L’ombra lunga di Berlinguer e Tosi sull’Ateneo senese con i loro candidati Frati e Petraglia

Frati e Petraglia

Frati e Petraglia

Di seguito la trascrizione integrale di un’altra parte dell’intervista di Orlando Pacchiani (per Radio Siena TV) ai candidati rettori, nella trasmissione Siena Diretta Sera del 19/05/2016. Il blogger Raffaele Ascheri  (l’Eretico di Siena)  chiede ai tre docenti «un giudizio sintetico, ma il più chiaro, efficace e tagliente possibile su Luigi Berlinguer e Piero Tosi» che, con elezioni bulgare e candidature uniche, in tempi diversi, sono stati alla guida dell’Università di Siena per ventuno anni. Quando si scoprì il dissesto economico-finanziario dell’Ateneo (una voragine nei conti da 270 milioni d’euro), fu subito chiaro che un crac di tali proporzioni dovesse avere origini lontane e responsabilità ben precise, che qualcuno fece risalire anche ai fastosi festeggiamenti del 750° anniversario dell’Ateneo senese. Con Silvano Focardi, che consegnò in Procura una memoria sul dissesto, ci fu una discontinuità di quattro anni alla guida dell’Università e in seguito, con l’aiuto di Berlinguer e Tosi, s’insediò Angelo Riccaboni, con un’elezione tanto irregolare (e non ancora chiarita) da far ammettere al Ministro interrogato dai magistrati: «soltanto oggi vengo a conoscenza del fatto che nessun elettore è stato identificato; se avessi saputo di detta irregolarità, non avrei nominato Riccaboni.» Appare, perciò, utile la domanda dell’Eretico che può fare chiarezza sugli sponsor accademici scomodi dei candidati, specialmente su quei personaggi che hanno avuto un ruolo nel dissesto economico-finanziario dell’Ateneo senese. Si dice che Frati e Petraglia sono le due facce della stessa medaglia, rappresentata dal gruppo Berlinguer e Tosi che, con l’elezione di uno dei due loro candidati, porrebbe una pietra tombale sulle speranze di chiarire le responsabilità della voragine nei conti e del degrado, anche morale, di un Ateneo dal glorioso passato. Vediamo le risposte dei tre candidati.

Raffaele Ascheri (Eretico di Siena). Sono presenti in studio i tre candidati all’ambitissima poltrona di Rettore dell’Università di Siena; ovviamente, ci sarebbe molto da chiedere, molto da dire a tutti e tre, ma lo faremo nel blog nelle prossime giornate, nelle prossime settimane, di qui all’appuntamento elettorale. Con il poco tempo che abbiamo a disposizione, però, almeno una cosa la possiamo fare: cioè, domandare, partendo da uno stimolo del blogger Giovanni Grasso – che è colui che segue più direttamente e da vicino le vicende dell’Università, e da tempi davvero non sospetti – provocazione secondo la quale bisognerebbe candidare a rettore Aldo Berlinguer, il figlio del più noto Luigi, provocazione che è di questi giorni, pubblicata sul suo blog “Il senso della misura”. Ecco, partendo proprio da questa, chiederei a tutti e tre i candidati che cosa pensino del passato, soprattutto del passato non attuale, cioè di Luigi Berlinguer e di Piero Tosi; coloro che per molti anni hanno guidato in tempi diversi e in contesti differenti, soprattutto da quelli attuali, l’Università di Siena; perché avere un loro giudizio sintetico, ma il più chiaro ed efficace possibile, su queste due figure, Berlinguer prima e Tosi dopo, davvero potrebbe darci un segno importante. Quello che raccomanderei è che la loro analisi, il loro giudizio, fosse la più tagliente possibile o quanto la più chiara, se possibile, perché anche se loro dovranno ricoprire un incarico che ha un suo valore anche in qualche modo politico, però non sono politici senz’altro di professione e non so se poi ambiranno ad esserlo in futuro, ma quindi da loro si può pretendere, per non dire esigere, chiarezza di giudizio. Sintesi e chiarezza di giudizio; questo è quello che io chiedo a loro, in attesa ovviamente delle loro risposte. Grazie.

