidiati. I giovani ricercatori che fuggono all’estero, non lo fanno solo per accattare un tozzo di pane che la patria matrigna nega loro, ma perché la ricerca si fa dove la ricerca c’è, ossia dove esiste quella che a tutti gli effetti può definirsi una “comunità scientifica”.

Didattica e ricerca si tengono l’un l’altra: che ricerca può creare attorno a sé un docente che esiste solo virtualmente sub specie ectoplasmatica? Siena, le università di provincia, sono state per lungo tempo paradigmatiche da questo punto di vista: creazioni in larga misura artificiali, hanno registrato degli eccessi clamorosi nelle latitanze. Quelli di provincia, tra i barbarofoni, sono siti universitari “dove non si va” e l’autorevolezza magari cresce, se ci si fa vedere poco, con l’ansia dell’attesa (il professore verrà? Non verrà? Consultiamo gli aruspici…). Questo ha fatto sì che la nomea di “assenteisti” si spargesse indistintamente un po’ su tutti, dimenticando che se c’è uno che non lavora, spesso vuol dire che c’è un altro che lavora per due. Ma anche da questo punto di vista temo sia arrivato il momento del redde rationem.

Ma poi, prima di parlare astrattamente di “reclutamento”, qualcuno ha fatto una stima approssimativa di quanta gente verrà reclutata (se mai verrà reclutato qualcuno) a Siena nei prossimi cinque anni, per 500 docenti che se ne vanno? Qualcuno (Candide, ou l’optimisme: sarà la canicola) va sparando cifre, alludendo allo sblocco del turn over per Università ed enti di ricerca a partire dal 2014, all’elevazione dunque dal 20% al 50% del limite di spesa consentito rispetto alle cessazioni dell’anno precedente , ma, s’intende – in cauda venenum – nel rispetto delle disposizioni sui limiti di spesa per il personale e per l’indebitamento (e questo è un argomento dolorosissimo a Siena). Con questo provvedimento – si dice – si renderanno disponibili posti per 1.500 docenti di ruolo in tutt’Italia (il che vuol dire una ventina per ateneo) e 1.500 “tenure track”, cioè, senza tanti fronzoli, borse di studio (che quindi non incidono sui conteggi di cui ai precedenti post): ma ve la immaginate una pioggia di concorsi a go-go qui, a Siena, nel volgere di cinque anni, se ad oggi hanno bloccato persino la chiamata come associati dei ricercatori già risultati idonei? Manco se li vedo….

Mi pare pura fantascienza. Il mio sospetto è che se fra avanzamenti di carriera e reclutamento vero e proprio si arriverà ad una cinquantina, sarà grasso che cola. Inoltre a goderne saranno naturalmente i SSD che sopravviveranno al cataclisma e nei prossimi anni non avranno tirato nel frattempo le cuoia (e non è detto che siano quelli migliori ed indispensabili); pertanto il sospetto è che alla fine della fiera il personale docente in questi anni verrà ridimensionato, non di un terzo, come si vociferava, ma sostanzialmente della metà e per giunta a cacchio di cane: a prescindere da ogni giudizio di valore, sul piano meramente aritmetico non vedo dunque come si possano eludere i ragionamenti di cui ai precedenti messaggi.

Attendo con ansia di essere smentito.

Nulla dies sine linea

Nell’università pubblica non si devono identificare i migliori; i migliori si devono creare

Tutti gli errori sull’università (da: la Repubblica, 15  giugno 2012)

Raffaele Simone. Le prime notizie sul “Pacchetto Merito” (ma non c’era un logo meno indisponente?) con cui il ministro Profumo intende portare il “merito” nella scuola hanno suscitato dissensi da ogni parte. Anche le misure sull’università contenute nel pacchetto non sollevano grida di entusiasmo; anzi.

