È proprio vero quel che dice Aldo Berlinguer: «il mio nome è un bersaglio che piace e fa notizia»

Aldo Berlinguer

Aldo Berlinguer

Berlinguer jr. condannato. Soldi pubblici per la sua villa   (il Giornale, 9 luglio 2016)

Fabrizio Boschi. Berlinguer è un cognome che a Siena fa eco. Ad importarlo da Sassari è stato, nel lontano 1969, il «grande vecchio», Luigi Berlinguer, ex ministro della Pubblica istruzione con Ciampi, Prodi e D’Alema, cugino di Enrico e di Giovanni Berlinguer. A portare avanti il buon nome della «casata» è oggi il figlio Aldo, che in città non si è fatto mancare nulla, neppure i guai: in questi giorni la Corte dei Conti lo ha condannato a risarcire 819mila euro al ministero dello Sviluppo economico. L’accusa sostiene che sia stato l’ideatore, il regista e il filo conduttore di una truffa aggravata per l’ottenimento di un finanziamento, erogato in tre tranche fra il 2005 e il 2008, che invece di venire usato per lo sviluppo di un’attività professionale di consulenza (come dichiarato al ministero), è servito per comprare Villa Atzeri a Cagliari, una porzione della quale è stata poi acquistata con due spicci da Aldo Berlinguer, per suo uso privato.

La società beneficiaria di quel finanziamento pubblico era la Slc Service (poi fallita), con sede a Siena, di cui Berlinguer era amministratore. Tale società di consulenza dichiarò l’intenzione di spostare la sede legale a Cagliari e di incrementare le proprie attività in Sardegna. Tutto falso. Il finanziamento doveva servire, infatti, per l’acquisto di Villa Atzeri, dove sarebbero stati aperti i nuovi uffici della Slc. False le fatture, false le assunzioni di 22 dipendenti, falso che la Slc fosse operativa a Cagliari, falso il precipitoso allestimento di una parvenza di sede sociale a Villa Atzeri: un teatrino per ingannare gli ispettori ministeriali che visitarono l’immobile nel 2008. Vero solo che Aldo Berlinguer, «grazie a un complesso e a tratti sorprendente rapporto contrattuale con la Slc Service», scrivono i giudici nella sentenza, sia divenuto proprietario del piano nobile della villa (8 vani e mezzo) versando «l’irrisoria somma di 75mila euro».

All’epoca Aldo Berlinguer era consigliere della Mps Gestione Crediti Spa ed esperto, dunque, in materia di sovvenzioni pubbliche. La pratica di finanziamento venne istruita, infatti, dalla stessa Mps. Tutto torna. La procura lo accusa di aver indotto in errore il ministero in merito alla sussistenza dei requisiti per il finanziamento, che si proponeva di sostenere lo sviluppo di aree depresse della Sardegna.

Una volta un giornalista definì l’intreccio che da sempre c’è a Siena tra politica, informazione e finanza, un «groviglio armonioso». Lo stesso groviglio, tra banca, università e politica, nel quale hanno sempre sguazzato i Berlinguer. Aldo, oggi 47enne, ha da sempre beneficiato di quel «sistema Siena» del quale il padre è stato l’inventore. Centro del potere politico e finanziario, una città dove chi ricopriva cariche istituzionali e di partito (prima Pci, oggi Pd), era unto da un senso di onnipotenza e di intoccabilità. Bastava far parte di quel groviglio, per beneficiare di nomine, promozioni e avanzamenti di carriera. Come è successo ad Aldo.

Nel 2002 è nel cda dell’Aeroporto di Siena (fino al 2007), dal 2009 al 2012 lo accoglie «babbo Monte» (anche suo padre è stato membro della Deputazione amministratrice dell’istituto negli anni Settanta) ed entra a far parte anche del cda di Banca Antonveneta (poi finita al centro del risiko bancario che portò al crac). Dal 2005 professore ordinario di Diritto comparato all’Università di Cagliari, il suo nome è stato speso anche per il posto di rettore dell’Università di Siena come lo è stato suo padre dal 1985 al 1994. Da poco catapultato dalla Toscana alla Basilicata, nella giunta Pd di Marcello Pittella (fratello di Gianni) come assessore all’Ambiente, si sta preparando a far parte di un comitato scientifico di costituzionalisti per sostenere il sì alla riforma Renzi.

A proposito, quel giornalista è il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia e direttore del Corriere di Siena, Stefano Bisi, il più importante massone della città, amico intimo dei Berlinguer. Chissà se Bianca manderà in onda sul Tg3 la notizia della condanna di suo cugino.

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Siena, colpita al cuore e depredata dai nuovi barbari, è rimasta indifferente

Altan-erroriDopo l’ultimo episodio della saga di Banca MPS, dopo la requisitoria  del pm Nastasi (il 5 luglio scorso, di cui nessuno ha parlato) nel processo per il dissesto da 270milioni di euro nell’Ateneo senese, dopo l’elezione del nuovo rettore (sostenuto dal grande vecchio), dopo la condanna di Aldo Berlinguer da parte della Corte dei Conti di Firenze, in attesa del rinvio a giudizio del Sindaco, torna di attualità questo efficacissimo articolo di Marco Sbarra su Siena.

