Le profonde ferite inferte nel corpo vivo dell’ateneo senese sono una sua “razionalizzazione”?

altan-dibattitoRabbi Jaqov Jizchaq. Scrive il Rettore Francesco Frati nel discorso di rettorato: «L’Ateneo del 2017 non è soltanto risanato: è anche diverso da quello del 2010 (…) ho ereditato un Ateneo che nel periodo del risanamento è stato in grado di mantenere, o addirittura accrescere, la propria attrattività garantendo standard qualitativi di didattica molto elevati, razionalizzare l’offerta formativa…».

Passata è la tempesta, odo augelli far festa …. diverso, per forza di cose, dopo dieci anni di blocco del turnover: avendo tra il 2008 e oggi già circa 350 stipendi in meno da pagare (e non è finita: il grafico su in alto ci dice che oltre un centinaio sono già con le valige in mano), i conti vanno necessariamente meglio. Se però è chiaro che l’ateneo è “diverso” da com’era prima della crisi che l’ha investito, non è viceversa chiaro a cosa sarà “uguale” domani. Per questo trovo irritanti le sortite di chi dà del disfattista a chiunque chieda di tenere aperto, specie in questa fase della politica nazionale, il dibattito sul destino dell’ateneo (o per meglio dire, dell’intero sistema degli atenei pubblici).

Mi lascia più che altro perplesso l’eufemismo “razionalizzato”: quasi a imprimere una nota positiva al pesante ridimensionamento dell’ateneo, sembra alludere al fatto che dietro tutto ciò vi sia stato un lavoro ponderato mirante ad eliminare le “cose inutili”, e che solo le “cose inutili” (nonché “le persone inutili”) siano state eliminate od emarginate. Sicché i salvati, e chi resta, sono tutti e soli quelli utili.

Fuori dalle cerimonie ufficiali è forse più corretto dire che si è fatto (o tentato di fare) di necessità virtù per tappare voragini che si sono aperte un po’ a caso, non nelle “cose inutili”, bensì in settori strategici e in materie fondamentali. Ci si è sforzati, in una condizione di penuria senza precedenti (lodevolmente, in molti casi, ma in altri casi in modo altamente opinabile e poco o punto dettato dalla ragione), di attuare riforme universitarie le quali, mentre da un lato proponevano un certo paradigma di organizzazione, dall’altro creavano le condizioni perché fosse impossibile adeguarvisi sensatamente. Forse subdolamente, in tal modo già delineando quella partizione fra “teaching university” e “research university” che costituisce l’obiettivo delle politiche universitarie di questi anni.

Bisogna quindi intendersi sulle parole che si usano. I sociologi distinguono, tra gli altri, questi tipi di razionalità:

“agire razionale rispetto allo scopo”: un’azione si dice razionale rispetto allo scopo se chi la compie valuta razionalmente i mezzi rispetto agli scopi che si prefigge, considera gli scopi in rapporto alle conseguenze che potrebbero derivarne, paragona i diversi scopi possibili e i loro rapporti;

“agire razionale rispetto al valore”: un’azione si dice razionale rispetto al valore quando chi agisce compie ciò che ritiene gli sia comandato dal dovere, dalla dignità, da un precetto religioso, da una causa che reputa giusta, senza preoccuparsi delle conseguenze.

Prendendo dunque a prestito queste categorie weberiane, direi che in un contesto dove oramai le politiche universitarie dei governi di diverso colore succedutisi sembrano convergere nell’idea di concentrare le risorse per la creazione di “grossi hub”, o “centri di eccellenza”, dove si farà la ricerca e dove risiederanno i gruppi di ricerca, occorre da un lato chiarire meglio quali siano gli scopi a medio termine che ci si sono prefissi, e dall’altro quali i valori che si intendono tutelare ed affermare.

Capisco che l’occasione solenne richiedeva un tono positivo e improntato all’ottimismo, ma è difficile considerare “una razionalizzazione” le profonde ferite inferte nel corpo vivo dell’ateneo negli anni passati. E talune scelte sono “razionali”, a posteriori, giusto perché sono state compiute (“was wirklich ist, das ist vernünftig”!): “razionale”, forse, semplicemente in quanto prodotto di un processo il quale, date certe premesse, si ritiene – non sempre a ragione – che ineluttabilmente non potesse attuarsi in modo differente da come è stato. In questo senso la parola “razionale” può essere però molto pericolosa.

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34 Risposte

  1. «Come dire, non sarei un buon ricercatore se non avessi la capacità di essere un po’ visionario, se vuole dei piccoli sogni eccoli. Sul piano generale rivedrei il concetto stesso di università qualificandolo in base a: dimensioni, rapporto col territorio, vocazione e didattica (solo triennali; magistrali e dottorati, solo dottorati, generaliste), vocazione scientifica ed anche specializzazione disciplinare.» Lenzi

    http://www.scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2017-02-14/lenzi-universita-strategica-il-rilancio-paese-165400.php?uuid=AE97TrV

    • … ho letto anche io l’intervista che citi. Aggiungo qualche considerazione. Innanzitutto, a proposito di quelli che “stiamo cancellando le cose inutili” (Oh, yeh!):

