Che stia ripartendo, dopo dieci anni, la stagione della denuncia dei concorsi universitari truccati?

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Anche il CNU dice la sua sul collegamento tra fuga di cervelli e corruzione nell’Università

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Cura miracolosa per una nuova malattia: il “refuso” gastroesofageo da computer nei concorsi universitari

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Un noto anatomico dell’Università di Tor Vergata, in occasione del concorso per professore associato di Anatomia Umana, bandito dall’Università di Siena, si è imbattuto in una nuova malattia, da lui definita “refuso” da computer, con caratteristiche simili al classico reflusso gastroesofageo. Di solito, la malattia si manifesta, nel corso delle riunioni telematiche delle commissioni, con lo spostamento a causa del computer di due paroline da una pagina all’altra, non casualmente, ma con un senso logico che, in questo caso, ha modificato i criteri stabiliti dal Senato Accademico per la valutazione al concorso. Vani i tentativi di cambiare computer ai tre commissari, il risultato è sempre il solito: il computer inserisce automaticamente la dicitura “e affini” ai criteri generali fissati dal Senato Accademico, consentendo così la valutazione al concorso anche a chi non ha il requisito della “comprovata esperienza didattica” in Anatomia Umana, la materia in cui si chiede il posto di professore associato.

L’unica terapia efficace s’è rivelata quella suggerita dall’anatomico di Tor Vergata che ha proposto e consentito la conclusione del concorso al candidato privo della comprovata esperienza didattica in Anatomia Umana. Il rettore e il Director General (che è anche responsabile della prevenzione della corruzione), soddisfatti della cura miracolosa, che, per inciso, ha accontentato anche il delegato del rettore (in quanto il vincitore del concorso è un suo allievo), hanno già depositato un brevetto a nome dei due atenei Siena-Roma Tor Vergata. La cura avrà un successo sicuro, farà giurisprudenza e aprirà nuove prospettive concorsuali.

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«I cervelli devono fuggire dove sono attratti da stimoli e incentivi»

Zeno-ZencovichLa risposta di Vincenzo Zeno-Zencovich a Massimo Ragnedda

Vincenzo Zeno-Zencovich. Egregio dottor Ragnedda 
avrei voluto risponderle sul sito di Tiscali ma richiede un account Facebook che non ho (né voglio avere). Saprà lei se e come veicolare questo testo.

1. La ringrazio per l’attenzione e le ragionate argomentazioni dissenzienti (lo dico perché ho anche ricevuto un messaggio che auspicava la mia condanna ai lavori forzati!). Sono ben consapevole di esprimere una posizione da molti non condivisa, ma si vede che ho una radicata tendenza minoritaria. Se sulla formazione della nazionale italiana ci sono milioni di commissari tecnici, sui criteri del reclutamento universitario le opinioni sono quasi quanti i docenti universitari. Personalmente – e lo dico da giurista – sono scettico sulle regolette giuridiche: sono entrato in ruolo con delle regole (che erano diverse da quelle di 10 anni prima, di 20 anni prima, di 30 anni prima), che nel frattempo sono cambiate almeno 4 volte. Dietro le regole ci sono delle persone e delle prassi sociali, che il diritto (e il tintinnio di manette, da tanti auspicato) non cambia.

2. Il metodo della cooptazione – per quanto ho visto io in giro per il mondo universitario – esiste da sempre, e credo sia appropriato, purché ovviamente non ci sia un solo luogo dove tale cooptazione viene effettuata. Altrimenti è un meccanismo di omologazione degli uguali.

3. Non ho affatto una straordinaria opinione del meccanismo di reclutamento italiano. Alla fine (spannometricamente) c’è un terzo di persone straordinarie; un terzo di persone competenti; un terzo di menti sottratte ai passatempi enigmistici. Nel mio ottimismo panglossiano guardo ai due terzi positivi, e penso che per ottenere questo risultato dobbiamo tutti pagare un prezzo. Devo però dire – sempre dalla mia esperienza in giro per il mondo – che non è che negli atenei stranieri ci siano solo le eccellenze, e una procedura formalmente ineccepibile non trasforma gli asini in cavalli di razza.

4. Non vorrei dire un’altra cosa politicamente scorretta, ma francamente penso che la retorica sulla “fuga dei cervelli” (o ‘brain drain’ come la chiamano gli inglesi) sia priva di senso. I cervelli devono fuggire dove sono attratti da stimoli ed incentivi. Non penso che un ricercatore universitario sia equiparabile a un bracciante siciliano del ‘900 o ai tanti sventurati che cercano di raggiungere Lampedusa. Dobbiamo invece rallegrarci del fatto che l’università italiana produca tantissimi studiosi che sono apprezzati all’estero dove portano le loro capacità e da dove arricchiranno il dibattito scientifico, anche italiano, di una comunità che è ormai globale.

