Perché non candidare Aldo Berlinguer a rettore dell’Università di Siena?

Aldo Berlinguer

Aldo Berlinguer

Il termine per la presentazione delle candidature alla carica di rettore dell’Università di Siena scade il 17 maggio e l’articolo 27 dello Statuto prevede che il Rettore sia eletto «tra i professori ordinari in servizio presso le Università italiane». Quindi, a dirigere l’ateneo senese potrebbe essere anche un docente di un’altra università italiana. Il gruppo di potere (guidato dal “grande vecchioLuigi Berlinguer e da Piero Tosi), che in questa competizione elettorale schiera addirittura due candidati (i “Berlinguer boys” Francesco Frati e Felice Petraglia), non farebbe meglio a candidare a rettore Aldo Berlinguer? Vuoi mettere, per un candidato, l’importanza di chiamarsi Berlìnguer («con l’accento sulla prima “i” perché è così che parlano gli italiani di Siena», come dice Francesco Merlo)? Vuoi mettere l’affidabilità garantita dal figlio biologico rispetto a quella “assicurata” dall’affiliazione simbolica e “politica”? E “quanto è bravo Aldo Berlinguer“, come puntualmente lo descrive Giancarlo Marcotti! E poi, con Aldo rettore si realizzerebbe al massimo livello la dinastia accademica della famiglia Berlinguer: professore il padre e professore il figlio; rettore il padre e rettore il figlio. Infine, Aldo eviterebbe la grana ecologica, che da assessore all’ambiente della regione Basilicata sta affrontando in questo momento, dopo l’inchiesta sulle attività petrolifere e l’inquinamento delle campagne e dell’invaso del Pertusillo, che rifornisce d’acqua oltre che la Lucania anche la Puglia, con evidenti conseguenze sulla salute dei lucani e dei pugliesi.

Pubblicato anche da:
– Bastardo Senza Gloria (16 maggio 2016) con il titolo: «Un’idea di Giovanni Grasso per Aldo Berlinguer».
il Cittadino online (16 maggio 2016) con il titolo: «Grasso: “Perché non candidare a rettore Aldo Berlinguer?”.

Basilicata, l’assessore all’ambiente è Aldo Berlinguer: giurista senese, ma pittelliano (Il Fatto Quotidiano, 7 aprile 2016)

Daniele Martini. (…) Dice Berlinguer: «Certo che ho un’interlocuzione con le società petrolifere ed energetiche che operano in Basilicata, il Dipartimento Ambiente ha competenza sugli impatti ambientali, compresi quelli degli impianti petroliferi. Da non molto ho ufficialmente diffidato l’Eni a proseguire con le sue fiammate che preoccupano tantissimo, e con ragione, la popolazione locale». A distanza gli risponde Albina Colella, professore ordinario di geologia all’Università della Basilicata e autrice con Massimo Civita del libro «L’impatto ambientale del petrolio in mare e in terra»: «Le fiammate impressionano, ma c’è molto, ma molto di peggio. Il punto è semplice: le tecniche di estrazione non sono tutte uguali, se si procede con la stessa attenzione usata in Norvegia, per esempio, l’impatto sull’ambiente è ridotto in limiti tollerabili. Se si pensa invece di fare come in Ghana tutto si complica. In Basilicata, regione delicata e fragile anche da un punto di vista sismico, finora si è proceduto con un rispetto assai basso per l’ambiente circostante. La Regione potrebbe fare molto, ma mi pare che l’assessorato all’Ambiente finora sia stato latitante. Sarebbe opportuno che l’assessore avesse competenze specifiche, ambientali più che legali, ma non mi risulta che il professor Berlinguer ce l’abbia».