      «I docenti di ruolo (ordinari, associati e ricercatori), che alla fine del 2006 erano circa 62 mila, ed erano ancora in seppur modesta crescita, alla fine del 2016 si sono ridotti a circa 48.900, con una riduzione del 21%, ma nello stesso arco di tempo i docenti di ruolo delle Aree CUN 01-04 sono passati da 10.575 a 8.101, con un calo del 23,4%, e quelli di Fisica sono passati da 2.610 a 1.898, con una riduzione che supera il 27%… In primo luogo si nota il crollo clamoroso del numero degli ordinari, passati da 867 a 480 (-45%)» http://www.roars.it/online/la-fisica-universitaria-nel-decennio-della-crisi/

      Mi pare che si confermi la tendenza ad una sempre maggiore contrazione del corpo docente di ruolo, che verosimilmente si accompagnerà con un dilagare del precariato. Quanto all’età in generale, per gli ordinari in Italia la media è di 59 anni, 53 per gli associati, 46 per i ricercatori, secondo l’ultimo Rapporto Anvur (a Siena temo che sia anche peggio, con dieci anni di blocco totale del turnover). La legge di bilancio – leggo su http://www.lavoce.info/archives/43914/come-selezionare-i-dipartimenti-di-eccellenza/ – introduce un finanziamento annuo aggiuntivo (di 270 milioni) per i migliori dipartimenti universitari statali. È prevista la costituzione di una commissione nazionale per individuare 180 dipartimenti (tra gli 814 delle università statali) meritevoli di un contributo medio annuo aggiuntivo di 1.350.000 euro. Sono quelli che il sito ROARS scherzosamente chiama “ludi dipartimentali”. Chi vince prende tutto. In breve, è l’ennesimo passo verso la sempre più marcata classificazione degli atenei in “serie A” e “serie B”. E vengo all’intervista che citi:

      «Sul piano generale rivedrei il concetto stesso di università qualificandolo in base a: dimensioni, rapporto col territorio, vocazione e didattica (solo triennali; magistrali e dottorati, solo dottorati, generaliste), vocazione scientifica ed anche specializzazione disciplinare.» http://www.scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2017-02-14/lenzi-universita-strategica-il-rilancio-paese-165400.php?uuid=AE97TrV&refresh_ce=1

      Personalmente non ho nemmeno chiaro come possa un dipartimento appartenente ad un ateneo classificato in aeternum come “teaching university” partecipare ai “ludi dipartimentali” di cui sopra (la distinzione fra sommersi e salvati è fra atenei o fra dipartimenti, oppure fra scompartimenti di dipartimenti?), né come possa un disgraziato che ci è capitato dentro mondarsi da questa colpa. In ogni caso i “ludi dipartimentali” procureranno ai vincitori un cospicuo finanziamento quinquennale per progetti di ricerca di tale durata: dunque quando parlano di “reclutamento” mediante questi fondi è da intendere per posti non di ruolo, I suppose, bensì per un sovietico пятилетка (quinquennio), o no? Se è così, laddove arriveranno i soldi, ci sarà una cabina di regia di pochi docenti-manager di ruolo e molti giovani che si sbranano per un contratto. Alla fine, il 90% di essi verrà buttato fuori dall’università, ma (dopo dottorati, assegni e contratti varii) sarà troppo vecchio per il mercato del lavoro. C’è da chiedersi, non solo chi può vivere così, ma anche che razza di “università” ne verrà fuori. Del resto il problema appare essere presente alle succitate autorità del CUN:
      «…dopo il dottorato di ricerca, è opportuno definire, sia un tempo massimo di permanenza, sia una univocità di figura pre-ruolo, abolendo assegnisti, contrattisti, e Rtda e ridenominandoli con una figura unica, ad esempio di assistente alla ricerca; a questo va affiancato una modifica dello status degli Rtdb che definirei, secondo il modello Cun, professore iunior, in quanto a tutti gli effetti dei veri ricercatori con tenure, scelti e reclutati dai dipartimenti. Gli attuali ricercatori universitari a tempo indeterminato del ruolo ad esaurimento potrebbero diventare dei professori aggiunti o aggregati o altra denominazione, in quanto in larga misura ormai indispensabili alla tenuta della attività formativa.» (ibid.)

      Sebbene non mi sia chiaro cosa sia la “vocazione didattica” di un ateneo, in una cornice in cui la didattica non conta più assolutamente niente, riconosco però che il tema dell’utilità effettiva del pezzo di carta rilasciato al termine degli studi non è più rinviabile, anche se sono scettico riguardo al fatto che certe lauree triennali di indirizzo professionale sovente ispirate al contrario del celebre motto di Confucio “dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno, insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”, servano effettivamente per trovare lavoro, soprattutto perché in certe aree geografiche italiane, una laurea riserva poco più che un destino di lustrascarpe:
      «CORRIERE DEL MEZZOGIORNO. Palermo, cercansi lustrascarpe: alle selezioni laureati e diplomati» http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/palermo/cronaca/17_gennaio_25/palermo-selezione-lustrascarpe-si-presentano-laureati-diplomati-95dc587e-e2d7-11e6-bec4-af95f3441936.shtml

      Non voglio neanche sapere in cosa si siano “laureati” questi futuri lustrascarpe, ma pensando a Via Zamboni, me lo posso immaginare. Or mi sovviene la polemica di Stefano Feltri contro le lauree “umanistiche”. Già dissi la mia opinione che gran parte del problema non sono le lauree “umanistiche”, ma le lauree umanistiche dequalificate, frutto di abbandono e di una generale regressione culturale che ha colpito questo paese (specie le classi dirigenti). Oltre al fatto che i sostenitori più zelanti delle tesi feltriane travalicano, annoverando fra le cose inutili anche i rami più astratti della fisica o della matematica.