5. Se lei – o qualcun altro – fosse interessato ad un discorso più organico (anche se ovviamente è solo la mia opinione) sull’università mi permetto di rinviare ad uno scritto “Ci vuole poco per fare una università migliore” scaricabile in creative commons. Con i migliori saluti ed auguri di buon lavoro.

La risposta di un cervello in fuga a chi si autodenuncia per i concorsi universitari truccati

Massimo Ragnedda

Massimo Ragnedda

Lettera aperta al Prof. Zeno-Zencovich sulla corruzione accademica in Italia

Massimo Ragnedda. Illustre professor Zeno-Zencovich, ho avuto modo di vedere l’intervista che ha rilasciato a Il Fatto Quotidiano circa i concorsi universitari in Italia e mi sento in dovere di ringraziarla. In realtà non ha detto niente di nuovo, tutti conosciamo l’inutilità dei concorsi universitari italiani, il sistema antidemocratico della cooptazione e la farsa concorsuale. Ciò nonostante, e lo dico senza ironia, mi sento comunque di ringraziarla per avermi fatto capire, una volta di più, che la mia dolorosa decisione di abbandondare il torbido mondo accademico italiano sia stata, per me, la scelta giusta. L’ho capito, in realtà non ve ne era bisogno, sentendo le sue parole e il suo modo baronale di ragionare. Non parlo della sua lettera ironica, che a tratti ho trovato anche divertente e intelligente, ma della sua intervista. Mi permetta, poiché sono parte in causa, solo alcune precisioni.

Ho partecipato a decine di concorsi universitari in Italia e, come dire, ho una certa conoscenza della materia: un’esperienza, se permette, acquisita sul campo. Ho sempre saputo con larghissimo anticipo il nome del vincitore. Sapevo, pertanto, che si trattava di una perdita di tempo, sapevo che era uno stress e un notevole dispendio economico (soprattutto per un precario), sapevo che era umiliante presentarsi a concorsi dove i commissari neanche ti ascoltano: il loro compito non è selezionare il più bravo, ma scrivere nero su bianco che il “prescelto” è il più bravo. I concorsi sono una farsa, una presa in giro, un modo per umiliare gli altri candidati che non hanno santi in paradiso. Sapevo tutto questo, eppure Professore, da ingenuo e testardo sognatore, non volevo arrendermi alla realtà. Realtà che lei ha egregiamente sottolineato. Mi è addirittura capitato di partecipare ad un concorso il cui colloquio si è tenuto nello studio di una delle candidate, studio che condivideva con uno dei commissari. Lascio a lei immaginare chi ha vinto.

Il merito è l’ultimo dei criteri che viene preso in considerazione. D’altronde, si chiede, cosa è il merito. Un libro è come un vino, un film e pertanto può piacere o no. È il barone, ovvero il docente che si sente padrone del proprio territorio (il proprio Settore Scientifico Disciplinare), che deve decidere. Voi baroni, con quell’atteggiamento padronale, avete potere di vita e di morte (vitae necisque potestas) sui candidati, decidete chi deve andare avanti e chi no. E non sempre, perlomeno parlo dei casi che conosco, queste scelte si basano sul merito. Si tratta di accordi tra le diverse baronie (io piazzo il mio cavallo da te e tra qualche anno tu puoi piazzare il tuo da me), di familismo, di parentele, di amanti o di semplici lecchini che hanno conquistato, con varie tecniche, il “cuore” del barone. Ho già denunciato l’ultimo concorso farsa al quale ho partecipato. Criteri così specifici (cosa che cozza con i “principi enunciati dalla Carta Europea dei Ricercatori”) che mancava solo il nome del vincitore. Facile vincere così. Un po’ come tirare un rigore a porta vuota, e magari si esulta anche credendo di aver fatto un bel goal: c’è proprio da esserne orgogliosi. È il barone che sceglie sulla base di suoi personalissimi criteri che niente hanno a che fare con una selezione pubblica per titoli e colloquio.

