Risvegli da un sonno profondo di sei anni per docenti, amministrativi, giornali stampati e online, istituzioni senesi

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L’ombra lunga di Berlinguer e Tosi sull’Ateneo senese con i loro candidati Frati e Petraglia

Frati e Petraglia

Frati e Petraglia

Di seguito la trascrizione integrale di un’altra parte dell’intervista di Orlando Pacchiani (per Radio Siena TV) ai candidati rettori, nella trasmissione Siena Diretta Sera del 19/05/2016. Il blogger Raffaele Ascheri  (l’Eretico di Siena)  chiede ai tre docenti «un giudizio sintetico, ma il più chiaro, efficace e tagliente possibile su Luigi Berlinguer e Piero Tosi» che, con elezioni bulgare e candidature uniche, in tempi diversi, sono stati alla guida dell’Università di Siena per ventuno anni. Quando si scoprì il dissesto economico-finanziario dell’Ateneo (una voragine nei conti da 270 milioni d’euro), fu subito chiaro che un crac di tali proporzioni dovesse avere origini lontane e responsabilità ben precise, che qualcuno fece risalire anche ai fastosi festeggiamenti del 750° anniversario dell’Ateneo senese. Con Silvano Focardi, che consegnò in Procura una memoria sul dissesto, ci fu una discontinuità di quattro anni alla guida dell’Università e in seguito, con l’aiuto di Berlinguer e Tosi, s’insediò Angelo Riccaboni, con un’elezione tanto irregolare (e non ancora chiarita) da far ammettere al Ministro interrogato dai magistrati: «soltanto oggi vengo a conoscenza del fatto che nessun elettore è stato identificato; se avessi saputo di detta irregolarità, non avrei nominato Riccaboni.» Appare, perciò, utile la domanda dell’Eretico che può fare chiarezza sugli sponsor accademici scomodi dei candidati, specialmente su quei personaggi che hanno avuto un ruolo nel dissesto economico-finanziario dell’Ateneo senese. Si dice che Frati e Petraglia sono le due facce della stessa medaglia, rappresentata dal gruppo Berlinguer e Tosi che, con l’elezione di uno dei due loro candidati, porrebbe una pietra tombale sulle speranze di chiarire le responsabilità della voragine nei conti e del degrado, anche morale, di un Ateneo dal glorioso passato. Vediamo le risposte dei tre candidati.

Raffaele Ascheri (Eretico di Siena). Sono presenti in studio i tre candidati all’ambitissima poltrona di Rettore dell’Università di Siena; ovviamente, ci sarebbe molto da chiedere, molto da dire a tutti e tre, ma lo faremo nel blog nelle prossime giornate, nelle prossime settimane, di qui all’appuntamento elettorale. Con il poco tempo che abbiamo a disposizione, però, almeno una cosa la possiamo fare: cioè, domandare, partendo da uno stimolo del blogger Giovanni Grasso – che è colui che segue più direttamente e da vicino le vicende dell’Università, e da tempi davvero non sospetti – provocazione secondo la quale bisognerebbe candidare a rettore Aldo Berlinguer, il figlio del più noto Luigi, provocazione che è di questi giorni, pubblicata sul suo blog “Il senso della misura”. Ecco, partendo proprio da questa, chiederei a tutti e tre i candidati che cosa pensino del passato, soprattutto del passato non attuale, cioè di Luigi Berlinguer e di Piero Tosi; coloro che per molti anni hanno guidato in tempi diversi e in contesti differenti, soprattutto da quelli attuali, l’Università di Siena; perché avere un loro giudizio sintetico, ma il più chiaro ed efficace possibile, su queste due figure, Berlinguer prima e Tosi dopo, davvero potrebbe darci un segno importante. Quello che raccomanderei è che la loro analisi, il loro giudizio, fosse la più tagliente possibile o quanto la più chiara, se possibile, perché anche se loro dovranno ricoprire un incarico che ha un suo valore anche in qualche modo politico, però non sono politici senz’altro di professione e non so se poi ambiranno ad esserlo in futuro, ma quindi da loro si può pretendere, per non dire esigere, chiarezza di giudizio. Sintesi e chiarezza di giudizio; questo è quello che io chiedo a loro, in attesa ovviamente delle loro risposte. Grazie.

