Una diabrotica nell’ateneo senese che convive con la malauniversità

Diabrotica virgifera virgifera

Diabrotica virgifera virgifera

Un insetto ha imparato a mangiare i campi di mais Ogm

Maria Ferdinanda Piva. Nei campi degli Stati Uniti una bestiolina sta facendo secco (letteralmente) il mais Ogm studiato apposta per resisterle. Ricordate la diabrotica (foto), l’insetto che ha imparato a fare marameo ai campi di mais geneticamente modificato della Monsanto? Ebbene, ora la diabrotica è andata oltre. È in grado di mangiare (e danneggiare) anche a varietà di mais Ogm commercializzati da altri colossi dell’agrochimica quali Syngenta e DuPont. Lo certifica un articolo pubblicato pochi giorni fa dal Pnas: il bollettino dell’Accademia delle Scienze statunitense, mica il ciclostilato dei centri sociali.

Un passo indietro per capire. I mais Ogm che devono alzare bandiera bianca di fronte all’assalto della diabrotica hanno una cosa in comune. Il loro patrimonio genetico è stato manipolato in laboratorio inserendovi un frammento di patrimonio genetico del Bacillus thuringiensis, un batterio in grado di produrre sostanze insetticide. Sono cioè mais Ogm Bt. Esistono vari tipi di mais Ogm Bt, ciascuno dei quali è in grado di produrre una diversa sostanza insetticida.

La diabrotica (Diabrotica virgifera virgifera) è un insetto presente anche in Italia che depone le uova nel terreno: le larve mangiano le radici del mais. Gli adulti, nella seconda metà dell’estate, ne mangiano le foglie. Già da alcuni anni è nota l’esistenza di ceppi di diabrotica in grado di banchettare su piante di mais Ogm che esprimono tossina insetticida Cry3Bb1, come ad esempio la varietà Mon 863 della Monsanto.

La novità riportata dal Pnas è la scoperta di ceppi di diabrotica resistenti anche ad una diversa tossina insetticida, che viene chiamata mCry3A e che è propria di altri tipi di mais Ogm Bt: qui l’elenco completo; seguendo il link si nota che soltanto pochi sono stati approvati per la coltivazione e appartengono appunto a Syngenta e DuPont. Non a Monsanto.

Sempre sul Pnas si legge che la resistenza alle due tossine insetticide è presente contemporaneamente negli stessi ceppi di diabrotica. Ossia, sono stati trovati insetti in grado di mangiare sia mais Ogm che produce la tossina Cry3Bb1 sia mais Ogm che produce la tossina mCry3A.

Fin qui le notizie. Le considerazioni? Principalmente una: l’agricoltura che punta sugli Ogm è un’agricoltura diretroguardia. Negli Usa è il modello dominante da una ventina di anni; questo breve lasso di tempo ha consentito alla diabrotica di vincere. Del resto, la diabrotica non aveva scelta: o adattarsi e resistere alle tossine insetticide prodotte dalle piante, o perire.

Si è adattata. Per la cronaca, tradizionalmente la diabrotica viene combattuta con la rotazione delle colture: le uova vengono deposte nel terreno, le larve mangiano le radici del mais e se invece trovano quelle di un’altra pianta muoiono semplicemente di fame. È una tecnica in uso da secoli e funziona tuttora.

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«I cervelli devono fuggire dove sono attratti da stimoli e incentivi»

Zeno-ZencovichLa risposta di Vincenzo Zeno-Zencovich a Massimo Ragnedda

Vincenzo Zeno-Zencovich. Egregio dottor Ragnedda 
avrei voluto risponderle sul sito di Tiscali ma richiede un account Facebook che non ho (né voglio avere). Saprà lei se e come veicolare questo testo.

1. La ringrazio per l’attenzione e le ragionate argomentazioni dissenzienti (lo dico perché ho anche ricevuto un messaggio che auspicava la mia condanna ai lavori forzati!). Sono ben consapevole di esprimere una posizione da molti non condivisa, ma si vede che ho una radicata tendenza minoritaria. Se sulla formazione della nazionale italiana ci sono milioni di commissari tecnici, sui criteri del reclutamento universitario le opinioni sono quasi quanti i docenti universitari. Personalmente – e lo dico da giurista – sono scettico sulle regolette giuridiche: sono entrato in ruolo con delle regole (che erano diverse da quelle di 10 anni prima, di 20 anni prima, di 30 anni prima), che nel frattempo sono cambiate almeno 4 volte. Dietro le regole ci sono delle persone e delle prassi sociali, che il diritto (e il tintinnio di manette, da tanti auspicato) non cambia.