    • P.S. … a proposito di internazionalizzazione, odo or ora alla radio la notizia beffarda che l’università di Tirana (quella vera, non quella del Trota) si sta internazionalizzando assai: è piena di studenti italiani, attratti dal basso costo, dalla buona qualità (il corpo docente è in gran parte italiano) e dal fatto che magari non sono stati ammessi in patria ai corsi a numero chiuso.

      Agenda della giornata: oggi, se non erro, l’ANVUR presenta i risultati dell’ultima VQR. Si temono suicidi di massa. In ogni caso il cospicuo gruzzolo che riceveranno i 180 dipartimenti migliori modificherà irreversibilmente l’equilibrio degli atenei. Le bocce non sono dunque ferme. Oggi c’è anche qualche notizia sullo QS World University Rankings 2016-2017 https://www.topuniversities.com/university-rankings/world-university-rankings/2016. Tra le italiane, Milano è 33esima mentre Siena è 701esima: nel 2014 https://www.topuniversities.com/university-rankings/world-university-rankings/2014 era tra il 471esimo e il 480esimo posto, con una perdita dunque di oltre 200 posizioni. Curioso come le classifiche internazionali non corrispondano per nulla a quelle addomesticate nostrane.

      È cambiata la qualità della ricerca? Non credo, questo punto è stato abbondantemente chiarito: semmai qui da noi è sparito il 40% dei ricercatori in meno di un decennio, c’è stato un decennio di blocco totale del turnover e delle carriere e sono state cancellate di fatto intere aree scientifiche. Soltanto qualche anima bella poteva ritenere che questo non avesse alcuna ripercussione, “Piccolo è bello” un accidente …. Sarebbe pertanto utile per tutti chiarire apertamente in quale direzione si sta andando ed essere conseguenti rispetto ai progetti che si mettono in campo.

      Mi pare evidente che si sta andando verso una netta partizione fra “teaching university” e “research university” e questa divisione, con i “ludi dipartimentali”, oramai attraversa gli atenei stessi al loro interno. Ma anche qui, cosa vuol dire fare la “teaching university”? Come potrà un tapino emendarsi dalla gravissssssima colpa di insegnare qualche cosa? Vuol dire fare pessima didattica? Potranno coesistere dipartimenti, scompartimenti dei medesimi o corsi di laurea lanciati verso l’eccellenza e dipartimenti o scompartimenti o corsi di laurea che procedono nella direzione diametralmente opposta?

    • P.S. Primi esiti dei ludi dipartimentali. Dal certame escono vittoriose le università del nord (sai che novità): “Padova, Pisa, Milano, ricerca
      al top”. http://www.corriere.it/foto-gallery/scuola/universita/17_febbraio_20/classfica-dipartimenti-migliori-9fc7434c-f765-11e6-9a71-ad40ee291490.shtml

    • Credo che prima o poi le magistrali che sopravviveranno saranno convertite tutte in inglese. Sull’internazionalizzazione, però, occorre una riflessione, affinché non diventi solo una moda o una scelta opportunistica per ottenere incentivi: atteso che difficilmente alcune materie potranno “internazionalizzarsi” più di tanto, attenzione che l’internazionalizzazione al momento sta producendo un ulteriore, generalizzato abbassamento del livello qualitativo degli studi. Studenti di paesi diversi, con culture diverse e sistemi educativi diversi, vengono inseriti in contesti già disomogenei di suo e in corsi di laurea accorpati, con curricula che sovente non tengono conto del ” Gradus ad Parnassum” inevitabile per materie molto strutturate. La somma di questi fatti e la necessità di trovare un linguaggio adeguato per tutti spesso confina i corsi ad un grado meramente propedeutico, contrariamente a quello che ci si aspetta da una laurea magistrale. Per intenderci, la gente non va a studiare a Oxford perché si è internazionalizzata a prescindere dal livello dei corsi (e magari perché parlano inglese 🙂 ), ma al contrario Oxford si è internazionalizzata perché gode di un grande prestigio. Questo è un serio problema che prima o poi deve essere affrontato. Pavento cioè che per l’internazionalizzazione si faccia come per le triennali: allo scopo di gonfiare le statistiche dei laureati, si è abbassato indicibilmente il livello degli studi. Un’altra cosa che continua ad abbassarsi è il numero di docenti di ruolo, nonostante le aspettative per una timidissima ripresa del turnover. In attesa dell’esito dei “ludi dipartimentali”, spero dunque che anche questo non sia l’ennesimo tentativo di fare le nozze con i fichi secchi.

