A Siena non si vede il rapporto di causa ed effetto fra il numero quasi dimezzato di docenti e la scomparsa di aree scientifiche e corsi di studio

Rabbi Jaqov Jizchaq. Leggo sui quotidiani che abbiamo meno università, meno docenti (-20% dal 2008), meno studenti (-70.000 in un decennio), meno corsi di studio (25% in dieci anni) e meno scuole di dottorato. «L’unico segno “più” lo registriamo riguardo al numero di ricercatrici e ricercatori precari che hanno “sostituito” personale stabile proprio a causa dell’assenza di risorse e del blocco delle assunzioni»: pare che per 10 professori di ruolo che se ne vanno, siano rientrati solo due ricercatori precari, dando corso a quella tendenza che già paventavo in altri messaggi.

A Siena, come sempre, siamo all’avanguardia: se altrove si è perso il 20% del corpo docente, qui siamo attorno al 40%, falcidiati a casaccio, sfiorando quota 600, da oltre 1000 che erano. Strano che per alcuni questi posti perduti siano stati tutte inutili bocche da sfamare, e il mantra assai demenziale che si ode è che “il rapporto studenti/docenti è ancora alto”, come se chiunque potesse insegnare qualunque cosa, le materie dovessero essere insegnate solo per finta e gli insegnamenti dovessero limitarsi a corsi di basso livello.

Ciò che risulta più mortificante è essere poi guardati come marziani quando, alla domanda di ex compagni di studio, o persone che comunque hanno frequentato l’università trent’anni fa, riguardo a questo o quell’insegnamento, questo o quel corso di studio, tu rispondi: «guarda che non esiste più da un bel po’!». Perché la gente non sa, non si rende conto, trasecola, non vede un rapporto di causa ed effetto fra la scomparsa di quasi la metà della docenza e la cancellazione di aree scientifiche e corsi di studio, o la loro sussistenza solo nominale, come simulacro, e che questo fenomeno non riguarda gli insegnamenti “sul bue muschiato”.

Molti – anche tra gli addetti ai lavori, che raramente vedono oltre il proprio orticello – trovano impossibile che siano scomparse o stiano scomparendo diverse aree scientifiche di base. Sicché sei tu il lunatico, non la realtà che è dura. Se dici certe cose, infatti, ti fanno il vuoto intorno e vieni soffocato da nubi tossiche di banalità e di volgarità, buone per tutte le stagioni, ma ahimè, inadeguate alla particolare stagione che stiamo vivendo. Del resto il tappeto di luoghi comuni che come rumore di fondo si è steso su questo tema ha diffuso la falsa convinzione che ciò che è accaduto sia stato solo un lieve stormir di fronde: Roma rinascerà più forte e più potente che pria.

Vedo l’interessante trasmissione “La tela del ragno“, condotta da Raffaella Zelia Ruscitto, dedicata all’università di Siena. Capitolo concorsi. Il prof. Neri dice parole sagge. La proposta dell’esponente del M5S relativa ai concorsi è interessante e mi sentirei di condividerla, ma altro non mi sembra essere, se non il ritorno all’università precedente all’autonomia (simpatico eufemismo) universitaria, cioè a dire, sparare un pezzo da novanta. Quanto all’auspicio del prof. Neri che Siena non diventi un campus di un ateneo regionale, mi rimane difficile pensare cosa possa diventare un ateneo lillipuziano con seicento docenti a fronte di un ateneo con duemila docenti e quasi il quadruplo di studenti che insiste sul medesimo territorio, se non un suo satellite. Se poi il progetto è quello di realizzare un campus ultraspecializzato di uno “hub”, cosa di cui mi sentirei di dubitare), si decida la sorte di chi non rientra in questo progetto, che è grosso modo un terzo di quei seicento docenti circumcirca sopravvissuti al disastro. Soprattutto non si pensi (convinzione diffusasi perniciosamente in anni recenti) di fare le nozze coi fichi secchi.

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Alcune riflessioni sul programma del candidato rettore Francesco Frati

OmbraAleggia sullo sfondo il programma malcelato di riduzione di Siena ad ancella, produttrice di lauree triennali per gli altri due atenei toscani

Rabbi Jaqov Jizchaq. Scrive il candidato rettore Frati: «Negli ultimi anni, la contrazione del personale docente e l’introduzione di vincoli stringenti ai requisiti minimi per l’attivazione dei Corsi di Studio hanno indotto in tutto il sistema universitario nazionale una riduzione del numero di Corsi di Studio.»

