E nelle università esiste il marketing?

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All’inaugurazione dell’Anno Accademico 2005/’06 dell’Università di Siena, lo studente Turriziani dichiarò: «”Meno marketing e più servizi agli studenti” non dovrà essere uno slogan ma un imperativo. Non si può tollerare la situazione di sofferenza delle segreterie studenti mentre si assumono con procedure discutibili giornalisti e veline». Si riferiva alla gigantesca Area “Centro Comunicazione e Marketing” dell’ateneo – con i suoi 14 uffici, 48 unità di personale, capacità di spesa illimitata e la prassi consolidata di tenere all’oscuro di tutto il CdA – che ha contribuito non poco a generare la voragine nei conti. Ormai, il “sapere” e il titolo di studio sono diventati prodotti da consumare, merce da vendere, confermando così la recente riflessione amara di Gianluca Vago «sul ruolo della formazione – sia superiore che universitaria – che rischia di prendere una “deriva commerciale e quantitativa”, dove si studia per avere i crediti formativi e non per la conoscenza.»

Il mio fruttivendolo, ovvero: il marketing non esiste esiste il mercato (Da: Simplicissimus, 1/2/2017)

Antonio Tombolini. Il fruttivendolo ambulante qui da me, a Loreto, viene tutti i venerdì, quando c’è il mercato. Da una vita. Non fa mailing preventivo per stimolare la domanda. Non targettizza il suo mercato secondo criteri psico-socio-demografici. Non si rivolge a me dicendomi ‘Gentile Cliente’, o ‘Cara Amica, caro Amico’. Naturalmente si guarda bene dal fare spot alla televisione, o dall’insozzare tutti i muri della città con manifesti. O dall’appiccicarli su appositi pannelli tirati su davanti ai più bei palazzi della mia città. Non mi manda sms a tradimento. Né tenta di ‘fidelizzarmi’. Non mi vende uno ‘stile di vita’ con le sue cipolle. Se le mele che ho comprato la settimana prima non erano buone come al solito (o anche soltanto se secondo me non erano buone come al solito) mi ridà i soldi, o altra frutta in cambio. Se però capisce che io sono uno stronzo che ci marcia, non mi dà ragione solo perché sono un cliente, ma mi manda affanculo che tutti sentano, dicendomi di non farmi vedere più. Il mio fruttivendolo non mi fa rispondere a sondaggi idioti. Non fa ricerche di mercato. La sua vita è una ricerca, di sul e col mercato. Non ha una ‘mission’. Non gli interessa niente del posizionamento strategico.

Mi vende cipolle da una vita, e non mi ha mai chiesto che mestiere faccio. Non mi ha mai chiesto quanti anni ho. Non mi ha mai chiesto il mio titolo di studio. Non mi ha mai chiesto se sono sposato. Non mi ha mai chiesto se ho figli. Non mi ha mai chiesto quanto cazzo guadagno. Non mi ha mai chiesto che macchina ho. Non mi ha mai chiesto se viaggio o non viaggio. Non mi ha mai chiesto il permesso per usare i miei dati ai sensi della legge sulla praivasi.

A me il marketing non piace, penso che sia sbagliato. A me piace di più il mercante appassionato di qualcosa che va a cercare, che compra, e che poi porta in piazza raccontando a tutti le meraviglie di ciò che ha trovato. Il marketing corrisponde alla struttura ‘intrinsecamente invasiva’ della società di massa: produzione di massa, comunicazione di massa, consumi di massa. E come ogni realtà invasiva, tendenzialmente violenta. Il linguaggio è sempre un buon rivelatore. A me non piace il linguaggio del marketing. Mi piace invece il linguaggio diretto e autentico, che va al cuore delle cose. Mi piace la parola ‘venditore’, mi piace la parola ‘compratore’, mi piace la parola ‘commerciante’, mi piace la parola ‘bottega’, mi piace la parola ‘bottegaio’, mi piace la parola ‘bancarella’, mi piace la parola ‘mercato’, mi piace la parola ‘soldi’, mi piace la parola ‘sconto’ quando sono compratore, non mi piace quando sono venditore. Mi piace la parola ‘prezzo’, mi piace la parola ‘grazie!’. Il mio fruttivendolo ambulante non sa neanche cosa sia la concorrenza. Gli ambulanti che hanno la bancarella attaccata alla sua e vendono le sue stesse cose sono i suoi migliori amici.