  2. Concordo, è un aspetto poco discusso ma rappresenta un problema reale la qualità dei corsi in inglese, un amico mi diceva che alcuni studenti esteri in ingegneria hanno difficoltà a risolvere le equazioni differenziali di primo grado (sic!). Ultimamente molte università stanno lanciando nuove triennali e magistrali, questo fenomeno come dovrebbe essere letto nell’ ottica di separazione tra teaching e research? Sorge spontaneo il dubbio che la differenziazione sia già in itinere, alcune puntano sulla didattica, altre si federano intorno a i nascenti centri di ricerca con dottorati e magistrali congiunte. Non so, forse sono solo congetture ma..

    • ..Andrea(otti) pensa male, ma temo ci azzecchi. Temo anche un’altra cosa: in risposta alle tue perplessità, si dirà che gli studenti italiani sono troppo avanti in analisi matematica (!): difatti le nostre scuole superiori durano un anno in più rispetto a sistemi scolastici di altri paesi e questo è un male per il mercato del lavoro, che esige sempre pollame giovane. E quello vecchio per giunta è deplorevolmente “overqualified”. Sicché toglieranno un anno alle scuole superiori; il triennio dell’università sarà poco più delle attuali scuole superiori e lo studente (per stare al tuo esempio) sentirà parlare seriamente di calcolo integrale e di equazioni differenziali solo nella laurea magistrale. E forse non andrà oltre. Se poi uno vorrà approfonditamente studiare questa roba, dovrà recarsi in un ateneo d’eccellenza. Leggo sul Sole 24 ore:

      “L’Italia come detto riesce a far entrare nei 150 atenei più internazionali solo tre università: il Politecnico di Milano all’87esimo posto, il Politecnico di Torino al 106esimo posto e l’università la Sapienza di Roma al 112esimo posto. L’Inghilterra si assicura in tutto 13 posizioni in tutta la classifica e ben cinque nella top 10. Ottime anche le performance della Germania con 15 università nella classifica e della Francia con 11 atenei tra le primi 150 accademie. Colpisce anche il fatto che gli Usa escono dal top 10. Il Mit di Boston scende infatti al 22esimo posto, anche se gli Usa possono contare ben 64 università tra le 150 della classifica.” http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-02-01/atenei-internazionali-svizzera-top-male-l-italia–223253.shtml?uuid=AEW6VYM&refresh_ce=1

      Ora, se l’obiettivo è quello di portare qualche altro ateneo nel top mondiale degli atenei, è chiaro che dovranno togliere ai poveri per arricchire ancor di più gli atenei ricchi, come il mitico Superciuk, onde fornir loro la consistenza necessaria. Saranno verosimilmente questi ad internazionalizzarsi realmente. Cosa vorrà dire “internazionalizzare” un ateneo di secondo piano in perenne crisi economica non mi è del tutto chiaro. A meno che non si riduca a satellite, polo specializzato, oppure succursale didattica di un grande ateneo. Quando infatti le competenti autorità parlano di un sistema solare costituito da grandi “hub” attorniati da satelliti, non pensano certo a Monte Cassino nella posizione del Sole. In un sistema dove il pesce grosso mangia il pesce piccolo è facile capire su che base verrà realmente istituita la partizione di “teaching university” e “research university”. C’è poi un problema di fondo, costituito dalla distanza fra immaginazione e realtà. Leggo infatti su Il Manifesto:

      “Spacciatori e sbandati, da soli o in gruppo circolano indisturbati dalla piazza Verdi alle aule dell’università, rendendo pericolosi e indecenti quei luoghi deputati alla formazione e allo studio… Sono i giovani della seconda società, quelli che non sono riusciti ad amare gli studi, quelli che si sentono esclusi e che tramutano il loro malessere in un antagonismo puro e duro. L’università di Bologna con i suoi 80 mila iscritti deve fare i conti con questa frattura tra gli studenti della prima società che esigono una formazione di eccellenza, rivendicando diritti e servizi alla studio, e quelli della seconda società che sono ai margini e non vogliono seguire alcun percorso d’inclusione, tantomeno di formazione accademica.” https://ilmanifesto.it/bologna-alta-tensione-alluniversita/

      Vengono in mente le memorabili e poco accomodanti pagine di Pasolini sui “giovani infelici”, ma la confusione è grande, sotto i cieli: l’università deve occuparsi anche di chi non ha voglia di studiare? Qui rimbalziamo come palline da ping-pong in maniera perfettamente schizofrenica fra due opposti estremismi: nei giorni pari l’Università tutta pare doversi adeguare agli standard della ricerca di atenei come Harvard o Oxford, non facendo altro che “ricerca”, cioè pubblicare a iosa, sì da far impennare virilmente gli indicatori bibliometrici; il giorno dopo pare che l’università debba invece ridursi ad un dickensiano Ricovero di mendicità.

      Mi viene da pensare però che Bologna ha 80.000 iscritti, mentre Siena ne ha poco più di 15.000. Del fatto che Siena per il resto sia una città di una tranquillità mortifera, dove anche la droga circola con una certa discrezione, temo che all’ANVUR gliene freghi men che niente. Il piccolo è bello non abita più qui. È evidente inoltre come la tensione fra “teaching university” e “research university” spacchi all’interno gli stessi grandi atenei. Con i ludi dipartimentali in corso, credo pertanto che finiranno per contare sempre di più i singoli dipartimenti, ognun per sé, in una visione particolaristica feudale.

