Nelle università di provincia, l’autorevolezza degli assenteisti cronici cresce con l’ansia dell’attesa dei docenti

Altan-comandare-fottereRabbi Jaqov Jizchaq. Piuttosto, io avrei titolato l’articolo «nel reclutamento l’Università dovrà valutare le competenze didattiche tanto quanto le pubblicazioni»: “poca didattica = poca ricerca“. Tutti gli assenteisti cronici dicono che non si fanno vedere all’università perché debbono fare “la ricerca”: posso capire che Siena non è “Ossforde” quanto a strutture, o che le nostre biblioteche cui sono stati tagliati anche i fondi per gli abbonamenti alle riviste scientifiche non sono la Bodleian Library, ma dove minchia la fanno, ‘sta ricerca, costantemente all’altro capo del mondo? Non è che tutti studiano i pinguini dell’Antartide! E poi se vi fosse tutta questa ricerca fiorirebbero premi Nobel a tutto spiano: e invece, bada un po’, questi fioriscono, al contrario, proprio laddove i dipartimenti sono intensamente e costantemente presidiati. I giovani ricercatori che fuggono all’estero, non lo fanno solo per accattare un tozzo di pane che la patria matrigna nega loro, ma perché la ricerca si fa dove la ricerca c’è, ossia dove esiste quella che a tutti gli effetti può definirsi una “comunità scientifica”.

Didattica e ricerca si tengono l’un l’altra: che ricerca può creare attorno a sé un docente che esiste solo virtualmente sub specie ectoplasmatica? Siena, le università di provincia, sono state per lungo tempo paradigmatiche da questo punto di vista: creazioni in larga misura artificiali, hanno registrato degli eccessi clamorosi nelle latitanze. Quelli di provincia, tra i barbarofoni, sono siti universitari “dove non si va” e l’autorevolezza magari cresce, se ci si fa vedere poco, con l’ansia dell’attesa (il professore verrà? Non verrà? Consultiamo gli aruspici…). Questo ha fatto sì che la nomea di “assenteisti” si spargesse indistintamente un po’ su tutti, dimenticando che se c’è uno che non lavora, spesso vuol dire che c’è un altro che lavora per due. Ma anche da questo punto di vista temo sia arrivato il momento del redde rationem.

Ma poi, prima di parlare astrattamente di “reclutamento”, qualcuno ha fatto una stima approssimativa di quanta gente verrà reclutata (se mai verrà reclutato qualcuno) a Siena nei prossimi cinque anni, per 500 docenti che se ne vanno? Qualcuno (Candide, ou l’optimisme: sarà la canicola) va sparando cifre, alludendo allo sblocco del turn over per Università ed enti di ricerca a partire dal 2014, all’elevazione dunque dal 20% al 50% del limite di spesa consentito rispetto alle cessazioni dell’anno precedente , ma, s’intende – in cauda venenum – nel rispetto delle disposizioni sui limiti di spesa per il personale e per l’indebitamento (e questo è un argomento dolorosissimo a Siena). Con questo provvedimento – si dice – si renderanno disponibili posti per 1.500 docenti di ruolo in tutt’Italia (il che vuol dire una ventina per ateneo) e 1.500 “tenure track”, cioè, senza tanti fronzoli, borse di studio (che quindi non incidono sui conteggi di cui ai precedenti post): ma ve la immaginate una pioggia di concorsi a go-go qui, a Siena, nel volgere di cinque anni, se ad oggi hanno bloccato persino la chiamata come associati dei ricercatori già risultati idonei? Manco se li vedo….

Mi pare pura fantascienza. Il mio sospetto è che se fra avanzamenti di carriera e reclutamento vero e proprio si arriverà ad una cinquantina, sarà grasso che cola. Inoltre a goderne saranno naturalmente i SSD che sopravviveranno al cataclisma e nei prossimi anni non avranno tirato nel frattempo le cuoia (e non è detto che siano quelli migliori ed indispensabili); pertanto il sospetto è che alla fine della fiera il personale docente in questi anni verrà ridimensionato, non di un terzo, come si vociferava, ma sostanzialmente della metà e per giunta a cacchio di cane: a prescindere da ogni giudizio di valore, sul piano meramente aritmetico non vedo dunque come si possano eludere i ragionamenti di cui ai precedenti messaggi.

Attendo con ansia di essere smentito.