Il fatto è che Aldo Berlinguer, professore ordinario di diritto privato comparato all’Università di Cagliari, in vita sua non si era mai occupato di questioni ambientali fino a quando alla fine del 2013 è stato catapultato nella giunta regionale della Basilicata dalla Toscana con una decisione che lasciò tutti di stucco. La storia è questa: ai tempi delle primarie Pd i Berlinguer del ramo senese, cioè Luigi, rettore dell’università toscana, già presidente della Commissione di garanzia del partito e ministro della scuola in governi di centrosinistra, e suo figlio Aldo fecero campagna per il lucano Gianni Pittella. I due, Aldo e Gianni, si conoscevano fin dai primi anni Duemila: Aldo era consulente giuridico a Bruxelles del Parlamento europeo e Gianni fresco di elezione da europarlamentare. Pure Gianni è rampollo di un’altra dinastia politica, quella lucana dei Pittella di cui capostipite nella Prima Repubblica fu il discusso senatore socialista Domenico e di cui fa parte anche Marcello, fratello minore di Gianni e ora governatore della Basilicata.

Le primarie furono stravinte da Matteo Renzi, ma per la famiglia allargata Berlinguer-Pittella la sconfitta fu provvidenziale. Nonostante il repulisti rottamatore di Renzi, Gianni Pittella, diventato nel frattempo un renziano convinto, ha potuto candidarsi per la quarta volta consecutiva con successo al Parlamento europeo mentre il fratello Marcello è diventato governatore della Basilicata. E per risolvere i mille guasti causati all’ambiente dall’estrazione del petrolio è andato a scovare proprio un professore toscano di diritto. L’amico senese Aldo Berlinguer.

Un altro guastato: «chi guida l’Università di Siena ha una forte reputazione ed è attore a livello nazionale e internazionale su molti tavoli»

Angelo Riccaboni

Angelo Riccaboni

La folla dei guastati d’Italia: il Paese con il riflusso condizionato (la Repubblica, 1 aprile 2016)

Francesco Merlo. È il Paese con il “riflusso condizionato”, quello degli italiani guastati dall’acido: da Marino alla Carrà, da Emiliano alla Marcuzzi …, con D’Alema nel ruolo di guastato guastatore e Angelo Guglielmi che, in nome di quell’orrore ideologico che fu Tele Kabul, in poche righe ha bocciato Moravia, Pasolini, Pratolini, Cassola, Strehler e insomma (quasi) tutta la letteratura italiana, facendo – diceva Sciascia – “come quelli che pur di passare alla storia imbrattano i monumenti”.

L’eroe catodico di Guglielmi si chiama, ça va sans dire, Piero Chiambretti, guastato per la verità anche lui e non solo perché ha ridotto la tv dello sberleffo intrigante a tv della mostruosità volgare. Ma perché propone oggi un baraccone di fattucchiere, ircocervi sessuali che gareggiano a chi ce l’ha più corto, e ballerine a tre gambe, ma con il birignao pretenzioso e acido della “televisione dopo la televisione”. E Chiambretti evoca il “post moderno” che da Don DeLillo e Tondelli è ormai precipitato nella sottocultura diventando un tic linguistico tipicamente italiano paragonabile ai vecchi “senza se e senza ma”, “a prescindere”, “nella misura in cui”, “la spiegazione è a monte”, “la colpa è della società”.

La folla dei guastati d’Italia potrebbe da sola riempire un’ala degli Uffizi, il corridoio del vittimismo aggressivo parallelo a quello vasariano. In faccia a Federico da Montefeltro potremmo mettere per esempio il busto rifatto di Flavio Briatore, il guastato plastico che, condannato per evasione fiscale, saprebbe lui come raddrizzare le gambe di questa Italia che non lo capisce e non lo merita: “ve lo dico io cosa ci vuole: una dittatura a tempo”. E intanto garantisce sull’assoluta democraticità di Donald Trump perché “a me capita di andare a passeggio con lui” e “non con i politicanti di Roma”, puah.