  3. p.s. Ieri sono stati resi noti i dati del rapporto ANVUR, che contribuiranno a determinare la lista dei salvati e quella dei sommersi negli imminenti “ludi dipartimentali”. Il quotidiano La Repubblica, seguendo oramai un’impostazione giornalistica consolidata che risale dai tempi dell’elezione dei rettori (Siena come “teaching university”, ancella di Pisa e/o Firenze), gira il coltello nella piaga:

    “L’Università di Firenze vola nella ricerca. A dirlo sono i dati appena diffusi dall’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario…Nelle pagelle diffuse dall’Anvur l’ateneo fiorentino è sul podio in otto aree scientifiche….Bene anche Pisa, Normale e Sant’Anna
    Le grandi escluse sono l’Università di Siena e l’Università per Stranieri, sempre di Siena.”http://firenze.repubblica.it/cronaca/2017/02/21/news/universita_da_chimica_a_scienze_della_terra_firenze_al_top_nella_ricerca-158859497/

    Ma forse è più eloquente il dato analitico per aree scientifiche http://www.anvur.org/rapporto/files/stampa/Graduatorie%20dipartimenti%20e%20sottostrutture%20per%20area_per.pdf. A me pare che confermi tautologicamente quello che si sapeva già dall’inizio, parafrasandolo in altri termini. Il che non fa altro, se non riproporre gli interrogativi di cui ai precedenti messaggi.

    “Quando si parte il gioco de la zara, colui che perde si riman dolente, repetendo le volte, e tristo impara” (Dante, Canto VI del Purgatorio)

  4. Nei dati disaggregati per area scientifica Siena conferma la posizione della classifica aggregata resa nota lo scorso dicembre. A questo punto sorge una domanda spontanea: che si fa ora?
    Quello che più mi spaventa è che molte università (soprattutto al nord) stanno costruendo strutture d’avanguardia per sostenere la propria ricerca e connotarsi sempre più come research universities, questa progettualità in altre parti dello stivale non esiste.

  5. Però qui bisogna lottare: no a un anno di scuola superiore in meno. No e poi no al declassamento delle lezioni. Questo è un progetto di sterminio culturale deciso ad alti livelli. Cambieranno le cose o dovremo rassegnarci a un futuro di morte intellettuale per il nostro paese?

  6. checché ne dica Repubblica (“grande assente è Siena”), nell’analisi dei risultati del VQR http://www.anvur.org/rapporto-2016/ per settori disciplinari, vediamo al contrario che a Siena alcuni settori sono andati decisamente bene, altri sono andati maluccio e altri così e così. Va considerato però che alcuni settori sono ridotti a pochi individui, altri, infine, non risultano affatto, perché sottodimensionati rispetto al campione minimo previsto dall’ANVUR (ci vogliono almeno due persone, e molti settori non ce le hanno più). Io credo che debba ragionare su questo, cioè sul dato analizzato con la lente d’ingrandimento, ed eventualmente sul campione più vasto delle “Aree” (che però in molti casi, con il nuovo assetto dipartimentale, costituiscono un “volgo disperso”), per vedere cosa realmente è successo e sta succedendo. Ma questo non fa che riproporre in modo pressante il tema di cui ai precedenti messaggi.

  7. Tutti questi processi sono indotti da poche persone: in parlamento centinaia di parlamentari cambiano partito da un momento all’altro, i partiti stessi contano pochissimo in termini di rappresentatività, si dilaniano tra loro e sono impopolari; i governi impongono decreti e riforme decisi a livello internazionale a nostra insaputa che ci vengono presentati come buoni dopo una breve azione di propaganda.
    Sta anche a noi dire no e smascherarli. Il tentativo di ridurre il processo di istruzione a una scuola di lingua inglese è poi ridicolo e non professionale: ciascuno di noi è qualificato a insegnare la propria materia e non è un anglista (tranne gli anglisti) né un procacciatore di carne fresca per il progetto Erasmus.

    • “A giudicare dai documenti e dalle iniziative delle tecnocrazie europee che sempre più controllano anche i sistemi educativi dei vari stati, si direbbe che si vuol distruggere un’istruzione in cui si “perde tempo” dietro la cultura, le conoscenze e le discipline a favore di una scuola totalmente funzionalizzata alla formazione di forza lavoro, ovvero alla costruzione delle cosiddette competenze”( In ricordo di Giorgio Israel, http://www.roars.it/online/che-cosa-chiediamo-alla-scuola-oggi-in-ricordo-di-giorgio-israel/)

    • Ha una certa popolarità, presso le migliori osterie, la teoria secondo cui all’università italiana si studiano cose inutili: ma insomma, va bene il raccordo con il mondo del lavoro, va bene i corsi professionalizzanti, verissimo che le lauree triennali che dovevano costituire quel raccordo, in generale sono state un fallimento, ma per la miseria, l’università non è l’istituto professionale! Nondimeno, per altro verso:

      “Il rischio dell’inutilità è reale: nessuno sembra più sapere cosa fare dei nostri atenei. Non la politica, che vi investe risorse ridicole: 6,5 miliardi di euro per 65 atenei, contro i 26 della Germania. Colpa anche della scelta di ridurre, invece che ampliare, l’offerta formativa: oggi, l’Italia ha 1,6 atenei ogni milione di abitanti: in Germania sono 4, in Francia e Usa più di 8. Secondo l’Ocse, raddoppiarle produrrebbe un +4% del Pil.” https://ilmanifesto.it/lindifferenza-di-sistema-che-soffoca-lagora-del-sapere/

      Uno degli aspetti più deplorevoli di questa fase della nostra vita civile nazionale, è l’accanimento con cui autorevoli signor nessuno dall’alto delle gazzette o addirittura all’interno dello stesso mondo accademico, sostengono essere “inutile” tutto ciò e tutti coloro che essi non conoscono, dipinti talvolta caricaturalmente in modo da farli sembrare tali. La necessità di quello che una certa deriva aziendalistica dell’università reputa “inutile” è stata difesa con veemenza in un celebre pamphlet di Nuccio Ordine, dal titolo “L’utilità dell’inutile”:

      “non è vero che le oscillazioni
      dello spread possano giustificare la sistematica
      distruzione di ogni cosa considerata inutile
      con il rullo compressore dell’inflessibilità e del
      taglio lineare alla spesa. “(dall’introduzione)

      Oltre un certo limite, dire che bisogna studiare solo le cose “utili” è un po’ come pensare di correre un gran premio con l’autovelox posto nel circuito, che al momento in cui acceleri ti segnala di essere incorso in un reato, avendo oltrepassato il limite di “utilità”. Giusta al riguardo questa considerazione:

      «l’enfasi sull’utile tende a produrre conoscenza poco originale, non cambi di paradigma» (Juan Carlos De Martin)

      Ho già detto abbastanza sul modo in cui si attua oggi questa classificazione fra discipline o corsi di laurea “utili” o “inutili”: in sintesi, vi è una “corrente di pensiero” secondo cui tutto ciò che puzza di cultura, di sapere astratto e speculativo (in senso filosofico) è oramai da considerare “inutile”, e pertanto ammissibile solo se privo di oneri o quasi. Il che significa ad un livello di medietà, che non aspira, né alla profondità, né all’eccellenza. Mi domando che razza di società stiamo costruendo, in un paese senza una élite politica, né un robusto ceto intellettuale, un’ “Itaglietta” regredita di oltre un secolo, e se non avesse ragione Pasolini nel denunciare che la “mezza cultura” fosse peggio della “bassa cultura”.

    • “La denuncia del matematico Mingione: «Il mio dipartimento a Parma è primo in Europa ma nella classifica italiana non è neanche tra i primi 20». Lo strano caso dell’Università privata Kore di Enna: prima in Fisica, davanti alla Normale. Checchi (Anvur): «Il nostro sistema non è pensato per mettere in luce i ricercatori al top ma per stanare gli inattivi»”

      ….ecco qui svelato il senso delle recenti valutazioni del VQR http://www.corriere.it/scuola/universita/17_febbraio_24/classifica-anvur-qualita-ricerca-premia-mediocri-penalizza-eccellenti-7275c7a0-fa8b-11e6-8a8e-992138e983bf.shtml

    • …sì, vedo:

      UNIVERSITÀ PISANE AL TOP: NORMALE E SANT’ANNA VERSO LA FEDERAZIONE. http://www.intoscana.it/site/it/universita/articolo/Universita-pisane-al-top-Normale-e-SantAnna-verso-la-federazione/
      [Esplora il significato del termine: Piccoli Atenei, Normale e Sant’Anna quinta e sesta nel mondo] Piccoli Atenei, Normale e Sant’Anna quinta e sesta nel mondo http://www.corriere.it/scuola/universita/17_marzo_07/piccoli-atenei-normale-sant-anna-quinta-sesta-mondo-1a8c4c1a-0320-11e7-abb5-4486feee70af.shtml

      Curiosamente i giornali titolano “piccolo è bello”, come se l’esempio fosse generalizzabile! E poi, se si mettono assieme non saranno più tanto piccole. Non scordiamoci che questa esperienza avviene oltretutto entro l’alveo del polo universitario pisano, ossia un complesso grande più di tre volte quello senese. Dunque non capisco come si fa a titolare “piccolo è bello” e a paragonare la Normale ad un comune ateneo. Vogliamo comprimere ulteriormente Siena alle dimensioni di un cavalluccio, per vedere se la qualità aumenta (un cavalluccio supermassiccio)? Mi pare che sfugga un concetto: una cosa è un centro super-specializzato, altra cosa un ateneo generalista; “la ricerca” è un’impresa ben strutturata e un corpo a brandelli difficilmente può produrne.

      Ogni giorno ha la sua classifica, e oggi tocca alla QS World University Rankings http://www.corriere.it/cultura/17_marzo_08/dove-si-studia-meglio-italia-mondo-edfb66cc-03ce-11e7-9858-d74470e8bbec.shtml.