Francesco Frati. Mi pare che l’Eretico abbia fatto due domande. La seconda, è quella relativamente alla chiarezza rispetto ai contenuti e a quello che vogliamo fare in futuro, e credo che sia importante soprattutto parlare del futuro. E credo che questa chiarezza stia nelle cose che abbiamo detto oggi e in quello che abbiamo scritto nel programma. Credo che questo sia un momento in cui si debba parlare del futuro. Con riferimento ai vecchi rettori che l’Eretico ha citato, devo dire che, anche per motivi anagrafici, rispetto a loro ho una distanza veramente di tipo anagrafico che mi permette di dire che mi mette molto in difficoltà nel dover esprimere un giudizio, perché lo esprimerei su delle cose che non ho toccato con mano e rispetto alle quali non posso dare un giudizio. L’unica cosa che posso dire è che, io credo, negli ultimi trent’anni, che più o meno è il periodo a cui si fa riferimento, credo che l’Università sia cambiata moltissimo e credo che il lavoro che deve fare un rettore ora è profondamente diverso dal lavoro che doveva fare un rettore trent’anni fa, ma tutto sommato, anche venti o quindici anni fa.

Alessandro Rossi. Molto più sintetico del Prof. Frati. Quei mandati rettorali hanno dimostrato di sostenere, mi scusi il gioco di parole, uno sviluppo insostenibile dell’Università; se no l’Università, evidentemente, non avrebbe avuto quella condizione di grave sofferenza economica. Credo, e ribadisco, che l’Università oggi non assomiglia e non può più assomigliare all’Università neppure dei sei anni passati, perché il mondo è profondamente cambiato, abbiamo soltanto avuto la possibilità di accennare ad alcuni aspetti; ma l’Università di Siena certo non si può permettere di essere ferma, deve rinnovarsi per affrontare gli aspetti che precedentemente sono stati toccati, perché altrimenti finiscono per essere slogan e titoli; parlo dell’internazionalizzazione, dell’attrattività, parlo della mobilità degli studenti. Questi richiedono dei progetti specifici e una riorganizzazione amministrativa e, sotto certi aspetti, anche di mentalità dell’intero corpo docente.

Felice Petraglia. Io tra l’ottanta e il duemila ho lavorato in giro per l’Italia e per il mondo; quindi, non ero qui! Posso dire che ho conosciuto il Prof. Tosi, perché fu lui che mi venne a scoprire quando ero a Udine, devo il mio ritorno a Siena appunto al momento in cui lui era rettore, quindi l’ho conosciuto meglio. Però erano gli ultimi anni, appunto, di una lunga serie di gestione delle cose. Non posso esprimere assolutamente giudizi né per l’uno né per l’altro; mi sembra in questo senso, giustamente, come dicevano prima i colleghi, è cambiato sicuramente il modo di gestire l’università, perché c’erano altre condizioni economiche. Ora, bisognerebbe essere molto preparati per fare dei confronti tecnici, economici, gestionali; sicuramente sono stati anni di grandi aperture: siamo passati a molte facoltà e probabilmente questo era un momento d’oro, c’erano tante possibilità, purtroppo poi, con alcune problematiche di spesa che sono subentrate dopo. Insomma, sarebbe un argomento trattato negli anni e giustamente non è facile esaminarlo in una risposta breve. Furono, di sicuro, personaggi importanti, insomma, rimarranno nella storia.

