Sulla valorizzazione del merito e la meritocrazia

La pubblicazione della Lista dei Ricercatori più citati nel 2018 ha stimolato, in Unilex, un’interessante dibattito sulla meritocrazia e la valorizzazione del merito.

Da: Unilex, 31 ottobre

Marco Cosentino

Marco Cosentino. Premesso che a una prima veloce scorsa nessuno dei nomi a me noti nella lista necessita, per vedersi riconosciuti i rispettivi meriti scientifici, di alcuna certificazione specie sulla base di metriche quanto meno a-scientifiche, prendo a prestito quanto scriveva qualche giorno fa una stimatissima collega su FB: “conosco di persona come sia possibile laurearsi, conseguire titoli, vincere premi, fare carriera e in alcuni casi persino diventare eccellenza pur essendo del tutto privi di qualità”. Concludo dunque con il poeta: “OK, so you’re a rocket scientist/That don’t impress me much”.

PS: http://www.minimaetmoralia.it/wp/e-finiamola-con-questo-merito/

Franco Pavese. È statisticamente possibile che accada … ma suona tanto come la nota favola del “uva acerba”. Tutto va bene purché non si parli di merito, parola che nel vocabolario di troppi universitari italiani si vorrebbe cancellata. Poi ci si lamenta se arrivano pure i politici incompetenti: perché stupirsi? (Questo vale anche per altri gradi di scuola pubblica).

Alberto Credi

Alberto Credi. Parlo per il mio settore (Chimica). Alcuni nomi che mi aspettavo di vedere non li ho trovati, ma tutti quelli che ci sono e che conosco sono certamente eccellenti. Che le classifiche possano dare fastidio è comprensibile. Hanno sempre dei difetti e tracciano un solco fra chi c’è e chi non c’è (che spesso rosica). Hanno però il merito di mettere in risalto l’eccellenza e, a volte, di attirare l’attenzione dei media.
Riguardo al “finiamola-con-questo-merito” evocato da Cosentino, ricopio qui sotto uno dei commenti all’articolo di Bruno Trentin da lui richiamato.

«La meritocrazia, al di là di tutte le infiorescenze dell’articolo, è un concetto molto intuitivo:
“- Dobbiamo assumere un chirurgo. Chi prendiamo?
– Mah, ci sarebbe il figlio del primario, che ha fatto nella sua vita quattro appendiciti. Poi uno che il mese scorso ha lasciato le garze nella pancia di un paziente, che poi è morto. Poi ci sarebbe uno che ha fatto quindici operazioni a cuore aperto, ha collaborato con équipe prestigiose e pubblica spesso articoli scientifici.
– Beh, prendiamo il terzo!”
Questa è la meritocrazia. Come si possa essere contrari a questo a me sfugge del tutto.»

Marco Cosentino. Aahahahhaha!!! Bellissimo esempio!!! Pensa che in base alle mie conoscenze il caso 1 e il caso 3 frequentissimamente coincidono. Del caso 2 non so dato che informazioni del genere non sono di regola accessibili.
P.S. Mi scuso per la seconda mail e mi autocensuro per i prossimi giorni (o anche mesi). Valeva comunque la pena (letteralmente) replicare di getto a un plastico esempio dei danni ormai irreversibili fatti in questi anni dalla martellante retorica del merito.

Donato Zipeto

Donato Zipeto. Fosse sempre così, non ci sarebbe alcun problema. Il più delle volte invece si ha a che fare con uno che ha fatto 15 operazioni a cuore aperto, collabora con gruppi all’MIT, e pubblica 10 lavori l’anno, che si confronta con uno che ha fatto 30 operazioni varie con successo, collabora con colleghi all’UCLA e all’UCSF e pubblica 9 lavori, con un altro che magari di operazioni ne fa 50 e che pubblica meno perché non ha abbastanza tempo ma che fra i suoi co-autori ha magari un Nobel e pubblica su Nature, ecc. ecc. ecc. Molto spesso le differenze sono minime, aleatorie, e si va avanti o si resta indietro non certo per merito o demerito, ma per serendipity, per fortuna o sfortuna, per questioni caratteriali, perché si segue una ricerca di nicchia (e magari si viene citati poco, ma non necessariamente si fanno cose di poco valore, tipo malattie genetiche rare), perché si è parte di un gruppo “potente” dove si ubbidisce, si porta la borsa, e c’è davanti il big boss che ti spiana la strada e la carriera, garantendo finanziamenti e “numeretti” sempre in ordine.
Perché un conto è separare il grano dalla paglia, e fin li siamo capaci tutti, un conto è utilizzare la parola meritocrazia come una clava, dove magari è chi è più forte che decide cosa è merito e cosa no, si fa le regole, e vince la partita.
Poi succede che se vince il primo, il secondo fa ricorso perché ha più esperienza. E se vince il secondo, fa ricorso il terzo perché pubblica ricerche più “prestigiose”. E chiunque perda, afferma che è tutta colpa dei baroni, del sistema che non funziona, che è corrotto, che non va. E intanto che i capponi si beccano fra di loro, la politica taglia, ritaglia, e continua a tagliare (*). Tutto in nome del sacrosanto merito.
Quindi nulla contro il merito, ma come ha scritto Stefano Feltri tempo fa, “continuiamo con l’errore di idolatrare la meritocrazia, e ci dimentichiamo che il discorso sul merito è moralmente accettabile solo se viene garantita almeno l’uguaglianza delle opportunità”. E questa garanzia, quasi sempre, manca.

