Anche nell’Università le regole si fanno dopo il gioco, per accomodare i risultati della partita

Altan-ultimiRabbi Jaqov Jizchaq. Scrive il Sole 24 ore: «L’Anvur concede 15 giorni in più alle università per inviare le pubblicazioni scientifiche.» Tempo di VQR, ossia di valutazione della qualità della ricerca: «un esercizio di valutazione del quale è sempre più difficile accettare anche solo come “male minore” modi, obiettivi e conseguenze». Si obietta a coloro che dicono di rifiutare questa valutazione, che, come Bertoldo, non trovano mai l’albero giusto a cui impiccarsi, ma v’è del vero nelle parole sopra citate e vi sono fondate ragioni nella protesta che sta montando in molti atenei, compreso il nostro. Non foss’altro perché i criteri adottati sono tutt’altro che chiari e il tutto è circonfuso di un velo esoterico.

Soprassedendo, nevvero, sulle questioni economiche, che tanto qui si campa d’aria e come scrisse tempo addietro un famoso alcolomane, tutti i docenti universitari guadagnano diecimila euro al mese, rilevo difatti una schizofrenia nel sistema. Qual è l’effetto delle recenti riforme e ristrutturazioni, in una condizione in cui il turn over è fermo da anni (oltre che gli stipendi), col dimezzamento dei docenti? Non mi soffermerò oltre sui soliti aedi ubriachi e disinformati che scrivono sulle gazzette locali che ci sono “cento nuovi professori” (sic).

Si punta, secondo il VQR, a premiare l’eccellenza nella ricerca, ma al contempo si assiste fatalmente allo smantellamento di aree scientifiche basilari, indi si accorpano voluttuosamente corsi di laurea e dipartimenti. Qual è stata la prassi di questi ultimi anni? Per tirare a campà, con la moria di docenti, cioè per trovare i numeri necessari a non chiudere, si sputtanano i corsi di studio annacquandoli fino a renderli completamente insapori. Poi si tira fuori dal cilindro la distinzione fra università d’insegnamento e di ricerca (che nessuno sa, nell’attuale frangente, che cacchio voglia dire).

Per anni è sembrato che la ricerca fosse un optional. Coloro che reclamavano uno spazio maggiore per la ricerca pareva fossero marziani o potenziali perdigiorno che non volevano occuparsi del vero problema all’indomani dell’introduzione del 3+2 e successivamente con l’avvio dei massicci pensionamenti senza turn over, ossia coprire il fabbisogno nella didattica. Oggi si rigira la frittata eccedendo nella direzione opposta, e come è stato scritto, «Per chi aspira a “fare carriera” ogni ora trascorsa al servizio degli studenti appare come un’ora di tempo perso».

Così, per timore che dire “grazie” nuoccia all’aplomb di Lorsignori, si ringrazia con un metafisico pernacchione coloro che obtorto collo hanno profuso tanti sforzi tirando la carretta della didattica (magari per coprire assenteisti desaparecidos), incolpandoli di aver mancato ai propri doveri, dopo che li si è costretti a farlo. Inutile che il tapino si lamenti: «ma io l’avevo detto, che la ricerca è davvero importante, e voi non mi avete ascoltato»; è tempo di rivoluzioni (o di golpe), dobbiamo costruire l’uomo nuovo e non c’è tempo per recriminare e pensare a cosa farne di quello vecchio! Insomma, chi ha avuto, ha avuto, scurdammose ‘o passato.

D’improvviso infatti è spuntata l’ANVUR («Uhhhhhh! Tremate!!!! Io sono ANVUR, figlio di MIUR!» , il VQR e la SUA ed è la didattica a non contare più assolutamente niente. Senza dire che, con gli standard di produttività adottati, la valutazione del rendimento diventa tutta una cervellotica questione di mediane e di indici bibliometrici, “cravatte” e diagonali nei quali si subodora il fumus della presa per il didietro. Sembra che quanto detto sopra, ossia la polverizzazione d’intere aree scientifiche causata dall’uscita di ruolo senza ricambio e dallo sbando che ne è conseguito, non abbia a incidere sulla “qualità della ricerca” (!). Ora valgono altri criteri, c’è un nuovo cielo, una nuova terra, e com’è d’uso in questo paese, le regole spesso si fanno dopo il gioco per accomodare i risultati della partita.

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5 Risposte

  1. P.S. “le regole spesso si fanno dopo il gioco “: il sospetto non può non venire guardando questo gustoso filmato http://www.roars.it/online/il-sonno-della-ragione-genera-anamorfosi-bibliometriche/

    • p.s. Riguardo a coloro che si astengono dal partecipare alla VQR, il Magnifico ci ammonisce tuttavia che “se il nostro Ateneo è riuscito a uscire dalla sua profonda crisi finanziaria è anche grazie alle risorse premiali connesse agli eccellenti risultati conseguiti dall’Università di Siena nella precedente VQR”. Anche considerando che le valutazioni sono una fotografia del passato, realizzata con una sorta di macchina del tempo, e che buona parte di quello che c’era nel 2007 non c’è più, o non ci sarà più a breve, mi domando se dalla crisi siamo realmente usciti. Se insomma la prospettiva di una marginalizzazione crescente, in un ateneo praticamente dimezzato e pesantemente amputato con molti settori soppressi, sia veramente fugata .

