«Comunque vada l’appello, l’esigenza di fare luce (anche fuori delle aule giudiziarie) su molti anni di gestione universitaria è sempre viva»

Documenti prodotti in 1° grado

Mario Ascheri. In bocca al lupo al prof. Giovanni Grasso, condannato in primo grado per diffamazione per un attacco del 2013 al rettore Riccaboni. Grasso è stato il primo blogger senese, conducendo esemplari battaglie per la libertà di opinione e la trasparenza, non solo all’Università, in anni di buio pesto per l’informazione quando più sarebbe stata necessaria libera e approfondita. Spero vivamente che in appello abbia modo di difendere la propria posizione, come pare non essergli stato possibile in questo primo grado di giudizio.
Comunque vada il processo su questo episodio specifico, l’esigenza di fare luce (anche fuori delle aule giudiziarie) su molti anni di gestione universitaria è sempre viva.
È interesse della città, prima ancora che dell’Università e delle singole persone coinvolte. Ma mi sembra che siamo molto indietro, come su tante altre questioni cittadine.

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Università: in attesa di un nuovo Einstein (ma è più probabile che ci arrivino altri Weinstein)

Il paragone (azzardato) di Taverna: «Pure Einstein poteva nascere al Quarticciolo» (La Repubblica, 24 novembre 2017)

La senatrice del Movimento 5 stelle Paola Taverna, durante un convegno, ha sottolineato quanto spesso venga associata al suo quartiere di origine, il Quarticciolo a Roma, aggiungendo un paragone curioso con Albert Einstein. «Sono sempre stata presentata come quella che ‘viene dal Quarticciolo’, come se avessi addosso la lettera scarlatta. E cosa vuol dire? Perché, se Einstein veniva dal Quarticciolo non sarebbe stato capace di formulare la teoria della relatività?”. Taverna poi si è accorta del parallelismo, un po’ azzardato, e ci ha scherzato su.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Un errore madornale, frutto di una concezione “eroica” della ricerca, un Archimede solitario nella vasca da bagno che ad un certo punto se ne esce in braghe esclamando “Eureka!”. Se non si comprende che la scienza è un fatto corale, che nasce in un ambiente, che serve un humus culturale, continueremo a desertificare allegramente le strutture universitarie aspettando un nuovo Einstein (ma è più probabile che ci arrivino altri Weinstein).

Quando Barni diceva: «A Siena siamo troppo convinti di essere i migliori e che non possa accaderci nulla. È tempo di farsi meno lodi e di guardare i problemi più concretamente.»

Mauro Barni (1927-2017)

Sempre per ricordare Mauro Barni, ripubblichiamo un vecchio post del 13 maggio 2007 con alcune sue riflessioni che, con quel che è successo in seguito, si sono rivelate profetiche.

Sulla “concorsopoli” senese, e non solo, silenzio totale nei media locali

Il bambino de “il Re è nudo”, oggi, è Mauro Barni, professore emerito di Medicina Legale, attuale presidente toscano del Comitato nazionale di Bioetica, già Rettore dell’Università di Siena e dell’Università per stranieri, già sindaco di Siena. Nel brano che segue, tratto da un’intervista al Corriere di Siena, si chiede quello che ogni cittadino si è già chiesto: «perché la storia dei concorsi all’università di Siena finisca per comparire solo sulMessaggero, mentre qui non se ne fa neanche cenno?»

Mauro Barni. « (…) Un errore che scaturisce da un contesto tecnico e quindi diverso da quello sanitario, non può togliere nulla al buon nome della sanità senese. E invece ciò che mi sorprende in questo caso, e in molti altri in questa città, è che si cerchi di creare attorno una cortina fumogena. A Siena siamo troppo convinti di essere i migliori e che non possa accaderci nulla. Così cadiamo sistematicamente nell’errore di sottovalutare ciò che accade. Mi chiedo, in omaggio a che cosa? Il livello amministrativo di questa città lo considero ancora fra i migliori, ma esiste ed è diffusa la tendenza ad ovattare tutto. Anche nel caso di cui la magistratura si sta interessando, non si è sentito il bisogno di documentare prima ciò che stava accadendo. In sostanza a Siena è tempo di farsi meno lodi e di guardare i problemi più concretamente.
(…) Cercando di minimizzare, evitando di parlarne, si generano solo sospetti. Prendiamo un altro caso. E chiediamoci perché la storia dei concorsi all’università di Siena finisca per comparire solo sul Messaggero, mentre qui non se ne fa neanche cenno. È emblematico. La trasparenza serve a rendere consapevoli i cittadini, a non generare paure e timori, e a salvare la sanità buona che nel nostro ospedale è molto ben rappresentata.»