Dal Monte a Monte Pio: la legge dell’omertà vince (Da: il Cittadino online, 30 giugno 2016)

Marco Sbarra. Ho letto il suo editoriale «“Siena felix”, perduta per sempre» tutto d’un fiato, direttrice Ruscitto, e alla fine sono stato colto da un sentimento di costernazione mista a indignazione. Come è potuto accadere che la grande Siena, città di nobili tradizioni, culla di straordinarie attività artistiche e culturali e sede di una banca prestigiosa, sia caduta oggi in un vortice di inimmaginabile decadenza? La città del Monte, osservata dall’esterno, pare immersa in un tragico incubo, nel quale un Grande Fratello rapisce l’anima e il pensiero dei suoi abitanti e li tiene sotto stretto controllo, grazie ad una propaganda capillare e a persuasivi sistemi di convincimento. Si intuisce la presenza di una ragnatela invisibile che tutto avvolge e sopisce, l’esistenza di un copione già scritto che tutti (o quasi) osservano pedissequamente.

No, non siamo certamente in presenza di un sistema mafioso in senso stretto e, grazie a Dio, le lupare si vedono solo nei film. A Siena però non mancano elementi inquietanti quali l’assoluta segretezza che ancora circonda snodi decisivi della vicenda Monte e l’omertà che regna nella società civile. Addirittura prende sempre più corpo l’ipotesi terribile che l’affaire Antonveneta abbia partorito un omicidio. Diventa infatti sempre più difficile negare che la sera del 6 marzo 2013 sia stata tappata la bocca a una persona che era ai vertici del Monte dei Paschi e che aveva manifestato l’intenzione di parlare con i magistrati nel corso dell’indagine sull’acquisizione di Antonveneta. Troppe evidenze ormai costringono a prendere atto che la verità ufficiale fa acqua da tutte le parti.

Cara Direttrice Ruscitto, no, non vi potrà mai essere alcun rinnovamento a Siena, né una fondata speranza di arrivare a quelle certezze che sole potrebbero far cambiare colore all’orizzonte. L’esito della storia è già scritto: nessuno di coloro che hanno provocato lo tsunami che si è abbattuto sulla città, nemmeno i caporali che hanno eseguito gli ordini, risponderanno delle loro colpe. Perché Siena è avvolta nell’omertà. Tanti conoscono come si sono svolti i fatti, molti sono in possesso delle prove che condannerebbero i responsabili delle scelleratezze compiute, ma tutti si sono dati la consegna del silenzio. Nemmeno la drammaticità della vicenda Antonveneta, archetipo emblematico del Sistema Siena, è riuscita a scuotere le coscienze dei senesi. Solo pochissime persone si sono esposte pubblicamente per reclamare la verità sulle vicende vissute, nessuna terra bruciata è stata fatta davanti ai responsabili del fallimento.

Già, ma quanti uomini liberi vivono a Siena, capaci di resistere alle lusinghe e alle pressioni di un sistema che godeva di flussi finanziari immensi provenienti dal Monte? Pochi, pochi davvero, se rapportati alla moltitudine di coloro che hanno accettato il compromesso con il potere, condannandosi così, per paura e interessi di bottega, ad un silenzio imbarazzante. Credo che solo a Siena sia potuto accadere di assistere ad uno spettacolo indegno come il rinnovo della fiducia alla formazione politica prima responsabile dello sfascio, completato con la chicca finale dell’operazione proditoria portata a termine dalle quinte colonne della maggioranza, che hanno falsato le intenzioni di voto.

Nemmeno la tragedia del Vicolo di Monte Pio ha scosso dal torpore i senesi, che si sono ben guardati, a parte poche decine di persone, dal manifestare solidarietà e vicinanza alla moglie di David e alla sua famiglia, lasciate sole dai tanti falsi amici. Solo uno è rimasto, come amaramente confessato dalla signora Tognazzi. Per cui i boiardi della vecchia nomenklatura di Siena possono continuare, con la consueta sicumera e tracotanza, a tirare le fila del governo della città. Parole come amor proprio, dignità, coerenza sono sparite, sostituite da vocaboli come cortigianeria, pavidità e vile opportunismo.

Per fortuna a tenere alto l’onore della Città rimane nella società civile e politica una pattuglia di persone libere che non si cura di essere emarginata e soggetta a intimidazioni da parte del Sistema e fa sentire forte la sua voce. L’opposizione continua a rimanere ostaggio di una maggioranza delegittimata e non riesce a incidere efficacemente. Prenda esempio dall’ex consigliere dottor Neri e si dimetta in blocco, denunciando l’illegittimità politica e morale di Valentini e compagni. Lavorare fianco a fianco con la parte politica responsabile della vicenda Monte, intrattenere rapporti con quegli esponenti politici che hanno certificato nero su bianco che a decidere la strategia del Monte non erano Mussari, né tantomeno Vigni o Mancini, ma i loro maggiorenti di Roma, significa legittimare la realtà di una banca importante come il Monte governata non dal suo Consiglio di Amministrazione, ma da un partito. Pare incredibile, ma è successo davvero. Fa sorridere amaramente che ci si lasci andare a scazzottate per qualche diatriba paliesca, mentre si assiste senza muovere un dito al sacco della città. Mysteria senensis… E il grande Fratello continua a tessere la tela intricata che ammanta e comprime.

Sì lo so, viene facile obiettare a chi scrive di voler dare lezioni senza titolo e di offendere i senesi. È vero, io non ho alcuna particolare credenziale, ma nemmeno l’attitudine a fare il professorino saccente. Mi limito a constatare la realtà di una città come Siena che, colpita al cuore e depredata dai nuovi barbari, è rimasta indifferente. E ciò mi riempie di tristezza e sdegno. Passare alla storia come moralmente responsabili per aver permesso il sacco di Siena credo che non faccia piacere ai suoi cittadini.