Guastarsi è più che puzzare. È non digerire e dunque ragionare per rigurgiti e conati. È corrompersi ma nell’accezione che piace a Marco Pannella il quale, al contrario del “guastato” non ha mai maneggiato rancori se non per rovesciarli con la pietas radicale: “L’Italia non è mai stata così corrotta, non parlo del reato, ma del ‘cum rumpere’: disfare, decomporre, guastarsi”. Ci si guasta appunto per rancore, per incapacità di accettare la sconfitta, per troppo amore di sé, per non perdere la scena. E pur di sfuggire all’ombra ci si rifugia nella grotta illuminata dei semivip, l’orrenda categoria antropologica dei presenzialisti, gli eroi televisivi del pomeriggio, le retrovie Rai e Mediaset, quelli degli aperitivi autorevoli, il covo dell’acido italiano, più corrosivo degli schizzi di Alex e Alessandra, la guastata coppia di Milano. Ha scritto Umberto eco: ”Nel mondo del futuro non ci sarà più differenza tra la fama del grande immunologo e quella del giovanotto che è riuscito ad ammazzare la mamma a colpi di scure”.

Dunque i guastati, pur di restare famosi si degradano a chiacchierati. Perché, ovviamente, i loro schizzi di bile nera piacciono ai giornali che li vestono di prosopopea sociale, soprattutto la domenica, che è la giornata del mal di vivere italiano e dunque via con le interviste che infettano l’aria e abbassano il Ph del Paese.

Ignazio Marino ha fatto la più importante delle tante presentazione del suo libro guastatissimo alla Stampa Estera perché – spiegò quand’era sindaco – ”a San Francisco mi sostengono, ‘abroad’ mi applaudono mentre a Roma fatico a farmi capire”. Fateci caso: il guastato è sempre di ritorno dall’estero, il suo rancore ha bisogno dell’esotismo e non c’è niente di più provinciale dell’antiprovincialismo ostentato. Ascoltate D’Alema che, magari ingiustamente, è sospettato di attirare gli altri guastati, organizzarli e dirigerli: “Sono appena sbarcato all’alba a Fiumicino dall’Iran, dove Vodafone non prende. Non avevo né telefono né Internet”. E questo un attimo prima di dire che Renzi è stalinista, di spiegare perché il Pd è destinato a perdere, e di indicarci per chi votare a Roma. Ecco: quando D’Alema premette “io sono un signore che non si occupa più di cose italiane” tutti capiscono che sta per buttare l’acido di casa.

Ovviamente il guastato è sempre in agguato. Come il cattivo dei film di Sergio Leone controlla l’ora con il vecchio carillon, pronto a contrapporre l’austerità del tempo andato alla sfrontatezza del tempo nuovo, spacciando il proprio borbottio per saggezza da grande vecchio. Così Sergio Cofferati che grazie ai trucchi delle primarie di Genova camuffò il rancore di perdente marginale con il bisogno di regole e di trasparenza. E il rifiuto ideologico ed estremista di ogni moderna rivisitazione del rapporto tra impresa e lavoro divenne nostalgia dei valori e della pulizia del mondo antico della concertazione. È così l’acidità dell’ex: trucca il passato.

Ha invece rispettato il suo passato Antonio Bassolino che nell’acidità non è precipitato sottraendosi alla politica per dispetto. Ha fatto un passo indietro in nome della nobiltà della politica, della fedeltà alla sua storia, ha mostrato grandezza personale. Ed è entrato a far parte dell’aristocrazia dei perdenti – Martinazzoli, Segni, Pannella … – che è la sola realtà blasonata della politica italiana. “A volte mettersi da parte è la maniera più intelligente di salvare se stessi” mi aveva detto Bassolino qualche mese fa.

Ha sicuramente ragione Cesare Romiti a celebrare nell’avvocato Agnelli l’innamorato della libertà dei giornali, il grande editore davvero irripetibile, ma c’è l’acidità del guastato fuoriuscito nelle lezioni che a intermittenza impartisce all’editoria che non è stata certamente né il successo né la passione della sua vita professionale.

