Qualcuno si ricorda che a Siena c’è ancora l’università, quella vera e non quella da operetta del rettore

Le sorelle Bandiera

Le sorelle Bandiera

Siena è il paradosso del “Niente si conserva tutto si distrugge”… e nessuno paga

Bastardo senza gloria (21 agosto 2014). Noi, a differenza di qualche giornale locale a bassa tiratura e di qualche soldatino aggrovigliato, non ci esaltiamo di fronte alle inutili classifiche delle Università italiane, e neanche vogliamo mettere il dito nella piaga, se in qualche altra classifica, considerata la più prestigiosa, Siena non compare nemmeno dal binocolo. Noi siamo per la sostanza delle cose e la sostanza parla chiaro, molto chiaro. All’Università di Siena è stato compiuto un disastro di vaste proporzioni, che ancora incide nell’andamento dell’Ateneo, rendendo complessa e difficile la gestione della didattica, influenzando negativamente la possibilità di scelta degli studenti, senza parlare dell’annosa querelle che vede coinvolti i dipendenti dell’Università senese. A monte di tutto questo vi risulta che qualcuno abbia pagato? Vi risulta che siano stati individuati i responsabili? Tutto tace miseramente. Come ormai è tradizione in questa città, tutta immagine e niente sostanza. L’importante è darsi quell’alone di grande centro del progresso civile e culturale, che nella sostanza appunto, cozza pesantemente con quello che è stato compiuto proprio ai danni della civiltà e della cultura stessa. Il sindaco di Siena e i suoi prodi amministratori, a parte qualche gridolino di godimento al manifestarsi di qualche inutile classifica che vedeva Siena nei primi posti, niente hanno fatto per chiarire e spingere verso un rinnovamento questa nostra prestigiosa e vituperata istituzione. Sui conti ancora ha da venire quella chiarezza necessaria. Ma soprattutto ha da venire quella sicurezza più di una volta ostentata dal Riccaboni. Tutto tace. Addirittura in questa strana città assistiamo a delle cose a noi incomprensibili. Assistiamo al fatto che un ex componente del cda dell’Ateneo senese, rappresentante di quel comune che dovrebbe tutelare l’interesse della collettività, dopo aver assecondato tutte le votazioni, comprese quelle ritenute poi illegittime dal giudice Cammarosano a danno dei dipendenti tecnico amministrativi, sia nominato successivamente nella deputazione della Fondazione Mps e oltretutto sia il cardine sul quale si sono basate le forze politiche per eleggere il nuovo presidente. Stiamo parlando ancora di Vareno Cucini. Quando in questa città assisteremo ad un cambiamento vero? Quando riusciremo ad esprimere qualcuno che prenda netta distanza dalle solite stanze del groviglio armonioso? Nel frattempo consoliamoci con quella che sta diventando una barzelletta cittadina. L’assessore alla cultura, c’è ma non si vede. Vorrebbe dimettersi, ma sempre per conservare quell’alone di falsa efficienza, ma niente sostanza, rimane. Giustamente nella candidata a capitale europea della cultura potevamo aspettarci di meglio che questa situazione? Probabilmente.

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Solo con il risanamento dei bilanci l’ateneo senese può garantire una formazione di qualità

Eugenio-NeriEugenio Neri. L’Università è uno dei motori propulsivi della città. Le vicende giudiziarie attualmente in corso dimostrano che l’Ateneo è ancora in notevole affanno. Se Siena vuole uscire dalla crisi, l’Università non può prescindere da alcuni punti. Il primo è il risanamento dei bilanci. Solo un Ateneo sano è un Ateneo appetibile per gli studenti, poiché in grado di garantire una formazione di qualità. Un risanamento che, come ho ricordato più volte, non può e non deve avvenire esclusivamente a spese delle categorie più deboli di lavoratori (coop. “Solidarietà”, CEL, e dipendenti che si sono visti negare il salario accessorio). Al contrario, deve considerare anche una razionalizzazione delle sedi decentrate. Il secondo punto è il rilancio della ricerca. Un fine perseguibile soltanto attraverso una parola d’ordine: meritocrazia. Vanno premiati i docenti che contribuiscono in modo fattivo e reale all’accrescimento del sapere, non quelli che si limitano ad assolvere compiti burocratici. In passato l’Ateneo è stato utilizzato come trampolino di lancio di future carriere politiche. E su quest’altare sono state bruciate risorse ingenti, non solo economiche, della nostra università. Anche l’integrazione di livello regionale, nazionale e sovranazionale è un versante su cui lavorare. L’Università, nel suo ruolo di produttore di conoscenza, è naturalmente portata all’interconnessione con gli altri atenei. Un’inclinazione che va incentivata, in modo da consentire la realizzazione di sinergie a livello didattico, formativo ed anche organizzativo. L’Ateneo è una delle ricchezze di Siena, in grado di contribuire all’uscita dalla crisi della città. Un bene troppo prezioso per essere lasciato a sé stesso.

