Ateneo senese: che la cruda realtà prenda il sopravvento, dopo le ampie aspersioni di vacuo ottimismo e i ludi elettronici del voto telematico

Altan-ultimiFrancesco Frati. Il 2016 presenta segnali di ripresa: l’organico aumenterà di circa 15 unità. Venti professori andranno sì in pensione, ma il 1 novembre assumeremo 25 ricercatori e nel corso dell’anno arriveranno da fuori 10 professori associati o ordinari.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Vale la pena di ricordare che i “ricercatori” sono contratti a tempo determinato, perché il ruolo di ricercatore è stato cancellato dalla legge Gelmini. Non mi sembra dunque corretto conteggiare anche 25 contratti a tempo determinato come se fossero già professori di ruolo (e chissà se lo saranno mai). Dunque il trend negativo si attenua, ma continua e i problemi che questo crea sono quelli che in questo blog sono stati a più riprese evidenziati. Se fa ancora fede la tabella con i dati ufficiali dell’università, in realtà nei prossimi anni di docenti ne verranno a mancare un altro centinaio, che si andranno ad aggiungere ai 328 già andati in pensione dal 2008 ad oggi (1056-728=328). Non è dunque esagerato ripetere che il corpo docente sarà quasi dimezzato. Se, come dice Frati, nel corso del 2016 andranno via 20 professori di ruolo ed entreranno 10 professori di ruolo (i primi dopo un decennio, se si eccettuano quei quattro o cinque a carico dell’AOUS!), in realtà il corpo docente di ruolo nel corso di un anno perderà almeno altri dieci membri. Dico “almeno” perché faccio notare che nel 2015 sono andati via (fra decessi, trasferimenti o maturate condizioni) 69 docenti più del previsto.

Valeria StrambiSe Firenze ha una vocazione generalista e Pisa è punto di riferimento per la ricerca, Siena continuerà a focalizzarsi sulla didattica di primo livello?

Frati. L’ateneo senese è tutto fuorché un super liceo o un’Università vocata solo alle lauree triennali. Lo dimostrano i dati: sono di più gli studenti iscritti alle magistrali e chi proviene da fuori regione è attratto soprattutto dall’offerta specialistica.

Rabbi. Condivido pienamente l’afflato. Ripeto che il sistema italiano non prevede (ancora) una distinzione netta fra “teaching university” e “research university”, ma intanto noto che l’insistenza su questo argomento (sul quale Repubblica torna per la seconda volta a distanza di poco tempo) lascia trapelare che a livello politico fuori dalle mura di Siena il discorso è oramai passato. Inoltre a me risulta anche che molti studenti vadano via dopo le triennali, e questa è una parte significativa dell’esodo (3700 iscritti alle magistrali nel 2008-2009, contro i 2900 nel 2015, non essendovi più, in molte aree, un’offerta a livello di lauree magistrali chiaramente caratterizzata. Mi sembra che il discorso di Frati colga dunque un aspetto della realtà: quello dei settori tutto sommato rimasti in piedi dopo il terremoto. Non chiarisce cosa farne del resto, che non è necessariamente “fuffa” (anzi…), in ispecie tutte le aree che nei prossimi anni verranno ulteriormente desertificate dai pensionamenti, atteso che non ha senso continuare a mettere insieme i brandelli rimasti battezzandoli ogni volta con un nome diverso ed altisonante. Voglio dire, alla fine la “Soupe à l’oignon” è solo una zuppa di cipolle.

Davide Faraone (sottosegretario all’Istruzione). Le università statali sono 60. In proporzione abbiamo meno atenei che altri paesi europei, ma il problema è la qualità: dovremmo evitare di creare doppioni ovunque e dovremmo potenziare e razionalizzare costruendo sinergie tra le regioni e spingere in ogni regione per un coordinamento tra gli atenei in relazione all’offerta formativa e di questi con i singoli territori.