Francesco Frati. Mi pare che l’Eretico abbia fatto due domande. La seconda, è quella relativamente alla chiarezza rispetto ai contenuti e a quello che vogliamo fare in futuro, e credo che sia importante soprattutto parlare del futuro. E credo che questa chiarezza stia nelle cose che abbiamo detto oggi e in quello che abbiamo scritto nel programma. Credo che questo sia un momento in cui si debba parlare del futuro. Con riferimento ai vecchi rettori che l’Eretico ha citato, devo dire che, anche per motivi anagrafici, rispetto a loro ho una distanza veramente di tipo anagrafico che mi permette di dire che mi mette molto in difficoltà nel dover esprimere un giudizio, perché lo esprimerei su delle cose che non ho toccato con mano e rispetto alle quali non posso dare un giudizio. L’unica cosa che posso dire è che, io credo, negli ultimi trent’anni, che più o meno è il periodo a cui si fa riferimento, credo che l’Università sia cambiata moltissimo e credo che il lavoro che deve fare un rettore ora è profondamente diverso dal lavoro che doveva fare un rettore trent’anni fa, ma tutto sommato, anche venti o quindici anni fa.

Alessandro Rossi. Molto più sintetico del Prof. Frati. Quei mandati rettorali hanno dimostrato di sostenere, mi scusi il gioco di parole, uno sviluppo insostenibile dell’Università; se no l’Università, evidentemente, non avrebbe avuto quella condizione di grave sofferenza economica. Credo, e ribadisco, che l’Università oggi non assomiglia e non può più assomigliare all’Università neppure dei sei anni passati, perché il mondo è profondamente cambiato, abbiamo soltanto avuto la possibilità di accennare ad alcuni aspetti; ma l’Università di Siena certo non si può permettere di essere ferma, deve rinnovarsi per affrontare gli aspetti che precedentemente sono stati toccati, perché altrimenti finiscono per essere slogan e titoli; parlo dell’internazionalizzazione, dell’attrattività, parlo della mobilità degli studenti. Questi richiedono dei progetti specifici e una riorganizzazione amministrativa e, sotto certi aspetti, anche di mentalità dell’intero corpo docente.

Felice Petraglia. Io tra l’ottanta e il duemila ho lavorato in giro per l’Italia e per il mondo; quindi, non ero qui! Posso dire che ho conosciuto il Prof. Tosi, perché fu lui che mi venne a scoprire quando ero a Udine, devo il mio ritorno a Siena appunto al momento in cui lui era rettore, quindi l’ho conosciuto meglio. Però erano gli ultimi anni, appunto, di una lunga serie di gestione delle cose. Non posso esprimere assolutamente giudizi né per l’uno né per l’altro; mi sembra in questo senso, giustamente, come dicevano prima i colleghi, è cambiato sicuramente il modo di gestire l’università, perché c’erano altre condizioni economiche. Ora, bisognerebbe essere molto preparati per fare dei confronti tecnici, economici, gestionali; sicuramente sono stati anni di grandi aperture: siamo passati a molte facoltà e probabilmente questo era un momento d’oro, c’erano tante possibilità, purtroppo poi, con alcune problematiche di spesa che sono subentrate dopo. Insomma, sarebbe un argomento trattato negli anni e giustamente non è facile esaminarlo in una risposta breve. Furono, di sicuro, personaggi importanti, insomma, rimarranno nella storia.

Raffaele Ascheri (commenta il giorno dopo su “Eretico di Siena”). P.S. 3 – Ieri sera, a “Siena diretta sera”, abbiamo domandato ai tre candidati a Rettore cosa pensassero del tandem delle meraviglie Luigi Berlinguer-Piero Tosi: così, tanto per avere un’idea. Il buon Frati si è furbescamente trincerato dietro il gap generazionale tra lui e gli altri due; il Rossi, almeno, ha parlato esplicitamente di “sviluppo insostenibile”, a proposito dei due ex, per poi sdirazzare su tutt’altro; il Petraglia – visibilmente infastidito dalla domanda – non ha risposto per niente, e alla fine li ha comunque definiti due Rettori che entreranno nella Storia. Una prima idea, dunque, ce la siamo fatta: avanti così, le elezioni si avvicinano…

Pubblicato anche da:
il Cittadino online (30 maggio 2016) con lo stesso titolo.
retewebitalia.net (Il primo network italiano dei quotidiani online) (30 maggio 2016) con lo stesso titolo.
– Bastardo Senza Gloria (30 maggio 2016) con il titolo: «Chi dei tre candidati a Rettore dell’Università di Siena ha il coraggio di giudicare le gestioni di Luigi Berlinguer e Piero Tosi?»