Mentre l’Ateneo con il buco resta graniticamente indifferente a quanto gli accade dentro, la cultura colpevolmente tace

Ateneo-con-buco

Dell’editoriale de “il Cittadino Online” si riportano i brani riguardanti l’università di Siena e il link all’articolo integrale.

La resurrezione: un atto rivoluzionario! (da: il Cittadino Online, 30 marzo 2013)

Raffaella Zelia Ruscitto (Editoriale). (…) Tra chi ha paura di perdere quello che ha conquistato, chi non vuole scendere dal trono su cui è stato messo, nonostante le manifeste incapacità, e chi proprio non se la sente di esporsi in prima persona per semplice vigliaccheria, le cose non sono cambiate. Cambiano, eccome, solo per chi, in queste ore, ha perso il lavoro e, con esso, la certezza di un domani sereno. Penso ai dipendenti della Cooperativa “Solidarietà” che non sono più alle dipendenze dell’Università di Siena. Mentre “l’Ateneo con il buco intorno” resta graniticamente indifferente a quanto gli accade dentro e intorno, c’è chi sta già pagando sulla propria pelle per gli errori altrui. E la cultura, quella che dovrebbe illuminare gli animi, renderli nobili e lungimiranti (quasi profetici) colpevolmente continua a tacere. Si organizzano incontri dedicati alla memoria del professor Tabucchi o del professor Calabrese (degni di considerazione, per carità!)… ma nessuno pensa a dare forma a qualche iniziativa concreta e duratura per far rivivere la memoria di un passato di lotta sociale, di conquista dei diritti, di concetti fragili quanto preziosi ma difficili da sostenere come uguaglianza, diritto, rispetto, responsabilità, onestà, impegno civile. Pare che il tempo dei docenti universitari che abbandonano le cattedre per andare a fare i partigiani, sia definitivamente tramontato. Adesso le cattedre si lasciano per motivi ben più futili e meglio remunerati.

E quelli che invece, tenacemente, conservano il loro pensiero libero? Messi a tacere dalla paura o da un triste senso d’ineluttabile fallimento? Accerchiati da una lobby senza scrupoli? Forse. Il silenzio difficilmente dà spiegazioni. Orfani di intellettuali, andiamo ormai a tentoni, confusi da una politica allo sbando: cieca, sorda e priva di ogni logica. Interessata solo a mantenere i suoi privilegi. (…) Cosa aggiungere ad un quadro politico, sociale ed economico così avvilente? Sperare. Ancora sperare in un cambio di passo. In un sincero e profondo desiderio di cambiare radicalmente il pensiero sociale al punto di mutare l’asse del potere che ancora non si arrende alla sua fine. Sperare in un anelito rivoluzionario che, dal basso, rompa gli indugi e metta a nudo quella politica che si trastulla ancora in giochi di palazzo ormai fuori tempo.

La resurrezione è anche questo: opporsi alla morte (della carne come dello spirito) credo che sia il più rivoluzionario degli atti!

