Solo con il risanamento dei bilanci l’ateneo senese può garantire una formazione di qualità

Eugenio-NeriEugenio Neri. L’Università è uno dei motori propulsivi della città. Le vicende giudiziarie attualmente in corso dimostrano che l’Ateneo è ancora in notevole affanno. Se Siena vuole uscire dalla crisi, l’Università non può prescindere da alcuni punti. Il primo è il risanamento dei bilanci. Solo un Ateneo sano è un Ateneo appetibile per gli studenti, poiché in grado di garantire una formazione di qualità. Un risanamento che, come ho ricordato più volte, non può e non deve avvenire esclusivamente a spese delle categorie più deboli di lavoratori (coop. “Solidarietà”, CEL, e dipendenti che si sono visti negare il salario accessorio). Al contrario, deve considerare anche una razionalizzazione delle sedi decentrate. Il secondo punto è il rilancio della ricerca. Un fine perseguibile soltanto attraverso una parola d’ordine: meritocrazia. Vanno premiati i docenti che contribuiscono in modo fattivo e reale all’accrescimento del sapere, non quelli che si limitano ad assolvere compiti burocratici. In passato l’Ateneo è stato utilizzato come trampolino di lancio di future carriere politiche. E su quest’altare sono state bruciate risorse ingenti, non solo economiche, della nostra università. Anche l’integrazione di livello regionale, nazionale e sovranazionale è un versante su cui lavorare. L’Università, nel suo ruolo di produttore di conoscenza, è naturalmente portata all’interconnessione con gli altri atenei. Un’inclinazione che va incentivata, in modo da consentire la realizzazione di sinergie a livello didattico, formativo ed anche organizzativo. L’Ateneo è una delle ricchezze di Siena, in grado di contribuire all’uscita dalla crisi della città. Un bene troppo prezioso per essere lasciato a sé stesso.

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Una Risposta

  1. «L’Università, nel suo ruolo di produttore di conoscenza, è naturalmente portata all’interconnessione con gli altri atenei. Un’inclinazione che va incentivata, in modo da consentire la realizzazione di sinergie a livello didattico, formativo ed anche organizzativo… l’integrazione di livello regionale, nazionale e sovranazionale è un versante su cui lavorare… deve considerare anche una razionalizzazione delle sedi decentrate.» Neri

    Musica per le mie orecchie, non c’è bisogno che mi ripeta: ma in fondo è solo quello che dice la riforma. Nel programma di Laura Vigni, però, questo era detto in modo più energico e netto. Bisognerebbe infatti passare dalle chiacchiere e gli enunciati di principio alle azioni, perché chiudere la stalla quando i buoi sono già usciti non serve a un granché, sebbene sia il comportamento tipico della politica italiana, incapace di decidere e adusa a rinviare.

    «In passato l’Ateneo è stato utilizzato come trampolino di lancio di future carriere politiche.» Neri

    In passato, ahimè, è stato usato anche come punto di approdo di carriere politiche. Tutt’ora mi domando che c’entrino certi personaggi con l’università, e perché, per decine di giovani titolati che languivano in un interminabile precariato, per costoro si aprivano senza alcun merito delle autostrade.

    «Vanno premiati i docenti che contribuiscono in modo fattivo e reale all’accrescimento del sapere, non quelli che si limitano ad assolvere compiti burocratici.» Neri

    Magari vi fossero, di quelli che bramano per assolvere i compiti burocratici! Professore, nel suo dipartimento chi si è occupato dell’implementazione delle varie riforme, dei “format”, del RAD e della redazione dalla SUA? Da chi è costituito il comitato didattico e le varie commissioni e sottocommissioni? Siccome la dimensione burocratica è diventata oramai soverchiante, mi pare che molti tendano viceversa a lavarsene le mani in nome di non meglio precisati “impegni” scientifici, scaricandone l’onere sulla groppa degli altri. Spero inoltre che non si includa l’insegnamento tra i “compiti burocratici”.

    Se posso fare l’esegesi del suo pensiero, direi che ciò che è meritevole di biasimo è semmai la latitanza di un certo numero di docenti, tipica del resto delle sedi di provincia nonché endemica in tutta la pubblica amministrazione, ovvero l’assolvimento al livello del “minimo sindacale” degli obblighi previsti dal contratto (e spesso manco quelli), dunque l’annullamento di quella dimensione comunitaria di contatto continuo e diretto fra docenti e fra docenti e discenti, senza il quale non esiste né università, né ricerca: ma chi ha permesso tutto questo?

    «Il secondo punto è il rilancio della ricerca. Un fine perseguibile soltanto attraverso una parola d’ordine: meritocrazia.» Neri

    Ma come viene premiato il merito? È difficile vincere una gara… che non è mai stata indetta, ricevere una coppa che non è mai stata messa in palio. Perché è il caso di ricordare che è tutto fermo da anni e lo sarà ancora a lungo. Anche qui, meno retorica: smantellando le strutture si segano le gambe anche a chi ci sta dentro punto e basta, “merito” o non “merito”. Due lustri di blocco totale hanno già ucciso una generazione. La scomparsa di molti corsi di laurea, dipartimenti, settori disciplinari, hanno sigillato la bara. Si è innescato un meccanismo centrifugo che porta alla fuga, alla marginalizzazione, non all’inclusione.

    Il graduale smantellamento di strutture didattiche e di ricerca per via del dimezzamento dei personale docente è come una pestilenza, e la peste non colpisce solo “i cattivi” e i poco meritevoli. Urgente a questo punto è perciò il tema adombrato nel punto precedente, ossia lo sfruttamento di sinergie al livello interateneo con lo scopo di riguadagnare quei requisiti numerici che la legge prescrive e con ciò salvare strutture didattiche e di ricerca, discipline, esperienze, competenze, premessa e condizione necessaria, se veramente si vuol imporre la “meritocrazia”, giacché non capisco come possa emergere il merito in strutture dequalificate delle quali spesso non si capisce nemmeno l’ubi consistam e il senso di voler continuare a fare le nozze coi fichi secchi per non “compromettersi” con gli atenei vicini in nome di una spavalda “autonomia”.

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