Altri titoli di merito per l’elezione di Aldo Berlinguer a rettore dell’Università di Siena

Aldo Berlinguer

Aldo Berlinguer

L'Espresso

Crescono le possibilità di vedere un altro Berlinguer alla guida dell’ateneo senese. La proposta di candidarlo nel mese di maggio non è stata accolta, ma la presunta ineleggibilità di Frati e i titoli di merito di Aldo fanno crescere sensibilmente le quotazioni di veder realizzata a Siena al massimo livello la dinastia accademica della famiglia Berlinguer.

Aldo Berlinguer una storia tutta senese (da: Bastardo Senza Gloria, 4 luglio 2016)

Aldo Berlinguer da Siena con furore, è uno di quei personaggi che ha sempre beneficiato da quel sistema Siena del quale faceva parte e del quale il padre Luigi ne era uno degli inventori e colonna portante. La sua storia parla da sé, ed è strettamente intrecciata con tutte le fasi di sviluppo, che vedrà Siena diventare centro del potere politico e del potere finanziario, una città dove chi ricopriva cariche istituzionali e del partito (l’attuale Pd), era pervaso dal senso di onnipotenza e intoccabilità, della Siena da bere, dove bastava essere parte del groviglio (oggi andrebbe di moda dire del cerchio magico), per beneficiare di nomine, promozioni e avanzamenti di carriera.

Aldo comincia a muovere i suoi primi passi nella “super Siena” nel 2002 quando viene nominato nel Cda dell’Aeroporto di Siena fino al 2007, quello che doveva essere ampliato, quello che le manie di grandezza e onnipotenza degli allora dominus senesi volevano far diventare un aeroporto da far concorrenza a Firenze. E così Aldo continua dopo il 2007 la sua carriera senese, venendo nominato dal 2009 al 2012 nel Mps Gestione crediti Spa. Poteva mancare una nomina in una controllata di Mps? Certo che no. Chissà se Aldo potrebbe raccontarci qualcosa a proposito dei crediti, soprattutto quelli deteriorati. Ma ecco che arriva la consacrazione. Nel 2011 fino al 2012, anche perché dopo sparisce, viene nominato nel Cda di Banca Antoveneta spa. Praticamente possiamo asserire che Aldo ha fatto tutta la gavetta nei posti chiave che sono saliti poi alle cronache, come snodi importantissimi per capire l’ascesa e poi il declino del groviglio armonioso senese. Il potere politico istituzionale era allora rappresentato dai Mussari, dai Mancini, dai Ceccuzzi e Ceccherini, tanto per ricordarsi.

Veniamo in questi giorni a sapere che Aldo Berlinguer è stato condannato dalla Corte dei Conti al risarcimento di 819.000 euro in favore del Ministero dello sviluppo economico. Il nostro aveva fondato una società la SLC Service srl di cui era anche amministratore in seguito poi fallita, ma aveva nel frattempo la SLC avuto accesso al finanziamento di ottocentomila euro da parte del Ministero dello sviluppo economico, per i motivi riportati in uno stralcio della sentenza “previo trasferimento dell’attività societaria della SLC Service srl da Siena a Cagliari, dunque in area considerata depressa e come tale potenzialmente beneficiaria di contributi pubblici“. Ma le cose evidentemente non stavano proprio così, tanto che la Guardia di Finanza indagando, ha portato alla luce altri tipi di attività, non proprio in linea con la buona condotta da seguire quando si accede a finanziamenti agevolati da parte dello Stato. Tanto è vero che è andata a finire così: “Secondo la Procura regionale dagli atti del giudizio sarebbe quindi dimostrato che il Berlinguer è il regista dell’operazione complessiva nonché amministratore di fatto della SLC SERVICE, nonché delle società SLC Consulting, Studio Legale e Commerciale, SLC Charter e Woodstock“. E ancora: “In conclusione la Procura afferma che all’esito delle indagini è emerso che tutti i convenuti hanno preso parte all’affare illecito per fini speculativi nell’ambito della regia di Berlinguer Aldo. Dagli atti sarebbe emerso che la SLC SERVICE non sarebbe mai stata operativa nel settore consulenziale per la quale era stata costituita, posto che le poche operazioni effettuate sarebbero del tutto generiche ed improbabili ben potendo dirsi fittizie, mancando la benché minima documentazione giustificativa delle stesse. Inoltre la stessa non sarebbe mai stata trasferita da Siena a Cagliari. Viene dunque domandata la condanna solidale di tutti i convenuti”.

Insomma una tipica storia senese, dall’epilogo perfettamente in linea con quanto successo a questa città e ai suoi più autorevoli rappresentanti. Per la cronaca il padre di Aldo, Luigi Berlinguer, è uno dei promotori a favore della riforma costituzionale del duo Renzi-Boschi, questo è bene ricordarselo ed è bene ricordarsi dove si schierano certe persone, per avere bene a mente lo scacchiere futuro. Meditate gente, meditate.

L’ombra lunga di Berlinguer e Tosi sull’Ateneo senese con i loro candidati Frati e Petraglia