Raffaele Ascheri (commenta il giorno dopo su “Eretico di Siena”). P.S. 3 – Ieri sera, a “Siena diretta sera”, abbiamo domandato ai tre candidati a Rettore cosa pensassero del tandem delle meraviglie Luigi Berlinguer-Piero Tosi: così, tanto per avere un’idea. Il buon Frati si è furbescamente trincerato dietro il gap generazionale tra lui e gli altri due; il Rossi, almeno, ha parlato esplicitamente di “sviluppo insostenibile”, a proposito dei due ex, per poi sdirazzare su tutt’altro; il Petraglia – visibilmente infastidito dalla domanda – non ha risposto per niente, e alla fine li ha comunque definiti due Rettori che entreranno nella Storia. Una prima idea, dunque, ce la siamo fatta: avanti così, le elezioni si avvicinano…

Pubblicato anche da:
il Cittadino online (30 maggio 2016) con lo stesso titolo.
retewebitalia.net (Il primo network italiano dei quotidiani online) (30 maggio 2016) con lo stesso titolo.
– Bastardo Senza Gloria (30 maggio 2016) con il titolo: «Chi dei tre candidati a Rettore dell’Università di Siena ha il coraggio di giudicare le gestioni di Luigi Berlinguer e Piero Tosi?»

Siena: le prime cinque domande dei 5 stelle ai tre candidati rettore

Felice Petraglia - Alessandro Rossi - Francesco Frati

Felice Petraglia – Alessandro Rossi – Francesco Frati

Logo5stellesienaLettera aperta ai “magnifici” candidati (meetup 20/05/2016)

Fra non molto l’Università di Siena eleggerà il nuovo Rettore. In considerazione del fatto che si tratta di un ruolo fondamentale per il futuro della città, crediamo giusto rivolgere ai candidati alcuni quesiti. Questi sono i primi cinque, tanto per cominciare …

1. il 4 novembre 2004 l’Università di Siena ratificò, insieme a molte altre Università italiane, la Convenzione di Messina sull’Open Access: “verso l’accesso aperto alla letteratura di ricerca“, riconoscendo e sottoscrivendo la Dichiarazione di Berlino. A distanza di 12 anni non sembra che l’Ateneo senese abbia fatto molto in termini di Open Access che, lo ricordiamo, prevede due clausole fondamentali per la divulgazione dei prodotti della ricerca sviluppati all’interno dell’Ateneo usufruendo di risorse pubbliche:
a) L’autore(i) ed il detentore(i) dei diritti relativi a tale contributo garantiscono a tutti gli utilizzatori il diritto d’accesso gratuito, irrevocabile ed universale e l’autorizzazione a riprodurlo, utilizzarlo, distribuirlo, trasmetterlo e mostrarlo pubblicamente e a produrre e distribuire lavori da esso derivati in ogni formato digitale per ogni scopo responsabile, soggetto all’attribuzione autentica della paternità intellettuale (le pratiche della comunità scientifica manterranno i meccanismi in uso per imporre una corretta attribuzione ed un uso responsabile dei contributi resi pubblici come avviene attualmente), nonché il diritto di riprodurne una quantità limitata di copie stampate per il proprio uso personale.
b) Una versione completa del contributo e di tutti i materiali che lo corredano, inclusa una copia della autorizzazione come sopra indicato, in un formato elettronico secondo uno standard appropriato, è depositata (e dunque pubblicata) in almeno un archivio in linea che impieghi standard tecnici adeguati (come le definizioni degli Open Archives) e che sia supportato e mantenuto da un’istituzione accademica, una società scientifica, un’agenzia governativa o ogni altra organizzazione riconosciuta che persegua gli obiettivi dell’accesso aperto, della distribuzione illimitata, dell’interoperabilità e dell’archiviazione a lungo termine.
Nel bilancio dell’Ateneo Senese la spesa per l’accesso alle riviste scientifiche assume un ruolo preponderante nel capitolo delle uscite, vedendo talvolta l’Ateneo costretto ad acquistare i lavori dei suoi stessi ricercatori.
Nel caso fosse eletto Magnifico Rettore, come intende perseguire gli scopi citati nella Dichiarazione di Berlino e nella conseguente Convenzione di Messina per ridurre i costi relativi all’acquisto dell’editoria scientifica?