L’idea di base è quella di spingere gli atenei a identificare, in ogni sede, i “migliori”. Non è chiaro cosa spetterebbe agli studenti migliori, salvo qualche riduzione di corso: potrebbero laurearsi un anno prima (una laurea triennale dopo due anni? una magistrale dopo un solo anno?) o conseguire il titolo dottorale dopo due anni invece dei previsti tre. Non capisco quale logica convinca il ministro che questi sconti possano costituire un premio; si tratta di plateali facilitazioni, che non aiuteranno i “migliori” a esserlo davvero, ma spingeranno i furbi a esser frettolosi, magari rompendo le scatole ai professori perché gli permettano la via breve. Non basta. I professori avranno l’obbligo di 100 ore di insegnamento (non erano 350 nella recente Riforma Gelmini? Chi ci capisce è bravo) e si ridurranno i finanziamenti agli atenei che non sceglieranno gli insegnanti “migliori”. Come si riconosceranno questi insegnanti? Ci penserà una commissione ad hoc, integrata da un componente straniero. Profumo è troppo esperto per non sapere che questa misura girerà a vuoto: ci voleva proprio un’altra commissione di valutazione, in un’università dove la valutazione, ignorata da sempre, è diventata ad un tratto ubiqua e invadente? E poi, ancora una volta il mito del componente straniero, il quale chissà perché, per il solo fatto di essere straniero, dovrebbe essere migliore dei colleghi italiani! Non basta: i docenti così identificati (che non potranno essere più del 20% del totale: e perché?) riceveranno premi anche loro. In cosa? In denaro? In posti per creare una scuola o una struttura? In risorse di studio e di ricerca? Non è chiaro. I premi avranno effetto anche nel mondo esterno: i datori di lavoro che assumeranno i migliori laureati e dottori di ricerca avranno incentivi fiscali; incentivi anche agli atenei per attrarre docenti dall’estero e ai professori che pubblicano in inglese.

In questa lista di queste misure si ritrovano, in mescolanze varie, miti e cascami che gravano da tempo sulla sfera della ricerca e dell’educazione. Anzitutto l’idea fissa di identificare i “migliori”. In un sistema pubblico non si devono identificare i migliori; i migliori si devono creare. A questo scopo, l’università deve proporre l’offerta migliore perché tutti possano essere migliori, anche se si sa che non tutti lo saranno, e deve poi occuparsi in modo serio dei non-migliori e dei tanti che, pur avendo vocazione, sono sviati e confusi da una struttura scoordinata e di qualità instabile. L’obiettivo di riconoscere “chi-è-già-migliore” va lasciato a quelle università (statunitensi o giapponesi) che praticano dichiaratamente la “selezione naturale”, lasciando indietro chi non è tra i primi, invece che farsene carico. C’è poi il mito secondo cui al bravo serve meno tempo: potrà anche esser così, ma con cicli formativi già frammentati (tre anni per tutti + due per pochi + tre di dottorato per pochissimi) che senso ha abbreviare ancora? Non manca l’idea sbagliata (esclusività italiana) dello straniero come deus ex machina, segno tenace di provincialismo, che dà per scontato che “loro” sono migliori e immacolati. Già da tempo colleghi stranieri partecipano a valutazioni di vario tipo, ma non pare proprio che la qualità media delle università sia migliorata. Lo stesso presupposto suggerisce di incentivare chi pubblica in inglese: io pubblico quasi tutti i miei lavori in inglese (e in altre lingue) dalla metà degli anni Ottanta, ma ciò non induce nessuno a leggerli, se non vuole. E che dire degli incentivi alle imprese che prenderanno i migliori? È il mondo alla rovescia: le imprese dovrebbero esser spinte a pretendere giovani preparati; incentivi andrebbero dati semmai a chi prende i meno fortunati. Il sistema universitario italiano, che nel panorama internazionale non riesce a superare il terz’ordine, non migliorerà iniettando “pacchetti” in una struttura che nel suo insieme è pericolante. Ha bisogno di qualcuno che riveda il progetto intero e rimetta mano a tutta l’architettura. Vasto programma …