Sì, è un problema nazionale: «Rispetto al suo momento di massima espansione, tra il 2004 e il 2008, nel 2014-15 sono diminuiti di un quinto gli immatricolati (-20,4%), i docenti (-17%), il personale tecnico amministrativo (-18%) e i corsi di studio (-18%). In calo del 22,5% anche il fondo di finanziamento ordinario (in Germania è cresciuto del 23%) e sono ancora pochi i laureati: ha ottenuto il titolo il 23,9% dei giovani, la quota più bassa della classifica Ue.»

Ma qui siamo andati ben oltre, se è vero che abbiamo chiuso decine di corsi di laurea (grosso modo la metà delle triennali e la metà delle magistrali), stiamo cancellando aree scientifiche di base e abbiamo decimato i dottorati. Siena si avvia a perdere circa il 40% dei docenti, che passeranno da 1064 a 600 circa un po’ a casaccio, cioè aspettando che vadano in pensionee non sulla base di un oculatoancorché doloroso taglio (giacché com’è noto, anche per tagliare le teste ci vuole un boia provetto). Questo è ben più del 17% nazionale. Soggiungo che, stanti le vigenti norme, gli atenei “virtuosi” potranno gradualmente riprendere un turn-over a ritmo normale, mentre qui resteremo ancora a lungo al palo, centellinando i posti.

Agli occhi del popolino questo dimagrimento è stato giustificato da certi media con una certa rozzezza, vellicando la ben nota avversione dell’uomo della strada (non ancora travolto da un tram) per il culturame, e da quelli che sciorinano numeri, dimentichi degli enormi squilibri, ricorrendo alla demenziale e trilussiana statistica sul rapporto docenti/studenti, per la quale se in una certa area vanno tutti in pensione e in un’altra ci sono venti professori (frutto di antiche mangiatoie), “la statistica” deduce che entrambe hanno dieci professori. Senza dire che la perdita di quasi 6000 studenti ha contribuito non poco a questa “statistica”, innescando un circolo vizioso autodistruttivo. Aggiungo che in certi casi la decimazione è stata attuata con una certa irresponsabile concupiscenza, strafottendosene sia del valore delle cose, sia delle persone sulle quali si passava sopra col rullo compressore.

Aggiunge Frati: «Il rinnovamento della nostra offerta formativa può essere uno strumento formidabile di rilancio per l’Ateneo.»

Sì, ma come, se i problemi sono quelli sopra detti? Come fai a rinnovare l’offerta con sempre meno docenti? L’iperrealismo con il quale è stata attuata la riforma ha fatto sì, poi, che ci si adoperasse con zelante alacrità per distruggere le vecchie “facoltà”, edificando al loro posto edifici pericolanti come la famosa “casa di Swift”, così perfettamente equilibrata da non sopportare che un passero vi si posasse. A meno che per “rinnovamento” non si intenda semplicemente il fare di necessità virtù (non può quel che vuole/vorrà quel che può), come la massaia che debba preparare la zuppa, trovando però nel frigorifero desolatamente vuoto solo qualche cipolla e un po’ di sedano avvizzito. Spero che non si continui a spacciare per rinnovamento il continuo accorpare e cambiare denominazione dei corsi man mano che diventano insostenibili a causa dello svuotamento delle cattedre.

Aleggia dunque sullo sfondo il programma malcelato di riduzione di Siena ad ancella, produttrice di lauree triennali ed altri servigi per gli altri due atenei toscani, del quale parla espressamente Repubblica (e parlano soprattutto i fatti!).

 

Continua l’inerzia del rettore mentre la geografia dell’ateneo è ridisegnata dalla moria per inedia dei corsi di studio

AltansmarritoRabbi Jaqov Jizchaq. Scrive il Rettore che «Con riferimento alle attività didattiche l’Ateneo vuole garantire la sostenibilità nel tempo dell’offerta formativa, ottimizzando l’impiego dei docenti e focalizzandosi sui corsi di studio maggiormente attrattivi, promuovendo l’offerta formativa in lingua inglese, anche in collaborazione con Atenei stranieri…». Flatus vocis, se non ci si spiega come si garantisce la “sostenibilità nel tempo”, o come (così titola un giornale) si intenda in tre anni “far crescere l’ateneo”, dal momento che Siena è in piena decrescita, si accinge a perdere 500 docenti entro il 2020 a turn over sostanzialmente fermo e ha già perso metà dell’offerta formativa.