Docenza universitaria svilita: dalle valutazioni manipolate al blocco degli scatti stipendiali

Rabbi Jaqov Jizchaq. Volge al termine un anno accademico caratterizzato da innumerevoli e continue valutazioni, dalle quali oramai dipende ogni singolo istante della vita degli individui e delle istituzioni universitarie: non alludo alle classifiche CENSIS, Shanghai, QS ecc., bensì a quelle dell’ANVUR, alla VQR, alla SUA, all’ASN, ai “ludi dipartimentali” per il conferimento di premi ai primi 180 dipartimenti (a scapito degli altri), scatti e incentivi e tutti meccanismi premiali, esclusivamente legati alla produttività scientifica, che hanno sostituito gli automatismi, estremizzando (sovente in maniera caricaturale) il modello competitivo aziendalistico. Non pare tuttavia che al bastone seguirà la carota. In questo modello la qualità pare essere difficilmente scindibile dalla quantità, cioè dall’organizzazione robustamente strutturata e della ricerca, quindi siamo di nuovo a riflettere sui nostri guai e mi domando come si possa separare questo tema da quelli che (inutilmente) mi sono permesso di sottoporre a questo blog nei precedenti messaggi.

Che vi fosse in passato un serio problema di valutazione negli atenei italiani era opinione di molti. Che l’ASN la VQR ecc. abbiano posto rimedio a queste patologie mi pare una notizia ampiamente esagerata. Adesso quello di “valutare” anche l’aria sembra che stia diventando un giochino di società, con esperti di strategie e ottimizzazione che passano il loro tempo a studiare come fottere meglio l’antagonista. Il quale antagonista, non di rado, è gente del tutto fuori dalla realtà che in questi anni non ha cessato di gingillarsi ancora con quisquilie e diatribe di genere oramai preistorico di piccolo cabotaggio, del tutto ignara sia dell’evoluzione del sistema universitario, sia degli standard scientifici richiesti, oramai per non essere sopraffatti. Dunque, in fondo, meritevole di essere fottuta. Un giochino molto ideologico, e sovente anche un po’ truffaldino: come già detto, “oggettivo” non è necessariamente sinonimo di “corretto” e sovente la matematica fa da ancella all’ideologia, celando, anziché disvelare, propositi al contrario molto “soggettivi”. La VQR – si dice in alto loco – ad oggi, è l’unico strumento istituzionale individuato per valutare la produttività e l’eccellenza della ricerca universitaria italiana. Non so se dobbiamo rallegrarcene o dolercene.

Oltre a questo, un sistema agonistico siffatto (“veri inglisce…”, sebbene un po’ rusticano), basato sulla competizione a ‘o curtiello, abbisognerebbe del logico corollario della carota, dopo il bastone, ossia di un reclutamento riportato a livelli accettabili in tutte le aree scientifiche. L’estenuante precariato, invece, azzera l’effetto “meritocratico” delle valutazioni riportando in auge l’unico criterio di selezione che pare valere nella società italiana: quello di classe. Richiederebbe altresì una qualche forma di mobilità, di maggior dinamismo, di diversa strutturazione degli atenei e dei dipartimenti, se, come ho già detto in tempi non sospetti, appare inevitabile raggiungere nei vari settori una “massa critica” omogenea, per partecipare con spirito non decoubertiano a questi “ludi cartacei”.

Sembra a volte che vi sia un’unica politica universitaria possibile, che questa politica sia appannaggio del Moloch di un’onnipotente burocrazia autoreferenziale, la quale procede a son di dispacci tanto perentori quanto incongrui, che sovente rivelano un vuoto totale di orizzonti, dietro un linguaggio “oggettivo” farcito di ornamentali statistiche. E che il conflitto politico si limiti alle persone che vengono reputate più o meno idonee ad interpretare e perseguire questa forma di Pensiero Unico. Sono in corso in questo periodo proteste da parte dei docenti, i quali lamentano non solo un anno di blocco degli scatti in più degli altri dipendenti statali, ma anche la cancellazione dei cinque anni passati (2010-2015) come se non fossero mai esistiti ai fini della carriera, della pensione e del Tfr: «Danno tanto più grave – si dice – nei giovani universitari, perché il mancato riconoscimento ai fini giuridici di 5 anni di attività lavorativa effettivamente svolta prefigura un danno importante che si riverbera su pensione e liquidazione». In realtà la professione di docente è stata oltremodo svilita.

