Nell’università pubblica non si devono identificare i migliori; i migliori si devono creare

Tutti gli errori sull’università (da: la Repubblica, 15  giugno 2012)

Raffaele Simone. Le prime notizie sul “Pacchetto Merito” (ma non c’era un logo meno indisponente?) con cui il ministro Profumo intende portare il “merito” nella scuola hanno suscitato dissensi da ogni parte. Anche le misure sull’università contenute nel pacchetto non sollevano grida di entusiasmo; anzi.

L’idea di base è quella di spingere gli atenei a identificare, in ogni sede, i “migliori”. Non è chiaro cosa spetterebbe agli studenti migliori, salvo qualche riduzione di corso: potrebbero laurearsi un anno prima (una laurea triennale dopo due anni? una magistrale dopo un solo anno?) o conseguire il titolo dottorale dopo due anni invece dei previsti tre. Non capisco quale logica convinca il ministro che questi sconti possano costituire un premio; si tratta di plateali facilitazioni, che non aiuteranno i “migliori” a esserlo davvero, ma spingeranno i furbi a esser frettolosi, magari rompendo le scatole ai professori perché gli permettano la via breve. Non basta. I professori avranno l’obbligo di 100 ore di insegnamento (non erano 350 nella recente Riforma Gelmini? Chi ci capisce è bravo) e si ridurranno i finanziamenti agli atenei che non sceglieranno gli insegnanti “migliori”. Come si riconosceranno questi insegnanti? Ci penserà una commissione ad hoc, integrata da un componente straniero. Profumo è troppo esperto per non sapere che questa misura girerà a vuoto: ci voleva proprio un’altra commissione di valutazione, in un’università dove la valutazione, ignorata da sempre, è diventata ad un tratto ubiqua e invadente? E poi, ancora una volta il mito del componente straniero, il quale chissà perché, per il solo fatto di essere straniero, dovrebbe essere migliore dei colleghi italiani! Non basta: i docenti così identificati (che non potranno essere più del 20% del totale: e perché?) riceveranno premi anche loro. In cosa? In denaro? In posti per creare una scuola o una struttura? In risorse di studio e di ricerca? Non è chiaro. I premi avranno effetto anche nel mondo esterno: i datori di lavoro che assumeranno i migliori laureati e dottori di ricerca avranno incentivi fiscali; incentivi anche agli atenei per attrarre docenti dall’estero e ai professori che pubblicano in inglese.

In questa lista di queste misure si ritrovano, in mescolanze varie, miti e cascami che gravano da tempo sulla sfera della ricerca e dell’educazione. Anzitutto l’idea fissa di identificare i “migliori”. In un sistema pubblico non si devono identificare i migliori; i migliori si devono creare. A questo scopo, l’università deve proporre l’offerta migliore perché tutti possano essere migliori, anche se si sa che non tutti lo saranno, e deve poi occuparsi in modo serio dei non-migliori e dei tanti che, pur avendo vocazione, sono sviati e confusi da una struttura scoordinata e di qualità instabile. L’obiettivo di riconoscere “chi-è-già-migliore” va lasciato a quelle università (statunitensi o giapponesi) che praticano dichiaratamente la “selezione naturale”, lasciando indietro chi non è tra i primi, invece che farsene carico. C’è poi il mito secondo cui al bravo serve meno tempo: potrà anche esser così, ma con cicli formativi già frammentati (tre anni per tutti + due per pochi + tre di dottorato per pochissimi) che senso ha abbreviare ancora? Non manca l’idea sbagliata (esclusività italiana) dello straniero come deus ex machina, segno tenace di provincialismo, che dà per scontato che “loro” sono migliori e immacolati. Già da tempo colleghi stranieri partecipano a valutazioni di vario tipo, ma non pare proprio che la qualità media delle università sia migliorata. Lo stesso presupposto suggerisce di incentivare chi pubblica in inglese: io pubblico quasi tutti i miei lavori in inglese (e in altre lingue) dalla metà degli anni Ottanta, ma ciò non induce nessuno a leggerli, se non vuole. E che dire degli incentivi alle imprese che prenderanno i migliori? È il mondo alla rovescia: le imprese dovrebbero esser spinte a pretendere giovani preparati; incentivi andrebbero dati semmai a chi prende i meno fortunati. Il sistema universitario italiano, che nel panorama internazionale non riesce a superare il terz’ordine, non migliorerà iniettando “pacchetti” in una struttura che nel suo insieme è pericolante. Ha bisogno di qualcuno che riveda il progetto intero e rimetta mano a tutta l’architettura. Vasto programma …