Che strano il mercato, eh?

Servono ancora le università, se si studia per avere i crediti formativi e non per la conoscenza?

Gianluca Vago

Gianluca Vago

Rabbi Jaqov Jizchaq. “Servono ancora le università?“. «È con una domanda provocatoria che il rettore dell’università Statale di Milano, Gianluca Vago, ha inaugurato l’anno accademico del suo ateneo. Una riflessione amara sul ruolo della formazione – sia superiore che universitaria – che rischia di prendere una “deriva commerciale e quantitativa”, dove si studia per avere i crediti formativi e non per la conoscenza. Un sistema in cui “qualcuno vorrebbe trattare lo studente sempre più spesso come un cliente… Dobbiamo raccontare chi siamo, più ancora che quello che sappiamo – ha detto Vago a proposito della missione dell’università –: questo è quello che dobbiamo ai nostri studenti, lo devono i veri maestri ai propri allievi… ogni viltà, ogni opportunismo, ogni scorciatoia facile, ogni mediocre privilegio, ogni gratuita e svogliata inefficienza, ogni superficiale pressapochismo sono una ferita che lacera la speranza dei nostri ragazzi e piega la loro fiducia».

Adesso, non è che si chieda di essere “guidati dall’inesorabilità di quella missione spirituale che ingiunge al destino del popolo tedesco di congiungersi con l’impronta della propria storia”, come esordiva il tonitruante Martin Heidegger nel suo discorso di rettorato all’università di Friburgo (Dio ce ne guardi!), ma ribadisco, che a mio modestissimo avviso, urge un chiarimento sul destino dell’università italiana: se non di potenti atenei come Milano, che hanno le gambe per stare in piedi, almeno degli atenei come Siena, che mi pare non siano esattamente in procinto di “congiungersi con la propria storia”, bensì semmai di distaccarsene definitivamente.

Le parole del rettore Vago tornano particolarmente appropriate nel “giorno della memoria”, laddove egli insiste sulla necessità di “trasmettere a giovani valore conoscenza”, puntando il dito contro un sistema “in cui si fanno gli esami per avere punti e non per acquisire conoscenza”. Conoscenza e memoria, in un’Europa che sembra aver perso la memoria e in un paese in preda all’oblio:

«La mia prima lingua è stata il tedesco, la seconda l’ucraino, con i nonni parlavo in yiddish, nei dintorni si parlava rumeno, i vicini di casa erano polacchi e pertanto con loro si parlava in polacco, e gli intellettuali parlavano francese. Ma in Europa ho frequentato solo la prima elementare. Poi è arrivata la guerra, e con essa il ghetto, i campi di concentramento, la foresta. Quando sono arrivato in Eretz Israel avevo quattordici anni e non avevo una lingua…. Nel ghetto di Czernowitz i miei nonni parlavano yiddish. Le cameriere a casa mia erano ucraine, così parlavo ucraino. All’inizio il regime era rumeno, così appresi un po’ di rumeno. Poi diventammo Russia e io imparai un po’ di russo. Quando mi accolse l’Italia appresi anche un po’ di italiano. Crebbi così con un grappolo di parole e lingue straniere che non fecero che disorientarmi profondamente. Alla fine verrà l’ebraico pronunciato per la prima volta a Napoli, nutrito della lettura della Bibbia, e sarà la lingua della mia vita e dei miei libri». Aharon Appelfeld

Il punto della situazione universitaria traendo spunto dai titoli della Comédie humaine

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Rabbi Jaqov Jizchaq. Facciamo dunque balzachianamente il punto della situazione, come agenda per l’anno appena iniziato, traendo spunto dai titoli della Comédie humaine:

Le théâtre comme il est
«Ffo 2016, cambiando l’ordine dei parametri la povertà delle università non cambia… il ministero ha sicuramente proseguito la propria politica, lasciando sostanzialmente invariati i fondi dopo gli 800 milioni di tagli dal 2008, incrementando il peso della quota premiale, che per il 2016 passa dal 20% al 22%, ed aumentando dal -2 al -2,25% le perdite massime che possono subire gli atenei. Dall’altro lato, però, il risultato della distribuzione della quota premiale contiene delle novità: la quota premiale registra forti cali per atenei ampiamente premiati negli anni precedenti, mentre aumenta in modo netto per alcuni Atenei in passato penalizzati. Tutto questo avviene non per un cambiamento della qualità di didattica e di ricerca degli atenei, ma per un semplice cambiamento delle scale utilizzate per pesare i risultati della nuova Valutazione della qualità della ricerca (Vqr 2011-2014), e per effetto delle clausole di salvaguardia, che ha portato a dei risultati maggiormente concentrati attorno al valore medio.»