2. Il metodo della cooptazione – per quanto ho visto io in giro per il mondo universitario – esiste da sempre, e credo sia appropriato, purché ovviamente non ci sia un solo luogo dove tale cooptazione viene effettuata. Altrimenti è un meccanismo di omologazione degli uguali.

3. Non ho affatto una straordinaria opinione del meccanismo di reclutamento italiano. Alla fine (spannometricamente) c’è un terzo di persone straordinarie; un terzo di persone competenti; un terzo di menti sottratte ai passatempi enigmistici. Nel mio ottimismo panglossiano guardo ai due terzi positivi, e penso che per ottenere questo risultato dobbiamo tutti pagare un prezzo. Devo però dire – sempre dalla mia esperienza in giro per il mondo – che non è che negli atenei stranieri ci siano solo le eccellenze, e una procedura formalmente ineccepibile non trasforma gli asini in cavalli di razza.

4. Non vorrei dire un’altra cosa politicamente scorretta, ma francamente penso che la retorica sulla “fuga dei cervelli” (o ‘brain drain’ come la chiamano gli inglesi) sia priva di senso. I cervelli devono fuggire dove sono attratti da stimoli ed incentivi. Non penso che un ricercatore universitario sia equiparabile a un bracciante siciliano del ‘900 o ai tanti sventurati che cercano di raggiungere Lampedusa. Dobbiamo invece rallegrarci del fatto che l’università italiana produca tantissimi studiosi che sono apprezzati all’estero dove portano le loro capacità e da dove arricchiranno il dibattito scientifico, anche italiano, di una comunità che è ormai globale.

5. Se lei – o qualcun altro – fosse interessato ad un discorso più organico (anche se ovviamente è solo la mia opinione) sull’università mi permetto di rinviare ad uno scritto “Ci vuole poco per fare una università migliore” scaricabile in creative commons. Con i migliori saluti ed auguri di buon lavoro.

La risposta di un cervello in fuga a chi si autodenuncia per i concorsi universitari truccati

Massimo Ragnedda

Massimo Ragnedda

Lettera aperta al Prof. Zeno-Zencovich sulla corruzione accademica in Italia

Massimo Ragnedda. Illustre professor Zeno-Zencovich, ho avuto modo di vedere l’intervista che ha rilasciato a Il Fatto Quotidiano circa i concorsi universitari in Italia e mi sento in dovere di ringraziarla. In realtà non ha detto niente di nuovo, tutti conosciamo l’inutilità dei concorsi universitari italiani, il sistema antidemocratico della cooptazione e la farsa concorsuale. Ciò nonostante, e lo dico senza ironia, mi sento comunque di ringraziarla per avermi fatto capire, una volta di più, che la mia dolorosa decisione di abbandondare il torbido mondo accademico italiano sia stata, per me, la scelta giusta. L’ho capito, in realtà non ve ne era bisogno, sentendo le sue parole e il suo modo baronale di ragionare. Non parlo della sua lettera ironica, che a tratti ho trovato anche divertente e intelligente, ma della sua intervista. Mi permetta, poiché sono parte in causa, solo alcune precisioni.

Ho partecipato a decine di concorsi universitari in Italia e, come dire, ho una certa conoscenza della materia: un’esperienza, se permette, acquisita sul campo. Ho sempre saputo con larghissimo anticipo il nome del vincitore. Sapevo, pertanto, che si trattava di una perdita di tempo, sapevo che era uno stress e un notevole dispendio economico (soprattutto per un precario), sapevo che era umiliante presentarsi a concorsi dove i commissari neanche ti ascoltano: il loro compito non è selezionare il più bravo, ma scrivere nero su bianco che il “prescelto” è il più bravo. I concorsi sono una farsa, una presa in giro, un modo per umiliare gli altri candidati che non hanno santi in paradiso. Sapevo tutto questo, eppure Professore, da ingenuo e testardo sognatore, non volevo arrendermi alla realtà. Realtà che lei ha egregiamente sottolineato. Mi è addirittura capitato di partecipare ad un concorso il cui colloquio si è tenuto nello studio di una delle candidate, studio che condivideva con uno dei commissari. Lascio a lei immaginare chi ha vinto.