2. Rispetto alle altre due università toscane – Pisa e Firenze – l’Ateneo senese si trova in una condizione di incertezza per la sua collocazione nel contesto regionale. Come ha recentemente dichiarato il Prof. Emilio Barocci in una intervista, “[…] Siena è invece un boxeur che è appena andato ko, si è ripreso ma ancora non sa bene quale futuro potrà avere”. Qual è la sua visione ideale di collocamento dell’Ateneo senese nel contesto formativo universitario regionale ?

3. Prosegue, se pur a rilento, l’inchiesta sul “buco di bilancio” di cui è stato protagonista l’Ateneo negli anni 2004-2007, dove risultano attualmente 14 indagati tra cui i due ex rettori Piero Tosi e Silvano Focardi, imputati a vario titolo di abuso d’ufficio, falso ideologico e peculato. Il “buco” di cui si parla è una cifra enorme, circa 200 milioni di €, faticosamente ripianati con importanti sacrifici economici da parte dell’intera struttura e con il conseguente innalzamento delle rette che gli studenti devono pagare per studiare nell’Ateneo.
Nel processo, l’Università di Siena si è costituita parte civile: nel caso la Procura dovesse confermare le ipotesi di reato, come utilizzerebbe i risarcimenti che – auspicabilmente – potrebbero arrivare ?

4. L’Università di Siena è una tra le più antiche d’Europa, nata nel 1240 dalle scuole di Medicina e Diritto: ancora oggi l’Area Biomedica sembra essere un importante motore trainante per l’intera istituzione, tanto da riuscire – almeno così si dice – ad eleggere un Rettore. Fermo restando che due dei tre candidati provengono proprio dall’Area Biomedica, considerando inoltre le dichiarazioni più volte rilasciante anche dal Governatore Rossi sull’intenzione di realizzare a Siena un importante polo di Ricerca per le Scienze della Vita (Tuscany Life Science) alle quali però si susseguono “attacchi” e depotenziamenti alla sanità senese, come vede il futuro dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese e, soprattutto, come si riuscirà a renderla sostenibile economicamente?

5. Al di là degli eventi e dei proclami di questi ultimi anni, i dati indicano una progressiva diminuzione del numero degli studenti e riduzione costante delle matricole. I dati, sempre nel contesto toscano, parlano chiaro: gli immatricolati delle lauree di primo livello negli ultimi 10 anni sono rimasti stabili a Pisa, diminuiti del 14% a Firenze e precipitati a –62% a Siena.
Se venisse eletto Rettore, quali politiche intende attuare per rendere più accattivante l’Ateneo senese e provare ad invertire la tremenda spirale al ribasso delle iscrizioni?

Alessandro Rossi: «senza la ricerca “pura” la ricerca applicata si inaridisce»

Altan-ricercaRabbi Jaqov Jizchaq. Scovo su La Repubblica queste tre domande rivolte ai candidati rettore senesi:

1) I tempi del bilancio in rosso di Siena sembrerebbero lontani. Dopo alcuni anni di cautela è arrivato il momento di tornare a investire: quali le priorità?

2) Siena è una città piccola, che ha fatto la sua forza nell’essere a misura di studente. Eppure in dieci anni le iscrizioni sono calate del 62%. Come riconquistare la fiducia dei giovani?

3) Quale sarà la vocazione dell’Università di Siena per il futuro?

Colgo tre brani dalle risposte:

Rossi. «Non è ammissibile distinguere tra sapere e ricerca utili e inutili sulla base del loro “valore di mercato”. Senza la ricerca “pura”, la ricerca applicata si inaridisce. Il necessario rapporto con il mondo del lavoro non può tradursi in una riconversione dell’Università in un’Accademia professionale di massa. L’Università non insegna solo una professione, ma anche un metodo di pensiero.»