Probabilmente si sta andando verso una contrattualizzazione della posizione di docente e verso un aumento massiccio del precariato. Difatti, leggo, anche “il modello di reclutamento che pone in sequenza temporale i ricercatori RTDa e RTDb si è dimostrato fallimentare“. C’è da scommettere che prolifereranno solo quelli di tipo A, cioè quelli che (a differenza dei RTD di tipo B) non prefigurano alcuna via verso la stabilizzazione. Leggo a riprova che “c’è stata una media di 3,2 passaggi da RTDb a Professore Associato ad Ateneo nell’arco di 7 anni dall’entrata in vigore della legge Gelmini”.

Riguardo la creazione di circa 1200 nuove posizioni di ricercatore attraverso il finanziamento aggiuntivo ai “dipartimenti eccellenti”, «i fondi dei Ludi Dipartimentali (Dipartimenti di eccellenza) destinati alle assunzioni “di ruolo” finiranno in realtà per gonfiare la fascia precaria dei ricercatori a tempo determinato “di tipo A”:» . Che vuol dire “ricercatori a tempo determinato una botta e via”. Insomma, secondo questa verosimile interpretazione, con i soldi della vincita dei “ludi dipartimentali” (intendiamoci, è meglio averli che non averli!) si potranno reclutare solo ricercatori a termine di tipo A, cioè quelli che non prefigurano una continuazione del rapporto di lavoro.

Siena: numero chiuso all’Università e in Piazza del Campo

A proposito di sicurezza e Palio

Mauro Aurigi. Dopo la strage dei ragazzini a Manchester il 22 maggio, e soprattutto dopo i 1500 feriti e almeno un morto a Piazza San Carlo di Torino il 3 giugno, era come minimo auspicabile che a livello istituzionale a Siena qualcosa si facesse e soprattutto che si dimostrasse che qualcosa si stesse facendo in previsione della calca in Piazza del Campo per le ormai vicine giornate del Palio. Invece niente, come se niente fosse successo.

Per cui, considerata non campata in aria l’ipotesi che anche Siena fosse nel mirino del terrorismo islamico e valutato che la conta dei morti e dei feriti in Piazza potesse essere tale da mettere in discussione la stessa sopravvivenza del Palio, per il sottoscritto è stato abbastanza naturale depositare una mozione urgente presso la segreteria del Consiglio comunale con la quale si chiedeva che Sindaco e Giunta provvedessero urgentemente alla costituzione di una speciale commissione che valutasse – e se del caso intervenisse – i provvedimenti assunti per scongiurare ogni ipotesi di attentato. In subordine, nel caso che la sicurezza in Piazza non fosse convenientemente assicurata, non si escludeva l’ipotesi del divieto d’ingresso al pubblico nella Piazza (non ai palchi).

Il fatto che il 6 giugno mattina, nella conferenza dei capigruppo che si tiene prima del Consiglio comunale, tutti si siano espressi contro non solo l’urgenza della mozione, ma anche contro il suo contenuto, mi ha confermato nella decisione di depositare comunque il documento, come Consigliere del M5S certo, ma a titolo personale. E ciò per un banalissimo motivo: sarò ingenuo, ma per me l’interesse di Siena travalica di gran lunga l’interesse di qualsiasi forza politica o corporativa.

Nel testo della mozione avevo anche esplicitato bene la motivazione che non è affatto politica, e neanche morale o etica, ma visceralmente affettiva. Cito esplicitamente: «prima della privatizzazione del Monte dei Paschi, la minuscola Siena, la città più piccola della Toscana, fatte le debite proporzioni, era una delle città più potenti d’Italia. Se Siena fosse ancora quella autorevole e potente di allora, certamente oggi non avremmo dovuto assistere impotenti, dopo il dramma del Monte, anche alla lenta ma inesorabile erosione del nostro millenario Ospedale e della nostra quasi millenaria Università da parte di Pisa e Firenze. L’abolizione del Palio sarebbe il colpo di grazia. Inutile argomentare altro, perché tutti siamo esperti della materia.» Insomma la piccola grande Capitale sta perdendo la sua anima.