Rabbi. Ora, non ho capito come dovrebbe attuarsi questa razionalizzazione dell’offerta formativa sul territorio toscano; se cioè l’attuazione di un processo di razionalizzazione non debba avvenire attraverso una forma esplicita di comunicazione, di collaborazione, di patteggiamento, di mobilità e di scambio tra atenei. Altrimenti non si capisce che cavolo si voglia intendere parlando di “razionalizzazione dell’offerta” e “sinergia”, e la cosa inquieta non poco, perché il sospetto è che nella divisione dei ruoli, uno faccia l’incudine e l’altro faccia il martello. O forse si ritiene che, pur operando ciascuno per proprio conto, poi tutto si tenga assieme per una sorta di leibniziana “armonia prestabilita”, in cui ciascuna monade, pur non comunicando, si trovi spontaneamente a prendere il posto che le compete nell’ordine del cosmo? Devo dire che quest’ipotesi, più che alla metafisica leibniziana mi fa pensare al tizio che si era fidanzato con una donna, ma lei non lo sapeva.

Terminati i ludi elettronici del voto telematico, che sono stati preceduti da ampie aspersioni di vacuo ottimismo, spero che la cruda realtà riprenda il sopravvento. Informa il Rettore uscente che “malgrado i recenti annunci sulla ristabilizzazione del FFO, i fondi non vincolati sono stati ridotti di un ulteriore 1%, diminuzione che si aggiunge ad una situazione di sottofinanziamento ormai endemico”. Insomma, poca roba, si dirà, ma un piccolo segnale della lenta erosione che non consente, al di là degli slanci volontaristici tipici delle campagne elettorali, di pensare realmente a prospettive di sviluppo. Le università italiane, soggiunge il Rettore uscente, “prenderanno una posizione” in proposito. Immagino che posizione. Qualcuno in stazione eretta, sì da consentirgli una agile locomozione, altri in un genere di postura arcuata che rende la deambulazione assai più impacciata.

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6 Risposte

  1. Ma sapete chi è questo Faraone? Uno che propaganda gli smartphone in classe. Stanno smantellando un sistema intero di istruzione per mezzo di personaggi che farebbero bene a vendere cocco sulla spiaggia. Quousque tandem?

  2. Cara Mary,

    ho già espresso le mie modeste perplessità intorno alle lauree brevi, che sono, meglio di come abbia fatto io, riassunte in questo articolo http://www.lavoce.info/archives/41761/ma-luniversita-non-deve-insegnare-un-lavoro/. Tuttavia, riflettendo sulle dichiarazioni del sottosegretario Faraone, faccio notare che per realizzare quel progetto non bastano le chiacchiere: al momento manca il quadro normativo, il valore della laurea non è formalmente diverso a seconda delle università (cf. http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/04/universita-lemendamento-al-ddl-pa-sancisce-la-discriminazione-tra-studenti-e-atenei/1842570/ ), la posizione del docente non è (ancora) “contrattualizzata” e sebbene la didattica risulti sempre più un elemento trascurabile nella valutazione dei dipartimenti e dei docenti, al momento non esiste la figura del research-only professor, né c’è una demarcazione netta fra teaching university e research university (anche se qualcuno dice che ci arriveremo presto).

    Si direbbe che la diversificazione dei ruoli fra atenei debba avvenire, secondo il pensiero dei sostenitori di questa teoria, semplicemente lasciando morire d’inedia alcuni di essi, molte lauree magistrali, dottorati e intere aree scientifiche. Le vittime predestinate sono gli atenei medio piccoli. Curioso che nel progetto non entri mai la minima considerazione della sorte di chi ci lavora, destinato evidentemente sempre di più ad un ruolo ancillarre e in alcun modo riconosciuto di supporto alla didattica, beffardamente –dopo tanto parlare sul merito individuale–strafregandosene di ogni considerazione “meritocratica”.
    Sembra in definitiva che questa rivoluzione copernicana debba avvenire mantenendo intatte le tradizionali rigidità e patologie del sistema, semplicemente lasciando che le cose imputridiscano.

    Fallito il 3+2, quello che si chiede ora a viva voce sono lauree “professionalizzanti”. A questo fine sembrano appunto destinati soprattutto gli atenei medio-piccoli, dopo il loro declassamento, visto che la ricerca e le scienze astratte o “pure” saranno sempre di più un lusso, appannaggio dei “grossi hub” della ricerca. E la cultura risulterà tollerabile solo se coniugata col turismo e la gastronomia locali (si passa insomma dalle “madeleine” di Proust inzuppate nel tè, ai cantucci col vinsanto). A tal riguardo ecco altre spigolature dalla stampa delle ultime settimane:

    “Università, appello dei rettori: più borse di studio e lauree professionalizzanti…Quella dell’offerta di lauree professionalizzanti – ha continuato il presidente Crui – è la più grande sfida, perché l’Italia tra i Paesi Ocse ha la minore percentuale di giovani che hanno un titolo terziario. “http://www.tecnicadellascuola.it/item/22030-universita-appello-dei-rettori-piu-borse-di-studio-e-lauree-professionalizzanti.html

    “Le nostre triennali sono propedeutiche, mentre le università chiedono da tempo il triennio professionalizzante con stage nelle aziende e negli uffici della pubblica amministrazione”http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2016/06/30/news/i-rettori-portano-la-ricerca-e-i-saperi-al-centro-del-paese-1.13746534

    “Vogliamo delle lauree triennali professionalizzanti. Altrimenti la riforma del 3+2 si sarà tradotta semplicemente in un allungamento della durata degli studi universitari.”http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2016/07/01/news/rugge-il-campus-salute-e-ormai-a-portata-di-mano-1.13756308

    E poi ancora questi: http://www.scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2016-06-16/doppio-binario-rilanciare-l-universita-211249.php?uuid=ADwUchd e
    http://iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca/2016/06/28/news/e-a-breve-la-svolta-e-in-arrivo-la-laurea-triennale-professionalizzante-1.13737974

    Appare però, a mio avviso, condivisibile questa mesta considerazione:

    “Per capire la malattia che ha svuotato le aule universitarie in tutto il Paese si può partire da tante angolazioni: la crisi, il lavoro che langue, lo scarso appeal delle lauree tradizionali o l’affermarsi di corsi alternativi più professionalizzanti. Tutto vale. Ma quello che forse ha pesato di più è il decennale disimpegno dello Stato.”http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/l-universita-in-declino-studenti-in-fuga-e-tasse-sempre-piu-alte.flc

    Personalmente non ho chiaro cosa si pensa di fare a Siena con un corpo docente ridotto fra un paio di anni a 600 persone (che all’uomo della strada paiono sempre troppi!), di cui oltre un terzo di area medica e il resto distribuito un po’ a casaccio in vari settori, con vistose lacune ed altrettanto vistosi eccessi, ma noto che gli atenei che secondo il vaticino del professor Barucci http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/03/13/voti-risultati-e-cifre-indicano-futuri-diversi-per-toscaniFirenze09.html dovrebbero costituire l’asse del sistema toscano contano messi assieme circa 3500 ricercatori. Qualunque cosa intendano fare, LA FACCIANO! Lentezza ed indeterminazione, il congelamento decennale delle carriere e dei concorsi già hanno prodotto uno iato generazionale, con il conseguente impoverimento drammatico di conoscenze e competenze. Strano che non ci si accorga che l’anagrafe non si è anch’essa congelata: tempus fugit.

    “sono vecchio
    e sono stato podestà di Fucecchio”
    (Puccini, “Gianni Schicchi”)

    • P.S. “…studiare percorsi di primo livello più professionalizzanti, dove per ora solo per quelli di area sanitaria ci sono buoni risultati sul mercato del lavoro (il 62% ha un lavoro a un anno dal titolo triennale, contro una media generale del 26,9 per cento). Il cantiere è aperto sul «Progetto lauree professionalizzanti» ideato dalla Conferenza dei rettori che dal 2017 dovrebbe vedere il debutto di corsi capaci di rispondere a quell’esigenza di tecnici che richiede il mercato – si parla di due milioni di opportunità occupazionali per profili tecnici nei prossimi 10 anni- e che spesso non si trovano a causa di un sistema formativo non adeguato. Un’iniziativa che potrebbe curare anche un altro grande male di cui soffre il mercato del lavoro italiano, quello della sovraistruzione: la quota di “overeducated” e “mismatched” – i troppo istruiti o con un curriculum non corrispondente al lavoro svolto – negli anni della crisi si è allargata sempre più, con 300mila laureati tra 25 e 34 anni che hanno un titolo di studio più elevato rispetto a quello richiesto per svolgere il lavoro attuale (una quota in crescita di circa il 4% rispetto al 2008).” http://www.scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2016-06-16/doppio-binario-rilanciare-l-universita-211249.php?uuid=ADwUchd