Il merito è l’ultimo dei criteri che viene preso in considerazione. D’altronde, si chiede, cosa è il merito. Un libro è come un vino, un film e pertanto può piacere o no. È il barone, ovvero il docente che si sente padrone del proprio territorio (il proprio Settore Scientifico Disciplinare), che deve decidere. Voi baroni, con quell’atteggiamento padronale, avete potere di vita e di morte (vitae necisque potestas) sui candidati, decidete chi deve andare avanti e chi no. E non sempre, perlomeno parlo dei casi che conosco, queste scelte si basano sul merito. Si tratta di accordi tra le diverse baronie (io piazzo il mio cavallo da te e tra qualche anno tu puoi piazzare il tuo da me), di familismo, di parentele, di amanti o di semplici lecchini che hanno conquistato, con varie tecniche, il “cuore” del barone. Ho già denunciato l’ultimo concorso farsa al quale ho partecipato. Criteri così specifici (cosa che cozza con i “principi enunciati dalla Carta Europea dei Ricercatori”) che mancava solo il nome del vincitore. Facile vincere così. Un po’ come tirare un rigore a porta vuota, e magari si esulta anche credendo di aver fatto un bel goal: c’è proprio da esserne orgogliosi. È il barone che sceglie sulla base di suoi personalissimi criteri che niente hanno a che fare con una selezione pubblica per titoli e colloquio.

Lei dice: “il processo di cooptazione esiste in tutto il mondo”. Vede Professore è troppo intelligente da non capire la differenza tra il sistema di reclutamento nelle Università anglosassoni e quello feudale italiano. La cooptazione italiana rappresenta uno strumento di perpetuazione del ristretto gruppo dominante che segue regole non democratiche. Vede Professore, io non so quale sia la sua esperienza all’estero ma le posso parlare della mia, che poi è simile a quella di tanti troppi docenti fuggiti dall’Italia. Io ho vinto un concorso pubblico, aperto a tutti, in una Università nella quale non conoscevo nessuno: non conoscevo il direttore del Dipartimento (che nel frattempo è cambiato) né conoscevo quelli che oggi sono diventati i miei colleghi. Ho vinto quel concorso dopo essere stato selezionato, solo sulla base del curriculum, per il colloquio e dopo aver superato ben quattro prove: lezione di fronte agli studenti (anche loro esprimono un giudizio), lezione di fronte ai futuri colleghi, intervista con i responsabili della ricerca e colloquio con gli executives. La lettera di referenza (reference letter), cosa ben diversa dalla raccomandazione italica, è solo l’ultimo passaggio e ti viene chiesta solo se vieni selezionato. Non prima. Io stesso ho fatto parte di alcune commissioni giudicatrici e non ho mai ricevuto telefonate che potessero influenzare la mia valutazione e nell’esprimere il mio giudizio mi sono basato solo sul curriculum che avevo davanti a me e sulla performance del candidato/a. Posso aver sbagliato nel giudicare (siamo essere umani) ma io ho scelto senza dover ascoltare il “consiglio”/raccomandazione di qualcuno. Ho scelto, nel bene e nel male, da uomo libero.

Mi permetta, infine, di soffermarmi su altri due passaggi nella sua intervista che mi fanno riflettere. Lei dice: “tutti hanno un professore di riferimento”. Quel professore di riferimento è il “padrino accademico”, il “barone” capace di farti vincere il concorso, capace di negoziare e ottenere un posto per te, presiedere la commissione e dire agli altri membri: questa è casa mia e qui comando io. Ha ragione, in Italia hai bisogno di un “padrino” per vincere, all’estero no. Io non ho padrini, io non ho professori di riferimento (cosa diversa sono i docenti che stimi per la ricerca e con i quali ti confronti sui contenuti), io non ho baroni verso i quali mostrare eterna riconoscenza. E qui arriviamo all’ultimo passaggio della sua intervista, l’aspetto che a me più di tutti ha colpito: “quando sono stato sotto concorso – lei dice – devo ringraziare chi ha espresso giudizi nei miei confronti”. Ovvero, mi permetto di interpretare così le sue parole, deve ringraziare chi l’ha fatta vincere. Io, invece, non devo ringraziare nessuno, ma non perché sono ingrato, ma perché devo la mia vittoria ad una sola persona: me.