Le proteste che questa mia azione ha sollevato, non mi meravigliano più di tanto. È già risuccesso una ventina di anni fa. Anche allora, vox clamantis in deserto, da dipendente del Monte e consapevole che ci avrei rimesso la carriera, cercai con ogni mezzo di oppormi alla privatizzazione della Banca, che avrebbe comportato non solo la perdita del venerando Istituto da parte della Città, ma anche la perdita della senesità da parte della Banca, unico, esclusivo motivo della sua longevità e della sua affermazione mondiale. E anche allora fui ugualmente deriso e ingiuriato: tutti preferirono allinearsi con la classe dirigente locale, la più ottusa, ignorante e gazzillora del Paese, la quale, manco a dirlo, è rimasta gloriosamente in sella.

C’è un vecchio adagio che dice “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”. Io, da parte mia, ho ritirato la mozione.


E il sindaco decide per un Palio “a numero chiuso” per il 2 luglio.

Commenta Mauro Aurigi su “Il Cittadino online”: «Insomma, al solito, si è fatto il possibile affinché il Consiglio comunale fosse tenuto alla larga dal problema. Come se avessimo avuto bisogno di ulteriori prove del democratico disprezzo che questi signori nutrono per il popolo e i suoi rappresentanti. Successe anche con la privatizzazione del Monte nel 1995: ben 3 volte fu rigettata la richiesta di un referendum cittadino che vi si opponesse. La vittoria dei NO era scontata. Si è visto come è andata a finire. Ormai quello della casta è un regime consolidato, difeso dalle alabarde di un nutrito stuolo di servi.»

E nelle università esiste il marketing?

antonio-tombolini

All’inaugurazione dell’Anno Accademico 2005/’06 dell’Università di Siena, lo studente Turriziani dichiarò: «”Meno marketing e più servizi agli studenti” non dovrà essere uno slogan ma un imperativo. Non si può tollerare la situazione di sofferenza delle segreterie studenti mentre si assumono con procedure discutibili giornalisti e veline». Si riferiva alla gigantesca Area “Centro Comunicazione e Marketing” dell’ateneo – con i suoi 14 uffici, 48 unità di personale, capacità di spesa illimitata e la prassi consolidata di tenere all’oscuro di tutto il CdA – che ha contribuito non poco a generare la voragine nei conti. Ormai, il “sapere” e il titolo di studio sono diventati prodotti da consumare, merce da vendere, confermando così la recente riflessione amara di Gianluca Vago «sul ruolo della formazione – sia superiore che universitaria – che rischia di prendere una “deriva commerciale e quantitativa”, dove si studia per avere i crediti formativi e non per la conoscenza.»

Il mio fruttivendolo, ovvero: il marketing non esiste esiste il mercato (Da: Simplicissimus, 1/2/2017)

Antonio Tombolini. Il fruttivendolo ambulante qui da me, a Loreto, viene tutti i venerdì, quando c’è il mercato. Da una vita. Non fa mailing preventivo per stimolare la domanda. Non targettizza il suo mercato secondo criteri psico-socio-demografici. Non si rivolge a me dicendomi ‘Gentile Cliente’, o ‘Cara Amica, caro Amico’. Naturalmente si guarda bene dal fare spot alla televisione, o dall’insozzare tutti i muri della città con manifesti. O dall’appiccicarli su appositi pannelli tirati su davanti ai più bei palazzi della mia città. Non mi manda sms a tradimento. Né tenta di ‘fidelizzarmi’. Non mi vende uno ‘stile di vita’ con le sue cipolle. Se le mele che ho comprato la settimana prima non erano buone come al solito (o anche soltanto se secondo me non erano buone come al solito) mi ridà i soldi, o altra frutta in cambio. Se però capisce che io sono uno stronzo che ci marcia, non mi dà ragione solo perché sono un cliente, ma mi manda affanculo che tutti sentano, dicendomi di non farmi vedere più. Il mio fruttivendolo non mi fa rispondere a sondaggi idioti. Non fa ricerche di mercato. La sua vita è una ricerca, di sul e col mercato. Non ha una ‘mission’. Non gli interessa niente del posizionamento strategico.

Mi vende cipolle da una vita, e non mi ha mai chiesto che mestiere faccio. Non mi ha mai chiesto quanti anni ho. Non mi ha mai chiesto il mio titolo di studio. Non mi ha mai chiesto se sono sposato. Non mi ha mai chiesto se ho figli. Non mi ha mai chiesto quanto cazzo guadagno. Non mi ha mai chiesto che macchina ho. Non mi ha mai chiesto se viaggio o non viaggio. Non mi ha mai chiesto il permesso per usare i miei dati ai sensi della legge sulla praivasi.