Michele Emiliano è invece il guastato “cozzalone” (direbbe Checco) perché con l’astio, con la politica corrotta dalla rabbia, con il forconismo come ideologia meridionale questo birbante governatore della Puglia sta occupando la scena e non uscendo di scena. Sa infatti che al Sud c’è sempre una plebe in cerca di autore e dunque il suo guasto è vaghezza di scienza politica. Emiliano cerca il consenso nel cattivo umore e perciò agita tutte le battaglie perdenti: contro le trivelle, contro il gasdotto del Salento, contro il decreto scuola, contro l’illuminismo degli scienziati d’Europa trattati come gli untori della Xylella, la “peste degli ulivi”. La cifra è l’eccesso, l’importante è fare il botto, che è politica andata a male, appunto guastata. Lo era quando nella trasmissione “L’aria che tira” Emiliano disse estasiato: “Renzi è il nostro Napoleone”. Lo è adesso che va ripetendo nelle tv locali: “Renzi è un venditore di pentole”.

Fanno invece malinconia, la stessa che ispira i suoi abiti di pelle nera (proprio il contrario delle Paillettes e dell’ombelico scoperto), le gaffes della Carrà che, con l’acida severità di chi non ha sbagliato mai un fagiolo e perciò ha la cattedra per dare lezioni di vita ai pivelli, si è persa prima nella geografia chiamando araba un signora dell’Iran, e poi si è persa nella teologia salutando con un esibito “Salaam aleikum” un esterrefatto concorrente filippino: “Ma come, voi filippini non siete mussulmani?”

Ci si può guastare anche di successo. È il caso della brava Alessia Marcuzzi che, pur governando il più maligno dei reality televisivi ha gridato al complotto della stampa cattiva quando un po’ di quella malignità le si è ritorta contro. Ecco, affidato a Instagram il suo sfogo, che pur esibendo molta più grazia, somiglia agli sfoghi di D’Alema, di Marino e di tutti gli altri guastati d’Italia: “Anche quando pilotate articoli contro di me per dare risalto a un vostro protetto. Anche quando fate inciuci per demolire la mia immagine chiedendo favori a qualche giornalista. Anche quando vi incontro e mi salutate con grande affetto pieni di denti. A me, nonostante i vostri attacchi mirati, ME PARECE TODO ESTUPENDO”. Come si vede è una prosa da complottarda ma ingenua, con un codice da scolaresca che rende Alessia Marcuzzi la più pasticciona e dunque la più simpatica dei guastati. Non c’è la schiuma di citrato che conforta il crescente mal di stomaco d’Italia, non c’è la collera che fa il successo della trasmissione-fenomeno “La zanzara”, il chiosco dove l’acidità diventa furia.

Il “grande vecchio” e la distruzione dell’Università di Siena

Dal diritto settecentesco sardo all’olimpo dell’Università (da: La Nazione Siena, 27 gennaio 2012)

Tommaso Strambi. «Stai attento a questa città». «Stai attento a questa città». Una raccomandazione e un ammonimento da vecchio ‘pater familias’. D’Università s’intende. Perché di figli di sangue ne ha soltanto due: Aldo e Iole. Ma l’interlocutore a cui Luigi Berlinguer si rivolgeva in una telefonata dell’ottobre 2010 era il più giovane della nidiata allevata tra le mura dell’Ateneo senese: ovvero il rettore Angelo Riccaboni. L’economista chiamato a raccogliere il testimone alla guida dell’antico Studium, che tante soddisfazioni ha regalato al professore sardo di Diritto settecentesco, il quale, proprio dall’isola, sbarcò nella città del Palio, inviato dal Pci come ‘deputato’ del Cda del Monte dei Paschi. Studioso di Domenico Atzuni (quel giurista che dà il nome a tante piazze e tante strade della Sardegna, ma nessuno sa chi sia», ebbe a osservare Francesco Merlo sul Corriere della Sera), proprio tra Piazza del Campo e Rocca Salimbeni, Berlinguer impresse una svolta alla propria carriera. Anche se all’inizio non fu semplice. Perché, sebbene portasse un cognome altisonante nella storia del Pci e della sinistra italiana, sia nel partito che in città era considerato un forestiero. Una diffidenza che gli dev’essere rimasta appiccicata addosso, visto l’ammonimento che molti anni dopo rivolse, appunto, a Riccaboni. Senza sapere, ovviamente, di essere ascoltato dalla polizia giudiziaria nell’ambito dell’inchiesta sulla regolarità delle elezioni del rettore. Una città un po’ matrigna e un po’ amante. Già. Chissà che traiettoria avrebbe comunque preso la sua vita se non ci fosse stata Siena, visto che nella natìa Sardegna non riusciva proprio a spiccare il volo, come avrebbe sognato.