Nulla dies sine linea

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11 Risposte

  1. Rabbi: «e 1.500 “tenure track”, cioè, senza tanti fronzoli, borse di studio (che quindi non incidono sui conteggi di cui ai precedenti post)»

    Non sono borse di studio… attenzione. Sono posti da professore associato, regolati dall’art. 24 legge “Gelmini” (ricercatori Tempo determinato tipo “b”): (dal comma 5) «Nell’ambito delle risorse disponibili per la programmazione, nel terzo anno di contratto di cui al comma 3, lettera b), l’università valuta il titolare del contratto stesso, che abbia conseguito l’abilitazione scientifica di cui all’articolo 16, ai fini della chiamata nel ruolo di professore associato, ai sensi dell’articolo 18, comma 1, lettera e). In caso di esito positivo della valutazione, il titolare del contratto, alla scadenza dello stesso, è inquadrato nel ruolo dei professori associati.»

  2. «Non sono borse di studio… attenzione. Sono posti da professore associato, regolati dall’art. 24 legge “Gelmini” (ricercatori Tempo determinato tipo “b”)» Golene

    Ohibò, Golene, che vai dicendo? Se sono contratti a tempo determinato non sono per “professori associati” (quello è un altro capitolo)! Le “tenure track” sono contratti di ricercatore a termine senza alcuna garanzia di stabilizzazione: dov’è scritto che verranno stabilizzati tutti quanti come associati? I “professori associati”, o di seconda fascia sono un’altra cosa: sono di ruolo. Lo dice il testo stesso che hai citato: è evidente che se alla fine il tizio avrà conseguito l’idoneità nazionale con la benedizione dell’ANVUR, potrà concorrere in linea di principio alle (ipotetiche) selezioni per professore associato, come del resto i vecchi ricercatori di ruolo che abbiano anch’essi conseguito l’idoneità nazionale. Per quanto non vi sia nessun automatismo, negli Stati Uniti quando bandiscono una (vera) tenure, accantonano i danari per l’intera carriera del futuro professore. In Italia non mi risulta che sia così, né che l’essere titolare di un simile contratto a termine, o il conseguimento dell’idoneità preluda ad alcunché, vista la scarsità di risorse. In ogni caso, trattandosi di personale non di ruolo, non mi risutla che possa essere conteggiato ai fini dei “requisiti minimi di docenza” e il mio ragionamento precedente non ne viene punto scalfito.

    Pertanto ribadisco l’interrogativo: quanti docenti di ruolo pensate che potrà accattare Siena nei prossimi cinque anni, a fronte dei 500 che se ne vanno? Io ci scommetto i cabbasisi che saranno al massimo un paio di decine. Qua http://www.roars.it/online/in-g-u-il-piano-straordinario-associati-2012-3/ il testo del DM relativo al piano straordinario associati 2012-13, e le tabelle con le assegnazioni di punti organico ai singoli atenei, ma non mi risulta che Siena si sia ancora avvalsa dei punti che le spettano. La Ministra ha in ogni caso parlato di tremila posti in tutt’italia fra tenure tracks e posti di ruolo sul FFO del 2014 (“grazie al turnover che passa dal 20 per cento al 50 per cento dei pensionamenti” -sic): e questi ultimi magari in parte andranno in avanzamenti di carriera a chi già era di ruolo come ricercatore o associato. Dunque se tanto mi dà tanto, le cifre sono quelle sulle quali mi sono giocato non troppo incautamente gli attributi. Lo sblocco del turn over al 50% per università ed enti di ricerca dal 2014 avverrà del resto (recita la legge) “nel rispetto delle specifiche disposizioni sui limiti di spesa per il personale e per l’indebitamento”. E qui sono dolori.

    Il personale docente si è ridotto a livello nazionale del 22%: a Siena, tra il 2008 e il 2020 si ridurrà di circa il 50%.
    L’òmino della strada (parafrasando gli “òmini degli orti” dell’Eretico) giubila ogni volta che ode alla televisione che hanno potato una certa quantità di “professurun” (di quei docenti che sono poco men che “professurun”, non gliene frega una mazza e dunque, né giubila, né soffre), ma anche nella polemica sarebbe utile sgombrare il campo da un equivoco ed impostare il discorso nei termini corretti. Da questi dati OCSE http://www.roars.it/online/education-at-a-glance-2013-cosa-dice-locse-delluniversita-italiana/ si vede che ad eccezione di Repubblica Slovacca e Ungheria, l’Italia spende per l’università molto meno di tutte le altre nazioni europee (61% della media OCSE, 69% della media EU21). Inoltre su 26 nazioni considerate dall’OCSE solo 5 nazioni hanno un rapporto studenti/docenti peggiore dell’Italia:

    Indonesia
    Repubblica Ceca
    Arabia Saudita
    Belgio
    Slovenia.

