Da un eccesso al suo opposto: in passato chi denunciava la malauniversità subiva un processo oggi è premiato e, forse, diventa ministro

«Il sistema sulla spartizione delle cattedre universitarie dura da decenni» come scrive, in questi giorni, “L’Espresso” e, in precedenza, era stato descritto in tanti libri sull’argomento. E qualche libro fu anche dedicato ai tanti «ribelli» che in quegli anni avevano «denunciato abusi, aperto blog e siti internet contro il malcostume accademico», come si legge in quello di Davide Carlucci e Antonio Castaldo, “Un paese di baroni”. Finì tutto in una bolla di sapone e chi aveva denunciato la malauniversità finì sotto processo. Oggi, chi denuncia i concorsi truccati è descritto come un eroe, da nominare su due piedi ministro. Da un eccesso al suo opposto.

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16 Risposte

  1. …però, insomma, all’università non ci sono solo “i baroni”, e francamente anche i giornalisti non mi pare che brillino riguardo all’informazione sui problemi dell’università:

    “Un’indecorosa vicenda di gestione dell’Abilitazione scientifica nazionale (un carrozzone nato male, e gestito peggio da Anvur e Miur, come da anni la comunità accademica diffusa denuncia inascoltata) ha campeggiato su tutte le prime pagine dei giornali. E fatti risalenti a 5 anni fa (su cui la magistratura saprà fare ogni opportuna chiarezza) sono riusciti a prendere la copertina del Tg3 prima delle preoccupanti elezioni in Germania, dei missili coreani e iraniani, del siluri alla vicenda Consip, dell’incapacità di varare una legge elettorale….Impazza e amareggia un populismo antiaccademico (ridicolo anche nei numeri: riguarda un corpo sociale di 50.000 persone, lo 0,1 % della popolazione, cui è difficile ascrivere il core businness corruttivo della società italiana) che serve solo a delegittimare università e ricerca e a legittimare il disimpegno dei bilanci pubblici dall’affrontare gli annosi problemi di sottofinanziamento del sistema universitario italiano.” https://www.roars.it/online/universita-piu-quattrini-e-meno-riforme/

  2. «La legge di Bilancio [dice Padoan] consentirà l’assunzione di 1500 ricercatori nell’Università perché “il Paese può e deve investire in capitale umano”» http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/ContentItem-15c8b5db-6431-404b-aaa9-99b6dee6dbe5.html.

    Si tratta di ricercatori di tipo B (tenure track), ovvero quelli con contratti a termine (visto che i ricercatori a tempo indeterminato non esistono più), ma più stabili di quelli di tipo A. Non so con quali criteri verranno ripartiti, ma se venissero distribuiti a pioggia, essendo poco più di 800 i dipartimenti presenti negli atenei statali, toccherebbero uno o due a testa: siccome però le uscite di ruolo hanno determinato un assottigliamento del 20% del corpo docente (un quinto del personale strutturato in nove anni) a livello nazionale e a Siena quasi il doppio (!), per cui molti corsi di studio hanno chiuso o sono in bilico fra la vita e la morte e diverse aree scientifiche sono in fase di smantellamento, il punto è capire se, quando arriverà il momento di stringere, certi insegnamenti esisteranno ancora. Se pertanto il contributo di questi giovani studiosi, oramai non più giovani, si renderà veramente necessario. Insomma, visto che la mobilità e la comunicazione fra atenei di fatto non esiste, o esiste in misura marginale (questo credo sia un grave problema dell’università italiana, che impedisce la positiva risoluzione di molti altri), se non si tratti per molti di una ennesima fregatura. Comunque, meglio 1500 ricercatori di tipo B, di un calcio negli stinchi. Naturalmente c’è chi, non senza ragione, sottolinea in particolare il bicchiere mezzo vuoto:

    “Scontenti invece gli studenti universitari… non si finanzia il Fondo di Finanziamento Ordinario tagliato di un miliardo nel 2010, si prevedono solo 1.500 assunzioni quando ne servirebbero almeno 5000 all’anno per quattro anni per tornare al numero di docenti del 2010 e dare un futuro alle migliaia di precari dell’Università e degli Enti Pubblici di Ricerca che, senza alcuna certezza lavorativa, tengono in piedi i corsi di laurea e la ricerca del nostro Paese,” http://www.corriere.it/scuola/17_ottobre_17/legge-bilancio-ecco-pacchetto-istruzione-1500-ricercatori-novita-presidi-ata-72a72964-b30c-11e7-9cef-7c546dada489.shtml

    “Unione degli universitari: La sacca del precariato nelle sole università riguarda circa 40mila persone, ed è necessario aumentare consistentemente l’organico dopo gli anni di blocco del turn over, che ha comportato la scomparsa di 14mila docenti in 9 anni” https://www.orizzontescuola.it/universita-udusistema-universitario-al-collasso-necessario-un-piano-investimenti-strutturali/