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9 Risposte

  1. I Tre Rettori puntano alto: internazionalizzazione, ricerca avanzata….come non essere d’accordo? Non è chiaro dove trovino i soldi, ma anche alla luce dell’ultimo messaggio di Andrea (un costituendo “hub” della ricerca con 3000 ricercatori, altro che ateneo “piccolo e bello”!) merita rileggere ancora l’articolo su Repubblica sopra citato:

    “L’università di Firenze offre una formazione generalista con buoni standard senza puntare su particolari settori, vive della posizione di rendita che gli deriva dalle risorse dell’area. Pisa sta consolidando la sua tradizione in materie scientifiche (anche grazie alla Scuola Normale e del Sant’Anna) con una forte attenzione alla formazione post laurea e alla ricerca. Siena è una università specializzata nella didattica di primo livello per alcune discipline. … soltanto Pisa emerge come centro di ricerca di buon livello nel panorama nazionale. Questo quadro suggerisce una riflessione: è inutile fare appello alla gloriosa tradizione e declamare l’eccellenza su tutti i fronti, le tre università debbono individuare la loro vocazione: Firenze può ambire ad essere una università generalista di buon livello, Pisa un centro di eccellenza nella ricerca scientifica, Siena un università specializzata nella didattica di primo livello.” (da Repubblica http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/03/13/voti-risultati-e-cifre-indicano-futuri-diversi-per-toscaniFirenze09.html)

    L’autore dell’articolo che prefigura il destino di Siena nel sistema toscano degli atenei (un professore di economia, se non erro: ciò spiega, forse, una certa attitudine a distorcere in maniera trilussiana le statistiche) riprende un dato più volte citato anche dal nostro Rettore, ossia il rapporto studenti/docenti: Firenze ha 30 studenti per docente, Pisa 31, Siena 22. Come dire: “benché voi senesi siate ridotti ad un terzo dei vostri vicino, per il destino che vi attende siete anche troppi!”. Questo è un argomento veramente equivoco, ma tutto si tiene. In dieci anni di blocco, una generazione è stata spazzata via, i giovani bramosi di intraprendere una carriera scientifica sono stati per lo più allontanati da Siena: se ora il tuo futuro è quello di somministrare lauree di primo livello, se dunque si prefigura per te un avvenire senza studenti per i livelli specialistici, accettando con ciò di ricevere meno finanziamenti (legati oramai soprattutto alla mole della ricerca prodotta), allora un terzo dei docenti di Pisa o di Firenze, per lo più anziani o magari precari, sono anche troppi.

    Il crudo dato numerico è che Pisa (con Sant’Anna) e Firenze viaggiano rispettivamente sui 1576 e 1671 docenti (cioè quasi 1000 più di Siena, in un sistema premiale–vedi capitolo VQR– basato essenzialmente sulla mole della ricerca) e 47000 – 50000 studenti, mentre Siena di docenti ne ha già persi 350 e si avvia serenamente ad averne 600 all’incirca, per 15776 studenti, avendone persi 6000 in un batter d’occhio dopo aver chiuso una quarantina di triennali e altrettante magistrali. Il candidato Rossi ha parlato giustamente di “sviluppo insostenibile”, con riferimento al passato, ma forse sarebbe più appropriato parlare di scialo, giacché ripensando a certe eroiche imprese degli anni ruggenti, affrontate senza convinzione e palesemente destinate a non durare e a non radicarsi, si comprende la insostenibilità, ma non si vede dove fosse lo “sviluppo”. Tra i radicali cambiamenti intercorsi nel sistema universitario, noto però che non si fa il minimo cenno al meccanismo dei “requisiti minimi”, per il quale numero ed assortimento dei docenti per accreditare un corso di studi sono fissati dalla legge. Sicché si tratta di capire cosa potrai EFFETTIVAMENTE fare con quel manipolo di docenti in ordine sparso che ti rimarranno in capo a pochi anni, nonostante un modesto turnover.