Le criticità nei conti, la conflittualità capillarmente esplosa con tutte le categorie di dipendenti che avanzano dei soldi, non consentono di dormire sonni tranquilli, anche se i conti pare vadano complessivamente meglio e dalle ultime comunicazioni del Rettore sembra si registrino timidi segnali di apertura – reale? – verso talune di queste legittime rivendicazioni; ma va aggiunto che con la botta che ha preso l’ateneo, per rimetterlo in piedi occorrerebbe un vero e proprio piano Marshall, non solo timidi segnali di miglioramento. Il gatto che si morde la coda è il seguente: molti corsi sono diventati meno attrattivi semplicemente perché è scomparso gran parte del corpo docente, dunque degli insegnamenti. Alcuni corsi sono stati addirittura chiusi o sono in procinto di esserlo a causa del venir meno dei “requisiti minimi di docenza” (ne sono seguiti cinobalanici accorpamenti senza capo, né coda). In quanto sono divenuti meno attrattivi, non saranno certo i primi ad essere soccorsi, quando (e se) arriverà qualche razione di rifornimenti ecc. ecc. … urge un progetto lungimirante e non si può attendere che la geografia dell’ateneo venga ridisegnata dalla moria per inedia o dalla lotta di tutti contro tutti.

Tra i luoghi comuni un po’ scemotti c’è quello che i pensionamenti costituiscano una sorta di selezione naturale, sicché alla fine resteranno in piedi poche cose ed eccellenti. Ma i pensionamenti colpiscono a casaccio ed è difficile prevedere da qui a quattro o cinque anni quanti posti sarà possibile rimpiazzare: l’unica cosa certa è che saranno pochi, mentre del tutto aleatorio è invece quali; così come non si è neppure affrontato l’argomento del destino delle decine di persone che lavorano in aree destinate alla dismissione e che non hanno la fortuna di andare in pensione. Di questo nessuno parla: sia perché chi va in pensione a breve (e sono per lo più gli ordinari anziani, ossia quelli che effettivamente decidono) tende mediamente a fregarsene, sia perché alcuni oggettivamente non sono interessati alla problematica e verosimilmente non lo saranno finché non li toccherà personalmente (fate pure, but not in my backyard), sia perché in condizione di scarsità di risorse vale il motto “mors tua vita mea”, sia perché, last but not least, nulla titilla il narcisismo di certuni (una soddisfazione di genere tafazziano) quanto vedere gli altri versare in gravi difficoltà.

Non è che a causa dei suddetti fenomeni sia entrata in crisi necessariamente la fuffa: molti corsi entrati in crisi facevano parte per l’appunto delle millantate “eccellenze” e molti che ne hanno subìto le conseguenze non erano esattamente i peggio del paniere; dunque a oggi, di fatto, “l’eccellenza” a Siena ha finito per coincidere in molti casi con la mera, casuale, sopravvivenza (e non so se si può accampare la difesa che il caso ha un ruolo di grande rilievo anche nell’evoluzionismo).

Università di Siena: guardiamo a Oxford e Cambridge, per ora col binocolo, e trasformiamo un dantista in un dentista

Evoluzione al 2020

Rabbi Jaqov Jizchaq. Va bene, finalmente, ricominciare a parlare dell’ateneo; guardiamo a Oxford, a Cambridge ecc. ecc., per ora col binocolo, e ricordiamoci in che condizioni siamo: se Pisa si situa al centesimo posto della classifica di Shanghai, Siena è sparita dalle prime cinquecento posizioni. In quattro anni l’università italiana in genere (statale e no) ha perso un miliardo di euro su 7,5 disponibili; ha perso altresì 78.000 studenti in dieci anni, pari a due atenei come Pisa, ma in soli quattro anni ha perso anche 12.000 docenti, pari a sei atenei di quella dimensione, rimpiazzati solo da 2.000 giovani. Secondo le opinioni dell’uomo della strada, non ancora investito dal filobus, comunque “eh so’ troppiiiii!”, senza mai specificare chi e cosa è di troppo (Sedi? Docenti? Ordinari? Associati? Ricercatori? Personale TA? In quali settori disciplinari?).