    È vero che ogni volta che metti una toppa, dopo poco va via un altro scaglione di gente e il buco riemerge più grosso di prima, per cui l’impresa sa di fatica di Sisifo. Personalmente però non credo che qualcuno desideri realmente di tornare allo “status quo ante bellum”: in nove anni si è già cancellato a livello nazionale anche un quinto dei corsi di laurea e il problema di fondo irrisolto rimane pertanto, a mio modesto avviso, quello strutturale, circa il destino degli atenei, il loro ruolo futuro, la loro configurazione, nella cornice dei movimenti che si lasciano intravedere, delle mosse accennate (‘a mossa), degli obiettivi ventilati, mormorati, ma che nessuno esplicitamente riconosce di perseguire. Malauguratamente tutto ciò non pare rivestire alcun interesse per l’opinione pubblica, che si pasce di anglicismi, di proclami modernisti 4.0 degni di un Marinetti zang-tumb-tumb e della verità ufficiale per cui in questi anni non è successo in definitiva niente: poi, qui da noi, come sempre, Siena trionfa immortale.

    Last but not least:
    “Male le Università italiane nella classifica Cwur. Il ranking stilato annualmente dal Cwur, centro internazionale degli Emirati Arabi”.

    … la voce della saggezza del Profeta ammonisce poi che «se il Paese aspira ad aumentare la propria competitività sul piano globale, saranno indispensabili ulteriori investimenti»

    • P.S. Nasce la Suf (Scuole Universitarie Federate) a trazione pisana, ossia la federazione tra Scuola Normale Superiore, Scuola Superiore Sant’Anna e lo Iuss di Pavia. Prossimamente si aggiungeranno la Scuola IMT di Lucca, la SISSA di Trieste e il Gran Sasso Science Institute. Il direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa è tuttavia polemico e invita ad accentuare ancora di più – nonostante VQR, ludi dipartimentali e cattedre Natta – la spaccatura fra atenei “di serie A” ed atenei “di serie B”:

      «Si preferisce sacrificare le eccezioni ad alto rendimento per non discriminare la media generale, in nome di un presunto principio di equità che forse nasconde una incapacità congenita nel valorizzare ciò che è diverso. Ma privilegiare la media significa condannare il paese alla mediocrità». http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/17_ottobre_19/pisa-normale-governo-eccellenti-trattati-come-mediocri-abf8264a-b4a7-11e7-94ff-1d69882db3f5.shtml

      Il problema non è tanto questo, visto che non mi pare che la politica universitaria sia così orientata verso la distribuzione a pioggia delle risorse, quanto quello di sapere a cosa serve tutto il resto – per esempio Siena -, cosa ne resterà, cosa diventerà e come si dovrà finanziare. Atteso che la SNS non è un ateneo, in senso generalista, e non ha dunque i problemi di un qualsiasi ateneo, e che comunque le eccellenze si trovano diffuse anche altrove, non necessariamente fra i “sufisti”, sarebbe utile sapere, se andiamo sempre più verso un modello in cui le risorse vengono massicciamente convogliate verso pochi poli o scuole speciali onde tentare di primeggiare nelle classifiche internazionali, cosa le competenti autorità intendano fare del grosso degli atenei rimanenti.

    • Dacci oggi la classifica quotidiana. Dopo quella araba del CWUR, ecco quella americana, nella quale La Sapienza svetta fra le italiane al 124 posto. Magno cum Gaudio:

      «UsNews ha pubblicato il Best Global Universities Ranking 2017, che colloca Sapienza prima tra le 55 università italiane censite e al 124° posto assoluto tra i 1.250 atenei presi in esame in tutto il mondo».
      A farlo sapere è la stessa università romana. «Lo scorso anno Sapienza si era posizionata seconda in Italia e 138ima su scala internazionale. Da quest’anno poi la classifica di UsNews si è arricchita dei ranking per materie nella quale Sapienza ha ottenuto il 25° posto mondiale in Fisica e il 36° in Matematica. Per quanto riguarda gli atenei italiani, seguono la Sapienza le università di Bologna (138°), Padova (140°), Milano (158°). Il primato assoluto è stato conquistato dall’Università di Harvard, seguita da Stanford e dal MIT. Tra le europee, l’Università di Oxford è in quinta posizione e Cambridge alla settima… Questo risultato giunge a soli 15 giorni dalla classifica CWUR che pure riconosce a Sapienza il primato tra le istituzioni universitarie italiane e conferma la rilevanza e la reputazione del nostro ateneo a livello internazionale – sottolinea il rettore Eugenio Gaudio -». http://www.ilmessaggero.it/roma/cronaca/sapienza_prima_in_italia_e_124esima_nel_mondo-3326907.html

      Lo scontro è fra grandi atenei. Però, per partecipare a queste lotte fra titani, uno dovrebbe essere messo nelle condizioni di combattere.