    Spicca, in particolare, in contrasto con la realtà dei grossi poli della ricerca che si va costituendo, descritta da Andrea qui sopra, la strategia comunicativa a base di vaselina e il modo in cui le notizie vengono somministrate dai giornali. Così gli avanzamenti di carriera di gente già al libro paga, oppure i contratti a termine di ricercatore (auspicabili e benedetti, s’intende!) vengono spacciati per “nuovi professori” e la confusione che in tal modo viene ingenerata nella pubblica opinione non troppo attenta, o nella politica assolutamente distratta, fa sì che poi il commento sia: “il rettore ci fa sapere quant’è bòno il cacio con le pere”. Né ci si addentra neppure in una più rigorosa analisi circa i settori nei quali vi sarebbe un eccesso di docenti, perché qui verrebbero a galla magari alcune imbarazzanti verità che incrinerebbero una certa visione ecumenica che impera soprattutto in periodi elettorali.

    Certo non si può ancora puntare allo “sviluppo insostenibile”, ma anche la teoria di una “decrescita felice”, con il dirimpettaio rettore pisano che va affermando di aver messo in cantiere durante il suo mandato mille assunzioni (sic) appare quantomeno bizzarra ed in contrasto con i tempi. Il concetto dell’università che si sta affermando infatti, “delimita pochi poli di eccellenza, quelli presenti in alcuni territori collegati ai flussi economici più forti, abbandonando tutti gli altri atenei all’incerto destino di università di serie B.”http://ilmanifesto.info/tagli-agli-atenei-la-fredda-primavera-dei-rettori/ . E sul destino dei piccoli atenei, Renzi a Torino fu assai esplicito: “Ci sono delle università che riescono a competere nel mondo e università validissime, che pero hanno un’altra funzione, un’altra missione“ http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/07/riforma-pa-studenti-accodatevi-luniversita-di-serie-b-e-aperta/1848615/, sicché–proseguiva– 110 a Torino potrebbe non essere più equivalente a 110 a Bari.

    È strano, infine, che quando dicono: “puntiamo TUTTO su QUESTO settore”, implicitamente e forse freudianamente affermano di non volere, o non essere in grado di puntare più NIENTE sugli ALTRI settori. Ora i “settori” non sono scompartimenti all’interno dei dipartimenti: non è questione di mobilio e scartoffie, sono persone in carne ed ossa, cui dovrai dire grosso modo qual’è il loro destino. Né vale trincerarsi, come ahimè si sente fare sempre più spesso, dietro cretinate del tipo che la roba non traducibile hic et nunc in danaro contante è inutile. Ciò risulta offensivo per la storia di questo ateneo e la dignità della città che lo ospita. C’è inoltre il problema che, ammesso e non concesso che siano concretamente perseguibili, e non puramente fantastici, gli obiettivi di concentrazione su pochi settori legati esenzialmente alle “scienze della vita”, a questi settori NON appartengono almeno un centinaio di quei 600 docenti residui di cui sopra: dunque i tuoi sogni di gloria poggiano su uno sparuto gruppo di individui, pari alla metà dei volontari della spedizione garibaldina del 1860. E il reclutamento, verosimilmente, nei prossimi anni, a Siena, in forza di parametri di bilancio non entusiasmanti, sarà ancora ridotto al minimo e non ti consentirà di fare salti mortali.

  2. p.s. Bari non è certo un piccolo ateneo, ma nel discorso citato, veniva assimilato agli atenei con poca ricerca: la sostanza è che in futuro, sia il valore del titolo che lo stipendio del docente, dovrebbero differenziarsi, a seconda degli atenei “di serie A”, oppure “di serie B” e tra questi ultimi, si intuisce, dovrebbero rientrare di default i famosi “piccoli atenei”.

  3. Uno degli scenari più probabili per il futuro del sistema universitario nazionale, così come delineato dai nostri Ministeri, è che si arrivi nel paese a non più di 15 Atenei generalisti di grosse dimensioni in cui si
    concentri la maggioranza delle attività di ricerca, la didattica a livello magistrale e la formazione postlaurea.
    Purtroppo l’Università di Trieste non si trova nelle condizioni di sperare di entrare in questo ristretto gruppo. Assieme alle altre Università medie e piccole l’Ateneo giuliano può quindi optare per due soluzioni: (i) essere un’Università generalista dalle scarse risorse, in cui si svolgono attività di insegnamento principalmente nei corsi di laurea triennali, in alcune specialistiche, particolarmente legate al territorio ed in pochi dottorati di ricerca – le cosiddette ‘Teaching University’ -, oppure (ii) essere un’Università non generalista che, prediligendo la qualità ed il merito punti su settori strategici, anche legati a condizioni territoriali e/o politiche e culturali favorevoli, ovvero una ‘Research University’

    http://www.fermeglia.it/DocumentoProgramma.pdf

    La differenza fra teaching e research university la farà soprattutto la ricerca (quantità e qualità) indipendentemente dalla dimensione e numero degli studenti, proprio come in US o UK. Aggiungerei un altro fattore discriminante: la collocazione territoriale. Le università che avranno la fortuna (suppongo un piccolo gruppo) di avere un piede dentro ad hubs come lo HT di Milano o Torino potranno molto probabilmente essere considerate “research”. Queste poi polarizzeranno le risorse economiche disponibili nel sistema.