All’Università di Sassari, negli anni Settanta, faceva parte di un cenacolo d’intellettuali: da Gustavo Zagrebelski a Valerio Onida, da Mario Segni a Franco Bassanini, da Francesco Cossiga a Roberto Ruffilli (diventato negli anni il ‘fine’ consulente di Ciriaco De Mita, prima di essere assassinato dalle Brigate Rosse nel 1988). Tra torte e creme (vera passione di Berlinguer, tanto da meritarsi il soprannome di ‘gola e vanità‘, affibbiatogli proprio da Ruffilli), quel reticolo di amici formò un gruppo destinato a ricoprire ruoli chiave nel potere accademico. Il vero e proprio pallino di Luigi. Quasi un’ossessione. E come poteva essere diversamente, visto che sin da piccolo si era dovuto confrontare con il mito del cugino Enrico. Mica uno qualsiasi. Il vero padre nobile del Partito Comunista. Ortodosso e rigoroso al punto tale da essere l’ultimo dei politici capace di portare in strada e far piangere, lacrime vere, decine di migliaia di compagni (e non) in occasione dei suoi funerali. Oggi al massimo i politici raccolgono fischi e contestazioni al grido di «andate a lavorare», come è accaduto pochi giorni fa all’Isola del Giglio al governatore Enrico Rossi e al consigliere regionale Marco Spinelli. Altri tempi.

Ma torniamo a Berlinguer, Luigi s’intende. Vanitoso e dalla forte propensione alla grandeur, ma allo stesso tempo ammaliatore e grande tessitore di relazioni. Così, nonostante le difficoltà, in poco tempo riuscì a conquistare l’Università. Del resto, studenti interessati al Diritto settecentesco sardo non è che ce ne fossero molti. Trovata l’intesa con i cattolici di Medicina, per Berlinguer si aprirono le porte del rettorato. L’apoteosi. Gli insegnamenti iniziarono a moltiplicarsi e così le cattedre e la popolazione studentesca. Per i detrattori, però, anche i bilanci cominciano a ingigantirsi. In fondo, il potere ha sempre un costo. Il capolavoro, in questo senso, arrivò con i festeggiamenti per i 750 anni di fondazione dell’Ateneo. E poco importa se non era proprio l’anniversario giusto, visto che la data del 1240 non fa riferimento alla fondazione dell’Università ma a un documento in cui il Comune di Siena si impegnava a pagare parte degli stipendi dei professori dell’Ateneo. Che, quindi, già esisteva. L’importante era ottimizzare il risultato. E Luigi, il ‘comunista modernizzatore’ (come lo definisce Francesco Merlo) puntò in alto. E a ragione. Prima Romano Prodi, poi Massimo D’Alema, poi, ancora Prodi lo accontentarono, affidandogli il ministero della Pubblica Istruzione (1996-2000) e, ad interim, anche quello dell’Università e della Ricerca scientifica e tecnologica (1996-1998). Un uomo riconoscente, comunque Luigi. Così nell’avventura romana si portò dietro ‘la comandante’, al secolo Jolanda Cei Semplici, che in Banchi di Sotto ricopriva il ruolo di direttore amministrativo. Piccola e determinata, una volta conclusa l’esperienza al Ministero, è tornata a Siena come direttore generale del Policlinico Le Scotte, pur fra i mille dubbi dei politici locali di area cattolica.