Lei dice: “il processo di cooptazione esiste in tutto il mondo”. Vede Professore è troppo intelligente da non capire la differenza tra il sistema di reclutamento nelle Università anglosassoni e quello feudale italiano. La cooptazione italiana rappresenta uno strumento di perpetuazione del ristretto gruppo dominante che segue regole non democratiche. Vede Professore, io non so quale sia la sua esperienza all’estero ma le posso parlare della mia, che poi è simile a quella di tanti troppi docenti fuggiti dall’Italia. Io ho vinto un concorso pubblico, aperto a tutti, in una Università nella quale non conoscevo nessuno: non conoscevo il direttore del Dipartimento (che nel frattempo è cambiato) né conoscevo quelli che oggi sono diventati i miei colleghi. Ho vinto quel concorso dopo essere stato selezionato, solo sulla base del curriculum, per il colloquio e dopo aver superato ben quattro prove: lezione di fronte agli studenti (anche loro esprimono un giudizio), lezione di fronte ai futuri colleghi, intervista con i responsabili della ricerca e colloquio con gli executives. La lettera di referenza (reference letter), cosa ben diversa dalla raccomandazione italica, è solo l’ultimo passaggio e ti viene chiesta solo se vieni selezionato. Non prima. Io stesso ho fatto parte di alcune commissioni giudicatrici e non ho mai ricevuto telefonate che potessero influenzare la mia valutazione e nell’esprimere il mio giudizio mi sono basato solo sul curriculum che avevo davanti a me e sulla performance del candidato/a. Posso aver sbagliato nel giudicare (siamo essere umani) ma io ho scelto senza dover ascoltare il “consiglio”/raccomandazione di qualcuno. Ho scelto, nel bene e nel male, da uomo libero.

Mi permetta, infine, di soffermarmi su altri due passaggi nella sua intervista che mi fanno riflettere. Lei dice: “tutti hanno un professore di riferimento”. Quel professore di riferimento è il “padrino accademico”, il “barone” capace di farti vincere il concorso, capace di negoziare e ottenere un posto per te, presiedere la commissione e dire agli altri membri: questa è casa mia e qui comando io. Ha ragione, in Italia hai bisogno di un “padrino” per vincere, all’estero no. Io non ho padrini, io non ho professori di riferimento (cosa diversa sono i docenti che stimi per la ricerca e con i quali ti confronti sui contenuti), io non ho baroni verso i quali mostrare eterna riconoscenza. E qui arriviamo all’ultimo passaggio della sua intervista, l’aspetto che a me più di tutti ha colpito: “quando sono stato sotto concorso – lei dice – devo ringraziare chi ha espresso giudizi nei miei confronti”. Ovvero, mi permetto di interpretare così le sue parole, deve ringraziare chi l’ha fatta vincere. Io, invece, non devo ringraziare nessuno, ma non perché sono ingrato, ma perché devo la mia vittoria ad una sola persona: me.

Ed è per questo che mi sento di ringraziarla per l’intervista che ha rilasciato. Perché, sentendola, ho capito che per uno come me, in Italia non c’è posto. Io non voglio dipendere “da lei” o da un suo collega, io non voglio sentirmi riconoscente a vita per i progressi o la promozione di carriera. In altri termini, io non voglio dipendere da nessuno che non sia il merito. Voglio lavorare duro, dare il massimo e non pensare a come “ingraziarmi” il beneplacito di vossignoria. Voglio che la mia carriera dipenda sempre e solo da me, dal mio lavoro, dal mio merito e dal mio impegno. In Italia è molto più importante chi conosci che cosa conosci. Vede Professore io non mi sento in debito verso nessuno e non mi umilierò mai a fare l’anticamera dell’ufficio del barone di turno per chiedere di vincere un concorso. Ecco perché la ringrazio della sua intervista, perché per quanto mi manchi la mia terra (figuriamoci, sono sardo), i miei affetti, non mi manca affatto questo modello feudale di reclutamento. L’Italia non è un paese per ricercatori/docenti liberi e io, caro Professore, ci tengo troppo alla mia libertà per negoziarla con un posto all’Università.

Roma tre, l’università dove i docenti si autodenunciano per i concorsi universitari

Michele Ainis e Vincenzo Zeno-Zencovich

Michele Ainis e Vincenzo Zeno-Zencovich

Ha cominciato Michele Ainis su “L’Espresso” del 24 ottobre 2013 con il titolo: «Macché raccomandati, aboliamo i concorsi».

Lo ha seguito Vincenzo Zeno-Zencovich su “Il Foglio” del 6 novembre 2013 con il titolo: «Lettera d’autodenuncia a un Procuratore: sì, io trucco i concorsi universitari»

Riflettiamoci!

I concorsi universitari pilotati fanno ancora notizia?

Un concorso universitario

Un concorso universitario

Un docente del nostro Ateneo mi ha segnalato un articolo di cui riporto titolo e link: Cardiologia, concorso scandalo alla Sapienza. “Ecco i vincitori”, già noti un mese prima, “la Repubblica” 19 settembre 2013.

Il professor Fedele: “Concorso pilotato? A parità di cavallo scelgo quello che conosco”, la Repubblica 19 settembre 2013.

Può darsi che episodi del genere facciano ancora notizia nel resto del Paese; di sicuro non a Siena, purtroppo!