La Muse du département
Perugia ebbe la sua musa: «Miur distribuisce la quota premiale dei Fondi 2016. Redistribuzione al Sud. E l’ateneo della Giannini raddoppia: +115%. (…) Nella Top Ten, per il Nord compaiono solo Venezia Iuav e Ca’ Foscari, Torino e Genova. La peggiore in assoluto, invece, è Siena (-39,4%, pari a circa 11 milioni in meno), ma pagano anche università rinomate come Milano (-8,6%), Firenze (-6,8%) e persino la Normale di Pisa (-2%).»

Aventures administratives
«L’Università di Siena si conferma ancora una volta tra le migliori Università italiane, conquistando il sesto posto nella classifica pubblicata dal Sole 24 Ore. (…) Come recentemente dimostrato anche dalla valutazione di ANVUR – ha precisato il Rettore – la qualità della ricerca dei docenti di USiena continua ad essere ben superiore alla media nazionale: un risultato conseguito mentre l’Ateneo stava uscendo dalla propria crisi finanziaria.»

Se Siena è sesta nella classifica del Sole 24 ore, l’uomo della strada (che d’ora innanzi chiamerò Simplicio) non capisce come mai continuano a tagliarle i fondi che in teoria dovrebbero premiare il merito. Qui c’è qualcosa che non quadra.
O la classifica del Sole 24ore non è attendibile, o non è attendibile l’ANVUR, ne conclude Simplicio.
L’ANVUR (si chiede Simplicio, con sconcerto) ti punisce perché la qualità della tua ricerca è molto elevata, come essa stessa riconosce? In realtà un parametro che ha determinato la caduta in disgrazia di Siena agli occhi dell’ANVUR è stato la scarsa produttività scientifica dei nuovi assunti (sic, uno degli IRAS): marrani fannulloni!, griderà Simplicio, scandalizzato. Orbene, questa affermazione è vera a vuoto, giacché per dieci anni non ci sono stati affatto nuovi assunti perché il turnover era bloccato! Non solo: «continuano a perdere finanziamenti tutti quegli atenei che hanno visto crollare i propri iscritti negli ultimi anni, anche quando la quota premiale cresce. Ciò è causato dal peso sempre maggiore dato al costo standard per studente nella suddivisione della quota storica del Ffo (arrivato al 28% della quota base).» E qui mi pare che di studenti ne siano evaporati 15.000 circumcirca: del resto sono stati anche chiusi decine di corsi di laurea, avviando in tal modo un circolo vizioso.

Anatomie des corps enseignants
In generale la forte contrazione del corpo docente senese (400 pensionamenti di docenti tra il 2008 e il 2020, su 1056 che erano, con forse due o tre dozzine di rimpiazzi di ruolo da qui a tre anni), salutata da Simplicio come un bene (“eh so’ troppiii!”) di certo non ha giovato né alla mole, né all’organizzazione della ricerca, oltre a tramortire una generazione di ricercatori. Il Rettore, giustamente, sottolinea la necessità urgente di riprendere le assunzioni ed annuncia con un certo sollievo la fine del Ramadan, anche se le assunzioni future di certo non compenseranno la drammatica perdita subita, né copriranno molte delle voragini che si sono aperte. Sarebbe dunque utile per tutti capire in che direzione evolverà l’ateneo, che non sarà di certo quello di prima (nel bene e, si spera, neanche nel male).

L’Envers de l’histoire contemporaine
L’esclamazione “eh so’ troppiiii!” di Simplicio è singolarmente contraddetta (oltre che dai dati OCSE) da quest’altra notizia: «Il 70 per cento degli italiani è analfabeta (legge, guarda, ascolta, ma non capisce).»