Frati e Petraglia

Frati e Petraglia

Di seguito la trascrizione integrale di un’altra parte dell’intervista di Orlando Pacchiani (per Radio Siena TV) ai candidati rettori, nella trasmissione Siena Diretta Sera del 19/05/2016. Il blogger Raffaele Ascheri  (l’Eretico di Siena)  chiede ai tre docenti «un giudizio sintetico, ma il più chiaro, efficace e tagliente possibile su Luigi Berlinguer e Piero Tosi» che, con elezioni bulgare e candidature uniche, in tempi diversi, sono stati alla guida dell’Università di Siena per ventuno anni. Quando si scoprì il dissesto economico-finanziario dell’Ateneo (una voragine nei conti da 270 milioni d’euro), fu subito chiaro che un crac di tali proporzioni dovesse avere origini lontane e responsabilità ben precise, che qualcuno fece risalire anche ai fastosi festeggiamenti del 750° anniversario dell’Ateneo senese. Con Silvano Focardi, che consegnò in Procura una memoria sul dissesto, ci fu una discontinuità di quattro anni alla guida dell’Università e in seguito, con l’aiuto di Berlinguer e Tosi, s’insediò Angelo Riccaboni, con un’elezione tanto irregolare (e non ancora chiarita) da far ammettere al Ministro interrogato dai magistrati: «soltanto oggi vengo a conoscenza del fatto che nessun elettore è stato identificato; se avessi saputo di detta irregolarità, non avrei nominato Riccaboni.» Appare, perciò, utile la domanda dell’Eretico che può fare chiarezza sugli sponsor accademici scomodi dei candidati, specialmente su quei personaggi che hanno avuto un ruolo nel dissesto economico-finanziario dell’Ateneo senese. Si dice che Frati e Petraglia sono le due facce della stessa medaglia, rappresentata dal gruppo Berlinguer e Tosi che, con l’elezione di uno dei due loro candidati, porrebbe una pietra tombale sulle speranze di chiarire le responsabilità della voragine nei conti e del degrado, anche morale, di un Ateneo dal glorioso passato. Vediamo le risposte dei tre candidati.

Raffaele Ascheri (Eretico di Siena). Sono presenti in studio i tre candidati all’ambitissima poltrona di Rettore dell’Università di Siena; ovviamente, ci sarebbe molto da chiedere, molto da dire a tutti e tre, ma lo faremo nel blog nelle prossime giornate, nelle prossime settimane, di qui all’appuntamento elettorale. Con il poco tempo che abbiamo a disposizione, però, almeno una cosa la possiamo fare: cioè, domandare, partendo da uno stimolo del blogger Giovanni Grasso – che è colui che segue più direttamente e da vicino le vicende dell’Università, e da tempi davvero non sospetti – provocazione secondo la quale bisognerebbe candidare a rettore Aldo Berlinguer, il figlio del più noto Luigi, provocazione che è di questi giorni, pubblicata sul suo blog “Il senso della misura”. Ecco, partendo proprio da questa, chiederei a tutti e tre i candidati che cosa pensino del passato, soprattutto del passato non attuale, cioè di Luigi Berlinguer e di Piero Tosi; coloro che per molti anni hanno guidato in tempi diversi e in contesti differenti, soprattutto da quelli attuali, l’Università di Siena; perché avere un loro giudizio sintetico, ma il più chiaro ed efficace possibile, su queste due figure, Berlinguer prima e Tosi dopo, davvero potrebbe darci un segno importante. Quello che raccomanderei è che la loro analisi, il loro giudizio, fosse la più tagliente possibile o quanto la più chiara, se possibile, perché anche se loro dovranno ricoprire un incarico che ha un suo valore anche in qualche modo politico, però non sono politici senz’altro di professione e non so se poi ambiranno ad esserlo in futuro, ma quindi da loro si può pretendere, per non dire esigere, chiarezza di giudizio. Sintesi e chiarezza di giudizio; questo è quello che io chiedo a loro, in attesa ovviamente delle loro risposte. Grazie.

Francesco Frati. Mi pare che l’Eretico abbia fatto due domande. La seconda, è quella relativamente alla chiarezza rispetto ai contenuti e a quello che vogliamo fare in futuro, e credo che sia importante soprattutto parlare del futuro. E credo che questa chiarezza stia nelle cose che abbiamo detto oggi e in quello che abbiamo scritto nel programma. Credo che questo sia un momento in cui si debba parlare del futuro. Con riferimento ai vecchi rettori che l’Eretico ha citato, devo dire che, anche per motivi anagrafici, rispetto a loro ho una distanza veramente di tipo anagrafico che mi permette di dire che mi mette molto in difficoltà nel dover esprimere un giudizio, perché lo esprimerei su delle cose che non ho toccato con mano e rispetto alle quali non posso dare un giudizio. L’unica cosa che posso dire è che, io credo, negli ultimi trent’anni, che più o meno è il periodo a cui si fa riferimento, credo che l’Università sia cambiata moltissimo e credo che il lavoro che deve fare un rettore ora è profondamente diverso dal lavoro che doveva fare un rettore trent’anni fa, ma tutto sommato, anche venti o quindici anni fa.

Alessandro Rossi. Molto più sintetico del Prof. Frati. Quei mandati rettorali hanno dimostrato di sostenere, mi scusi il gioco di parole, uno sviluppo insostenibile dell’Università; se no l’Università, evidentemente, non avrebbe avuto quella condizione di grave sofferenza economica. Credo, e ribadisco, che l’Università oggi non assomiglia e non può più assomigliare all’Università neppure dei sei anni passati, perché il mondo è profondamente cambiato, abbiamo soltanto avuto la possibilità di accennare ad alcuni aspetti; ma l’Università di Siena certo non si può permettere di essere ferma, deve rinnovarsi per affrontare gli aspetti che precedentemente sono stati toccati, perché altrimenti finiscono per essere slogan e titoli; parlo dell’internazionalizzazione, dell’attrattività, parlo della mobilità degli studenti. Questi richiedono dei progetti specifici e una riorganizzazione amministrativa e, sotto certi aspetti, anche di mentalità dell’intero corpo docente.