Preoccupazioni giuste ma inutili per un asilo infantile

Rabbi Jaqov Jizchaq. Serpeggia la voce che vogliano cedere anche l’immobile di Pian dei Mantellini, ex Chimica, attualmente Matematica. Ma come? Mi sembra tutto un po’ paradossale: a novembre partono i nuovi dipartimenti; eccetto un certo numero di fortunati che rimangono dov’erano, in tempi rapidi gli altri dovranno cercare ospizio altrove, raggiungendo il nuovo dipartimento di appartenenza, giusto? E non si conosce nemmeno, né la destinazione di alcuni, né l’esatto ammontare delle sedi (o “plessi”, come va di moda dire adesso)? Immagino il caos che ne seguirà per la didattica. Temo che anche su questo urga una parola di chiarezza.
L’anno accademico, comunque, non parte sotto i migliori auspici. Aggiungo due cose.

1) Per quanto ne so, fra un anno partono le lauree abilitanti: cioè a dire per insegnare nelle scuole medie e medie superiori non basterà il TFA (tirocinio formativo attivo) o i crediti formativi richiesti, ma servirà aver conseguito il titolo presso una specifica sede dichiarata “abilitante”. Le magistrali “abilitanti” conquistate da Siena sono veramente pochine (quasi punte). Dunque che fine faranno gli attuali corsi di laurea di quelle materie (tutti i settori umanistici, molti settori scientifici) per le quali l’insegnamento è comunque da sempre uno sbocco privilegiato, se non saranno buoni nemmeno per avere diritto all’insegnamento?

2) A parte settori con forti sbocchi professionali che sono stati abili nell’attingere sostanziose risorse anche al “mondo esterno”, le altre, residue lauree magistrali, spesso non hanno, infatti, più nemmeno i dottorati e dunque una proiezione alternativa nella ricerca: adesso vi sono (ma purtroppo solo in alcuni settori: addirittura due su dieci in economia) i dottorati regionali in collaborazione fra i tre atenei maggiori, sponsorizzati dalla Regione, e mi domando se non sia urgente generalizzare questa pratica, ai dottorati non farlocchi, ma che non hanno più la forza di sorreggersi in una singola sede, e addirittura ai corsi di laurea stessi, anziché continuare a ricicciare, accorpare, mescolare membra sparse come nel pentolone della sòra Cianciulli, anche in considerazione del fatto che le massicce uscite di ruolo dei docenti non colpiscono solo Siena. Altrimenti assisteremo solo a un triste declino dell’università pubblica.

3) In questo periodo tutti sono agitati per la faccenda delle idoneità, dell’ANVUR, delle mediane ecc. …ma qui mi pare che chi si piglia un’idoneità (sia egli precario, ricercatore o associato) lo faccia essenzialmente con spirito decoubertiano, oppure nella speranza (ancorché remota) di venir chiamato altrove, giacché, a parte le solite eccezioni e i soliti settori politicamente ed accademicamente “forti” sopravvissuti alle intemperie, in generale a Siena non c’è più trippa per gatti: con la fuga determinando forse un auspicabile alleggerimento del debito, come nel caso dei prepensionamenti, secondo i conti della serva che oramai paiono presiedere al “dibattito culturale” intorno alle sorti dell’ateneo, ma anche la perdita, esattamente come in quel caso, delle migliori energie. Fuori sia i vecchi, che i “giovani”: sicché alla fine si dirà che la medicina ha funzionato, sebbene il paziente sia morto. Anche qui, non sarebbe inutile una qualche ulteriore riflessione per una maggiore chiarezza intorno alle prospettive dell’ateneo in ordine al mantenimento o la cessione dei suoi “asset”, di molti settori attualmente assai penalizzati e non inutilissimi, nonché della gente che ci sta dentro, giacché un clima di totale incertezza non invoglia certo ad un maggiore impegno chi ha già la valigia in mano, pronto ad andarsene, per quanto obtorto collo.