Parole sacrosante… non solo perché, come diceva un famoso scienziato, non è possibile giustificare l’attività di nessun vero scienziato/a sulla base dell’ ”utilità” immediata del suo lavoro, quanto forse per il suo opposto: oramai (almeno da Hiroshima in poi) gli intrecci tra scienza pura ed applicata e le ricadute a breve termine sono tali, da rendere tale distinzione, non solo eticamente insostenibile, ma anche teoricamente insensata: simul stabunt vel simul cadent. Peccato che un aspetto del cosiddetto risanamento sia stato proprio la cancellazione, già effettuata o in corso, di tutte le aree delle scienze astratte e speculative. Un processo, temo, oramai irreversibile. Non so se dalle ceneri sorgerà un vendicatore.

Frati. «Innanzitutto la ricerca, con investimenti finanziari e in risorse umane, anche attraverso un programma di sostegno al reclutamento di giovani talenti.»

Sì, ma con quali danari? Date le persistenti condizioni finanziarie dell’ateneo (frettolosamente dichiarato “risanato”) non ti verrà consentito di accedere a quote significative di turnover. E la situazione al riguardo è quella drammatica più volte ribadita.

Petraglia. «Va fatto un salto di qualità per garantire un’offerta formativa competitiva a livello internazionale, potenziando e valorizzando lauree specialistiche, master, dottorati di ricerca e scuole di specializzazione. L’obiettivo è far parte delle prime 100 migliori Università europee.»

Giustissimo… ma il “risanamento”, se non erro, è avvenuto dimezzando il corpo docente e chiudendo decine di corsi di laurea (moltissime magistrali) o accorpandone altri: non ci giurerei sul fatto che ciò che è rimasto in piedi sia il meglio che c’era. Per non dire della strage di dottorati: il programma di riduzione dell’ateneo senese a “teaching university”, cioè sede distaccata produttrice di diplomati triennali, va avanti subdolamente. Sempre Repubblica descrive infatti così la “mission” dei tre atenei toscani: «Pisa sta consolidando la sua tradizione in materie scientifiche (anche grazie alla Scuola Normale e del Sant’Anna) con una forte attenzione alla formazione post laurea e alla ricerca. Siena è una università specializzata nella didattica di primo livello per alcune discipline».

Allora vorrei capire se il nostro agitarsi non sia puramente velleitario, visto che i giochi paiono già fatti politicamente “in alto loco”.

Almeno i candidati a Rettore risponderanno alla domanda «dove va l’Università di Siena?»

StemmaUnisiRabbi Jaqov Jizchaq. Leggo che una peculiarità del sistema italiano è la “dispersione della performance”, non la sua concentrazione in pochi atenei. Cioè a dire le “eccellenze” sono distribuite in modo abbastanza uniforme. E per converso direi che anche le sedi d’eccellenza hanno al loro interno diverse schifezze. Soggiungo che, nel momento in cui si parla di concentrazioni in “grossi hub”, verosimilmente regionali, curiosamente non si dice come ciò dovrebbe avvenire, né si nota, per esempio, che non esiste alcun serio sistema per consentire ai docenti, in una maniera che non sia eccezionale (sicché non costituisca “l’eccezione che conferma la regola”), di transire da una sede a un’altra.

Il seguito dato all’articolo 3 della riforma, relativo alle collaborazioni inter-ateneo, in quei settori dove i singoli atenei non abbiano più la possibilità di fare da soli – al di là dei dottorati Pegaso – mi pare che sia piuttosto scarso, anche perché il contenuto di questo articolo si riduce a poco più di una blanda esortazione, non accompagnata da un progetto vero e proprio, né dalla garanzia che atenei come Siena diventino ancor di più “provincia dell’Impero”, luogo di merende e scampagnate, deposito temporaneo di docenti svogliati, accentuando quei fenomeni deleteri (assenteismo, instabilità, totale indifferenza al destino dell’istituzione) che già hanno contribuito alla loro decadenza.