    Dunque anche la oramai fiacca polemica (“e so’ troppiiiiiiii!”) di chi reputa ogni centesimo speso in questo comparto come danaro buttato via, andrebbe duramente rintuzzata sbattendogli sotto il naso questi dati. Altra cosa (e Siena licet) è discutere di come si spende e altro discorso è se in condizione di piena recessione v’è qualche speranza di seria inversione di tendenza. E non alludo ai vari “piani straordinari” e ai posti in tutt’Italia promessi dalla Carrozza (un granello di sabbia nel deserto, se solo a Siena vanno in pensione in 500), bensì all’organizzazione complessiva del sistema: del resto una riduzione drastica, non di un terzo, come si vagheggiava, ma della metà del corpo docente terremota l’intero sistema, e non può essere paragonata ad una chirurgica amputazione di qualche inutile escrescenza.

    Allora, all’indomani dello scoppio del “buho”, già da subito si doveva pensare ad eliminare i doppioni per concentrare le energie. Ma mentre oramai anche questo appare già superato dagli eventi, ci si distrae a fantasticare di soluzioni immaginifiche il cui unico obiettivo è tergiversare, continuando a perdere danari, studenti e credibilità, anziché affrontare la dura realtà nei termini che ho descritto precedentemente: federazioni e mobilità. Insomma, mi pare paradossale: da un lato il dimezzamento del corpo docente (forse con un numero infinitesimo di eventuali nuovi arrivi) dice chiaramente che l’offerta formativa globale è destinata a ridursi di due terzi rispetto al 2008; dall’altro il delicato processo che dovrebbe ineluttabilmente portare al drastico ridimensionamento dell’ateneo senza farlo crepare (una dieta ferrea non è l’anoressia), non appare governato e guidato razionalmente, e il timore è che la terapia, anziché essere condotta a regola d’arte, porti rapidamente alla morte del paziente. E allora mi domando se di risanamento si stia parlando, oppure di liquidazione.

  3. Rabbi: «Le “tenure track” sono contratti di ricercatore a termine senza alcuna garanzia di stabilizzazione: dov’è scritto che verranno stabilizzati tutti quanti come associati? I “professori associati”, o di seconda fascia sono un’altra cosa: sono di ruolo.»

    Boh, eppure mi sembra di saper leggere. La legge dice chiaramente che basta la valutazione positiva del Dipartimento e il titolare del contratto viene inquadrato nel ruolo (ruolo) di professore associato.

    Non solo, la legge indica nell’art.18 (“Chiamata dei professori”) che i fondi per la posizione da prof. associato devono essere accantonati preventivamente “La programmazione assicura altresì la copertura finanziaria degli oneri derivanti da quanto previsto dall’articolo 24, comma 5.”.

    Se poi vogliamo farci le leggi come ci pare…

  4. «Boh, eppure mi sembra di saper leggere. La legge dice chiaramente che basta la valutazione positiva del Dipartimento e il titolare del contratto viene inquadrato nel ruolo (ruolo) di professore associato.» Golene