Adam-le-Chercheur
Ogni tanto qualcuno si ricorda di sottolineare anche «il dramma degli attuali oltre 40.000 ricercatori destinati, come coloro che li hanno preceduti, all’espulsione dall’Università, senza che si sia dato loro alcuna seria possibilità di concorrere a posti di docenza a tempo indeterminato. Il precariato non è un incidente, ma il frutto di una lucida e cinica scelta di chi vuole una docenza universitaria con pochi docenti ‘veri’ (gli ordinari), un po’ più di docenti subalterni (gli associati) e decine di miglia di precari “usa e getta”, sparpagliati in una giungla di figure (dottorandi, borsisti, assegnisti, ricercatori a tempo determinato, ecc). Precari senza i quali non sarebbe possibile assicurare i già ridotti livelli di ricerca e di didattica.»

Les martyrs ignorés
Ed ecco su cosa si fonda la “meritocrazia” italica. Vorrei sapere questi qua che stipendio hanno, come faranno a mettere su famiglia (se nessuno li mantiene) e che pensione avranno. L’implementazione della riforma del 3+2 è avvenuta con lo sfruttamento massiccio del lavoro precario e della “terza fascia” (i ricercatori) poi abolita. È evidente che un simile metodo di scrematura prevede che il ricercatore non abbia necessità economiche di sopravvivenza, dunque è basato essenzialmente sul censo, altro che abracadabravaneliana “meritocrazia”!.

Les parents pauvres
Il sottosegretario, Gabriele Toccafondi afferma: «Con un tasso di disoccupazione giovanile che è tornato a sfiorare il 40% è opportuno che anche l’università allarghi la sua offerta professionalizzante, ma ciò non deve andare a discapito degli Its, un segmento dell’offerta formativa che ha dimostrato, in questi anni, di funzionare con un tasso d’occupazione dei neo-diplomati superiore all’80 per cento».

A pensar male si fa peccato, ma… non è che quello di sfornare diplomi professionalizzanti diverrà lo scopo principale degli atenei minori (i parenti poveri) di provincia?

Histoire des Treize (meno 1)
«Assoluzione dall’accusa di falso in atto pubblico per i 12 imputati al processo per il ‘buco’ da 200 milioni di euro nei bilanci.»
Il Tribunale di Siena sentenzia: «la vicenda dell’Università di Siena che oggi occupa il Tribunale, in definitiva, “non è una storia di ruberie”, nel senso che il buco di bilancio non è risultato essere il frutto di appropriazioni o distrazioni. Con riferimento a tale ultima affermazione, occorre però precisarsi che – se è ben vero, come appena detto che quella dell’Università di Siena “non è una storia di ruberie” – è altrettanto innegabile come essa costituisca il frutto di una (non meno grave ed allarmante) gestione di ingenti risorse pubbliche assolutamente dissennata e fuori controllo (…), di dipendenti infedeli e di mancati o inadeguati controlli da parte degli organi apicali di indirizzo politico-amministrativo (Rettori e Direttori amministrativi) e di vigilanza (Collegio dei Revisori). Tutto ciò in totale spregio, non solo delle comuni regole di buona amministrazione, ma anche e soprattutto del senso dello Stato che dovrebbe costituire l’idem sentire di chi svolge una funzione pubblica “con disciplina ed onore” (come impone l’art. 54, comma 2, della Costituzione) e con evidentissime ricadute negative sul buon andamento della gestione della res publica (art. 97 Cost.).»

Splendeurs et misères des courtisanes
Come reazione alle esternazioni di Cantone (un assist perfetto) sul nepotismo e la cortigianeria: «il governo sta per varare una contromisura: un fondo intitolato al Nobel Giulio Natta per finanziare la chiamata diretta di 500 docenti scelti, senza concorso, tra i migliori ricercatori italiani e stranieri» (scrive Francesco Margiocco, giornalista del Secolo XIX). Gli fa eco, lesta, una esponente politica della maggioranza: «il decreto Natta sarà una sperimentazione per la selezione dei docenti universitari. Potrebbe rivelarsi un procedimento da estendere a tutti i docenti universitari, non solo alle supercattedre.»