      Comunque, dire che i giovani italiani sono troppo istruiti (overqualified) mi pare una battuta veramente molto comica:
      “I 10 strafalcioni peggiori dei maturandi: da Adolf Einstein a D’Annunzio estetista.” http://www.corriere.it/scuola/maturita/cards/bestiario-maturita-2016-10-strafalcioni-peggiori-studenti/vittoria-germania_principale_preview.shtml?reason=unauthenticated&cat=1&cid=2drmhHec&pids=FR&origin=http%3A%2F%2Fwww.corriere.it%2Fscuola%2Fmaturita%2Fcards%2Fbestiario-maturita-2016-10-strafalcioni-peggiori-studenti%2Fvittoria-germania_principale.shtml

      A meno che non si intenda: “sovraistruiti per fare i camerieri”, destino comune di molti figli della middle class che avevano sperato nell’ascensore sociale. Alla fine della fiera, se dovessi far tradurre il concetto di “teaching university” ad un sottofattore, questi lo tradurrebbe con “scuola per poveri”. Quella che si sta prefigurando è una società senza cultura, senza coscienza civile, di individui ammaestrati per fare qualche cosa, ma privi di un centro, ovvero “senza qualità”, direbbe Musil. Ma voglio sperare che nella loro elefantiaca lentezza, le Competenti Autorità, nel mentre che caldeggiano la riduzione degli atenei medio piccoli a Community Colleges o Fachhochschulen, ammettano che vi possa e debba essere almeno un qualche presidio di cultura (scientifica od umanistica, come amano distinguere quelli ganzi), se non dovunque, almeno in specifiche strutture dotate di “massa critica” a livello del comprensorio scientifico regionale, che raccolgano le energie altrimenti inutilmente disperse.

      “se il senso della realtà esiste, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità”. (Robert Musil)

    • P.S. “Summit dei rettori sul futuro delle Università italiane

      …. un convegno di discepoli del compianto filosofo epicureo Catalano (la cui teoria fondamentale era che è meglio nascere ricchi e belli, piuttosto che poveri e brutti):

      «Aumentare la qualità della formazione elevandola ai livelli internazionali è stato uno degli obiettivi più discussi durante il dibattito. “Con buoni risultati nei ranking si possono attrarre buoni studenti e ricchezza per il nostro Paese”, ha detto Fabio Rugge, rettore dell’Università di Pavia
      …aumentare i corsi di laurea professionalizzanti; estendere la base di accesso all’università e il diritto allo studio; rendere competitivo il sistema universitario italiano nel contesto europeo, aumentando la qualità e diffondendo eccellenze; infine aumentare la connessione tra università e imprese per garantire l’occupazione dei giovani laureati.»
      (http://www.udine20.it/summit-dei-rettori-sul-futuro-delle-universita-italiane/)

      Non comprendo bene la grammatica: l’estensione di lauree professionalizzanti, non è appunto finalizzata ad un più efficiente rapporto con le imprese? E rendere competitivo il sistema in modo da portare alcuni atenei nei ranking elevati dei migliori atenei d’Europa senza aumentare gli investimenti, non significa forse concentrare le risorse nei pochi atenei medio grandi adatti a questa sfida, con ciò stesso lasciando gli altri alla deriva? E allora che vuol dire “diffondere le eccellenze”?

      Un lapsus: in realtà avrebbero voluto dire “concentrare le eccellenze”, attuando un “downsizing” dell’università, cioè, nel linguaggio aziendalistico oramai dominante, un ridimensionamento attuato con lo scopo di aumentare la competitività (leggo si wikipedia che esso comporta “una riduzione, trasformazione o cessazione di attività o di lavoro”). Come fai, d’altra parte, senza un considerevole aumento delle risorse (che sicuramente non ci sarà, qualunque governo si succeda a Roma), a coprire le necessità basilari, ma anche a premiare i meritevoli, a smaltire il mare di abilitati (e stanno per partire le nuove abilitazioni, alle quali molti parteciperanno, evidentemente, con spirito decoubertiano), a chiamare nuovi docenti, a dar da mangiare agli affamati e a vestire gli ignudi?

      Giova ricordare che dal 2008 l’Italia ha ridotto il finanziamento pubblico alle università del 22,5% e così oggi spendiamo all’uopo all’incirca 20 miliardi meno della Germania. A me pare, dunque, che agli atenei non destinati a costituire il fulcro di uno “hub della ricerca” restino le briciole, con le quali potranno imbastire tutt’al più lauree triennali e corsi professionalizzanti. È la famosa partizione degli atenei in atenei di serie A e atenei di serie B, caldeggiata anche dall’ANVUR. Aggiungo però che non ho mai capito l’atteggiamento schizofrenico di chi nei giorni pari si sciacqua le gengive con “l’eccellenza” e nei giorni dispari asseconda operazioni di bassissimo profilo scientifico e culturale (but not in my backyard!).