    • rispetto a quello che giustamente anche tu sottolinei, ecco una esilarante presa di posizione della stampa locale:

      “Nella classifica stilata dal Censis per il quotidiano La Repubblica, l’Università di Siena è ancora una volta tra i migliori Atenei italiani, seconda in assoluto, a pari merito con l’Università di Camerino” http://sienanews.it/attualita/luniversita-di-siena-tra-i-migliori-atenei-italiani/

      Insomma, ecco le vere eccellenze, i “grossi hub” della ricerca: l’università di Camerino. Assai prima di Padova, Pisa, Milano, Torino e così via: mi domando a chi parlano questi giornali. Di quello che dici tu (e che ho cercato di sottolineare anche io), qui, nel piccolo mondo antico non è giunta notizia: tutto va bene, madama la marchesa. Né vi è cognizione del fatto che i ranking internazionali di riferimento si chiamano Times Higher Education, ARWU, Quacquarelli-Symonds ecc.

      Il solito sito ROARS individua questi problemi del sistema universitario italiano: “il crollo del personale nel ruolo degli ordinari, l’inefficacia del piano straordinario di reclutamento degli associati, la persistenza del ruolo dei ricercatori incautamente messo ad esaurimento, la irrisoria mobilità tra atenei, le disparità anche territoriali tra atenei virtuosi e reietti che ricadono sul personale che ha la ventura di farne parte “http://www.roars.it/online/sliding-doors-2012-2015-chi-entra-e-chi-esce-nei-ruoli-del-personale-accademico/. Alla luce di questi fatti mi sa che la differenza fra teaching e research university fotografa solo lo spaccato delle differenze persistenti, ad oggi, fra un ateneo e l’altro, evidenziando le difficoltà che attraversano gli atenei più piccoli e meno facoltosi, cristallizzati per sempre nella loro presente situazione. Questo DI PER SÉ delinea un progetto, quello degli “hub” (un sistema planetario con pochi pianeti e molti satelliti imprigionati nella loro orbita). Giusto o sbagliato che sia, per adesso se ne vede solo la pars destruens.

    • “Nella classifica stilata dal Censis per il quotidiano La Repubblica, l’Università di Siena è ancora una volta tra i migliori Atenei italiani, seconda in assoluto, a pari merito con l’Università di Camerino”
      http://sienanews.it/attualita/luniversita-di-siena-tra-i-migliori-atenei-italiani/

      Ma questi qua, hanno una vaga idea di cosa voglia dire combattere per entrare nei primi cento atenei europei, come recita anche il programma del candidato Petraglia? Possibile che i giornali locali non riescano a dismettere il tono propagandistico? Qui occorre realismo: il pessimismo dell’intelligenza! Un membro del Consiglio Direttivo dell’ANVUR ebbe a dire che “quando la valutazione (VQR) sarà conclusa, avremo la distinzione tra researching university e teaching university. Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa”. Che Siena si riduca a fare solo corsi triennali è stato un auspicio recentemente ribadito nell’articolo del prof. Barucci sopra citato. Se il finanziamento degli atenei sarà basato essenzialmente sulla mole della ricerca prodotta, non c’è storia per i “piccoli atenei”, specie per Siena, a meno che non riesca a frenare l’emorragia del personale docente, che si aggira attorno al 40% (a fronte del 17% nazionale), e la spirale perversa che il continuo smantellamento delle strutture innesca. Inutile citare sempre il fiore all’occhiello del Santa Chiara Lab: non hanno pane? Mangeranno brioches! Ammettere che il nostro naturale competitor sia l’università di Camerino, vuol dire accettare un destino di ateneo di serie B, lontano dai ranking internazionali. Ma forse la morale è, come direbbe Gaio Giulio Cesare, che preferiamo essere primi in provincia che secondi a Roma (Plutarco, Vita di Cesare, 11, 4).