    …dai Golene, le tenure track non sono contratti a tempo indeterminato: ma cosa vuoi sostenere, che una volta ottenuto il contratto, automaticamente uno diventa professore associato, cioè di ruolo? Tutta la vicenda delle abilitazioni e dell’ANVUR non ti risulta? La tenure track, secondo la riforma, consiste in un contratto a tempo determinato della durata di 3 anni rinnovabile una volta. Può preludere alla chiamata diretta come professore associato (tu fai un salto immediato dalla possibilità alla realtà…) a patto, s’intende, che il contrattista abbia conseguito l’abilitazione nazionale e che ovviamente ci siano quattrini per assumerlo; ma la necessità della abilitazione vale anche a prescindere per chi abbia conseguito l’abilitazione a prescindere dalla tenure, cioè quelli che una volta si chiamavano “ricercatori” (stendiamo un velo pietoso semmai su come è stata condotta la prima tornata delle abilitazioni). La tenure rimpiazza un posto di ruolo, il ricercatore, con un posto precario, il ricercatore a TD, ma nessuno ti dà una garanzia qualsivoglia di automatica assunzione. Che la programmazione debba assicurare la copertura di queste operazioni mi pare evidente.
    Parlare di “chiamata diretta” poi, è pleonastico, perché in futuro (così come maliziosamente si potrebbe dire, lo furono anche in passato) le chiamate saranno solo dirette, però previa abilitazione. Dunque abilitazione + chiamata diretta sarà la procedura “standard” per il reclutamento. Pertanto insisto sul solito punto: a fronte di 500 docenti che se ne vanno da Siena, nei prossimi cinque anni, verranno secondo te “chiamati” più di venti o trenta di ruolo (cioè escludendo aventuali avanzamenti di carriera di personale già di ruolo – mi pare si parlasse di una quota minima del 20% di esterni)? Io ho scommesso gli attributi di no: a te Golene risultano dati diversi? Ma se i miei attributi si salveranno, ciò vorrà dire che il personale docente, che nel frattempo si sarà ridotto da 1064 a (tra pensionamenti, trasferimenti – c’è chi ci riesce – ed eventuali chiamate) a 600 circa, uno più, uno meno, non si sarà dunque ridotto di un terzo, come si vociferava, ma sostanzialmente si sarà dimezzato, per di più a cacchio di cane, cioè «’ndo coje coje» e si saranno aperti gli scenari che ho descritto nei precedenti messaggi. Qui c’è un sacco di gente che, come il pollo di Russell, ritiene di potersene infischiare di questi rudimentali calcoli; avendo prenotato una cabina di prima classe nel Titanic, taluni credono che il naufragio della nave per ciò stesso non li riguardi.

    P.S. l’articolo 18 che citi recita:
    «b) ammissione al procedimento, fatto salvo quanto previsto dall’articolo 29, comma 8, di studiosi in possesso dell’abilitazione per il settore concorsuale e per le funzioni oggetto del procedimento, ovvero per funzioni superiori purché non già titolari delle medesime funzioni superiori.»

  5. P.S. – Caro Golene, ribadendo che la trasformazione di un contratto a tempo determinato in contratto a tempo indeterminato non è punto automatica, io ho interpretato la cosa in questi termini:

    «Oggi per i ricercatori precari esiste solo una strada per accedere alle posizioni di ruolo: vincere un concorso da ricercatore a tempo determinato (RTD) “di tipo b”. Si tratta di una posizione che dura tre anni, al termine dei quali l’ateneo, se possiede le risorse necessarie, valuta nuovamente il ricercatore ai fini della “promozione” a professore associato (sempre che nel frattempo il candidato abbia ottenuto l’abilitazione scientifica nazionale).»

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/08/universita-concorsi-truffa-il-massacro-di-una-generazione-di-ricercatori/649222/

    Quanto all’accantomaneto del budget in vista degli eventuali passaggi ad associato, si vede che la cosa non è così certa, se questo è il primo punto all’ordine del giorno della piattaforma rivendicativa dei precari:

    «Garanzia del budget, da accantonare obbligatoriamente e dal momento in cui il TDB prende servizio, per l’eventuale passaggio nel ruolo dei Professori Associati [garanzia assente nei bandi Montalcini ma prevista dalla Legge 240/10].» http://ricercatoriprecari.blogspot.it/

  6. Caro Rabbi, quando dici «la tenure track, secondo la riforma, consiste in un contratto a tempo determinato della durata di 3 anni rinnovabile una volta.» è evidente che si stanno confondendo le due tipologie di contratto ricercatore tempo determinato: esiste il tipo a) e il tipo b) (seguendo i commi della legge). Penso che tu ti riferisca al tipo a), che giustamente è di 3 anni rinnovabile per altri 2 e non dà diritto a nessun inquadramento. Diverso è il tipo b) che invece porta ad entrare nel ruolo di professore associato se (come giustamente dici) si è ottenuta l’abilitazione e se il dipartimento approva. Che il dipartimento approvi è quasi scontato, visto che la posizione parte da una delibera del dipartimento stesso (a meno che vinca uno ‘non desiderato’, ma qui sforiamo…).
    L’abilitazione è l’incongnita ed è uno dei motivi per cui posizioni di tipo b) sono pochissime, in assenza delle benedette abilitazioni. Alcune stanno partendo ora (Pisa e Parma) e come indicato nell’articolo de “il fattoquotidiano” si denuncia la farsa del progetto ultradefinito, quando in realtà la legge impone un profilo basato solo sui SSD. Il fatto che partano solo adesso è evidentemente legata all’ultima proroga dei risultati dell’ANVUR slittati a settembre.