Felice Petraglia. Io tra l’ottanta e il duemila ho lavorato in giro per l’Italia e per il mondo; quindi, non ero qui! Posso dire che ho conosciuto il Prof. Tosi, perché fu lui che mi venne a scoprire quando ero a Udine, devo il mio ritorno a Siena appunto al momento in cui lui era rettore, quindi l’ho conosciuto meglio. Però erano gli ultimi anni, appunto, di una lunga serie di gestione delle cose. Non posso esprimere assolutamente giudizi né per l’uno né per l’altro; mi sembra in questo senso, giustamente, come dicevano prima i colleghi, è cambiato sicuramente il modo di gestire l’università, perché c’erano altre condizioni economiche. Ora, bisognerebbe essere molto preparati per fare dei confronti tecnici, economici, gestionali; sicuramente sono stati anni di grandi aperture: siamo passati a molte facoltà e probabilmente questo era un momento d’oro, c’erano tante possibilità, purtroppo poi, con alcune problematiche di spesa che sono subentrate dopo. Insomma, sarebbe un argomento trattato negli anni e giustamente non è facile esaminarlo in una risposta breve. Furono, di sicuro, personaggi importanti, insomma, rimarranno nella storia.

Raffaele Ascheri (commenta il giorno dopo su “Eretico di Siena”). P.S. 3 – Ieri sera, a “Siena diretta sera”, abbiamo domandato ai tre candidati a Rettore cosa pensassero del tandem delle meraviglie Luigi Berlinguer-Piero Tosi: così, tanto per avere un’idea. Il buon Frati si è furbescamente trincerato dietro il gap generazionale tra lui e gli altri due; il Rossi, almeno, ha parlato esplicitamente di “sviluppo insostenibile”, a proposito dei due ex, per poi sdirazzare su tutt’altro; il Petraglia – visibilmente infastidito dalla domanda – non ha risposto per niente, e alla fine li ha comunque definiti due Rettori che entreranno nella Storia. Una prima idea, dunque, ce la siamo fatta: avanti così, le elezioni si avvicinano…

Pubblicato anche da:
il Cittadino online (30 maggio 2016) con lo stesso titolo.
retewebitalia.net (Il primo network italiano dei quotidiani online) (30 maggio 2016) con lo stesso titolo.
– Bastardo Senza Gloria (30 maggio 2016) con il titolo: «Chi dei tre candidati a Rettore dell’Università di Siena ha il coraggio di giudicare le gestioni di Luigi Berlinguer e Piero Tosi?»

Perché non candidare Aldo Berlinguer a rettore dell’Università di Siena?

Aldo Berlinguer

Aldo Berlinguer

Il termine per la presentazione delle candidature alla carica di rettore dell’Università di Siena scade il 17 maggio e l’articolo 27 dello Statuto prevede che il Rettore sia eletto «tra i professori ordinari in servizio presso le Università italiane». Quindi, a dirigere l’ateneo senese potrebbe essere anche un docente di un’altra università italiana. Il gruppo di potere (guidato dal “grande vecchioLuigi Berlinguer e da Piero Tosi), che in questa competizione elettorale schiera addirittura due candidati (i “Berlinguer boys” Francesco Frati e Felice Petraglia), non farebbe meglio a candidare a rettore Aldo Berlinguer? Vuoi mettere, per un candidato, l’importanza di chiamarsi Berlìnguer («con l’accento sulla prima “i” perché è così che parlano gli italiani di Siena», come dice Francesco Merlo)? Vuoi mettere l’affidabilità garantita dal figlio biologico rispetto a quella “assicurata” dall’affiliazione simbolica e “politica”? E “quanto è bravo Aldo Berlinguer“, come puntualmente lo descrive Giancarlo Marcotti! E poi, con Aldo rettore si realizzerebbe al massimo livello la dinastia accademica della famiglia Berlinguer: professore il padre e professore il figlio; rettore il padre e rettore il figlio. Infine, Aldo eviterebbe la grana ecologica, che da assessore all’ambiente della regione Basilicata sta affrontando in questo momento, dopo l’inchiesta sulle attività petrolifere e l’inquinamento delle campagne e dell’invaso del Pertusillo, che rifornisce d’acqua oltre che la Lucania anche la Puglia, con evidenti conseguenze sulla salute dei lucani e dei pugliesi.

Pubblicato anche da:
– Bastardo Senza Gloria (16 maggio 2016) con il titolo: «Un’idea di Giovanni Grasso per Aldo Berlinguer».
il Cittadino online (16 maggio 2016) con il titolo: «Grasso: “Perché non candidare a rettore Aldo Berlinguer?”.

Basilicata, l’assessore all’ambiente è Aldo Berlinguer: giurista senese, ma pittelliano (Il Fatto Quotidiano, 7 aprile 2016)

Daniele Martini. (…) Dice Berlinguer: «Certo che ho un’interlocuzione con le società petrolifere ed energetiche che operano in Basilicata, il Dipartimento Ambiente ha competenza sugli impatti ambientali, compresi quelli degli impianti petroliferi. Da non molto ho ufficialmente diffidato l’Eni a proseguire con le sue fiammate che preoccupano tantissimo, e con ragione, la popolazione locale». A distanza gli risponde Albina Colella, professore ordinario di geologia all’Università della Basilicata e autrice con Massimo Civita del libro «L’impatto ambientale del petrolio in mare e in terra»: «Le fiammate impressionano, ma c’è molto, ma molto di peggio. Il punto è semplice: le tecniche di estrazione non sono tutte uguali, se si procede con la stessa attenzione usata in Norvegia, per esempio, l’impatto sull’ambiente è ridotto in limiti tollerabili. Se si pensa invece di fare come in Ghana tutto si complica. In Basilicata, regione delicata e fragile anche da un punto di vista sismico, finora si è proceduto con un rispetto assai basso per l’ambiente circostante. La Regione potrebbe fare molto, ma mi pare che l’assessorato all’Ambiente finora sia stato latitante. Sarebbe opportuno che l’assessore avesse competenze specifiche, ambientali più che legali, ma non mi risulta che il professor Berlinguer ce l’abbia».