Per abolire la cortigianeria si istituisce un canale speciale di reclutamento, con commissioni … di diretta nomina politica?!?!?! Pensando di generalizzare il metodo?!?!?!?!! Ohibò…

Illusions perdues
«Sono bravi: questo nessuno lo mette in dubbio. Ma sono penalizzati dal vivere nel Paese che investe meno di tutti in ricerca, in Europa. Le capacità degli scienziati italiani non sono evidentemente in discussione, se uno studio clinico su cinque di quelli prodotti nel Vecchio Continente giunge da quello che era il Belpaese.
Numeri che vengono confermati su scala mondiale, dove gli scienziati italiani sono ottavi, alle spalle dei colleghi che operano in contesti di ben altra levatura: dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, dalla Cina alla Germania. Paesi che investono molto più dell’Italia e che attraggono i cervelli nostrani: poco apprezzati entro i confini nazionali, merce pregiata al di là delle Alpi.»

«In Italia … la spesa complessiva per l’istruzione universitaria è ferma allo 0.9% del PIL, penultima fra gli Stati dell’area Ocse e contro una media UE pari all’1,5%.»

Nella ripartizione della quota premiale del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) l’università di Siena è ultima

involuzionedellaspecierettoraleRabbi Jaqov Jizchaq. Dopo il messaggio augurale del Magnifico rettore, tutto colmo di ottimismo, arriva una sferzata gelida leggendo questo articolo sul sito ROARS. A parte l’interpretazione che necessita di nozioni di numerologia cabalistica dei risultati della valutazione, su cui si è soffermato Andrea, che rafforza nell’uomo della strada la convinzione che la matematica sia un’opinione, l’effetto di questa alchimia ci consegna un mesto fine d’anno:

«Dati ufficiali FFO premiale: Messina +37%, Catanzaro +33%, Milano Statale -9%, Udine -14%, Siena -39%»
«(…) La maglia nera è Siena (-39%), ma tra chi perde terreno ci sono anche diverse università del Nord: Udine -14%, Milano Statale -9%, Milano Bicocca -6%. Con un terremoto simile, qualche ateneo dovrà chiudere? Per fortuna no, perché una clausola di salvaguardia limita al -2.25% la possibile diminuzione dell’FFO.»

“Chiove e schiove”, come canta Catarì; “nu poco chiove e n’ato ppoco stracqua torna a chiòvere, schiove”. E le previsioni del tempo dicono che nevicherà.

Buon anno a tutti.

Le classifiche farlocche nel ridisegno golpista dell’Università italiana

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Siena al 24° posto e Pisa al 34°

Rabbi Jaqov Jizchaq. Eccole! Arrivano le pagelline di Babbo Natale dell’ANVUR: «La classifica dell’Agenzia di valutazione degli atenei vigilata dal ministero di Istruzione. Scuole superiori in testa. L’università con il livello di ricerca più elevato resta la Scuola di alti studi di Lucca (Imt) che, tuttavia, ha perso metà del punteggio del 2010 (il 46 per cento), a dimostrazione che nella nuova valutazione le diversità tra gli atenei si sono sensibilmente assottigliate. Seconde e terze nel ranking, due scuole superiori di Pisa: Sant’Anna e Normale (che guadagna il 20 per cento e sette posizioni).» E gli altri atenei toscani? «La distanza con le prime tre fuoriclasse è giustificata dal fatto che le tre istituzioni sul podio sono specializzate in ricerca, negli altri atenei è la didattica che la fa da padrone. In classifica incontriamo l’università per stranieri di Siena al 13esimo posto, Firenze tra le grandi università della nostra regione è prima al numero 17. Seguono Siena al 24° posto, Pisa al 34°».

Chiaro no? «Negli altri Atenei è la didattica che la fa da padrone». È la seconda volta, dopo il celebre articolo di Repubblica, che un quotidiano di peso nazionale esprime questo concetto. Si dà per scontato che gli altri atenei toscani (incluso Pisa, eccetto il Sant’Anna e la Normale!) oramai siano “teaching universities”: lo ripete il Corriere, dopo che Repubblica già aveva scritto senza giri di parole che quello di dedicarsi essenzialmente all’insegnamento sarebbe stato il destino di Siena. Segnatamente Siena viene presa in considerazione solo per evidenziare l’ottima performance della “Stranieri”, che risulta in posizione assai più avanzata rispetto a Unisi riguardo alla ricerca (ma che “ricerca” fanno?).

