Da un eccesso al suo opposto: in passato chi denunciava la malauniversità subiva un processo oggi è premiato e, forse, diventa ministro

«Il sistema sulla spartizione delle cattedre universitarie dura da decenni» come scrive, in questi giorni, “L’Espresso” e, in precedenza, era stato descritto in tanti libri sull’argomento. E qualche libro fu anche dedicato ai tanti «ribelli» che in quegli anni avevano «denunciato abusi, aperto blog e siti internet contro il malcostume accademico», come si legge in quello di Davide Carlucci e Antonio Castaldo, “Un paese di baroni”. Finì tutto in una bolla di sapone e chi aveva denunciato la malauniversità finì sotto processo. Oggi, chi denuncia i concorsi truccati è descritto come un eroe, da nominare su due piedi ministro. Da un eccesso al suo opposto.

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La cura c’è: abolizione, con effetto immediato, del “tempo definito” che permette l’intreccio tra attività accademica e libero-professionale

Brunello Mantelli (da: mailing list unilex@list.cineca.it). Prima sensazione: giustizia a orologeria. Lo so che è slogan berlusconico e perciò sospetto, tanto più se usato da uno come me che, sia pur sommessamente, ha già scritto in passato di ritenere ciò che accadde in Italia tra il 2010 ed il 2011 qualcosa di simile ad un colpo di Stato postmoderno (che ancora attende un suo Curzio Malaparte), ma come non rilevare che l’annuncio dato esplosivamente sui mezzi di comunicazione di massa abbia coinciso quasi perfettamente con la riuscita oltre le previsioni dello sciopero dei docenti universitari indetto dal Movimento per la Dignità della Docenza Universitaria (ciò al di là di ogni valutazione interna e specifica che dello sciopero stesso si voglia dare)?

I settori coinvolti, parrebbe (in attesa di sentenze della magistratura): alcuni rami del diritto, quegli stessi che per le caratteristiche della disciplina permettono di unire attività di ricerca e didattica con attività libero-professionale, caratteristica che accomuna questi settori con altri a suo tempo coinvolti in vicende similari (discipline mediche, discipline afferenti all’area economica et similia). Non per caso nella vicenda fiorentina si è letto che tutte le parti in causa, denunziante compreso, erano titolari di importanti studi professionali. Curiosamente (è una battuta, sia chiaro, non è affatto curioso), parrebbe che aree come la storia bizantina, l’etruscologia, la filologia germanica, la glottologia, la fisica teorica, la matematica siano meno inclini a trovarsi coinvolte in storie analoghe. Non sarà perché lì non si dà proprio l’intreccio tra potere accademico e denaro professionale?

Stupisce allora che, nella pletora di proposte autorevolmente avanzate per porre rimedio allo “scandalo” (per ora presunto ed esistente solo sulle pagine delle gazzette), non ne sia stata avanzata una molto semplice: l’abolizione con effetto immediato del tempo definito” (che permette, infatti, di intrecciare funzioni (attività universitaria e attività libero-professionale) ponendo, a chi desideri entrare all’università, l’alternativa secca: tempo pieno o nulla. L’impegno nell’Accademia ha da essere un’attività totalizzante. Del resto nelle aree che ho citato, e in molte altre, compresa la mia (Storia Contemporanea, M-STO/04), la scelta del tempo pieno è pressoché unanime. Sarà forse perché chi vi afferisce è dotato di cervelli meno multitasking di chi invece si occupa di diritto tributario, medicina, economia aziendale, et similia? Ipotesi interessante, andrebbe verificata (nuovamente, sto celiando). Del resto l’idea dell’alternativa secca tra tempo pieno nelle strutture pubbliche, o libera professione altrove non è una novità; era stata proposta ed attuata per i medici ospedalieri dal miglior ministro della Sanità (oops, della Salute.. sic!) che la Repubblica abbia mai avuto: Rosy Bindi. Non per caso la misura fu poi rapidamente ritirata quando il dicastero passò ad altri.

Concorsi truccati, Marinelli perde un altro round

Paris-Marinelli

Per leggere l’articolo di Franca Selvatici, cliccare sulla Figura.

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Informare il pubblico sui concorsi truccati non è diffamazione

Augusto Marinelli

Augusto Marinelli

L’ex rettore dell’Università di Firenze, Augusto Marinelli, ha perso due cause civili nel giro di un mese. Il professore di economia agraria dell’ateneo fiorentino si era ritenuto diffamato a mezzo stampa per via di una trentina di articoli pubblicati dal quotidiano La Repubblica, a partire dal luglio 2004 e quasi tutti a firma della giornalista dott.ssa Franca Selvatici. Quegli articoli erano centrati sulla denuncia del professor Quirino Paris, docente all’University of California, presentata a diverse Procure d’Italia riguardo allo svolgimento dei concorsi universitari nel settore scientifico disciplinare Estimo ed Economia Agraria.

Della prima causa civile contro il professor Quirino Paris, e persa da Marinelli, si è già scritto su “Il senso della misura”. La seconda causa fu fatta da Marinelli contro il quotidiano La Repubblica e la dott.ssa Franca Selvatici come firmataria degli articoli ritenuti diffamatori. La competenza era quella del Tribunale Civile di Roma dove La Repubblica mantiene la sua sede legale. Marinelli chiedeva 700.000 euro di risarcimento.

Il giudice di Roma, dott.ssa Anna Mauro, ha concluso che «La critica della Selvatici è, si ritiene, del tutto legittima in quanto espressione, pacata, del diritto di manifestazione del pensiero. (…) Ella, nell’articolo sopra menzionato e poi in tutti gli articoli per cui è causa, si limita a riferire, in modo assolutamente neutro, quanto denunziato dal Paris e non lo fa in modo insinuante o ultroneo, ingigantendo o modificando le gravissime denunzie del professore Paris, ma porta alla conoscenza del pubblico dei lettori, con uno  scritto severo, ma non oltraggioso, denunzie e fatti obiettivi e lo stato delle indagini che hanno preso avvio dalla denunzia. (…) Il diritto–dovere di pubblicazione discende dal rilevantissimo interesse pubblico rivestito dalla vicenda, che si inquadra nell’ambito della più ampia questione – di cui si è interessata molte volte la magistratura penale, la stampa, politici e studiosi – dell’esistenza, negli atenei italiani, di vere e proprie lobby di potere e della gestione nepotistica e clientelare delle cattedre e dei concorsi per ricercatore e borsista. (…)

In conclusione, dunque, per le cose dette risultano rispettati, sia il requisito della verità delle notizie, sia quello dell’interesse pubblico, sia della continenza non risultando travisati i contenuti della denunzia e dei provvedimenti giudiziari che da essa sono scaturiti, né suggerisce nuove o diverse ipotesi accusatorie e apparendo le notazioni critiche della giornalista mutuate dai provvedimenti dell’autorità giudiziaria che comunque ha espressamente stigmatizzato gli aspetti sociali della vicenda nel suo complesso.»

Il professor Marinelli si è visto negare i 700.000 euro richiesti e come soccombente è stato condannato alla rifusione dei compensi processuali liquidati in 8420 euro oltre alle spese generali, IVA e CPA (Cassa Previdenza Avvocati).

Articolo pubblicato anche dail Cittadino Online (29 maggio 2013) con il titolo «Marinelli contro La Repubblica: il giudice è per la libera informazione».