    • ….addendum:

      “Dobbiamo entrare nella classifica delle
      migliori Università in Europa (Top100 Ranking Web Universities), migliorando nel
      contempo la posizione nelle classifiche mondiali Times Higher Education World
      University Ranking (400-500), nel Google Scholar Citation (391) e nel QS World
      University Ranking (701).”
      (Prof. F. Petraglia)

      Secondo Times Higher Education https://www.timeshighereducation.com/world-university-rankings/best-universities-in-europe-2016, tra le prime DUECENTO compaiono al momento solo Milano, Torino, Padova, Pisa, Trento, Bologna, Firenze, Napoli (Federico II), Verona e Modena-Reggio Emilia. Al contrario, Siena veleggia nelle retrovie, mentre se digito “Camerino” la risposta è: “Your search did not return any results”. Poca differenza con questi qua http://www.webometrics.info/en/Europe, salvo che Siena vi compare al centonovantunesimo posto in Europa. Ecco, io vorrei capire come si concilia questo ambizioso programma di acciuffare Padova e Pisa con l’esultanza delle gazzette per essere arrivati secondi a pari merito con Camerino nelle esilaranti classifiche del CENSIS:

      “Nella classifica stilata dal Censis per il quotidiano La Repubblica, l’Università di Siena è ancora una volta tra i migliori Atenei italiani, seconda in assoluto, a pari merito con l’Università di Camerino” http://sienanews.it/attualita/luniversita-di-siena-tra-i-migliori-atenei-italiani/

    • P.S. Venerdì 3 colgo su Radio 3 una doppia intervista mattutina a due illustri economisti: i proff. Viesti e Moretti. Entrambi ritengono che il livello medio degli atenei italiani non sia malvagio, e tuttavia manchino quelli che oramai si sogliono definire “grossi hub” della ricerca in grado di competere con i colossi internazionali (ma Viesti non manca di sottolineare che il budget di Harward è pari a due terzi dell’intero fondo di finanziamento ordinario italiano). Si tratta dunque di sviluppare i pochi atenei italiani potenziali candidati al ruolo di “hub della ricerca”, trasformando gli altri in Fachhochschulen alla tedesca, cioè un sistema di formazione terziaria tecnico-professionale della durata di 4 anni (Viesti), oppure Community Colleges all’americana (Moretti). È un po’ meno brutale del destino che il prof. Barucci, nell’intervista pluricitata intravede per l’ateneo senese (una fabbrica di lauree triennali), ma come si vede il tema è all’ordine del giorno ed il continuo depotenziamente delle strutture didattiche e di ricerca dell’università di Siena lo rende centrale e di bruciante attualità nell’attuale campagna elettorale. Quelli che dicono “tutto va ben, siamo secondi a pari merito con Camerino”, si fanno male da soli, perché, anche volendo generosamente riconoscere loro alcuni meriti, è evidente che non va tutto bene.

  4. Ai tempi d’oro del blocco comunista sovietico molti occidentali e tanti poveri disgraziati che erano costretti a vivere in quel sistema criminale erano convinti che solo una guerra avrebbe potuto liberare quel “paradiso” decantato a lungo anche dai nostri sinistri.
    Grazie a Dio, ciò non è stato necessario.
    A Siena invece una guerra tragica c’è stata, eppure il Sistema che l’ha dichiarata e combattuta contro la cittadinanza conserva intatto il suo potere. Il Soviet di Siena dunque incredibilmente è sopravvissuto alla casa madre targata URSS.
    Le macerie dell’Università, della Fondazione, della Banca e di tutto il suo indotto stanno ancora fumando, ma l’intreccio inverecondo che ha provocato tante “vittime” è ancora saldo al comando.
    Se nemmeno una guerra è riuscita a liberare Siena, vuol dire che il Sistema è irriformabile per via umana. Evidentemente tanti, troppi senesi tra le varie virtù di cui sono provvisti, non fanno bella mostra di quelle della fierezza e dell’indipendenza.
    Aspettiamo dunque pazienti e preghiamo perché intervenga la Provvidenza.
    Perdio, se è riuscita a far crollare l’Unione Sovietica senza bisogno di un solo missile, ci sono buone speranze che anche a Siena arrivi la liberazione e la cacciata di quella masnada di uomini senza onore e dignità che trattano la Città come Cosa loro.

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