Spendiamo circumcirca l’1% del PIL, sommando le risorse pubbliche e quelle private, e non il 3% stabilito dall’U.E. nei trattati di Lisbona (2003); tra il 2007 e il 2013 hanno chiuso 1000 corsi di studio circa, il fondo di finanziamento ordinario cala costantemente e il numero di addetti ai lavori ogni 1000 abitanti, in Italia è meno della metà rispetto alla media OCSE: that’s Italy! L’aver dislocato un po’ ovunque sedi universitarie somministrando “ar popolino” corsi di laurea del cacchio, non ha contribuito, se non minimamente, alla mobilità sociale: all’ “ascensore sociale”, come si suol dire, che, anche per via del processo di rapida deindustrializzazione del nostro paese, va solo in discesa.
Taluni scrivevano che “il personale” andava comunque ridotto del 20%; buffo ragionamento, come se “il personale” fosse personale generico ed intercambiabile, manovalanza: le maestranze, insomma, quasi non vi fossero leggi e decreti che regolano nei minimi dettagli i requisiti per l’accreditamento dei corsi. In ogni caso qui a Siena ci siamo andati giù pesanti e tra il 2008 e il 2020 va scomparendo una quantità attorno al 50%, e non genericamente tra “il personale”, ma quasi esclusivamente tra il personale docente di ruolo, per pensionamento – dunque a casaccio -, a turn over sin qui fermo, e con esso è sparita all’incirca metà dell’offerta formativa, grazie ai famigerati “requisiti di docenza” mussiano-gelminiani.

Gli squilibri, poi, lascito del passato magna-magna: a fronte di certi settori che posseggono docenti a bizzeffe, ve ne sono altri che ne posseggono uno o due, o non più alcuno e non è difficile concludere che la scomparsa di 500 professori “vecchi” tra il 2008 e il 2020 ha avuto ed avrà l’effetto prioritario di chiudere molti insegnamenti ed ulteriori corsi di laurea. Paradossalmente, chiudendo altri corsi di laurea per mancato raggiungimento dei requisiti di docenza, resteranno i monconi amputati, decine di docenti qui non più utilizzabili: ma come già suggerito, possiamo sempre trasformare un dantista in un dentista.

Una resurrezione impossibile, per l’università di Siena guidata dalla banda dell’Ortica

Enzo Jannacci (1935-2013)

Enzo Jannacci (1935-2013)

Rabbi Jaqov Jizchaq. Solidarietà ai lavoratori della Cooperativa, ovviamente: 64 persone per la strada non sono un trascurabile incidente, ma come si fa a sostenere di voler salvare i posti di lavoro senza pensare a come fare a salvare la fabbrica? Trovo nel mondo politico-sindacale una schizofrenia veramente sorprendente. La contrapposizione tra docenti e amministrativi era un cavallo di battaglia della Trimurti sindacale. Dal grafico unisi si evince che l’università di Siena si avvia ad avere il doppio di amministrativi rispetto ai docenti allo scadere dei prossimi sette anni (caso unico nell’universo noto ed intravisto da Hubble). Ma se messa così la faccenda appare come un attacco al personale tecnico e amministrativo, allora possiamo vederla in un altro modo, dicendo che il vero dato eclatante è che il personale docente dimezzerà.

Sì, dimezzerà, e lo farà a macchia di… giaguaro, senza possibilità di essere sostanzialmente rimpiazzato, attestandosi su un numero tra i 500 e i 600 docenti: o forse vi è qualche ottimista che prevede una riapertura massiccia del reclutamento da qui a breve? Annichilendo le strutture didattiche e di ricerca vi saranno, per forza, ulteriori ripercussioni anche sul personale tecnico ed amministrativo; dunque, avendo a cuore le sorti del medesimo, non capisco come si possa evitare di parlare di questo tema. Quando, indulgendo ad un melassoso populismo, si parla de “i docenti” tout-court, come di un tutto indistinto, costituito evidentemente solo da “baroni”, facendo i conti del salumaio quando li si enumera senza troppi distinguo (da un maiale ci viene due prosciutti, qualunque mestiere faccia il porco), forse si dimentica che l’università non fabbrica prosciutti, né ricciarelli e panpepati, e che una coscia di biochimico non fa lo stesso servizio di una coscia di astrofisico.

