Servono ancora le università, se si studia per avere i crediti formativi e non per la conoscenza?

Gianluca Vago

Gianluca Vago

Rabbi Jaqov Jizchaq. “Servono ancora le università?“. «È con una domanda provocatoria che il rettore dell’università Statale di Milano, Gianluca Vago, ha inaugurato l’anno accademico del suo ateneo. Una riflessione amara sul ruolo della formazione – sia superiore che universitaria – che rischia di prendere una “deriva commerciale e quantitativa”, dove si studia per avere i crediti formativi e non per la conoscenza. Un sistema in cui “qualcuno vorrebbe trattare lo studente sempre più spesso come un cliente… Dobbiamo raccontare chi siamo, più ancora che quello che sappiamo – ha detto Vago a proposito della missione dell’università –: questo è quello che dobbiamo ai nostri studenti, lo devono i veri maestri ai propri allievi… ogni viltà, ogni opportunismo, ogni scorciatoia facile, ogni mediocre privilegio, ogni gratuita e svogliata inefficienza, ogni superficiale pressapochismo sono una ferita che lacera la speranza dei nostri ragazzi e piega la loro fiducia».

Adesso, non è che si chieda di essere “guidati dall’inesorabilità di quella missione spirituale che ingiunge al destino del popolo tedesco di congiungersi con l’impronta della propria storia”, come esordiva il tonitruante Martin Heidegger nel suo discorso di rettorato all’università di Friburgo (Dio ce ne guardi!), ma ribadisco, che a mio modestissimo avviso, urge un chiarimento sul destino dell’università italiana: se non di potenti atenei come Milano, che hanno le gambe per stare in piedi, almeno degli atenei come Siena, che mi pare non siano esattamente in procinto di “congiungersi con la propria storia”, bensì semmai di distaccarsene definitivamente.

Le parole del rettore Vago tornano particolarmente appropriate nel “giorno della memoria”, laddove egli insiste sulla necessità di “trasmettere a giovani valore conoscenza”, puntando il dito contro un sistema “in cui si fanno gli esami per avere punti e non per acquisire conoscenza”. Conoscenza e memoria, in un’Europa che sembra aver perso la memoria e in un paese in preda all’oblio:

«La mia prima lingua è stata il tedesco, la seconda l’ucraino, con i nonni parlavo in yiddish, nei dintorni si parlava rumeno, i vicini di casa erano polacchi e pertanto con loro si parlava in polacco, e gli intellettuali parlavano francese. Ma in Europa ho frequentato solo la prima elementare. Poi è arrivata la guerra, e con essa il ghetto, i campi di concentramento, la foresta. Quando sono arrivato in Eretz Israel avevo quattordici anni e non avevo una lingua…. Nel ghetto di Czernowitz i miei nonni parlavano yiddish. Le cameriere a casa mia erano ucraine, così parlavo ucraino. All’inizio il regime era rumeno, così appresi un po’ di rumeno. Poi diventammo Russia e io imparai un po’ di russo. Quando mi accolse l’Italia appresi anche un po’ di italiano. Crebbi così con un grappolo di parole e lingue straniere che non fecero che disorientarmi profondamente. Alla fine verrà l’ebraico pronunciato per la prima volta a Napoli, nutrito della lettura della Bibbia, e sarà la lingua della mia vita e dei miei libri». Aharon Appelfeld

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2 Risposte

  1. […] prodotti da consumare, merce da vendere, confermando così la recente riflessione amara di Gianluca Vago «sul ruolo della formazione – sia superiore che universitaria – che rischia di prendere una […]

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