  3. Non competo. Vado in aula, insegno, faccio ricerca, giro poco, pubblico molto, rifletto, curo moltissimo i miei studenti, correggo ogni virgola delle loro tesi e li boccio se non sono ben preparati. In tre anni il numero delle persone che seguono un mio corso è triplicato: lo considero un premio e me ne infischio del ministero.

  4. Grazie. Ho letto l’articolo al link, ma non mi piace la fine. Fondare università private fondate sul buon senso che significa? Il buon senso dovrebbe albergare nell’università statale. Creiamo un mondo impossibile per scappare da qualche altra parte dove, pagando, si vive meglio? Il meglio, o semplicemente il buon senso, dovrebbe essere per tutti i docenti e gli studenti italiani. Ormai siamo al grottesco di cambiare in peggio per rimpiangere il passato (che pure aureo non era) un minuto dopo il cambiamento.
    In ogni caso cerco di insegnare e studiare come si faceva prima di ogni disgraziata riforma e se siamo in tanti a farlo si costituisce una forma di opposizione silente ma fattuale e costruttiva. Essere sudditanti agli ordini è già un successo per quelli che vogliono la fine dello studio (miur, economisti, tecnoburocrati, cialtroni modernizzatori).

    • non è sorprendente, da quando “cultura” è diventata una parola impronunciabile all’università ed “umanistico” è diventato un insulto che si attribuisce, sia ad ogni sorta di studio di basso livello, sia a tutto ciò che, richiedendo una ponderata riflessione, non si traduca in un ciclostilare pubblicazioni a mitraglia. Alla fine mi pare una petitio principii: prima abbassano il livello degli studi “umanistici” a livelli indicibili, poi considerano la cultura come passatempo da dopolavoro per pensionati. Ma non è solo un problema degli umanisti. Sembra che nella deriva aziendalistica dell’università, persino le scienze astratte debbano ridursi ad una cieca e meccanica frenesia computatoria: dacce ‘a formula!

    • si, ho letto anche io, i grandi atenei aprono sedi distaccate in altre città, ove insistono altre sedi universitarie afferenti ad atenei autoctoni, e questa invasione di campo mi pare oltremodo ridicola, almeno fra atenei pubblici (la Bocconi non lo è), ma non inattesa: ricordo infatti anni fa i vagiti secessionisti filopadanici di una sede distaccata senese. Il pesce grosso mangia quello piccolo e la divaricazione fra atenei d’eccellenza e “teaching university” (con il corollario di abolizione del valore legale del titolo e contrattualizzazione della posizione del docente) procede a ritmi serrati. In questi giorni le pagine dei giornali locali erano piene (e gli interessati avranno fatto gli scongiuri) articoli con saluti di commiato rivolti ad una intera batteria di insigni primari di medicina senesi avviati al pensionamento. Ma se i medici hanno ancora risorse risorse economiche per tappare molte falle, legate ai finanziamenti che ricevono dal servizio sanitario nazionale, mi domando come facciano altri a fronteggiare lo svuotamento inarrestabile delle cattedre (secondo la tabella lassù in alto, il 40%), appena mitigato dalla flebile riapertura del turnover. Io, nel mio piccolo, propendevo per soluzioni razionali che già ho esposto in precedenti post o in conversazioni private (ove sono stato preso per un marziano); invece trionfa un sistematico e paradossale disordine fomentato con burocratica acribia e la legge della jungla

  5. Come sempre concordo su tutto, e ribadisco che sarebbe meglio per tutti rendere pubblici questi dibattiti. Ho la sensazione che ci siano molti negoziati sottobanco tra atenei su ipotetiche strategie federative, ma se è così perché celarli? Ormai il cammino verso la differenziazione di scopo tra università è sotto agli occhi di tutti, e considerata necessaria in molti contesti.

    https://www.pressreader.com/italy/quotidiano-di-puglia-taranto/20170328/282157881081584

  6. Aggiungo:

    “l’avvio di un processo che favorisca una maggiore integrazione e anche forme di aggregazione tra le Università nei Territori, con l’obiettivo di condividere risorse umane qualificate e infrastrutture di ricerca e costituire poli di riferimento internazionali, negli ambiti scientifici e tecnologici avanzati, capaci di attrarre investimenti strategici; alcuni interventi normativi, che consentano di semplificare il quadro amministrativo e di promuovere la cultura interdisciplinare nella ricerca e nella formazione, soprattutto rimuovendo i vincoli disciplinari che regolano la progettazione dei percorsi formativi”

    http://poliflash.polito.it/in_ateneo/il_presidente_mattarella_all_inaugurazione_dell_anno_accademico_del_politecnico_di_torino

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