Ed è per questo che mi sento di ringraziarla per l’intervista che ha rilasciato. Perché, sentendola, ho capito che per uno come me, in Italia non c’è posto. Io non voglio dipendere “da lei” o da un suo collega, io non voglio sentirmi riconoscente a vita per i progressi o la promozione di carriera. In altri termini, io non voglio dipendere da nessuno che non sia il merito. Voglio lavorare duro, dare il massimo e non pensare a come “ingraziarmi” il beneplacito di vossignoria. Voglio che la mia carriera dipenda sempre e solo da me, dal mio lavoro, dal mio merito e dal mio impegno. In Italia è molto più importante chi conosci che cosa conosci. Vede Professore io non mi sento in debito verso nessuno e non mi umilierò mai a fare l’anticamera dell’ufficio del barone di turno per chiedere di vincere un concorso. Ecco perché la ringrazio della sua intervista, perché per quanto mi manchi la mia terra (figuriamoci, sono sardo), i miei affetti, non mi manca affatto questo modello feudale di reclutamento. L’Italia non è un paese per ricercatori/docenti liberi e io, caro Professore, ci tengo troppo alla mia libertà per negoziarla con un posto all’Università.

Informare il pubblico sui concorsi truccati non è diffamazione

Augusto Marinelli

Augusto Marinelli

L’ex rettore dell’Università di Firenze, Augusto Marinelli, ha perso due cause civili nel giro di un mese. Il professore di economia agraria dell’ateneo fiorentino si era ritenuto diffamato a mezzo stampa per via di una trentina di articoli pubblicati dal quotidiano La Repubblica, a partire dal luglio 2004 e quasi tutti a firma della giornalista dott.ssa Franca Selvatici. Quegli articoli erano centrati sulla denuncia del professor Quirino Paris, docente all’University of California, presentata a diverse Procure d’Italia riguardo allo svolgimento dei concorsi universitari nel settore scientifico disciplinare Estimo ed Economia Agraria.

Della prima causa civile contro il professor Quirino Paris, e persa da Marinelli, si è già scritto su “Il senso della misura”. La seconda causa fu fatta da Marinelli contro il quotidiano La Repubblica e la dott.ssa Franca Selvatici come firmataria degli articoli ritenuti diffamatori. La competenza era quella del Tribunale Civile di Roma dove La Repubblica mantiene la sua sede legale. Marinelli chiedeva 700.000 euro di risarcimento.

Il giudice di Roma, dott.ssa Anna Mauro, ha concluso che «La critica della Selvatici è, si ritiene, del tutto legittima in quanto espressione, pacata, del diritto di manifestazione del pensiero. (…) Ella, nell’articolo sopra menzionato e poi in tutti gli articoli per cui è causa, si limita a riferire, in modo assolutamente neutro, quanto denunziato dal Paris e non lo fa in modo insinuante o ultroneo, ingigantendo o modificando le gravissime denunzie del professore Paris, ma porta alla conoscenza del pubblico dei lettori, con uno  scritto severo, ma non oltraggioso, denunzie e fatti obiettivi e lo stato delle indagini che hanno preso avvio dalla denunzia. (…) Il diritto–dovere di pubblicazione discende dal rilevantissimo interesse pubblico rivestito dalla vicenda, che si inquadra nell’ambito della più ampia questione – di cui si è interessata molte volte la magistratura penale, la stampa, politici e studiosi – dell’esistenza, negli atenei italiani, di vere e proprie lobby di potere e della gestione nepotistica e clientelare delle cattedre e dei concorsi per ricercatore e borsista. (…)

In conclusione, dunque, per le cose dette risultano rispettati, sia il requisito della verità delle notizie, sia quello dell’interesse pubblico, sia della continenza non risultando travisati i contenuti della denunzia e dei provvedimenti giudiziari che da essa sono scaturiti, né suggerisce nuove o diverse ipotesi accusatorie e apparendo le notazioni critiche della giornalista mutuate dai provvedimenti dell’autorità giudiziaria che comunque ha espressamente stigmatizzato gli aspetti sociali della vicenda nel suo complesso.»