      La classifica si basa su qualità della ricerca, indici di occupabilità dei laureati, numero di citazioni e impegno a favore dell’internazionalizzazione:
      “I risultati dell’analisi di quest’anno – afferma Ben Sowter, Capo del Dipartimento Ricerca di QS – indicano che il sistema universitario italiano resta forte in un’ampia varietà di discipline. Le Università italiane appaiono nella Top-50 in totale in 15 discipline, raggiungendo ottimi risultati in materie molto differenti come finanza e archeologia, fisica e arti dello Spettacolo”. http://www.globalist.it/news/articolo/212866/universit-classifica-mondiale-vince-cambridge-ma-le-italiane-si-difendono.html

      Secondo QS, Siena si piazza nelle seguenti posizioni: Archeologia (tra 101 e 150, sesta in Italia), Linguistica (tra 151 e 200, quinta in Italia), Medicina (tra 301 e 350, ventesima in Italia), Farmacia e farmacologia (tra 251 e 300, quindicesima nazionale), Economia e statistica (tra 351 e 400, ventesima nazionale), Scienze politiche e studi internazionali (tra 151 e 200, settima posizione in Italia), Scienze della vita (tra 451 e 500, ventunesima in Italia) http://www.radiosienatv.it/luniversita-siena-le-migliori-al-mondo-nella-classifica-qs-world-university-rankings/

      Se ne evince che tutto il resto, o quello che ne è rimasto, viene dopo la cinquecentesima posizione. D’altra parte Harvard non ha avuto dieci anni di blocco del turnover, lo smantellamento di intere aree scientifiche e il quasi dimezzamento del corpo docente (oltre ad avere un budget pari a due terzi dell’intero FFO italiano). Mi domando come facciano un giorno a predicare tagli e il giorno dopo a pretendere scalate alle classifiche internazionali, coloro che quotidianamente esclamano “eh so’ tropppiii!”, ritenendo che ogni soldo speso in cultura sia come buttato nella spazzatura.

      Un po’ nauseato dai deliri superomistici intorno all’ «eccellenza», vera o presunta (la guerra di tutti contro tutti, che va di pari passo con la dissoluzione di ogni idea di “comunità accademica”), osservo che qualche masaniello allieta ancora le piazze mediatiche sostenendo che i professori (latu sensu, grandi e piccini, generali e truppa, todos caballeros…) guadagnano tutti migliaia di migliaia di migliaia di … di euro insegnando mezz’ora al giorno (sic). Eppure non sfigurano nel panorama internazionale: come si spiega ciò? Ci sarà di mezzo la Massoneria? Il complotto dei comunisti? Pensa un po’ se lavorassero otto ore! È curioso che chi scrive certe castronerie, poi si ammanti dei risultati moderatamente lusinghieri che talvolta emergono dai ranking internazionali, come se fossero stati prodotti dalla comunità politica, anziché dalla comunità scientifica:

      “Negli ultimi anni il contributo dell’Italia alla produzione scientifica mondiale è aumentato dal 3,5% al 3,9%, anche se il nostro Paese non ha abbandonato il quarto posto per produttività scientifica in Europa. È infatti preceduta da Regno Unito (6,9%), Germania (6,0%) e Francia (4,2%).” http://www.ansa.it/canale_scienza_tecnica/notizie/ricerca_istituzioni/2017/02/21/universita-di-padova-bologna-e-torino-al-top-delleccellenza_2d861d1c-c7bd-4e16-af19-7a64252e4332.html

      I paesi che ci precedono investono però in ricerca mediamente 20 miliardi più di noi (6,5 miliardi di euro per 65 atenei, contro i 26 della Germania). Ciò che irrita ed amareggia, è oltretutto che “l’uomo della strada”, indignato a cottimo, nel ricorrere a certi argomenti non si rende conto che in questa affannosa rincorsa ai ranking, agli h-index, all’ASN, alla VQR, alla SUA ecc. ecc. insegnare con impegno, più che inutile, pare diventato un inconfessabile peccato di concupiscenza, benché la riduzione drastica del personale docente (qui da noi attorno al 40% un po’ a casaccio, a macchia di leopardo o a cacchio di cane che dir si voglia) richieda una mobilitazione totale. Resta da capire come potranno gli studenti di oggi, se la qualità dell’insegnamento non sarà eccelsa, produrre domani una ricerca di livello elevato.

  8. «Al di là di questo, è prevedibile il rischio che scindere da un corpo unitario alcune parti privilegiate, incoraggiandole, con incentivi e risorse, a distinguersi e distaccarsi da una istituzione, non più in grado di offrire utilità e benefici, può indurre la propensione ad istituire rapporti più duraturi e fecondi con altre strutture del medesimo livello e orientamento, con le quali interloquire e progettare congiuntamente. Potremmo assistere, in altri termini, alla nascita di tanti poli di ricerca avanzati e specializzati ma destinati a perdere ben presto caratteristiche e funzioni tipiche delle nostre università. Naturalmente, l’ulteriore conseguenza sarebbe la “pioggia sul bagnato” e il progressivo, deprimente tramonto delle università inserite in contesti economici, sociali e culturali più periferici e disagiati.»
    http://www.roars.it/online/ce-la-meritiamo-questa-premialita-che-si-avvicina-riprendiamo-a-discutere-dei-ludi-dipartimentali/

    Praticamente la metafora della “banana”: buttare la parte marcia e mangiare quella ancora buona. Geniale, se viene attuato in questo modo il famigerato ridisegno del sistema universitario.
    Siamo sicuri che non stia già accadendo? Cosa sta già succedendo dalle parti dello Human Technopole? Che fine faranno i dipartimenti come Lettere e Filosofia considerati superflui e “bivacco di perditempo, dai professori fino ai loro studenti” (una delle ultime definizioni sentite dal popolo dell’osteria)?

