Il governo gialloverde sull’Università

Più controlli sui professori universitari? Attenzione all’autonomia (da: Il Sole 24 Ore, 18 giugno 2018)

Dario Braga. Nel capitolo «Università e ricerca» del contratto di governo sottoscritto da Lega e M5S si legge: «Occorre inserire un sistema di verifica vincolante sullo svolgimento effettivo, da parte del docente, dei compiti di didattica, ricerca e tutoraggio agli studenti». Ragioniamoci sopra un momento. Leggendo questo punto, un “non addetto ai lavori” è automaticamente portato a pensare che all’università non esistano regole e che ognuno faccia o non faccia senza controlli di sorta. Da qui la necessità di introdurre nell’accordo come elemento qualificante anche la «verifica vincolante» dei compiti dei docenti. Cosa hanno in mente gli estensori? Che conoscenza hanno dei sistemi di verifica attualmente in atto? Parliamone.

Sul lato della didattica, il docente è tenuto a indicare luogo, data, ora e argomento di ogni lezione in un registro ufficiale che, a fine corso, è firmato dal titolare del corso e consegnato alla Scuola di appartenenza. Il registro è quindi controfirmato dal presidente della Scuola che, in questo modo, ne certifica la correttezza. Per ogni singolo corso viene anche raccolta annualmente l’opinione degli studenti su svolgimento, contenuti, capacità espositiva del docente e viene chiesto di dichiarare quanta parte del corso è stata svolta dal docente titolare. Il coordinatore del corso di studio ha accesso a queste valutazioni ed è tenuto a intervenire direttamente con il docente nei casi critici.

Sul lato della ricerca, da diversi anni l’Agenzia di valutazione della università e ricerca (Anvur) richiede periodicamente ai singoli e ai Dipartimenti la esposizione puntuale della attività svolta. Gli atenei poi raccolgono annualmente le informazioni sulla produzione scientifica dei docenti e le utilizzano nella distribuzione delle risorse per la ricerca e dei posti. Nel dottorato di ricerca, poi, la verifica della qualità scientifica dei collegi dei docenti è requisito per ottenere da Anvur l’accreditamento annuale necessario per continuare a operare.

Le università sembrano quindi avere tutti gli strumenti che servono per la «verifica vincolante» e sono anzi tenute a utilizzarli sia per l’autogoverno sia per accedere a quote del fondo di finanziamento ordinario. Semmai questi strumenti andrebbero semplificati, ma questa è altra storia. Se una critica abbonda nei “social” è proprio verso l’accanimento parametrico e la «ossessiva raccolta di informazioni» sulle attività di docenza e di ricerca del singolo e degli atenei.

Ma allora di che stiamo parlando? Non vorrei essere accusato di processo alle intenzioni. Ma c’è da preoccuparsi. E se a non piacere fosse invece il principio di autonomia, base del funzionamento di tutti i sistemi universitari? Spero di sbagliarmi.

Chi non conosce il lavoro universitario potrebbe, ad esempio, pensare che sia ora di finirla con questi ricercatori e professori che vanno e vengono a piacimento, frequentano convegni e workshop, visitano altre università, non “timbrano”, e, tranne che a lezione, non sembrano avere un vero e proprio orario di lavoro. In realtà è così non solo perché “studio e creatività non hanno orario”, ma anche perché spesso le giornate di lavoro vengono assorbite dai compiti amministrativi e dall’interazione con gli studenti. Ci si porta sempre il lavoro a casa: lezioni da preparare e/o compiti d’esame da correggere, pubblicazioni da leggere, progetti da scrivere, “talk” da preparare. Alla sera o durante il weekend. Ore e ore di lavoro per le quali è difficile pensare a una «verifica vincolante».

Ci sono docenti poco seri e/o disonesti che approfittano di questa autonomia? Certo che ci sono, come in ogni professione. Per queste situazioni esiste la gerarchia delle responsabilità di chi governa dipartimenti, scuole, e atenei. Si operi su questa, gli strumenti ci sono già tutti. L’università italiana produce, nonostante tutto, ottimi laureati e tanta ricerca. Di tutto ha bisogno tranne che di (ulteriore) delegittimazione.

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Una Risposta

  1. C’era anche un punto in cui si dichiarava di voler abbattere la baronia, ma transeat: vaste programme, direbbe De Gaulle, ma che vuol dire “verifica sullo svolgimento delle lezioni e della ricerca”? Di “sistemi di verifica” c’è ne sono già, ben oltre il fabbisogno nazionale! Per questo fu istituito il colossale apparato dell’ANVUR, con la VQR, la SUA, l’ASN, “ludi dipartimentali”, le visite periodiche dei commissari dell’ANVUR per l’accreditamento della sede ecc. ecc. ecc. Naturalmente l’indignato a cottimo, giustizialista naturaliter, avrà giubilato all’idea di mettere ulteriormente alla gogna il culturame, ma cosa vuol dire “svolgimento effettivo della ricerca”, proprio all’indomani della VQR, delle classifiche dei dipartimenti, e dei “ludi dipartimentali”, insomma, di quell’enorme ambaradan burocratico che ha occupato a tempo pieno i dipartimenti per un anno, imbastito PROPRIO A QUESTO SCOPO?

    Cosa vuol dire “svolgimento effettivo delle lezioni”? Può un docente impunemente falsificare un registro (oramai ovunque elettronico) inserendo lezioni che non ha mai svolto, senza che nessuno se ne sia accorto? Può un comitato didattico e un direttore di dipartimento controfirmare un registro falso? Può non tener conto della valutazione del corso da parte degli studenti, oramai associata obbligatoriamente ad ogni insegnamento? Non esistendo più gli scatti automatici di anzianità, oramai persino per ottenere l’agognato “scatto” tocca oggi fare un concorso, dove si deve DIMOSTRARE ciò che si è fatto in un preciso lasso di tempo, sia in ordine allo svolgimento di compiti didattici, sia in ordine alle pubblicazioni. Altrimenti, se non si soddisfano certi parametri, lo scatto non viene concesso.

    Dalla VQR all’ASN (abilitazione scientifica nazionale), alle gare fra dipartimenti per l’aggiudicazione delle risorse, oramai ogni momento della vita di un ricercatore è scandito, pistola alla tempia, dalla necessità di dimostrare che si è prodotto sufficiente materiale cartaceo (che a causa di questa frenesia, non potrà essere certo tutto quanto di qualità eccelsa, ma su questo non si riflette mai). Mi sorprende, semmai, che non si dica nulla del fatto che questo meccanismo competitivo di genere aziendalistico, di per sé svaluta profondamente la didattica, che di fronte alla necessità di concorrere ad innumerevoli “ludi”, è considerata alla stregua di una perdita di tempo.

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