      Come ho già ricordato, uno dei membri dell’ANVUR dichiarò ad un giornale nel 2012: “Tutte le università dovranno ripartire da zero. E quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra research university (università di Serie A) e teaching university (università di serie B). Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa.” Renzi, nel 2013, auspicava una concentrazione delle risorse in soli «cinque hub della ricerca», dicendo di volerci arrivare per gradi.
      Ok, dunque anziché continuare ad accorpare corsi e dipartimenti ALL’INTERNO dei singoli atenei, l’idea sarebbe quella, se ho ben capito, di un accorpamento TRA ATENEI. Del resto, se la prospettiva è, in alternativa, quella di agonizzare continuando a fare le nozze coi fichi secchi, morendo lentamente per asfissia, meglio che lo dicano subito. Ma ancora non ho capito COME e QUANDO chiuderanno delle sedi, che cosa ci faranno con chi ci lavora (il giudizio negativo su una sede investe globalmente tutti coloro che ci lavorano?) e cosa cavolo vuol dire (stanti le vigenti leggi) “teaching university”.

      Il problema è strettamente legato alle valutazioni del VQR, giacché la ricerca non si fa sugli alberi e l’immagine del ricercatore solitario, del Simeone lo Stilita che come nel celebre “Simone del deserto” di Luis Bunuel, passa la sua vita a meditare in cima a una colonna nel deserto siriano, tentando di resistere alle tentazioni del diavolo (al quale nondimeno da ultimo cede, lasciandosi portare in discoteca), è una caricatura con pochi addentellati con la realtà delle valutazioni bibliometriche e dei percentili. Non dico che sia un bel vedere: si fa notare talvolta che la rivista con il più alto ha-index al tempo di Galileo probabailmente si intitolava “Studi tolemaici”, ma tant’è.

      E a proposito di accorpamenti a cacchio, per carità di patria, come i film al tempo del Fascio, ambienterò i misfatti “all’estero”. Tanto chi vuol capire capirà. Già si disse del dipartimento di Geologia e Psicologia di Chieti. Leggo ora il gustoso articolo di un professore bolognese di filologia, il quale ci rivela come all’origine l’acronimo ipotizzato per il suo dipartimento fosse “F.I.C.A.M.”. Peccato che poi ci abbiano ripensato e strano che altri non abbiano pensato a denominazioni altrettanto suggestive tipo “P.A.N.I.S.” e “PER.EX.SUC.TUS” (scusate il latino maccheronico), in vista di ulteriori proficui accorpamenti. Sarebbe stato di grande attrattiva.

  2. @ Rabbi
    Copre di bruma il cielo la bufera…
    Beviamo, buon compagno
    Della povera giovinezza mia,
    Beviamo per dimenticare; dov’è dunque la coppa?
    Sarà più lieto il cuore. (Aleksandr Sergeevic Puškin,1837)
    A dire il vero, a “Piccola Oxford”, si era paventato un improbabile Dipartimento SFiGA (Scienze Fisiche Geologia Ambiente), ma quest’ultima, purtroppo, non manca in Unisi.
    Non ci resta che aspettare domani, il Ministro di turno emanerà il DDL della legge di stabilità 2016 relative al comparto università, e “teaching university” sarà!
    E a questo punto, come accadde nel cinquecento, tutto a San Vigilio scivolerà in bruma decadenza.
    Beviamo per dimenticare; dov’è dunque la coppa?
    Sarà più lieto il cuore.

    Sena da Oxfo

    • Per chi fosse interessato ai metadati bibliografici del prodotto, inclusi gli identificatori ISI WoS e Scopus e l’identificazione dell’addetto alla ricerca cui il prodotto è associato tramite il suo identificativo ORCID con scappellamento a destra, segnalo questo interessante articolo sul dibattito intorno alla VQR http://www.corriere.it/scuola/universita/16_gennaio_20/universita-vqr-valutazione-a82c1faa-bf8d-11e5-b186-10a49a435f1d.shtml.
      Mi ha colpito tuttavia di più un recente comunicato degli animatori della rivolta locale contro il VQR, che conclude:

      “le categorie meno a rischio (Ordinari ed Associati) dovrebbero
      pensare anche alle conseguenze che la non accettazione delle nostre
      richieste avrebbero sulle classi più deboli (Ricercatori).”

      È interessante ed inedito questo ritorno di operaismo à la Tronti: la “classe operaia” dei ricercatori (e dei TA) e il “Lumpenproletariat” dei precari. In fondo gran parte dell’ex ceto medio teme il rischio di povertà e dopo Piketty, si può ben osare di nuovo una simile affermazione: così, come giustamente sottolinea il comunicato, anche il VQR è un aspetto della “lotta di classe”. Quando l’uomo della strada (non ancora investito dal tram) indulge alla facile retorica de “i baroni”, non si rende conto che ad esempio qui alla “piccola Ossforde” gli ordinari sono solo 180 e quelli che realmente comandano (i cosiddetti “baroni”), in realtà molti di meno, su un totale di 715 addetti alla ricerca e alla didattica, per il 42% costituiti dalle “classi più deboli”, più 1042 tecnici ed amministrativi, che in larga parte ricchi non sono, ed uno stuolo di precari. Involontariamente questa sottolineatura del carattere “di classe” delle gerarchie accademiche fotografa la deriva tecnocratica ed oligarchica dell’università italiana: una fase di ritorno all’ordine nella quale ogni residuo egualitarismo (vero o presunto) di origine sessantottesca è stato definitivamente seppellito. Da coloro che lo avevano brandito in gioventù :-).
      (“Certamente c’è una guerra di classe, ed è la mia classe, i ricchi, che la sta facendo e stiamo vincendo.” W. Buffett)

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