  7. «Se (come giustamente dici) si è ottenuta l’abilitazione e se il dipartimento approva. Che il dipartimento approvi è quasi scontato, visto che la posizione parte da una delibera del dipartimento stesso (a meno che vinca uno ‘non desiderato’, ma qui sforiamo…).» Golene

    Caro Golene, non è che il dipartimento approva, “accussì”, perché gli gira. Dal tuo ragionamento manca un “se”: se ci sono i soldi! Senza questo magico liquore quelle che descrivi, che sono mere possibilità teoriche, non si attueranno mai. Anche questa è un’incognita non da poco. Ma dimmi secondo le tue stime quanti posti (da “new entry”, non avanzamenti di carriera) ritieni che si renderanno disponibili, a fronte di 500 che se ne vanno e soprattutto dove: non certo nei comparti che nel frattempo stanno morendo per mancanza di ossigeno (uno mica si “chiama” da sé! Ho già ricordato il paradosso del barbiere di Siviglia che rade coloro che non si radono da sé). Quale sarebbe la politica, attendere che un po’ di compari crepino per dividersi il poco bottino racimolato fra pochi eletti? Vogliamo chiamare quasta una visione “strategica”? Nel complesso, quanti pensi che ne chiamino a Siena nei prossimi cinque anni in cui si compirà il pensionamento o comunque l’uscita di scena di quasi 500 docenti rispetto al 2008? E soprattutto dove (in quali SSD)? Quali sono le priorità? Chi avrà la precedenza essendo in tanti a rodere un osso? Un ulteriore associato dove sono in quindici, oppure uno dove manca? E se manca, è bene che il settore soccomba? Ci sono scelte strategiche da fare: continuare a gonfiare senza ragione settori stragonfi che non hanno prodotto eccellenze e performances di nessun genere per ragioni legate al potere più che alla scienza?

    Le stime della Ministra parlano di 1500 posti di ruolo in tutt’Italia, grazie al turnover che passa dal 20% al 50% nel 2014, cioè una ventina a sede, grosso modo; ma non mi è chiaro perché intanto non chiamino i già idonei, pur avendo in teoria dei soldi dedicati a questo specifico scopo, e questo mi fa pensare al peggio. Questi vecchi idonei però è gente che era già di ruolo e dunque non credo che il loro avanzamento di carriera incida sul calcolo complessivo dei docenti di ruolo. Ricordo antiche polemiche con te e con un lettore desaparecido che si faceva chiamare Cal: voi sostenevate che mandavano via i vecchi per far largo ai giovani; io (tenendo conto del fatto che allora, sebbene col senno di poi ottimisticamente si parlasse di riduzione di un terzo del personale docente, con il rimbalzo sui famigerati “requisiti minimi”) vi segnalavo che le cose forse non stavano proprio così e che mandavano via i vecchi per sopprimere quei posti di lavoro. Ma non immaginavo che stessero così male come appresi poi prendendo visione del famoso “grafico” sull’andamento del personale dal 2008 al 2020, da cui si evince che il personale docente press’a poco dimezzerà (e continuo a giocarmici i cabbasisi che il numero trascurabile di eventuali “new entry” non cambierà sostanzialmente il dato).