Egualmente non ho capito come potrebbe aver luogo operativamente in Italia la distinzione fra “teaching” e “researching university”, assente dall’attuale quadro normativo. Ma anche se ciò fosse reso possibile, mediante una riforma (della riforma) che cancellasse, tra le altre cose, l’eufemistica “autonomia universitaria”; se cioè ricerca e insegnamento venissero messi definitivamente su binari diversi (e se lo saranno, si spera che almeno si riconoscerà una dignità all’insegnamento, visto che con gli attuali meccanismi premiali è inteso quasi come una punizione per bambini cattivi), è evidente che ciò porterebbe con sé anche una totale deregulation e la differenziazione degli stipendi a seconda della sede: la “contrattualizzazione” del corpo docente, che consentirebbe di differenziare la retribuzione dei professori più bravi.

Anche questo è un tema che ronza nell’aria e, prima o poi, verrà messo sul piatto. Ma, è evidente a questo punto che i ricercatori più bravi (salvo asceti e flagellanti) migrerebbero verso gli atenei più ricchi e maggiormente dotati di risorse. Questi, perciò stesso, incrementerebbero il loro vantaggio e si creerebbe una spirale virtuosa che per gli altri si trasformerebbe in circolo vizioso, spalancando sempre di più la forbice in modo irreversibile. Come Superciuk, il sistema continuerebbe a salassare i poveri per donare ai ricchi, ma lo farebbe in nome della meritocrazia.

Uno la può pensare come vuole al riguardo e può farsi paladino di un modello che preveda la netta distinzione tra insegnamento e ricerca, ma quello che volevo sottolineare, e che mi inquieta, è come al momento non vi siano regole per porre in atto questo vagheggiato modello. Quando ci sono le regole del gioco, uno può decidere di giocare o di astenersi, e se gioca, sapendo quali sono le regole, può anche rassegnarsi a perdere; ma è evidente che un gioco senza regole, con regole cangianti, con regole varate “a posteriori”, ha tutto l’aspetto di una truffa. La gente non può passare tutta la vita ad aspettare che in alto loco si decidano su quale modello adottare, cambiando continuamente le regole del gioco.

“Nell’anima non ho neanche un capello bianco”, dice Vladmir Majakovskij, ma nella zucca io ne ho assai e non ne avevo quando si cominciò a parlare della sorte dei “giovani ricercatori”. Fu anche detto in alcune sedi, ad uso dei creduloni, che il pensionamento di 350 professori apriva la strada al reclutamento di centinaia di “giovani ricercatori” (e il modo ancor m’offende). In realtà si trattò solo del taglio di 350 posti di lavoro, tutti di docente, che preludeva all’instaurazione di un diverso “modello” di università. Dopo anni, solo adesso si è aperta la possibilità di trasformare un po’ di ricercatori in associati (gente che, di fatto, già svolgeva il ruolo di associato). Ma non si tratta, appunto, di posti nuovi, bensì solo di avanzamenti di gente già di ruolo e non più giovanissima, e anche qui è evidente che coloro i quali operano nei settori che non rientrano in questo nuovo “modello”, non hanno speranza alcuna. I giovani, intanto, come affermava Benedetto Croce, hanno un solo compito: quello di invecchiare.