Il fatto è che Aldo Berlinguer, professore ordinario di diritto privato comparato all’Università di Cagliari, in vita sua non si era mai occupato di questioni ambientali fino a quando alla fine del 2013 è stato catapultato nella giunta regionale della Basilicata dalla Toscana con una decisione che lasciò tutti di stucco. La storia è questa: ai tempi delle primarie Pd i Berlinguer del ramo senese, cioè Luigi, rettore dell’università toscana, già presidente della Commissione di garanzia del partito e ministro della scuola in governi di centrosinistra, e suo figlio Aldo fecero campagna per il lucano Gianni Pittella. I due, Aldo e Gianni, si conoscevano fin dai primi anni Duemila: Aldo era consulente giuridico a Bruxelles del Parlamento europeo e Gianni fresco di elezione da europarlamentare. Pure Gianni è rampollo di un’altra dinastia politica, quella lucana dei Pittella di cui capostipite nella Prima Repubblica fu il discusso senatore socialista Domenico e di cui fa parte anche Marcello, fratello minore di Gianni e ora governatore della Basilicata.

Le primarie furono stravinte da Matteo Renzi, ma per la famiglia allargata Berlinguer-Pittella la sconfitta fu provvidenziale. Nonostante il repulisti rottamatore di Renzi, Gianni Pittella, diventato nel frattempo un renziano convinto, ha potuto candidarsi per la quarta volta consecutiva con successo al Parlamento europeo mentre il fratello Marcello è diventato governatore della Basilicata. E per risolvere i mille guasti causati all’ambiente dall’estrazione del petrolio è andato a scovare proprio un professore toscano di diritto. L’amico senese Aldo Berlinguer.

Università di Siena: u’ chiachill’ e il “grande vecchio”

Angelo Riccaboni e Luigi BerlinguerI peccatucci del “saggio” Berlinguer (il Giornale 20 gennaio 2013)

Gian Marco Chiocci. Lui è San Luigi Berlinguer da Sassari, cugino di Enrico, presidente del comitato dei garanti del partito di Bersani. Il più saggio tra i saggi. Il Potentissimo della città del Palio. Che qualche scivolata ha consegnato lui stesso ai posteri. 
Il primo incarico serio è Siena, dove arriva giovane esponente Pci per rappresentare il partito negli organi di controllo di Monte dei Paschi, la banca rossa oggi nel baratro e sott’inchiesta a causa dell’acquisto stratosferico di Antonveneta nel cui Cda c’è andato giust’appunto a finire il figlio Aldo, detto Aldino, carriera lampo universitaria (oggetto di interrogazioni parlamentari) con impiego saltuario financo nell’ateneo di Siena dove il papà fu in precedenza rettore prima di diventare ministro. Ai detrattori senesi, e non, è venuto spontaneo malignare sulla coincidenza della presenza del primogenito nel board della banca del Nord-Est e la successiva candidatura del babbo proprio in quell’area piena degli sportelli dell’istituto veneto quando, nell’aprile del 2009, Luigi si candidò alle Europee. Povero Aldo, e povero genitore, bersagliati dai pettegolezzi per l’inchiesta sull’aeroporto di Siena ad Ampugnano (dov’è indagato Mussari, presidente dell’Abi, ex presidente Mps) visto che il non indagato Aldo sedeva impropriamente nel Cda, come ricorda quest’informativa congiunta del 14 luglio 2010 Carabinieri-Finanza: «Il 30 maggio 2007 il Cda dell’aeroporto di Siena aumenta da 6 a 8 i propri consiglieri in dispregio al decreto Bersani che prevede un massimo di 5 consiglieri pubblici comprensivi per le società partecipate (…). Questo fu fatto anche per meglio rappresentare la nuova composizione con la quota privata notevolmente più influente rispetto alla pubblica: su rimostranze del comitato contro l’ampliamento dell’aeroporto, nel 2007 il Cda della società – continua l’informativa – fece dimettere Aldo Berlinguer (figlio del più noto Luigi, già ministro) così riportando l’organo sociale alla forma legale».

Le «colpe» dei figli non possono certo ricadere sui padri, che nel caso di Luigi qualche «colpa» nel dissesto senza precedenti dell’università senese sembra però averla stando a quanti addebitano alla sua gestione una parte di responsabilità nella voragine di bilancio (270 milioni di euro di debiti) emersa nel 2008. Quando scoppiò il bubbone governava il rettore Silvano Focardi, subentrato al professor Piero Tosi, Magnifico delfino designato da Berlinguer, poi sollevato dall’incarico a margine di un’inchiesta della magistratura. Proprio Tosi con un blitz si rese protagonista della ri-assunzione del pensionato Berlinguer intenzionato, disse più d’uno, attraverso il passaggio accademico, a diventare giudice costituzionale. E proprio per rendere più celere il transito l’Ateneo ordinò 300 volumi dal titolo «Tra diritto e storia, studi in onore di Luigi Berlinguer». Nessun atto aveva autorizzato la spesa, a scandalo esploso l’editore Rubbettino non venne pagato. Fece causa, e dopo anni ha finalmente intascato il dovuto. 
Tra le contestazioni più feroci a don Luigi, oltre alle assunzioni di massa nell’organico tecnico amministrativo e di docenti, le consistenti spese «edilizie», l’Inpdap non pagato, i tanti, troppi, soldi spesi in occasione dei faraonici festeggiamenti per i 750 anni di fondazione dell’Università (8 miliardi di lire a fronte del miliardo iniziale). E che dire delle «pressioni» fatte sul ministro Gelmini affinché firmasse il decreto di nomina dell’attuale rettore amico Riccaboni. Intercettato il 3 novembre 2011, Berlinguer si informa con Riccaboni sullo stato delle indagini e spiega che «tutto ciò non può bloccare la nomina del nuovo Rettore». 
La Gelmini, dice, è critica sul futuro dell’università di Siena in relazione ai bilanci. «Devi tenere un atteggiamento soft col ministro». Alla fine l’ok della Gelmini arriva ma con più di una riserva collegata all’esito dell’inchiesta che il prossimo 22 febbraio vedrà la commissione elettorale dell’università rischiare il processo davanti al gup per irregolarità nell’elezione di Riccaboni, proprio lui, il rettore «sponsorizzato» dal garante Pd.