La latitanza del corpo docente dell’Ateneo senese ha candidato Siena a capitale europea della dabbenaggine

Il commento di Rabbi (1 marzo 2012) sull’attuale condizione dell’Università di Siena, dove si vive alla giornata e con espedienti, senza alcun intervento sul sistema che ha generato il dissesto.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Ho sentito tempo fa nel corso di un servizio su “La 7” dedicato alle disgrazie senesi, enumerare tra i problemi che attanagliano l’ateneo, quello di un esubero di personale docente: ma c’è qualche incongruenza nel ripetere che a Siena ci sono troppi docenti e, nel contempo, chiudere molti insegnamenti e corsi di laurea di base (non le famigerate “scienze del bue muschiato”) per mancanza di docenti, non credete? Dalla ventina di professori di ruolo in un unico settore, alle decine di contratti, appannaggio di altri ben ammanicati profesurun: mica qualcuno penserà che per tutti, negli anni dello scialo, sia stato un tale bengodi? Bisognerebbe almeno soggiungere che i “troppi docenti” non sono stati ovunque, ma in alcuni settori, non necessariamente i settori più importanti (anzi…), come non necessariamente “inutili” sono quelli che man mano vengono cassati con un indifferente e cinico tratto di penna; ma anche qui, se il giudizio è lasciato ai diretti interessati, essi vi diranno che i docenti del vicino sono sempre “troppi” rispetto ai propri. La politica dei “tagli lineari” indotta dal mero meccanismo anagrafico delle uscite di ruolo, unita all’impossibilità di reclutare, ha messo in ginocchio proprio chi di personale non ne aveva reclutato in abbondanza, forse perché morigerato, forse perché fesso: per quanto indiretta e travestita da meccanismo aleatorio tipo tombola, una scelta – ossia quella di colpire proprio costoro – la si è dunque operata, ed è parecchio opinabile che una tale opzione risponda a criteri principalmente qualitativi. Pietà l’è morta, ma una volta compiuta una tale scelta, come persone coscienziose, si dovrebbe essere conseguenti e ci si dovrebbe rendere conto che si sono creati diversi orfani, cui sarebbe doveroso offrire almeno una via di fuga, visto che altrimenti il piano di risanamento, come letterariamente lo si definisce – quasi narrassimo le vicende dell’ingegner Hans Castorp alle prese con la tubercolosi – assomiglia più che altro ad un golpe.

La sicurezza di andarsene con cospicua buonuscita entro un breve lasso di tempo, ha accentuato la scelleratezza di alcuni e l’assenteismo di altri, favorendo soluzioni raffazzonate di cortissimo respiro, tese solo a posticipare di poco la catastrofe e a garantire un congedo definitivo privo di traumi a gente con le chiappe al caldo. Paradossalmente in alcuni corsi di laurea i prepensionati riassunti a contratto costituiscono pressoché gli unici simulacri di “professore ordinario” rimasti, immobili e silenti come i busti marmorei dei “patrioti” al Gianicolo o i manichini di un museo delle cere di Madame Tussauds: pensione cospicua, lauto contratto, magari altre collaborazioni esterne,  nessuna responsabilità; da parte di molti scarsissimo impegno, a fronte di gente alle prese col salario accessorio o che nei ranghi della didattica e della ricerca riempie i vuoti lasciati da costoro, praticamente in incognito. Gente che dura fatica a mettere assieme il pranzo con la cena, una generazione di “giovani” decimata, che la pensione non l’avrà, e alla “carriera”, coloro che fortunosamente saranno sopravvissuti assieme alla propria disciplina e ai corsi di laurea sui quali è incardinata, dovranno incominciare a pensarci… a partire dal 2018, cioè mai. A tutti si consiglia intanto, amorevolmente, di pensare per così dire a una “polizza”, ossia a scegliersi una rupe abbastanza alta per buttarvisi a tempo debito, anche senza riscattare la laurea. Tutto ciò non ha senso: se una parte del corpo docente è stata civilmente seppellita, pensionandola, altri mostrano ancora le loro membra scomposte ai rapaci, cadaveri rimasti a puzzare insepolti senza la pietà di nessuna Antigone: siccome non si comprende quale colpa dovrebbero espiare, chi è il giudice e quale sentenza possa emettere chi a sua volta è attenzionato e oggetto di indagine, vogliamo per decenza e per il residuo onore dell’istituzione accademica offrire loro una via di scampo, semplicemente trasferendoli altrove? Altrimenti, cosa volete farne? Contentarvi di constatare che il suicidio di un po’ di persone è tutto sommato un costo sociale accettabile, se come contropartita produce una razionalizzazione dell’offerta didattica che consenta la sopravvivenza delle mirabili “scienze del bue muschiato”? In fondo Siena è ancora università statale e la porcherrima autonomia universitaria non può precludere soluzioni che altrove sarebbero considerate addirittura ovvie.