Dunque, per venire alle considerazioni di Andrea, qui il “ridisegno” già sta avvenendo, lasciando morire i settori entrati in crisi per via dei pensionamenti, o non funzionali al progetto di trasformazione degli atenei di provincia in Fachhochschulen (o qualcosa di simile) di cui sopra. Del resto la sparizione di circa 400 ricercatori in pochi anni non può non aver ripercussioni sulla mole di ricerca prodotta. Ripeto ad nauseam che anche per portare a compimento una simile e più volte annunciata svolta si sarebbe dovuto pensare più razionalmente e costruttivamente a questo “ridisegno” complessivo degli atenei sul territorio, in modo tale che se una cosa (utile) la togli qui, allora la sposti e la rinforzi di là.

Per concludere, sulle parole (Vóce del sén fuggita Pòi richiamàr non vale) del ministro Poletti, devo dire che una certa retorica sui cervelli in fuga (come se quelli che sono ritornati o che vanno e vengono, in un mestiere che non è esattamente di genere impiegatizio, fossero tutti dementi) mi risulta indigeribile: beato te, che trovi da fare l’ingegnere a Stoccolma! Ciò detto, quella della fuga non può diventare l’unica alternativa: che prospettive hanno, per esempio, gli studenti, i dottorandi, i ricercatori di quelle aree scientifiche che sempre di più vengono prosciugate in nome del “ridisegno” del nostro ateneo, se non quella di andarsene? E dove se ne vanno, se non all’estero? Insomma, la trasformazione di molti atenei in qualcosa tipo Fachhochschulen – scelta di per sé già opinabile – avviene con queste modalità.

Quello che si sta profilando con questo “ridisegno”, a mio modesto parere, più che una riforma è un golpe, per cui anche le vite di molte persone (ricercatori, dottorandi, gli stessi studenti cui non si offre alcuna prospettiva) vengono compromesse, aree scientifiche e tradizioni vengono cancellate, sovente con una rozzezza di argomentazioni da lasciare allibiti, come se si trattasse di mera routine burocratica, con un impoverimento globale dell’università e della comunità tutta: insomma, un “danno erariale” e culturale sul quale però non indagherà nessuna Corte dei Conti e che oramai sarà appannaggio degli storici del futuro.

P.S. Sicché oramai in Toscana la competizione è fra Pisa e Lucca, anche se i lucchesi appaiono un po’ in ribasso. Del resto è una contesa che affonda le sue radici nel passato: «Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio.» (Proverbio lucchese di origine medievale)

Andrea. Concentriamoci su questa classifica: Firenze al 17° posto, Siena al 24° posto e addirittura Pisa al 34° posto !!! Certo mancano i parziali per area, quando verranno forniti o ci sono già? Siena la vedo in lento declino, Pisa non me lo spiego e Firenze tiene il passo. Indipendentemente dai primi 5 che sono scuole speciali con ordinamento speciale e con finanziamenti ancor più speciali, la vera classifica inizia a mio avviso da Trento. Ergo i primi 10 atenei sarebbero dal sesto al quindicesimo posto, con la sola stranezza di Siena Stranieri (????): Trento, Padova, Venezia, Milano Bicocca, Bologna, Verona, Torino, Siena stranieri, Ferrara e Piemonte orientale. Se escludiamo Siena stranieri, nella mia ipotetica classifica delle prime dieci rientrerebbe Milano Statale classificata al 16° posto. Potrei dire delle sciocchezze, ma il “ridisegno” guardando questi dati è: Atenei generalisti e votati alla ricerca nel quadrante tra Torino Bologna Padova e Venezia (con Trento inclusa). Scuole speciali al centro e il resto…
Strano il risultato dei Politecnici di Milano e Torino con una quota premiale del 3% e 4% rispettivamente, ma un occhio di riguardo questi due atenei lo avranno sempre.

Avevamo parlato di investimenti in determinate aree geografiche come ad esempio Human Technopole di Milano, Parchi della salute in Piemonte ecc. ecc. Mi sembra che non ci siamo andati distante. Sta di fatto che questi nascenti centri non faranno altro che trainare alcune università coinvolte nelle prossime classifiche Anvur e gli altri a guardare. Ecco, il “ridisegno” è servito.

Rabbi Jaqov Jizchaq. …Siena al 24° posto e Pisa al 34°… Con tutto l’affetto per Siena (o quello che ne rimane), ma ci stiamo prendendo per il didietro?