Per un ciclo completo ti ci vogliono venti docenti di ruolo (lo stabilì Mussi, lo ribadì la Gelmini): ciò implica che se in quattro corsi di laurea ti vanno in pensione cinque docenti per corso, non solo questi quattro corsi chiudono, considerato che oramai è stato accorpato l’accorpabile (anche con risultati esecrabili e fallimentari nel nome dello sputtanamento totale-globale) e la panchina delle riserve è esaurita, ma a quel punto devi decidere cosa farne dei sessanta docenti che rimangono ed accettare l’idea che non avrai più immatricolati a quei corsi che hai chiuso. E vai col liscio… Attendere imbelli la chiusura dei corsi e la sparizione delle discipline scientifiche – giacché non tutti hanno i famigerati 22 professori di ruolo, come si è visto – e la costante moria di studenti, man mano che la gente va in pensione (a quel punto, per un circolo vizioso, rendendo superflui anche molti di quelli che non vanno in pensione), è secondo voi un modo sensato di gestire le risorse umane? A me pare di no. Si dimentica che:

  1. le competenze non sono intercambiabili;
  2. i numeri necessari sono fissati dalla legge;
  3. quelli che Siena può mettere sul piatto sono miseri e relativi oramai a specialisti delle materie più svariate;
  4. buona parte dei docenti di ruolo, tra quelli che arriveranno vivi (salvo suicidi) al fatidico 2020, anagraficamente i più giovani, sono i ricercatori, per un numero infinitesimo dei quali qui si aprirà la prospettiva di una “chiamata” come associati.

Dunque che tutti i docenti siano “baroni” al culmine della carriera che guadagnano un fottìo di quattrini è una boiata pazzesca. Già a oggi i ricercatori sono 355 su un totale di circa 820 docenti, che sarebbe un ragguardevole 43% circa; essendo mediamente i più giovani (o meno anziani), immagino che si troveranno quasi tutti ancora lì, quando il totale dei docenti sarà poco più di 500, ed essendo la progressione in carriera bloccata, ci arriveranno col medesimo grado: molti di costoro lavorano in settori destinati ad estinguersi per le ragioni sopra dette e non è chiaro cosa intendano farne le competenti autorità

Di certo non li attende una promozione, perché, idonei o no, quando un settore disciplinare non esiste più, né esiste più il corso di laurea ove era naturalmente inserito, è ben difficile che venga riesumato e che qualcuno – se si eccettua l’intervento miracoloso di San Gennaro – “chiami” un associato per quel settore. Ma anche senza promozione, dove e come potranno pensare di continuare a espletare al meglio la loro attività? Sicché questa è tutta gente cui hai rovinato la vita, segata senza alcun tipo di valutazione “meritocratica” e che per giunta ti resterà sul groppone. Questo anche per dire che la demagogica contrapposizione docenti vs amministrativi (roba da politicanti di quart’ordine) non tiene conto del continuum di situazioni diverse ed incomparabili che si trovano nei due campi.

In questo blog si sono evidenziati gli scenari che l’apertura di ulteriori cospicue falle in uno scafo malandato, che già dal 2008 è stato malamente rattoppato, porterà con sé, visto che la legge, per tenere aperti i corsi, lo ripeto alla nausea per chi finge di non capire, richiede un certo numero di docenti di ruolo (cioè solo di ricercatori, associati, ordinari) in una precisa miscela e dunque insistere che molti dipendenti, inquadrati come tecnici, in realtà insegnano è perfettamente inutile, perché per la legge non contano come docenti, la loro quantità è del tutto ininfluente al mantenimento dei corsi di laurea e non turano le falle nei requisiti minimi di cui sopra.

Ribadisco la mia persuasione che Siena oramai da sola non risolve niente. Semmai s’illude di risolvere i problemi, risolvendo temporaneamente solo quelli di qualcuno. La legge (art. 3) indica una via d’uscita, il cui senso è che nella difesa da un assedio, gli assediati non si sparpagliano sulle mura oramai cadute, ma arretrano e si concentrano nella difesa del torrione. Ciò vale anche per i settori scientifici e non solo per i castelli. Soprattutto mi domando se vi sia qualcuno dotato di una visione d’insieme e capace di andare oltre la conservazione strenua e insensata dei particolarismi feudali. Ma qui mi sa che in diversi si renderanno conto di cadere, solo quando saranno a un centimetro dal suolo.