L’uscita di ruolo, naturale o anticipata di un numero considerevole di professori, avendo messo in crisi interi comparti, ha creato profughi e gruppi di sbandati i cui reggimenti si sono dissolti, come un esercito in rotta, ma curiosamente questo pare non essere un tema all’ordine del giorno: se ti viene un canchero, dal punto di vista contabile, lassù stappano lo Champagne, e non so se si possa considerare un ambiente sano, quello in cui si è costretti a difendersi dall’amministrazione la quale (costantentemente sperando che ti pigli un accidente o ti investa un tram) ti guarda solo come peso sul FFO o un nemico da abbattere, in un contesto ove pare oramai che anche la notizia di un colpo apoplettico venga accolta con gioia, essendo cagione del risparmio di uno stipendio.

Dopo l’alea della chiusura a capocchia di corsi di laurea o cattedre senza considerazione alcuna della loro importanza, tenendo in piedi magari la fuffa per il solo fatto che vi sono cinquanta professori di fuffologia, reclutati dal potentissimo capo dei fuffologi per non fare un cazzo, è accaduto che tra coloro che andranno in pensione, non domani, ma fra quindici o vent’anni, vi siano oramai sparuti gruppi che non hanno o a breve non avranno più un insegnamento, un corso di laurea di riferimento, dunque alcuna possibilità di operare nella ricerca, come nella didattica, e non credo che si possa, con la rozzezza che caratterizza oramai il “dibattito culturale”, ripetere la cretinata che si ode sulla bocca di grevi personaggi: “icché vòi che sia? Si metteranno a fare qualche altra cosa, che tanto è uguale”.

Essendo la sicumera un sottoprodotto dell’ignoranza, non mi sorprende la smagliante e serena grettitudine con cui in questa fase molti parlano senza discernimento di cose che non sanno, ordiscono strane trame leggiadramente sorvolando sulla struttura delle scienze contemporanee e la difficoltà delle singole specializzazioni ad essere irreggimentate dentro lo schema degli “accorpamenti” cinobalanici e della didattica “just in time”, strano mascheramento di una ottusa e grigia burocrazia sovietica bulgakoviana, da toyotismo “de noartri”, che continua a spacciare il declassamento e la caduta di livello degli studi universitari per “efficienza”. “La burocrazia – diceva Balzac – è un gigantesco meccanismo mosso da pigmei”.

Adesso tutti sono alle prese col VQR e da anni si parla assai ipocritamente di come meglio cucinare “i giovani” (latu sensu), senza che peraltro nessuno si sia incaricato in questa fase di andare a vedere, non solo cosa fanno “i vecchi” (circa l’UGOV queste mie povere orecchie hanno udito diversi di costoro commentare beatamente: “io me ne strafotto!”), ma anche individualmente chi sono, come operano e in che condizioni attualmente lavorano questi  “giovani”: ebbene, siccome il pesce puzza dalla testa, sarebbe utile riflettere sul fatto che la credibilità dei progetti di ricerca, la possibilità di approdare a pubblicazione su rivista internazionale, peer review etc., non vengono da sé e non sono appannaggio dell’ultimo sfigato imbelle assegnista di ricerca che si ritrovi a lavorare nel deserto, bensì presuppongono l’organizzazione della ricerca, dunque che chi guadagna il quintuplo di lui faccia quello che sarebbe incaricato di fare: ciò è chiaramente incompatibile col livello di latitanza, o di omertosa complicità nella latitanza che caratterizzano una parte (dico una parte, benché significativa) del corpo docente di questo ateneo, ove troppi personaggi catafottutivisi a svolgere un mestiere “che non era il loro” (vo’ mi capite) hanno sicuramente candidato Siena a capitale europea della dabbenaggine.

Lo volete capire che l’università di Siena non è una fabbrica di cavallucci e panpepati?