A me il marketing non piace, penso che sia sbagliato. A me piace di più il mercante appassionato di qualcosa che va a cercare, che compra, e che poi porta in piazza raccontando a tutti le meraviglie di ciò che ha trovato. Il marketing corrisponde alla struttura ‘intrinsecamente invasiva’ della società di massa: produzione di massa, comunicazione di massa, consumi di massa. E come ogni realtà invasiva, tendenzialmente violenta. Il linguaggio è sempre un buon rivelatore. A me non piace il linguaggio del marketing. Mi piace invece il linguaggio diretto e autentico, che va al cuore delle cose. Mi piace la parola ‘venditore’, mi piace la parola ‘compratore’, mi piace la parola ‘commerciante’, mi piace la parola ‘bottega’, mi piace la parola ‘bottegaio’, mi piace la parola ‘bancarella’, mi piace la parola ‘mercato’, mi piace la parola ‘soldi’, mi piace la parola ‘sconto’ quando sono compratore, non mi piace quando sono venditore. Mi piace la parola ‘prezzo’, mi piace la parola ‘grazie!’. Il mio fruttivendolo ambulante non sa neanche cosa sia la concorrenza. Gli ambulanti che hanno la bancarella attaccata alla sua e vendono le sue stesse cose sono i suoi migliori amici.

Che strano il mercato, eh?

Servono ancora le università, se si studia per avere i crediti formativi e non per la conoscenza?

Gianluca Vago

Gianluca Vago

Rabbi Jaqov Jizchaq. “Servono ancora le università?“. «È con una domanda provocatoria che il rettore dell’università Statale di Milano, Gianluca Vago, ha inaugurato l’anno accademico del suo ateneo. Una riflessione amara sul ruolo della formazione – sia superiore che universitaria – che rischia di prendere una “deriva commerciale e quantitativa”, dove si studia per avere i crediti formativi e non per la conoscenza. Un sistema in cui “qualcuno vorrebbe trattare lo studente sempre più spesso come un cliente… Dobbiamo raccontare chi siamo, più ancora che quello che sappiamo – ha detto Vago a proposito della missione dell’università –: questo è quello che dobbiamo ai nostri studenti, lo devono i veri maestri ai propri allievi… ogni viltà, ogni opportunismo, ogni scorciatoia facile, ogni mediocre privilegio, ogni gratuita e svogliata inefficienza, ogni superficiale pressapochismo sono una ferita che lacera la speranza dei nostri ragazzi e piega la loro fiducia».

Adesso, non è che si chieda di essere “guidati dall’inesorabilità di quella missione spirituale che ingiunge al destino del popolo tedesco di congiungersi con l’impronta della propria storia”, come esordiva il tonitruante Martin Heidegger nel suo discorso di rettorato all’università di Friburgo (Dio ce ne guardi!), ma ribadisco, che a mio modestissimo avviso, urge un chiarimento sul destino dell’università italiana: se non di potenti atenei come Milano, che hanno le gambe per stare in piedi, almeno degli atenei come Siena, che mi pare non siano esattamente in procinto di “congiungersi con la propria storia”, bensì semmai di distaccarsene definitivamente.

Le parole del rettore Vago tornano particolarmente appropriate nel “giorno della memoria”, laddove egli insiste sulla necessità di “trasmettere a giovani valore conoscenza”, puntando il dito contro un sistema “in cui si fanno gli esami per avere punti e non per acquisire conoscenza”. Conoscenza e memoria, in un’Europa che sembra aver perso la memoria e in un paese in preda all’oblio:

«La mia prima lingua è stata il tedesco, la seconda l’ucraino, con i nonni parlavo in yiddish, nei dintorni si parlava rumeno, i vicini di casa erano polacchi e pertanto con loro si parlava in polacco, e gli intellettuali parlavano francese. Ma in Europa ho frequentato solo la prima elementare. Poi è arrivata la guerra, e con essa il ghetto, i campi di concentramento, la foresta. Quando sono arrivato in Eretz Israel avevo quattordici anni e non avevo una lingua…. Nel ghetto di Czernowitz i miei nonni parlavano yiddish. Le cameriere a casa mia erano ucraine, così parlavo ucraino. All’inizio il regime era rumeno, così appresi un po’ di rumeno. Poi diventammo Russia e io imparai un po’ di russo. Quando mi accolse l’Italia appresi anche un po’ di italiano. Crebbi così con un grappolo di parole e lingue straniere che non fecero che disorientarmi profondamente. Alla fine verrà l’ebraico pronunciato per la prima volta a Napoli, nutrito della lettura della Bibbia, e sarà la lingua della mia vita e dei miei libri». Aharon Appelfeld