    • «Scuole universitarie professionali», che preparino per le lauree brevissime e pratiche, non sono appunto le Fachhochschulen? D’accordissimo, purché non si spaccino per “università” e si dica chiaramente se questo sarà il destino di chi non costituisce il fulcro dei costituendi “hub”. Comunque sono ganzi quelli sostengono la necessità di ridimensionare gli atenei di provincia, approvano i tagli di insegnamenti e il brutale ridimensionamento del corpo docente … e poi mandano i figlioli a studiare a Milano.

  9. «Fra 10 anni vedremo la fine del processo di differenziazione, se non partiamo ora domani sarà troppo tardi e le caselle riempite».

    Non posso giudicare la veridicità di questa dichiarazione e la fonte, anche se la persona che l’ha riportata è degna di fiducia.

  10. La dichiarazione dell’anonimo osservatore, riportata da Andrea, mi sembra una previsione corretta e molto realistica.

    • Chiudere il corsera e repubblica per imbecillita’?

    • in attesa dell’esito dei “Ludi dipartimentali”, ennesimo certame che dovrà sancire con cospicui doni il primato di un gruppo ristretto di dipartimenti, tutto pare avvolto in un insolito silenzio.

      “Consummatum est”
      (Gv 19,30, sesta parola di Cristo sulla croce)

  11. Unico evento da segnalare, in questo periodo di torpore, ieri il MIUR ha pubblicato la lista dei primi 350 dipartimenti ammessi al girone finale dei “ludi dipartimentali” http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/ministero/cs120517 . Si tratta di dividere un bottino di 271 milioni fra 180 dipartimenti e la decisione è controversa. Da una prima occhiata provo un senso di sconcerto, anche se sicuramente la graduatoria ha seguito criteri “oggettivi” (mai chiedersi se, oltre che oggettivi, furono anche giusti). Tra i primi 180 della lista, con molti ex aequo, di dipartimenti senesi ne appaiono tre. In tutto nella lista dei 350 finalisti, ne appaiono dieci (più la “stranieri”) su sedici. Probabilmente alcuni alla fine della gara conquisteranno l’agognata ricompensa. Perplessità a parte, quella che si delinea è una gerarchia: si saprà chi comanderà in futuro, ossia chi porterà i quattrini. Non so tuttavia se questa elargizione, essendo quinquennale, garantirà anche la sostenibilità nel tempo dei contratti che verranno stipulati e consentirà dunque di porre rimedio a problemi strutturali (lo svuotamento delle cattedre) dell’ateneo. Contemporaneamente ripartono le “cattedre Natta” e dubito che un cervello in fuga, ambito da tutti perché fornito di una cospicua dote, opterà per tornarsene da Harvard a Canicattì. Così si delineerà più marcatamente anche una gerarchia fra atenei, secondo il progetto di tracciare un confine sempre più accentuato fra atenei di serie A e di serie B. Nonostante la timida e si spera crescente ripresa del turnover, le aree scientifiche dell’ateneo senese che hanno subito maggiormente gli effetti dei pensionamenti (e non è finita!) non potranno rimpiazzare le perdite, se non in minima parte e non è chiaro come possano partecipare al Palio con un cavallo azzoppato. Dunque il dado è tratto e l’università ha subito una metamorfosi irreversibile. Si va verso un sistema integrato degli atenei in cui atenei medio piccoli come Siena avranno compiti ben circoscritti. Come ho ripetuto fino alla nausea (e non intendo ripetere più, visto che chi voleva capire, ha capito) ciò comporterebbe, come logica conseguenza, che si prendessero altre misure, ma in Italia tutti sono buoni ad attuare solo la pars destruens delle riforme. La mutagenesi dell’ateneo è avvenuta nel silenzio assordante della politica (vecchia e nuova) e della cultura senese, senza l’ampiezza di un respiro pubblico, sicché anche chi scrive in questo blog ha finito per subire la sorte del “marziano a Roma” di Ennio Flaiano. Politici vecchi e nuovi, giornali ed intellettuali hanno taciuto “all’unisono” o si sono accontentati di slogan buoni per tutte le stagioni: nonostante gli schiamazzi, i pesci in faccia e le risse quotidiane su ogni altra questione, non un vagito sul destino dell’università e sul senso di ciò che stava accadendo. Se ne evince che il consenso è così vasto, da non richiedere nessun approfondimento. Attendendo gli sviluppi e le ricadute di quest’aspra e singolar tenzone nazionale per ripartirsi le quote dei “ludi dipartimentali” e delle “cattedre Natta”, vi saluto mestamente. Ascolto alla radio un oratorio del Carissimi, che narra del giudizio di Salomone. Una donna esclama: “rectum judicium tuum, o rex, nec mihi, nec tibi! Dividatur”.

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