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– Francesco MerloL’importanza di chiamarsi Berlinguer (Corriere della Sera, 19 maggio 1996).
– Francesco SpecchiaBerlinguer critica i nepotisti ma si dimentica del figlio (Libero, 30 novembre 2010).
– Giovanni Grasso. E c’è chi entra in Università, ne esce andando in pensione e poi ci rientra (Il senso della misura, 16 marzo 2011).
– Giancarlo MarcottiMa quanto è bravo Aldo Berlinguer (Borsa Forex Trading Finanza, 30 settembre 2011).
– Tommaso Strambi. Dal diritto settecentesco sardo all’olimpo dell’Università (La Nazione Siena, 27 gennaio 2012).

Il “grande vecchio” e la distruzione dell’Università di Siena

Dal diritto settecentesco sardo all’olimpo dell’Università (da: La Nazione Siena, 27 gennaio 2012)

Tommaso Strambi. «Stai attento a questa città». «Stai attento a questa città». Una raccomandazione e un ammonimento da vecchio ‘pater familias’. D’Università s’intende. Perché di figli di sangue ne ha soltanto due: Aldo e Iole. Ma l’interlocutore a cui Luigi Berlinguer si rivolgeva in una telefonata dell’ottobre 2010 era il più giovane della nidiata allevata tra le mura dell’Ateneo senese: ovvero il rettore Angelo Riccaboni. L’economista chiamato a raccogliere il testimone alla guida dell’antico Studium, che tante soddisfazioni ha regalato al professore sardo di Diritto settecentesco, il quale, proprio dall’isola, sbarcò nella città del Palio, inviato dal Pci come ‘deputato’ del Cda del Monte dei Paschi. Studioso di Domenico Atzuni (quel giurista che dà il nome a tante piazze e tante strade della Sardegna, ma nessuno sa chi sia», ebbe a osservare Francesco Merlo sul Corriere della Sera), proprio tra Piazza del Campo e Rocca Salimbeni, Berlinguer impresse una svolta alla propria carriera. Anche se all’inizio non fu semplice. Perché, sebbene portasse un cognome altisonante nella storia del Pci e della sinistra italiana, sia nel partito che in città era considerato un forestiero. Una diffidenza che gli dev’essere rimasta appiccicata addosso, visto l’ammonimento che molti anni dopo rivolse, appunto, a Riccaboni. Senza sapere, ovviamente, di essere ascoltato dalla polizia giudiziaria nell’ambito dell’inchiesta sulla regolarità delle elezioni del rettore. Una città un po’ matrigna e un po’ amante. Già. Chissà che traiettoria avrebbe comunque preso la sua vita se non ci fosse stata Siena, visto che nella natìa Sardegna non riusciva proprio a spiccare il volo, come avrebbe sognato.

All’Università di Sassari, negli anni Settanta, faceva parte di un cenacolo d’intellettuali: da Gustavo Zagrebelski a Valerio Onida, da Mario Segni a Franco Bassanini, da Francesco Cossiga a Roberto Ruffilli (diventato negli anni il ‘fine’ consulente di Ciriaco De Mita, prima di essere assassinato dalle Brigate Rosse nel 1988). Tra torte e creme (vera passione di Berlinguer, tanto da meritarsi il soprannome di ‘gola e vanità‘, affibbiatogli proprio da Ruffilli), quel reticolo di amici formò un gruppo destinato a ricoprire ruoli chiave nel potere accademico. Il vero e proprio pallino di Luigi. Quasi un’ossessione. E come poteva essere diversamente, visto che sin da piccolo si era dovuto confrontare con il mito del cugino Enrico. Mica uno qualsiasi. Il vero padre nobile del Partito Comunista. Ortodosso e rigoroso al punto tale da essere l’ultimo dei politici capace di portare in strada e far piangere, lacrime vere, decine di migliaia di compagni (e non) in occasione dei suoi funerali. Oggi al massimo i politici raccolgono fischi e contestazioni al grido di «andate a lavorare», come è accaduto pochi giorni fa all’Isola del Giglio al governatore Enrico Rossi e al consigliere regionale Marco Spinelli. Altri tempi.