La latitanza del corpo docente dell’Ateneo senese ha candidato Siena a capitale europea della dabbenaggine

Il commento di Rabbi (1 marzo 2012) sull’attuale condizione dell’Università di Siena, dove si vive alla giornata e con espedienti, senza alcun intervento sul sistema che ha generato il dissesto.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Ho sentito tempo fa nel corso di un servizio su “La 7” dedicato alle disgrazie senesi, enumerare tra i problemi che attanagliano l’ateneo, quello di un esubero di personale docente: ma c’è qualche incongruenza nel ripetere che a Siena ci sono troppi docenti e, nel contempo, chiudere molti insegnamenti e corsi di laurea di base (non le famigerate “scienze del bue muschiato”) per mancanza di docenti, non credete? Dalla ventina di professori di ruolo in un unico settore, alle decine di contratti, appannaggio di altri ben ammanicati profesurun: mica qualcuno penserà che per tutti, negli anni dello scialo, sia stato un tale bengodi? Bisognerebbe almeno soggiungere che i “troppi docenti” non sono stati ovunque, ma in alcuni settori, non necessariamente i settori più importanti (anzi…), come non necessariamente “inutili” sono quelli che man mano vengono cassati con un indifferente e cinico tratto di penna; ma anche qui, se il giudizio è lasciato ai diretti interessati, essi vi diranno che i docenti del vicino sono sempre “troppi” rispetto ai propri. La politica dei “tagli lineari” indotta dal mero meccanismo anagrafico delle uscite di ruolo, unita all’impossibilità di reclutare, ha messo in ginocchio proprio chi di personale non ne aveva reclutato in abbondanza, forse perché morigerato, forse perché fesso: per quanto indiretta e travestita da meccanismo aleatorio tipo tombola, una scelta – ossia quella di colpire proprio costoro – la si è dunque operata, ed è parecchio opinabile che una tale opzione risponda a criteri principalmente qualitativi. Pietà l’è morta, ma una volta compiuta una tale scelta, come persone coscienziose, si dovrebbe essere conseguenti e ci si dovrebbe rendere conto che si sono creati diversi orfani, cui sarebbe doveroso offrire almeno una via di fuga, visto che altrimenti il piano di risanamento, come letterariamente lo si definisce – quasi narrassimo le vicende dell’ingegner Hans Castorp alle prese con la tubercolosi – assomiglia più che altro ad un golpe.

La sicurezza di andarsene con cospicua buonuscita entro un breve lasso di tempo, ha accentuato la scelleratezza di alcuni e l’assenteismo di altri, favorendo soluzioni raffazzonate di cortissimo respiro, tese solo a posticipare di poco la catastrofe e a garantire un congedo definitivo privo di traumi a gente con le chiappe al caldo. Paradossalmente in alcuni corsi di laurea i prepensionati riassunti a contratto costituiscono pressoché gli unici simulacri di “professore ordinario” rimasti, immobili e silenti come i busti marmorei dei “patrioti” al Gianicolo o i manichini di un museo delle cere di Madame Tussauds: pensione cospicua, lauto contratto, magari altre collaborazioni esterne,  nessuna responsabilità; da parte di molti scarsissimo impegno, a fronte di gente alle prese col salario accessorio o che nei ranghi della didattica e della ricerca riempie i vuoti lasciati da costoro, praticamente in incognito. Gente che dura fatica a mettere assieme il pranzo con la cena, una generazione di “giovani” decimata, che la pensione non l’avrà, e alla “carriera”, coloro che fortunosamente saranno sopravvissuti assieme alla propria disciplina e ai corsi di laurea sui quali è incardinata, dovranno incominciare a pensarci… a partire dal 2018, cioè mai. A tutti si consiglia intanto, amorevolmente, di pensare per così dire a una “polizza”, ossia a scegliersi una rupe abbastanza alta per buttarvisi a tempo debito, anche senza riscattare la laurea. Tutto ciò non ha senso: se una parte del corpo docente è stata civilmente seppellita, pensionandola, altri mostrano ancora le loro membra scomposte ai rapaci, cadaveri rimasti a puzzare insepolti senza la pietà di nessuna Antigone: siccome non si comprende quale colpa dovrebbero espiare, chi è il giudice e quale sentenza possa emettere chi a sua volta è attenzionato e oggetto di indagine, vogliamo per decenza e per il residuo onore dell’istituzione accademica offrire loro una via di scampo, semplicemente trasferendoli altrove? Altrimenti, cosa volete farne? Contentarvi di constatare che il suicidio di un po’ di persone è tutto sommato un costo sociale accettabile, se come contropartita produce una razionalizzazione dell’offerta didattica che consenta la sopravvivenza delle mirabili “scienze del bue muschiato”? In fondo Siena è ancora università statale e la porcherrima autonomia universitaria non può precludere soluzioni che altrove sarebbero considerate addirittura ovvie.