Facciamo due conti.
– L’Italia ha 130.000 studenti in meno su 1.700.000 negli ultimi cinque anni, cioè intorno all’8%: ma a Siena, se i dati sono quelli riportati, siamo intorno al 30%!
– L’Italia ha perso 10 mila docenti e ricercatori dal 2008 al 2015. Per quanto riguarda i docenti di ruolo, si tratta di oltre il 13% del personale docente, contro una media del 5% del pubblico impiego. Ma se è vero, com’è vero che a Siena stiamo passando da 1062 docenti (nel 2006) a 712 (oggi) siamo al 33% di perdite e l’ateneo senese si sta riducendo a un terzo di quello pisano o fiorentino.
Aggiungo che oramai è un’asfissiante propaganda pressoché quotidiana e bipartisan, quella che vuole un ridimensionamento del sistema degli atenei, con la concentrazione delle risorse in “pochi hub”. Alla luce di tutto ciò risulta sempre più urgente un chiarimento: dove va l’Università di Siena? Una risposta, prima o poi, è dovuta. Si narra di un martire arrostito sulla graticola, che avverte i torturatori: «Potete girarmi, da questo lato sono già cotto», ma non tutti posseggono questo sublime sense-of-humor.

Chi prefigura un definitivo ridimensionamento dell’ateneo senese si dispone di fatto ad accettarne il ruolo di sede distaccata

Altan-ragionareRabbi Jaqov Jizchaq. Scovo questo editoriale di Gramellini in cui il vicedirettore della Stampa auspica, a proposito delle università del Sud (ma il discorso per estensione vale anche per il Nord): «una drastica riforma universitaria anti-clientelare che spazzi via il pulviscolo delle facoltà che fabbricano disoccupati e concentri ogni risorsa su quattro-cinque atenei, uno per regione, facendone poli di eccellenza.»

A parte che, nel troiaio inguardabile che è scaturito dalle recenti riforme, le Facoltà non esistono più (dura ad entrare nella mente della gente!), oramai è letteralmente un coro di voci che spinge in questa direzione: pochi “hub” regionali e il resto, o chiuso, o sede distaccata (“teaching university”), e mi chiedo perciò a che gioco stia giocando chi – con insopportabile narcisismo magari però reputando sé stesso indispensabile – con la scusa di rilanciare l’ateneo, auspica lo smantellamento o riduzione a rango ancillare e di profilo infimo di ulteriori aree scientifiche, e un ulteriore contrazione della ricerca e dell’offerta formativa.

È infatti evidente che il gongolarsi nella retorica di un piccolo (e dispendioso) ateneo autonomo, contrasta visibilmente con le tendenze di tutta la politica nazionale. Oggi chi (alcuni apertamente e alcuni velatamente) prefigura un definitivo ridimensionamento dell’ateneo, si dispone di fatto ad accettare il ruolo di “provincia dell’Impero”, sede distaccata di potentati accademici siti altrove. È possibile evitare tutto ciò? Dicono di no, perché così vuole il fato. Ma allora, se Dio, la politica regionale, il ministero, i media e le autorità politiche locali perseguono questo obiettivo, cerchino almeno di essere conseguenti. Difatti è più apprezzabile chi dice cosa vuol fare e lo fa, di chi dice una cosa, ma ne fa un’altra. Si intende che è il vostro progetto, non il mio: io, nel mio piccolo, partecipando come utente alla discussione di questo blog, faccio solo opera maieutica per cavarvi di bocca il non detto.

Anzitutto (e non da ora) non è chiaro cosa si intenda farne delle decine di persone condannate all’epurazione perché operanti in quei settori che si è convenuto di abbandonare. Per ora domina l’eufemismo e la purga è chiamata “lassativo”. Quando un genovese muore, dicono che “si è tolto dalle spese”. Volete creare grossi poli regionali in cui le varie materie godano di una massa critica sufficiente a produrre quella ricerca necessaria per far contenta l’ANVUR e per rientrare nei ranking internazionali? Ebbene, fatelo, se avete il potere di farlo.