(*) «Quando si toglie al ricercatore lo strumento per fare ricerca, ovvero il finanziamento minimo di base per poter svolgere ricerca senza essere sotto ricatto, si distrugge la ricerca. Si utilizza la ricerca per costruire solo carriere, che ovviamente sono quelle dei peggiori, quelli interessati solo al potere ed alla carriera perchè di ricerca vera non ne sanno gran che.» – Antonio Cardone

Alberto Credi. Non scrivo quasi mai su Unilex, oggi grazie a Marco Cosentino mi prendo un cartellino rosso.
Tralasciando la componente spocchiosa e maleducata della sua risposta (“plastico esempio di danni ormai irreversibili” sarà lui), sarei curioso di sapere quale opzione sceglierebbe. Sicuramente non la numero tre, poiché nella retorica (quella sì, retorica) trentiniana si darebbe dare per scontato che il chirurgo è bravo solamente perché figlio di…
La vita è fatta di sfumature di grigio, come giustamente osservato da Zipeto. Il problema è che in Italia si fa fatica, per incapacità o per volontà, persino a distinguere fra il bianco e il nero. Tentare di promuovere il merito è sempre e comunque meglio che ignorarlo.

Laura Stancampiano

Laura Stancampiano. Mi sa che si imponga una riflessione sul concetto di merito, per iniziare vi propongo questo: http://www.treccani.it/enciclopedia/merito/

Di sicuro gli highly cited, visto che da qui è nata la discussione, sono eccellenti in quanto a citazioni di un certo tipo, nel senso che eccellono nel numero di citazioni ricevute dai loro lavori, ma non per questo sono più meritevoli di alcunché, anche volendo dare al termine merito un’accezione positiva (che non sempre e non per tutti ha).
Dice bene il collega Zipeto.
Il problema della meritocrazia è che non dirime scelte complesse, non le affronta, semplicemente le banalizza; non tiene in considerazione la funzionalità dell’ecosistema (anche inteso come ecosistema lavorativo fatto di tante persone con competenze diverse, diverse abilità, diverse aspirazioni) per trasformare tutto in una gara al più meritevole che, come dice in parte anche l’articolo citato da Cosentino, è solo un’arma in mano a chi detiene il potere della valutazione per designare chi è tautologicamente meritevole di incentivi (economici, di carriera, di considerazione sociale) senza che nessuno abbia la possibilità di criticare le sue scelte…in quanto “meritocratiche”.
Credo che lo slogan del merito abbia davvero fatto danni irreversibili nelle menti di tutti: si fatica non poco a cercare di pensare pragmaticamente e approfonditamente (non per banali analogie tipo “preferisci un medico bravo o uno incompetente”) senza lasciarsi psicologicamente influenzare, nel giudizio su se stessi e sugli altri, da questo mantra che a forza di ripeterlo è diventato parte della nostra società e di ciascuno di noi.

Claudio Della Volpe. Segnalo sul tema meritocrazia questo bell’articolo di Sylos Labini: «Università, non sarà la meritocrazia a salvare gli atenei italiani».

Guido Mula

Guido Mula. Caro Zipeto, caro Credi,
parlare di valorizzazione del merito e di meritocrazia è parlare di due cose non sovrapponibili. La valorizzazione del merito è il processo che permette di far funzionare un sistema mettendo le capacità migliori in evidenza.

La meritocrazia, invece, è una deformazione patologica di questo discorso, a mio avviso. La parola stessa “governo del merito” è un’aberrazione che presuppone l’esistenza astratta di categorie di merito valide ovunque, tanto che in Italia per l’università la numerologia permette addirittura di dividere il mondo in buoni e cattivi con parametri totalmente arbitrari e ingiustificati che dovrebbero valutare la qualità del lavoro dei singoli con criteri meramente quantitativi. Come se non bastasse, la meritocrazia presuppone che per un posto di, per esempio, “fisico della materia sperimentale” la persona che ha i valori numerici più elevati sia automaticamente la più adatta indipendentemente dall’ambito nel quale questa persona dovrebbe operare. Una cosa che chiunque faccia scienza sa che non ha alcun fondamento concettuale, logico e di valore.

Se, forse, le code estreme della gaussiana possono avere un qualche significato (ma anche qui esistono eccezioni anche molto recenti che mostrano che la numerologia non dà alcuna certezza), parlare di meritocrazia in Italia è solo un modo per quantificare ciò che non è quantificabile, creare profonde distorsioni del sistema della Cultura, uccidere l’innovazione e la ricerca.

Ribadisco, quindi: un conto è valorizzare il merito, un altro, ben diverso, parlare di “meritocrazia”, termine già in partenza usato per identificare distorsioni e non certo percorsi virtuosi.

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