    Nella sostanza la sproporzione fra numero di fuoriuscite e numero di prevedibili assunzioni mi induce a riproporre paro paro l’analisi e le soluzioni che ho svolto nei messaggi precedenti: sparisce quasi due terzi dell’offerta formativa. Infatti di 600 docenti di ruolo all’incirca che ti resteranno nel 2020 – conteggiando quelli che se ne vanno per pensionamenti, trasferimenti (chi ci riesce) e cause naturali (purtroppo) e qualche decina di rimpiazzi che forse entreranno – ne potrai utilmente adoperare forse 500 per fissare i 20 nominativi richiesti allo scopo di costituire corsi di laurea 3+2 secondo le precise norme di legge che impongono numero, rango e settore disciplinare per ogni corso, giacché questi 600 non sono omogeneamente distribuiti secondo la bisogna – dove molti, dove troppo pochi, dove punti -, ma semplicemente quelli che restano “àpres le deluge”, e dunque ci farai all’incirca 25 corsi di laurea, rispetto alla settantina che erano nel 2008. Come ho gia scritto, se non si va a soluzioni che investano i tre principali atenei toscani (federazioni, mobilità) secondo il dettato stesso della riforma, avrai il paradosso che il dimezzamento del corpo docente, lungi dal rendere indispensabili quelli che restano, in gran parte li renderai inutili: forza lavoro sprecata.

    Altro paradosso, unico nel globo terracqueo, di ritrovarci con un numero di amministrativi doppio a quello dei docenti: i quali amministrativi non sapranno di conseguenza che cacchio amministrare; lo dico perché la problematica del destino delle strutture didattiche e di ricerca riguarda anche loro e le rappresentanze sindacali, come la cialtronesca propaganda politica, non possono seguitare con demagogia da bar dello sport (dopo un paio di grappini) a parlare con scherno de “i baroni” fregandosene di questi dati, considerato per giunta che già ad oggi il 44% (percentuale destinata nel prossimo lustro a crescere, temo) del corpo docente senese è costituito da ricercatori dalla grande esperienza, ma dalla carriera congelata oramai da anni per via del blocco totale della macchina, che oramai coprono una parte considerevole dell’offerta didattica, spesso come ultimi Mohicani del loro SSD. Sembrerà strano, ma nonostante una decurtazione del 50% che porterà il numero di docenti ad essere un terzo di quelli di Pisa, nonostante i dati OCSE riportati, i quali evidenziano come l’Italia navighi verso le ultime posizioni per quanto riguarda il rapporto tra numero di docenti e numero di studenti, l’òmino della strada, che sperabilmente finirà sotto un tram come il burocrate di regime di un celebre romanzo di Bulgakov, continua a ripetere “e so’ troppiiiiii!” senza manco sapere di che minchia parla.

  8. «Ma dimmi secondo le tue stime quanti posti (da “new entry”, non avanzamenti di carriera) ritieni che si renderanno disponibili, a fronte di 500 che se ne vanno e soprattutto dove?» Rabbi

    Caro Rabbi, su questo si è discusso e più volte. E non posso che darti ragione. E la mia risposta è: boh!

    P.S. Certo, sostenevo che i ‘vecchi’ dovessere farsi da parte; ma non certo pensando che in questo modo automaticamente si sarebbero aperte le porte ai giovani! Ma pensando invece che: 1. Se restano sicuramente per i giovani non c’è posto; ma soprattutto, 2. Se restano resta anche il solito sistema feudale di potere e di acaparramento che in questo blog è sempre stato denunciato.
    Il fatto che ora non ci siano né loro (‘i vecchi’) né noi (‘i giovani’) è conseguenza della politica del paese di ridurre i finanziamenti e importanza alla ricerca e all’istruzione universitaria. Politica che allora, e in parte anche ora, cerco nel mio piccolo di limitare (con notevole insuccesso).

  9. «1. Se restano sicuramente per i giovani non c’è posto; ma soprattutto, 2. Se restano resta anche il solito sistema feudale di potere e di acaparramento che in questo blog è sempre stato denunciato. Il fatto che ora non ci siano né loro (‘i vecchi’) né noi (‘i giovani’) è conseguenza della politica del paese di ridurre i finanziamenti e importanza alla ricerca e all’istruzione universitaria.» Golene

    Caro Golene, il mio punto è che se va via metà del corpo docente con il turn over fermo o ridotto al lumicino, chiude due terzi dell’offerta didattica punto e basta. Altre considerazioni al momento risultano vane. Ma perché uso il “se”? Certo, se siete venti nel tuo settore disciplinare e questo non è una specie a rischio scomparsa, puoi anche ragionare in codesto modo, ma io ho sin dall’inizio cercato di mettere in guardia dal non confondere i settori zeppi di personale con i settori importanti, perché son cose diverse, e oggi si chiude per poco personale, ossia, caduta dei famosi “requisiti minimi di docenza”. Vedrai che fra un paio d’anni, alcuni dipartimenti e molti corsi di laurea cadranno, per via del fatto che questi criteri meramente quantitativi, hanno imposto apparentamenti che hanno finito per soffocare ogni domanda di senso.