Ma Berlinguer non è uomo da lasciare niente al caso. E, così, prima di salutare Banchi di Sotto, si assicurò che a succeder gli fosse qualcuno di fiducia. Ed ecco che alla poltrona di rettore arriva il patologo Piero Tosi supportato da una squadra di comunicatori d’eccellenza, capitanata da Maurizio Boldrini, Omar Calabrese e Maurizio Bettini. Altro che piccola Oxford: l’Ateneo di Siena può pensare ancora più in grande. Mentre Luigi Berlinguer nel mese di maggio del 2003 decide dunque di andare in pensione (salvo poi essere reintegrato, diciotto mesi più tardi), il patologo Tosi, proprio come Penelope, tesse e disfa la tela con nuove assunzioni di docenti e personale tecnico amministrativo, Maurizio Boldrini ordina l’acquisto di 300 volumi in onore di Berlinguer. E non importa se manca una delibera del Cda che autorizzi la spesa da 26mila euro. Tanto qualcuno pagherà. In fondo, a Roma Berlinguer è in corsa per la Corte Costituzionale.

Gola e vanità‘. Ma anche familias. Già, perché in tutto questo c’è spazio anche per il figlio Aldo. Sulle orme del padre, il giovane Berlinguer riparte dalla Sardegna per la sua carriera di docente universitario, senza disdegnare altre esperienze. Ovviamente in nome della ‘buona politica’ per la quale dà vita all’Associazione ‘Il Campo delle idee’. E, tra un trattato di filosofia del diritto e un’analisi sociologica, Aldo si fa le ossa prima nel consiglio di amministrazione dell’aeroporto di Ampugnano (sotto l’ala protettiva del presidente dell’epoca Enzo Viani), poi a Bruxelles, dove diventa esperto di legislazione dei fondi comunitari. Nel frattempo lo chiamano all’Università di Firenze. Come il padre molti anni fa, anche lui è pronto a entrare nei salotti delle banche italiane. Così, dopo un timido tentativo di candidarsi sindaco di Siena nel 2011 (sostenuto dall’Italia dei Valori, infatti) nel giugno dello scorso anno viene nominato nel Cda di Banca Antonveneta. Chissà se il padre gli avrà rivolto lo stesso ammonimento fatto a Riccaboni: «Stai attento a questa città». Un po’ matrigna e un po’ amante. Chissà. E, mentre la magistratura di Siena ancora indaga sulla voragine di debiti accumulata dall’Università, la riforma del 3 + 2 varata proprio dal ministro Luigi Berlinguer mostra evidenti crepe, come emerge dall’ultimo rapporto della Fondazione Agnelli. Secondo il rapporto, infatti, il livello di preparazione dei giovani universitari italiani è calato enormemente, così come le loro possibilità di trovare impieghi adeguati (e non per colpa della crisi economica»). Che ingrati. Meno male che restano i fidelissimi: Antonello Masia, Marco Tomasi (quello che consigliava a Riccaboni di far presto a nominare Ines Fabbro direttore amministrativo: «non si sa mai»), Alessandro Schiesaro, Tommaso Detti, Omar Calabrese, Maurizio Bettini, Jolanda Cei Semplici, Antonio Cardini, Saverio Carpinelli, Maurizio Boldrini, Alessandro Stagnini, Alessandro Piazzi, Gabriella Piccini e, ovviamente, Angelo Riccaboni e Ines Fabbro. Anche a loro Luigi Berliguer, da garante nazionale del Pd, ripete spesso: «Guardatevi da questa città».

Sullo stesso argomento:
– Francesco MerloL’importanza di chiamarsi Berlinguer (Corriere della Sera, 19 maggio 1996).
– Francesco SpecchiaBerlinguer critica i nepotisti ma si dimentica del figlio (Libero, 30 novembre 2010).
– Giovanni Grasso. E c’è chi entra in Università, ne esce andando in pensione e poi ci rientra (Il senso della misura, 16 marzo 2011).
– Giancarlo MarcottiMa quanto è bravo Aldo Berlinguer (Borsa Forex Trading Finanza, 30 settembre 2011).
– Gian Marco Chiocci. I peccatucci del “saggio” Berlinguer (il Giornale, 20 gennaio 2013).