L’uscita di ruolo, naturale o anticipata di un numero considerevole di professori, avendo messo in crisi interi comparti, ha creato profughi e gruppi di sbandati i cui reggimenti si sono dissolti, come un esercito in rotta, ma curiosamente questo pare non essere un tema all’ordine del giorno: se ti viene un canchero, dal punto di vista contabile, lassù stappano lo Champagne, e non so se si possa considerare un ambiente sano, quello in cui si è costretti a difendersi dall’amministrazione la quale (costantentemente sperando che ti pigli un accidente o ti investa un tram) ti guarda solo come peso sul FFO o un nemico da abbattere, in un contesto ove pare oramai che anche la notizia di un colpo apoplettico venga accolta con gioia, essendo cagione del risparmio di uno stipendio.

Dopo l’alea della chiusura a capocchia di corsi di laurea o cattedre senza considerazione alcuna della loro importanza, tenendo in piedi magari la fuffa per il solo fatto che vi sono cinquanta professori di fuffologia, reclutati dal potentissimo capo dei fuffologi per non fare un cazzo, è accaduto che tra coloro che andranno in pensione, non domani, ma fra quindici o vent’anni, vi siano oramai sparuti gruppi che non hanno o a breve non avranno più un insegnamento, un corso di laurea di riferimento, dunque alcuna possibilità di operare nella ricerca, come nella didattica, e non credo che si possa, con la rozzezza che caratterizza oramai il “dibattito culturale”, ripetere la cretinata che si ode sulla bocca di grevi personaggi: “icché vòi che sia? Si metteranno a fare qualche altra cosa, che tanto è uguale”.

Essendo la sicumera un sottoprodotto dell’ignoranza, non mi sorprende la smagliante e serena grettitudine con cui in questa fase molti parlano senza discernimento di cose che non sanno, ordiscono strane trame leggiadramente sorvolando sulla struttura delle scienze contemporanee e la difficoltà delle singole specializzazioni ad essere irreggimentate dentro lo schema degli “accorpamenti” cinobalanici e della didattica “just in time”, strano mascheramento di una ottusa e grigia burocrazia sovietica bulgakoviana, da toyotismo “de noartri”, che continua a spacciare il declassamento e la caduta di livello degli studi universitari per “efficienza”. “La burocrazia – diceva Balzac – è un gigantesco meccanismo mosso da pigmei”.

Adesso tutti sono alle prese col VQR e da anni si parla assai ipocritamente di come meglio cucinare “i giovani” (latu sensu), senza che peraltro nessuno si sia incaricato in questa fase di andare a vedere, non solo cosa fanno “i vecchi” (circa l’UGOV queste mie povere orecchie hanno udito diversi di costoro commentare beatamente: “io me ne strafotto!”), ma anche individualmente chi sono, come operano e in che condizioni attualmente lavorano questi  “giovani”: ebbene, siccome il pesce puzza dalla testa, sarebbe utile riflettere sul fatto che la credibilità dei progetti di ricerca, la possibilità di approdare a pubblicazione su rivista internazionale, peer review etc., non vengono da sé e non sono appannaggio dell’ultimo sfigato imbelle assegnista di ricerca che si ritrovi a lavorare nel deserto, bensì presuppongono l’organizzazione della ricerca, dunque che chi guadagna il quintuplo di lui faccia quello che sarebbe incaricato di fare: ciò è chiaramente incompatibile col livello di latitanza, o di omertosa complicità nella latitanza che caratterizzano una parte (dico una parte, benché significativa) del corpo docente di questo ateneo, ove troppi personaggi catafottutivisi a svolgere un mestiere “che non era il loro” (vo’ mi capite) hanno sicuramente candidato Siena a capitale europea della dabbenaggine.