    E quando hai sbaraccato qualcosa di importante, non è che domattina riapri bottega apposta per “far largo ai giovani”: ciò su cui non ci si intendeva era proprio questo: tu parli in linea di principio, io stavo più attento a quello che concretamente stava succedendo, che non era esattamente svuotare le cattedre e i corsi di laurea perché venissero inondati da una massa colorita di “giovani”: a molti “giovani”, quelli operanti nei settori che nelle segrete stanze si era già deciso di sopprimere, in realtà, stavano scavando la fossa, semplicemente smantellando i loro insegnamenti, ma neanch’io immaginavo in quale proporzione. Escludo categoricamente che sia stata condannata a morte “la fuffa” per rilanciare i settori strategici: il meccanismo di selezione dei sommersi e dei salvati è stato ed è altro; sta di fatto che se l’università di Siena, forse per tendenza suicida, decide che di certi settori non sa più cosa farsene, allora lo stato deve consentire a chi ci insegna di essere trasferito altrove, giacché stiamo parlando di dipendenti dello Stato, e il nostro benamato rettore è solo un “primus inter pares”.

    Per rimettere assieme un corso di laurea, una cattedra, una tradizione, delle competenze, anche volendo occorrono vent’anni: dunque chi opera certe scelte è consapevole che si chiude per sempre. Io deploro il modo cinobalanico col quale si fa e si disfa; anche per impiccarsi è bene scegliersi un boia competente: cioè a dire, le dismissioni vanno fatte in modo sensato, e al momento in cui tagli l’erba di sotto i piedi a decine di “giovani”, che in questi anni disgraziatissimi ti hanno tenuto in piedi la baracca, al momento in cui metti a rischio di sopravvivenza interi settori di base, a Siena, ma gradualmente in tutta la Toscana (lo stesso vale ovviamente per altre regioni), devi parallelamente concepire un piano a livello regionale che eviti la dissipazione delle energie (doppioni ingiustificabili sotto il profilo quantitativo e qualitativo, farneticanti progetti di decentramento, moltiplicazione delle sedi …c’è gente che mica ha capito che è finita e che sta solo procrastinando un danno erariale per il quale meriterebbe la prigione!), devi identificare gli atenei del territorio ove concentrare le forze residue settore per settore, qualora alcuni di essi non siano più in grado di sostenerli autonomamente.

    Devi insomma creare strutture anche numericamente forti e questo si compendia in due parole: mobilità e corsi federati interateneo. Il modo corretto di procedere sarebbe, da parte delle competenti autorità, dire: “a Siena deve rimanere questo e quello, per ragioni strategiche e poi v’è più ragioni ecc. ecc. …dunque questo e quest’altro settore, che non siamo più in grado di sorreggere da soli, verranno, o federati con Pisa o Firenze, oppure soppressi e chi ci insegna trasferito, se lo vorrà (o forse anche se non lo vorrà) in una di queste sedi”. Non agire in questo senso, vuol dire essere pavidi, succubi di altri interessi e soprattutto inefficaci; lasciare che la morte dei corsi di laurea e delle tradizioni scientifiche avvenga secondo le leggi della giungla, strafregandosene di chi c’è dentro (se sono ordinari, tanto vanno in pensione, se sono ricercatori od associati, tanto non contano un cazzo) in nome di una specie di darwinismo declinato camorristicamente, venire a sapere da voci di corridoio quali giochi stiano giocando con la tua testa, questo sì, vuol dire “procrastinare il solito sistema feudale”.

  10. P.S. – La cosa buffa è che prospettando queste soluzioni, non sto ipotizzando scenari fantascientifici dando libro corso alla fantasia: hypotheses non fingo! Sto semplicemente chiosando, parafrasando, citando l’articolo terzo della legge Gelmini.