Ma torniamo a Berlinguer, Luigi s’intende. Vanitoso e dalla forte propensione alla grandeur, ma allo stesso tempo ammaliatore e grande tessitore di relazioni. Così, nonostante le difficoltà, in poco tempo riuscì a conquistare l’Università. Del resto, studenti interessati al Diritto settecentesco sardo non è che ce ne fossero molti. Trovata l’intesa con i cattolici di Medicina, per Berlinguer si aprirono le porte del rettorato. L’apoteosi. Gli insegnamenti iniziarono a moltiplicarsi e così le cattedre e la popolazione studentesca. Per i detrattori, però, anche i bilanci cominciano a ingigantirsi. In fondo, il potere ha sempre un costo. Il capolavoro, in questo senso, arrivò con i festeggiamenti per i 750 anni di fondazione dell’Ateneo. E poco importa se non era proprio l’anniversario giusto, visto che la data del 1240 non fa riferimento alla fondazione dell’Università ma a un documento in cui il Comune di Siena si impegnava a pagare parte degli stipendi dei professori dell’Ateneo. Che, quindi, già esisteva. L’importante era ottimizzare il risultato. E Luigi, il ‘comunista modernizzatore’ (come lo definisce Francesco Merlo) puntò in alto. E a ragione. Prima Romano Prodi, poi Massimo D’Alema, poi, ancora Prodi lo accontentarono, affidandogli il ministero della Pubblica Istruzione (1996-2000) e, ad interim, anche quello dell’Università e della Ricerca scientifica e tecnologica (1996-1998). Un uomo riconoscente, comunque Luigi. Così nell’avventura romana si portò dietro ‘la comandante’, al secolo Jolanda Cei Semplici, che in Banchi di Sotto ricopriva il ruolo di direttore amministrativo. Piccola e determinata, una volta conclusa l’esperienza al Ministero, è tornata a Siena come direttore generale del Policlinico Le Scotte, pur fra i mille dubbi dei politici locali di area cattolica.

Ma Berlinguer non è uomo da lasciare niente al caso. E, così, prima di salutare Banchi di Sotto, si assicurò che a succeder gli fosse qualcuno di fiducia. Ed ecco che alla poltrona di rettore arriva il patologo Piero Tosi supportato da una squadra di comunicatori d’eccellenza, capitanata da Maurizio Boldrini, Omar Calabrese e Maurizio Bettini. Altro che piccola Oxford: l’Ateneo di Siena può pensare ancora più in grande. Mentre Luigi Berlinguer nel mese di maggio del 2003 decide dunque di andare in pensione (salvo poi essere reintegrato, diciotto mesi più tardi), il patologo Tosi, proprio come Penelope, tesse e disfa la tela con nuove assunzioni di docenti e personale tecnico amministrativo, Maurizio Boldrini ordina l’acquisto di 300 volumi in onore di Berlinguer. E non importa se manca una delibera del Cda che autorizzi la spesa da 26mila euro. Tanto qualcuno pagherà. In fondo, a Roma Berlinguer è in corsa per la Corte Costituzionale.

Gola e vanità‘. Ma anche familias. Già, perché in tutto questo c’è spazio anche per il figlio Aldo. Sulle orme del padre, il giovane Berlinguer riparte dalla Sardegna per la sua carriera di docente universitario, senza disdegnare altre esperienze. Ovviamente in nome della ‘buona politica’ per la quale dà vita all’Associazione ‘Il Campo delle idee’. E, tra un trattato di filosofia del diritto e un’analisi sociologica, Aldo si fa le ossa prima nel consiglio di amministrazione dell’aeroporto di Ampugnano (sotto l’ala protettiva del presidente dell’epoca Enzo Viani), poi a Bruxelles, dove diventa esperto di legislazione dei fondi comunitari. Nel frattempo lo chiamano all’Università di Firenze. Come il padre molti anni fa, anche lui è pronto a entrare nei salotti delle banche italiane. Così, dopo un timido tentativo di candidarsi sindaco di Siena nel 2011 (sostenuto dall’Italia dei Valori, infatti) nel giugno dello scorso anno viene nominato nel Cda di Banca Antonveneta. Chissà se il padre gli avrà rivolto lo stesso ammonimento fatto a Riccaboni: «Stai attento a questa città». Un po’ matrigna e un po’ amante. Chissà. E, mentre la magistratura di Siena ancora indaga sulla voragine di debiti accumulata dall’Università, la riforma del 3 + 2 varata proprio dal ministro Luigi Berlinguer mostra evidenti crepe, come emerge dall’ultimo rapporto della Fondazione Agnelli. Secondo il rapporto, infatti, il livello di preparazione dei giovani universitari italiani è calato enormemente, così come le loro possibilità di trovare impieghi adeguati (e non per colpa della crisi economica»). Che ingrati. Meno male che restano i fidelissimi: Antonello Masia, Marco Tomasi (quello che consigliava a Riccaboni di far presto a nominare Ines Fabbro direttore amministrativo: «non si sa mai»), Alessandro Schiesaro, Tommaso Detti, Omar Calabrese, Maurizio Bettini, Jolanda Cei Semplici, Antonio Cardini, Saverio Carpinelli, Maurizio Boldrini, Alessandro Stagnini, Alessandro Piazzi, Gabriella Piccini e, ovviamente, Angelo Riccaboni e Ines Fabbro. Anche a loro Luigi Berliguer, da garante nazionale del Pd, ripete spesso: «Guardatevi da questa città».

Sullo stesso argomento:
– Francesco MerloL’importanza di chiamarsi Berlinguer (Corriere della Sera, 19 maggio 1996).
– Francesco SpecchiaBerlinguer critica i nepotisti ma si dimentica del figlio (Libero, 30 novembre 2010).
– Giovanni Grasso. E c’è chi entra in Università, ne esce andando in pensione e poi ci rientra (Il senso della misura, 16 marzo 2011).
– Giancarlo MarcottiMa quanto è bravo Aldo Berlinguer (Borsa Forex Trading Finanza, 30 settembre 2011).
– Gian Marco Chiocci. I peccatucci del “saggio” Berlinguer (il Giornale, 20 gennaio 2013).