Rabbi Jaqov Jizchaq. Aderendo allo sciopero sulla sospensione dell’erogazione del trattamento economico accessorio al personale tecnico e amministrativo dell’Università di Siena, Elisa Meloni, segretario provinciale del Pd senese, scrive: «sosteniamo con convinzione il lavoro del Comune e della Provincia per tenere alta l’attenzione sul risanamento dell’Università…». Sì, ma Maremma maiala, lo volete dire alla fine cosa intendete per “risanamento” dell’università? Cosa volete fare? Perché non muovete il culo, a livello politico, almeno laddove contate qualche cosa, ossia a livello cittadino e regionale? Perché dovete essere succubi a baronie che facendo scompisciare la buonanima di mio nonno anarco-socialista ottocentesco, hanno l’improntitudine di proclamarsi addirittura di sinistra? Perché non la piantate con la lista dei nauseanti luoghi comuni? Basta con le manfrine, coi discorsi di circostanza, con le frasi fatte e i proclami vuoti. L’università di Siena non esce dal pantano in cui si è cacciata con la sciatta demagogia populista e i minuetti: che cacchio volete fare? È lecito chiederlo? Questo del “risanamento” sta diventando un mantra, una frase ripetuta ossessivamente che cela un sostanziale navigare a vista, una coltre di spessa retorica per bischeri che giustifica ogni sorta di scelleratezza, senza che nessuno, in concreto, dica cosa esattamente vuol fare, a parte ridurre stipendi e personale, smantellare ricerca e didattica e naturalmente non toccare gli interessi costituiti: ma qual è la prospettiva, da un punto di vista scientifico, di quella che è una delle istituzioni accademiche più antiche del mondo, che non è dunque una fabbrica di cavallucci e pampepati? Quali osterie bisogna frequentare per averne contezza?

Precisazioni inutili di un antipatico bugiardo: Piero Tosi da Pescia, già rettore dell’Università di Siena

Una lettera, quella di Piero Tosi (La Nazione Siena, 26 febbraio 2012), da leggere con attenzione e tenendo a freno l’indignazione. L’ex rettore è passato dalle disattenzioni del novembre 2007 alle fandonie d’oggi. Allora ironizzai bonariamente sull’«uomo delle disattenzioni» e non tenni fede all’impegno di elencare tutte le sue malefatte. Sbagliai! Mi sembrava di sparare sulla Croce rossa! In seguito, l’uomo ha dato segni di mancanza di pudore e di senso della misura quando ha dichiarato che il disastro amministrativo era emerso due anni e mezzo dopo la conclusione del suo mandato. Tuttavia, non mi sarei mai aspettato che arrivasse a negare l’evidenza, come ha fatto con la lettera d’oggi. È necessario ritornare sull’argomento per ristabilire un minimo di verità: lo esigono il nostro martoriato Ateneo e tutti quelli che non accettano d’esser presi in giro in questo modo.