Ma diteci innanzitutto che cacchio sono le “teaching universities” e chi le paga, se le risorse vengono elargite essenzialmente sul volume dei “prodotti della ricerca” (VQR, SUA…), come si dice oggi, con linguaggio da venditori di saponette. Chi ci si iscriverà? Con quale spirito verranno gestite, se la didattica non conta più assolutamente nulla, né per la carriera dei singoli, né per il finanziamento delle strutture? Come si attua la mobilità? In passato ebbi a scrivere che se è comprensibile la strenua resistenza di chi è ancora vivo, che fa bene a resistere, non si capisce cosa abbia da perdere dall’ipotesi di migrare a cinquanta chilometri (magari essendo residente a Poggibonsi) chi a Siena già è stato ammazzato e non ha speranza alcuna di risurrezione: ma come si fa a non sottolineare che a ciò manca persino il quadro normativo?

È chiaro che i problemi più grossi non sono risolubili in sede locale, dall’impianto normativo ai finanziamenti («Eurostat, Italia maglia nera in Europa per spesa pubblica per l’istruzione: il 4,1% del Pil, peggio della Romania»). Capisco inoltre che una risposta precisa a queste domande sarebbe possibile solo se non fossimo in Italia. Qui, tradizionalmente, la politica è lasciare che tutto imputridisca, sperando che si manifesti poi casualmente un qualche miracoloso potere salvifico delle muffe generate spontaneamente, come una specie di Pennicillina.

P. S. Dimenticavo questa considerazione. Mi par di capire che alcuni sostengono una più raffinata teoria del fritto misto: molte triennali (“teaching university”), dove lavora un esercito sotterraneo di schiavi, che insegnano perché qualcuno evidentemente ha stabilito non essere adatti alla ricerca, affiancate da un paio di esperienze “d’eccellenza”. Ma basterebbe per tenere in piedi un ateneo che voglia dirsi “autonomo” e “generalista”? Può, viceversa, a questi lumi di luna, sussistere un piccolo ateneo rifondato al grido di battaglia “pochi ma bòni” (con conseguenti purghe)? Siccome la risposta a quest’ultima domanda retorica tremo sia inesorabilmente NO, non v’è chi non veda che anche dietro questa teoria c’è implicita (ma non inconscia) l’accettazione del ruolo ancillare e subalterno cui alludevo: i poli “d’eccellenza” sarebbero cioè eccellenze decentrate, un po’ come la FIAT di Melfi, presidio locale di uno “hub” regionale con la testa altrove. Se infatti la didattica deve essere intesa essenzialmente come punizione che non dà premi, il lato B (“teaching university”) di questa ipotesi “ibrida” costituirebbe per gli eroici ricercatori solo una inutile zavorra che ne offuscherebbe la gloria; a meno che, appunto, il tutto non faccia parte di un agglomerato più vasto dove luci e ombre si bilancino.

Soggiungo che non c’è un modo per barcamenarsi. L’ipotesi dei grandi “hub” è come una lavagna dove esistono solo la colonna dei “buoni” e quella dei “cattivi”, non di quelli mezzi e mezzi: niente Limbo e un Purgatorio solo fittizio, perché come già ribadito ad nauseam, i meccanismi premiali e del turnover non fanno che acuire le distanze, funzionando come il mitico Superciuk dei fumetti di Alan Ford, ossia una specie di “Robin Hood al contrario” che arricchisce i già ricchi e impoverisce i già poveri. Il declino non pare pertanto essere reversibile: se in un’area eccellentissima ci sono sette magnifici ricercatori e sei di questi sette Samurai ti vanno in pensione senza poter essere sostituiti, tu perdi anche quelle eccellenze che possiedi. Al settimo Samurai non resta che fare harakiri.

A mio modestissimo avviso tutto questo dovrebbe essere posto in primo piano nella campagna elettorale per il futuro rettore; il mondo politico, locale e nazionale, andrebbe interrogato senza peli sulla lingua per capire dove esattamente si intende portare il sistema universitario, e a che vale il nostro affannarsi.

Io era tra color che son sospesi (Inferno, Canto II).

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