I mali dell’Università: servilismo e mercimonio, corruzione e clientelismo e una baronia più arrogante, ignorante e corrotta

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Università, il coraggio di denunciare (da: il manifesto 25 ottobre 2016)

Arnaldo Bagnasco, Gian Luigi Beccaria, Remo Bodei, Alberto Burgio, Pietro Costa, Gastone Cottino, Franco Farinelli, Luigi Ferrajoli, Giorgio Lunghini, Claudio Magris, Adriano Prosperi, Stefano Rodotà, Guido Rossi, Nadia Urbinati, Mario Vegetti, Gustavo Zagrebelsky. Dell’Università oggi si parla molto e di solito agitando luoghi comuni: sortite che dell’Università italiana colgono aspetti marginali e non i problemi più gravi, forse dimenticando che all’Università è affidato il compito fondamentale di formare cittadini responsabili, oltre che la delicata funzione di preparare la classe dirigente del paese.

In Italia l’Università è da tempo un malato grave, abbandonato a se stesso e devastato dalle «riforme» degli scorsi decenni, sino alla esiziale riforma Gelmini: cure ispirate a una ideologia aziendalistica e peggiori dei mali che dovrebbero guarire.

Molti di questi mali sono noti: servilismo e mercimonio, corruzione e clientelismo. Altri costituiscono fenomeni relativamente recenti, come la precarietà dei giovani ricercatori e una esasperata competizione su risorse e carriere.

Nomi alti e principî venerabili sono stati piegati al servizio di consorterie, favorendo l’instaurarsi di una nuova baronia universitaria non meno potente della vecchia, ma incomparabilmente più arrogante, ignorante e corrotta. A un vecchio barone non conveniva, di norma, esagerare: non sarebbe stato rieletto nelle commissioni future.

E circa la precarietà dei giovani, questi, in un lontano passato, potevano almeno contare sulla regolarità nel bando dei concorsi, dalla libera docenza all’ordinariato. Oggi invece tutto dipende dai Dipartimenti inventati dalla Gelmini, che nulla hanno a che fare con la ricerca scientifica. Vi si discute soltanto di soldi: per i soldi si confligge, in base ai soldi si valuta e si sceglie (coinvolgendo in tali scelte anche la didattica – la cosiddetta «offerta formativa» – quindi la preparazione delle giovani generazioni).

Per questo nei nuovi Dipartimenti spadroneggiano gruppi di potere.

L’attuale autonomia degli atenei (ben diversa da quella prevista dalla Costituzione) tende a premiare i docenti interessati alla gestione delle risorse e al controllo delle funzioni amministrative assai più che alla ricerca e all’insegnamento. La valutazione del merito è degenerata in un sistema spesso incapace di misurare l’effettiva qualità scientifica: le commissioni giudicatrici non sono diventate più «obiettive» grazie agli algoritmi escogitati dall’Anvur né con la bibliometria, che è invece un silenzioso ma efficace invito al conformismo.

Il feticcio dell’«eccellenza» non soltanto induce a trascurare il sistema nel suo complesso, ma legittima scelte discrezionali e arbitrarie. Si pensi, a questo proposito, alle chiamate dirette (senza concorso) dall’estero, di cui beneficiano non di rado docenti privi di comprovata autorevolezza; e, da ultimo, alle cosiddette «Cattedre Natta»: cinquecento posti di professore associato o ordinario attribuiti a pretesi «ricercatori di eccellenza» selezionati da commissioni soggette al giudizio politico (i presidenti saranno nominati – a quanto pare – dal presidente del consiglio) e destinati a un trattamento privilegiato («stipendi più alti in ingresso» e possibilità di «muoversi dove vogliono dopo un periodo minimo di permanenza nell’ateneo prescelto»).

È indubbio che l’Università italiana sconti anche drammatici problemi di scarsità di risorse; ma aumentare queste ultime senza contestualmente affrontare le questioni più generali e di fondo servirebbe soltanto ad accrescere il potere delle camarille accademiche.

Nessun intervento esterno può essere efficace senza una autoriforma del corpo malato. Ciò è difficile, ma non impossibile: i docenti universitari desiderosi di risanare l’Università potrebbero compiere sin d’ora un gesto di coraggio civile, denunciandone i mali e le pretese panacee.