Piero Tosi. Egregio Direttore, in merito al ‘ritratto senese’ a me dedicato vorrei evidenziare le seguenti precisazioni.
1. L’articolo parla di ‘infornate’ e di ‘assunzioni in blocco’ di docenti dal 2001 al 2005. In realtà, nel 2001 fu fatto un piano per i ruoli della docenza che prevedeva i soli finanziamenti derivanti dai pensionamenti. Da allora, durante il mio rettorato, tale piano è stato seguito senza eccezioni e sono stati assunti docenti solo nei limiti del turnover. Quindi nessuna ‘infornata’.
2. Il subentro dell’Università nell’assunzione degli oneri relativi all’accordo con l’Azienda Ospedaliera Universitaria per il finanziamento di alcuni ruoli, quasi tutti riservati ai giovani, proprio secondo il dettato dell’art. 4 dell’accordo citato dall’articolista, sarebbe avvenuto solo nel caso di una sua interruzione concordata fra Azienda e Università. Ciò significa che in caso di mancato accordo da parte dell’Università gli oneri sarebbero rimasti a carico dell’A.O.U.
3. Alla fine del 2005, le spese fisse per il personale docente e tecnico-amministrativo erano, così come certificato dal Ministero dell’Università, l’83,84% del fondo di finanziamento ordinario, cioè ancora ampiamente entro il limite del 90%.
4. L’intento denigratorio del ‘ritratto’ è dimostrato anche dall’omissione di quanto è stato realizzato durante il mio rettorato per l’edilizia con un piano, portato a termine, che ha risolto gravissime situazioni e che ha consegnato all’Ateneo un grande patrimonio.
5. L’articolista non dice che le strutture edilizie realizzate e la valutazione molto positiva del Ministero, del Censis e di Campus delle attività di didattica e di ricerca hanno posto, in quegli anni, l’Ateneo ai vertici delle classifiche nazionali.
6. L’articolista fa passare la mia elezione a presidente della Crui come una sorta di regalo dei miei predecessori. In realtà, il fatto che i miei predecessori fossero rettori di Università toscane era un ostacolo alla mia elezione, non certo un viatico. Sono stato eletto, non certo per magie faraoniche, a larga maggioranza e rieletto con l’85% dei voti dei rettori.
7. Termini come ‘faraone’, ‘barone rosso’, ‘grandeur’ sono slogan che non vale la pena commentare in questa sede. Quanto allo ‘studiare’ per fare il Ministro, le previsioni e gli inviti mi venivano dall’esterno a livello nazionale: da non politico, non ho mai considerato seriamente questa o altre simili prospettive. Devo dire francamente che la stima a livello nazionale, che mi onorava e che ancora oggi continua nonostante il mio silenzioso ritiro, mi ripaga di molte amarezze. Il prolungamento di 8 mesi del mio rettorato fu deciso – preciso in mia assenza, non con me presente come afferma l’articolista – su richiesta della Crui e di numerosi professori, dopo che avevo rifiutato di chiedere la modifica di statuto che mi avrebbe potuto consentire un altro intero mandato. Peraltro, non solo il Tar ha respinto il ricorso, ma anche il Tribunale penale mi ha assolto con formula piena dopo che lo stesso Pubblico Ministero aveva chiesto l’assoluzione.
8. Non sono stato ‘un grande elettore’ di Riccaboni visto che mi sono tenuto rigorosamente in disparte. Lo si è detto da chi aveva interesse a coinvolgermi. Il motivo degli incontri che ho avuto con lui fuori dal rettorato è solo questo, giacché non c’è né c’era niente di riservato o di segreto, come l’articolista sembra offensivamente adombrare.
9. Quanto alle indagini sull’Università, dimostrerò la mia assoluta estraneità ai fatti, compresi i cosiddetti ‘appunti manoscritti’, che tali non sono,come quello prodotto dal responsabile della ragioneria – non, come erroneamente scritto nell’articolo, direttore amministrativo – e citato dall’estensore del ‘ritratto’.

Tommaso Strambi. Chiarissimo Professor Tosi, ‘infornate’ o meno, durante gli anni in cui era rettore il numero dei corsi e delle cattedre (anche a contratto) è comunque moltiplicato. Certo, nel rispetto della legge. E nessuno questo lo aveva messo in discussione. Anche alla fine del 2005 i parametri erano rispettati, ma la ‘corsa’ fu determinata proprio dal fatto che dall’anno successivo non sarebbe più stato così e proprio per la previsione della Finanziaria 2006 che fissava il paletto del 90%. Quanto ai piani edilizi da Lei realizzati ha ragione non sono stati citati, ma su queste colonne ne abbiamo parlato abbondantemente. Anche perché molto di quel patrimonio è in vendita per ripianare i debiti accumulati negli anni. Per quanto riguarda il prolungamento del mandato alla Crui, Lei conferma quanto da noi scritto, ovvero che fu sollecitato in questo dai colleghi rettori e docenti sia a livello nazionale e locale. Così come risulta dal verbale del Senato Accademico per la modifica dello Statuto citato nell’articolo. A proposito, invece, degli incontri con il professor Riccaboni, prendiamo atto che non è stato un suo ‘grande elettore’. Quindi, visto che tali incontri non avevano niente di riservato o di segreto potevano avvenire in rettorato. Non siamo noi, dunque, ad adombrare nulla, quanto quel «vediamoci al solito posto» cristallizzato nelle intecettazioni. Per quanto riguarda l’inchiesta in corso, siamo certi che dimostrerà l’estraneità, così com’è già avvenuto nel passato, come abbiamo ricordato anche nel ‘ritratto’ a Lei dedicato.