Il professor Marinelli si è visto negare i 700.000 euro richiesti e come soccombente è stato condannato alla rifusione dei compensi processuali liquidati in 8420 euro oltre alle spese generali, IVA e CPA (Cassa Previdenza Avvocati).

Articolo pubblicato anche dail Cittadino Online (29 maggio 2013) con il titolo «Marinelli contro La Repubblica: il giudice è per la libera informazione».

I sindacati insistono sulla mozione di sfiducia nei confronti del Direttore amministrativo dell’Ateneo senese

Rsu d’Ateneo, Cisal, Cisapuni, Cisl, Flc-Cgil, Ugl-Intesa, Uil-Rua, Usb PI. Nell’ordine del giorno del CdA di lunedì 25 giugno non è stata inserita la mozione di sfiducia nei confronti della Direttrice Amministrativa richiesta dai rappresentanti del personale tecnico e amministrativo in CdA su mandato dell’assemblea, della Rsu d’Ateneo e delle OO.SS. Pretendiamo che sia immediatamente inserita all’ordine del giorno.

In merito al trattamento economico accessorio (TEA) tutto ciò che abbiamo sempre rivendicato nei passati 18 mesi a seguito della nota del MEF è stato confermato: obbligatorietà del pagamento del salario accessorio; obbligatorietà della certificazione dei fondi da parte del Collegio dei Revisori dei Conti; obbligatorietà della riapertura della contrattazione integrativa a prescindere dallo squilibrio finanziario, detto buco. Ad oggi, però, tutto questo non ha prodotto alcun risultato. Assistiamo ancora al balletto del cifre sulla determinazione dei fondi dal 2000 al 2009. I conteggi sono stati rifatti almeno 9 volte ottenendo sempre un risultato differente. Questa incapacità ci obbliga a rifiutare qualsiasi risultato che ci verrà infine presentato e di rifare i conteggi con consulenti di parte.
Per tutto quanto sopra scritto non possiamo fare altro che insistere nel dichiarare la nostra totale sfiducia nei confronti dell’operato della Direttrice Amministrativa. Ci aspettiamo dal Rettore e dalla Direttrice Amministrativa come unico segnale di apertura e conciliazione il pagamento per intero del TEA per l’anno 2011. Come potete pretendere che prestazioni lavorative già rese nell’anno passato non siano retribuite per intero? Chiedete a tutto il personale di affrontare un disagio e un sacrificio grandissimo con la nuova, confusa e complessa, riorganizzazione retribuendoci come? Il recupero che per ora è stato richiesto dal MEF entra in pieno conflitto con l’autonomia universitaria. È curioso come l’autonomia venga rivendicata per tutelare la proroga illegittima dei rettori di molti Atenei italiani contro il MIUR e non venga minimamente ricordata per le richieste legittime del personale tecnico e amministrativo di questo Ateneo che non chiede nulla di più di quello che gli spetta. Sacrificare, oggi, l’autonomia universitaria per il personale tecnico e amministrativo può sembrare poca cosa, ma segna un brutto precedente che ricadrà anche su chi si sente tanto tutelato nella sua funzione.

Un mondo con tanti professori e nessun maestro di vita

Francesca Patanè
(1953 – 2009)

Francesca Patanè. Senza valori, senza famiglia, senza educatori. Una città come tante
 di questo mondo malato e globalizzato dove tutto è a perdere, dove la violenza è sinonimo di forza e 
la prevaricazione strumento di potere. In ogni ambito sociale, in ogni fascia di popolazione, nelle 
piazze antistanti gli stadi e negli uffici delle Pubbliche Amministrazioni. Dove non lanciano pietre 
per ucciderti, ma ti spappolano l’anima. E tu in silenzio a subire. Dolore, quanto dolore. Tutto il
 dolore di un mondo orfano di padri e di madri. Di un mondo con tanti professori e nessun maestro
 di vita.
 Voltare pagina? Certo. Ripartire da zero. Imparare parole desuete e persino ridicole: amore,
 solidarietà, partecipazione, giustizia. Cominciare, a casa, da una tavola di nuovo apparecchiata –
 momento di condivisione sempre più raro in ogni famiglia del mondo – e continuare tra i banchi,
 fino alle aule di una Università davvero rinnovata.