Università di Siena: i “Berlinguer boys” alla ricerca di una diversità mai posseduta

Leggendo le dichiarazioni dei Professori Tommaso Detti e Marcello Flores D’Arcais sulla loro decisione di andare in pensione anzitempo, il pensiero corre all’intervista di Enrico Berlinguer sulla “questione morale”, ricordata nei giorni scorsi da Eugenio Scalfari a trent’anni dalla pubblicazione. Vi è un passo di quell’intervista che è bene ricordare: «I partiti hanno occupato lo Stato, gli istituti culturali, gli ospedali, le università (…) una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi.» Ebbene, esiste un nesso tra il prepensionamento volontario dei due docenti di Storia contemporanea e l’intervista di Enrico Berlinguer? Ovviamente, no! Così com’è da escludere che costoro, trattandosi di due illustri storici, possano rientrare tra i cattedratici imposti dai partiti. Però, la notizia del pensionamento dei due docenti mette in luce un dato preoccupante. Nell’Università di Siena esiste una legione di Storici contemporaneisti: ben 22 (11 ordinari, 7 associati, 4 ricercatori). È proprio questo numero che ci riporta all’intervista di Berlinguer. Infatti, il confronto con altri Atenei, anche di dimensioni maggiori di quello senese, evidenzia in modo inequivocabile l’esubero di storici a Siena. A Pavia ce ne sono 6, a Palermo e Parma 4, a Verona 3. A Siena, prima in tutto, ne servivano 24: sì, il numero più alto di storici, raggiunto nel 2005, sotto la guida del grande timoniere Piero Tosi! È indubitabile che questa disciplina (ma non è la sola) presentasse le caratteristiche giuste, specialmente in una realtà politico-culturale peculiare come quella senese, perché l’ingerenza dei Partiti si manifestasse con prepotenza nell’arruolamento di docenti non necessari, a danno di settori disciplinari essenziali, che oggi rischiano di scomparire. Sicché, il pensionamento dei due docenti non comporterà alcun disservizio. Anzi! Ci si chiede come facciano, tutti questi storici, a raggiungere, ciascuno, il tetto delle 120 ore di lezioni l’anno, imposto dal Senato Accademico.

Ma veniamo alle dichiarazioni dei due docenti, che hanno ottenuto un contratto, per 60 ore all’anno di attività didattiche, che frutterà ad ognuno in 5 anni circa 150.000 euro lordi, più l’importo del differenziale tra l’ultimo stipendio percepito e la pensione. Dichiara il Prof. Detti: «Oltre a dare una mano alla mia Università, poi, andando via in anticipo contribuirò ad accelerare un ricambio generazionale, anche se per questo purtroppo occorrerà tempo.» E il Prof. Flores D’Arcais aggiunge: «Nessun ateneo italiano ha davvero formulato un progetto/proposta serio, capace di incoraggiare la scelta dei docenti nel modo in cui ha fatto l’Università di Siena.» Leggendo le loro dichiarazioni integrali (a pag. 4), si vede che manca il senso della misura e, aggiungerei, del pudore! Uno dei due lo farebbe per «dare una mano all’Università e accelerare il ricambio generazionale». E l’altro si meraviglia che nessun ateneo regali, come accade a Siena, tutti questi soldi a chi anticipa il pensionamento. Che fosse solo una questione di soldi, lo avevano capito subito gli estensori del collegato regolamento che proclamavano sicuri: «daremo incentivi che i docenti non potranno rifiutare!» Come si vede, è del tutto ininfluente che l’ateneo senese non sia in grado di concedere tali incentivi che per giunta provocano un danno erariale. È come togliere le capsule d’oro dalla bocca di un morto prima della sepoltura. Tutti, impassibili, assistiamo all’orgiastico saccheggio di un cadavere insepolto, l’università senese, con i più furbi che camuffano come interesse generale la loro azione di sciacallaggio. È chiaro che chi volesse realmente “dare una mano” all’ateneo dovrebbe prima di tutto rinunciare agli incentivi.