  11. «È il migliore risultato nazionale nell’indicatore di sintesi della qualità della ricerca in rapporto alle dimensioni», dice il rettore Angelo Riccaboni dicendosi “orgoglioso del risultato” dell’Ateneo senese che ha ottenuto il migliore risultato nella qualità della ricerca rispetto alle dimensioni della struttura, con un differenziale positivo pari a 35,76%.» (http://firenze.repubblica.it/cronaca/2013/07/16/news/universit_pisa_al_vertice_della_ricerca_in_italia-63126256/)

    Dunque, se Siena ottiene, o meglio, ottenne dei buoni risultati nel campo della ricerca, probabilmente qualche merito lo avrà quel 44% del corpo docente costituito dai ricercatori di ruolo e la percentuale indefinita di quelli a tempo determinato, o no? Ossia di quella gente che qui a Siena, sostanzialmente, nella quasi totalità dei casi, non ha futuro. L’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) ha presentato i risultati della Valutazione della Qualità della Ricerca italiana (VQR) per il settennio 2004-2010, cioè, sostanzialmente (tranne un paio d’anni), il periodo precedente alla crisi che ha investito l’ateneo: ne traiamo la conclusione che ai rinviati a giudizio per il “buho” spetta la medaglia al valor civile anziché la galera? Il risultato viene infatti brandito dalle gazzette contro le Cassandre che denunciano lo stato di perdurante crisi in cui versa l’ateneo; al contrario, c’è da chiedersi quanto sia rimasto e quanto rimarrà delle competenze che hanno contribuito alla determinazione di quel risultato, proprio a seguito della crisi: 500 docenti, cioè il 50% del totale, andranno in pensione – essenzialmente non rimpiazzati – entro i prossimi cinque anni, sono scomparsi metà dei corsi di laurea che avevamo nel 2008 (e molti altri scompariranno un po’ a casaccio) e a partire dallo stesso anno gli studenti sono calati del 25%.

    Si aggiunga la falcidia dei dottorati e le scarsissime prospettive per i meno anziani. In sostanza, visti i cambiamenti radicali intervenuti in questi ultimi anni e le prospettive tutt’altro che rosee del futuro, si può dire al massimo che fummo “eccellenti”, ma non c’è nessun garanzia che il futuro sarà uguale al passato. Al momento di chiudere e sopprimere, si è “valutato” se si andavano a potare anche dei rami sani, anziché quelli secchi e basta? La domanda è ovviamente retorica. Guardiamo appunto al futuro: cosa resterà da qui a qualche anno di quelle competenze, di quelle “eccellenze” che hanno prodotto questo incoraggiante risultato? Nei post precedenti abbiamo fatto due conticini che non mi pare siano stati smentiti. Se il criterio è quello meccanicistico ed incurante della qualità dei “requisiti di docenza” (leggasi “tagli lineari”), se manca il coraggio di porre un argine agli “orticelli”, ai corsi di laurea cinobalanici, per la pompa di questo o quel satrapetto del menga; se non vi è una volontà riformatrice vera di intervenire sulle reali storture, se non vi è la consapevolezza che dalla polverizzazione delle strutture non nasce alcuna ricerca, se dunque si dimentica il concetto stesso di “comunità scientifica”, non resterà quasi nulla. Insomma, stiamo celebrando le glorie passate, ignorando la magra realtà dei fatti presenti e le prospettive future, e che dei passati trionfi nel volgere di pochi anni resterà ben poco.

    Università, Pisa al vertice della ricerca in Italia (ibid)

    By the way, hanno 1800 docenti, a fronte dei meno di 600 che avrà Siena nel 2020; e non c’è l’òmino della strada di una città oramai assuefatta al luogo comune che instancabilmente bercia: “e so’ troppiiiiii!”. Insomma hanno le strutture pressoché integre: come si pensa di competere con i nostri ingombranti vicini di Pisa e Firenze? D’un balzo, pare che un dato positivo relativo ad un intervallo iniziato dieci anni fa e conclusosi essenzialmente col l’esplosione del “buho” cancelli le magagne del presente. Insomma, crogioliamoci pure nel ricordo dei fasti passati, strombazzando le statistiche buone, nascondendo sotto il tappeto quelle cattive, ma non dimentichiamoci che la realtà presente è sostanzialmente diversa da quella di due lustri fa: non vorrei che un confuso e burocratico efficientismo che a Napoli si direbbe “facimmo ammuina” inducesse a dimenticare la sostanza delle cose e io non vedo come si possano eludere i ragionamenti svolti nei miei precedenti messaggi (anzi…): se vi sono delle eccellenze nel campo della ricerca, è sensato disperderle?

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