Se chiude l’ateneo senese è pronta l’Università “Salute e ghianda” con un corso professionalizzante in Agronomia

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Rabbi Jaqov Jizchak. Il Corriere della Sera (16 settembre 2016) ha pubblicato un articolo («La crisi dell’Università, gli Atenei italiani perdono posizioni nelle classifiche») sull’annuale rilevazione dell’Istituto di Shanghai (Arwu Ranking) che vede una sola Università, Roma-“La Sapienza”, tra le prime 200.

L’asino aveva quasi imparato a digiunare, ma non si sa per quale ragione d’improvviso ha cominciato a stare poco bene. Comunque tutto congiura ad un medesimo disegno: visto che soldi da buttare nel sistema peggio finanziato d’Europa (7 miliardi a fronte dei 26 miliardi della Germania) non ce ne sono, l’unica strada si ritiene essere quella di rinforzare i grandi atenei per partecipare alla grande competizione internazionale, a scapito degli atenei medio-piccoli, o più scadenti, che scenderanno di rango ed andranno a costituire sedi distaccate, specie di Fachhochschule professionalizzanti, fornitrici di lauree brevi senza velleità di prosecuzione degli studi, per questi giovanotti gaddianamente “dekirkegardizzati”:

Il Piano Italia 4.0, che il governo Renzi intende inserire nella Legge di stabilità 2017, mira a favorire il trasferimento tecnologico tra atenei e mondo dell’impresa, ed individua a ciò alcuni poli, assi portanti, chiamati “competence center”, che sono Milano, Torino, Bari, Bologna e Pisa. Non senza ragione si lamenta Padova, “nonostante il primato nella valutazione dell’ANVUR sulla qualità della ricerca”, e di certo non sfigurerebbe in questa scelta élite. Immagino che Roma non sarà contenta, brandendo invece l’ARWU, ma gli altri?

Leggo che potrebbe arrivare un premio pecuniario speciale alle università che sono riuscite a distinguersi, ottenendo risultati elevati nella classifica di valutazione dell’ANVUR, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca. Immagino che tale premio sarà più alto, quanto più in su nella graduatoria uno si trova: ma se un ateneo come Pisa ha tre volte più ricercatori di uno come Siena, già si immagina chi prenderà la fetta più grossa. Comunque questo è il trend, ovvero l’andazzo: i grassi ingrassano e i magri dimagriscono e non è chiaro come possa risollevarsi un ateneo che ha subito pesanti batoste come questo. Voglio dire, ma che aspettano a mettere in atto questo oramai conclamato proposito di separazione tra “teaching university” e “research university”, oppure l’accorpamento di atenei, come suggeriscono altri, se veramente ci credono? Nel frattempo Human Technopole riceve 80 milioni per l’avvio del progetto.

Ritornando a Siena, ex ateneo semi-generalista, almeno un terzo dei docenti sopravvissuti alla decimazione di quasi la metà del personale docente non sono sensatamente riconvertibili ad una prospettiva di Fachhochschule o roba del genere, né tutti hanno la fortuna di andare in pensione a breve: devono asceticamente rimanere a contemplare i vari stadi di decomposizione, dalla putrefazione sino alla sua riduzione allo stato di polvere? E anche per istituire corsi professionalizzanti, per esempio in Agronomia, come chiede Riccardo Burresi (proposta in sé, astrattamente, sensata, visto che qui aziende di altro tipo essenzialmente non ve ne sono), i mezzi e il personale, dove e come ve li procurate, stanti gli attuali rigidissimi vincoli sul bilancio, sui requisiti di docenza e sul turnover? O veramente pensate di riconvertire un latinista (Tityre, tu patulae… molto bucolico) alla suinicoltura?

Qualcuno, anni addietro, se ben ricordo, aveva ipotizzato di costituire a Siena corsi professionalizzanti attraverso succursali telematiche, non già di Firenze o di Pisa, bensì addirittura di Milano. Del resto, si diceva, con l’aiuto della rete, la distanza non conta e non serve personale aggiuntivo, cosicché pure i requisiti di docenza, magari, sono a posto. Un’idea molto moderna, che potremmo applicare nel campo dell’agricoltura soddisfacendo al contempo l’anelito del Burresi e i draconiani vincoli del governo: una università telematica dove si impara a coltivare i campi su internet. Invece che “Vita e salute”, come il San Raffaele a Milano, questa università la potremmo chiamare “Salute e ghianda”.