      «La fotografia dei numeri. Illuminanti i dati. Gli immatricolati delle lauree di primo livello negli ultimi 10 anni sono rimasti stabili a Pisa, diminuiti del 14% a Firenze e precipitati a – 62% a Siena; mentre il corpo docente è diminuito del 26% a Pisa, 41% a Firenze e 43% a Siena…»
      http://www.agenziaimpress.it/universita-boxeur-gli-atenei-toscani-tra-specializzazioni-crolli-di-iscrizioni-e-classifiche/

      Si fa notare, nondimeno, che essendo precipitato sia il numero di docenti, che quello degli studenti, il rapporto docenti/studenti a Siena è ancora alto. Un argomento, questo, perfettamente insensato. Primo perché la perdita non è stata omogenea ovunque, ma sono alcune aree scientifiche, quelle dove i docenti erano meno numerosi e più anziani, che si sono letteralmente disseccate. Secondo, perché al limite, se ti rimanesse un solo studente ed un solo docente, potresti egualmente brandire lo stesso argomento. Vogliamo continuare a chiudere corsi e a perdere studenti, in modo da poterci vantare che il rapporto docenti/studenti è ancora elevato, ottenendo il plauso scontato del CENSIS? Verrebbe da dire: “continuiamo così, facciamoci del male”.

      Il mio personale convincimento – se posso interporre un’opinione personale – è che il fallimento del 3+2, oltre all’inutilità in sé di certe lauree triennali, se non seguite da una magistrale, sia dovuto in primo luogo al fatto che al triennio, anziché insegnare a pescare (i.e. fornire una buona base scientifica, che, se tale, risulterà adattabile alle esigenze del mercato), si è dato il pesciolino (i.e. un cumulo di nozioni acriticamente somministrate), invertendo cioè la logica che aveva condotto alla sua istituzione. Ma – come già ricordato – il ciclo di vita delle tecnologie è sempre più breve e il tasso di obsolescenza delle competenze professionalizzanti è dunque aumentato. Pertanto, solo chi possegga realmente strumenti scientifici e culturali può risultare adattabile ai cambiamenti.

      Ho già stigmatizzato in altri messaggi la pochezza della discussione intorno all’università, del tutto priva di visione strategica e di peso culturale. Se vogliamo stare ai casi nostri, a proposito di eccellenze, qui si è chiuso e sbaraccato man mano che la gente andava in pensione. Ogni voce che invitava ad una maggiore prudenza è stata conculcata al grido di “maiora premunt!”. Se di eccellenze, al di là delle poche rimaste, ve ne saranno di nuove in futuro, temo che ciò non possa essere stabilito a tavolino autoproclamandosi eccellentissimi in qualche campo, “diffondendo” la scienza magari con uno spray, o imponendola a mezzo di qualche circolare dal tono perentorio: per creare un buon gruppo di ricerca, per instaurare una tradizione e produrre risultati di rilevanza internazionale occorrono anni di duro lavoro.

      L’intento oramai evidente, a livello nazionale, è quello della creazione di due mondi paralleli: l’università di serie A e quella di serie B. Queste ultime dedite principalmente alla produzione di diplomi triennali. Che così servano a poco, oramai lo dicono tutti. Essi furono istituiti con la ambigua motivazione di facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro e di aumentare il numero di “laureati”. Come le due cose stiano assieme, non l’ho mai capito. Con la stessa riforma del 3+2 si è di fatto richiesto di alleggerire sensibilmente i corsi delle triennali ed una maggiore generosità nei voti http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/06/17/universita-secondo-gli-studenti-e-piu-bravo-un-prof-competente-o-indulgente/2835381/. Ma quello che c’è di peggio è che alle triennali “licealizzate” sovente, per mancanza di risorse umane, non fa seguito un livello sensibilmente più elevato delle lauree magistrali, delle quali spesso rimane solo il simulacro.

      Qual è la prospettiva di Siena? V’è chi sostiene che il suo futuro sia nella didattica di base e nei corsi professionalizzanti (un super-liceo, o super-istituto tecnico) e chi ambisce al rango più elevato di ateneo in grado di confrontarsi con i migliori d’Europa (come, con quali mezzi, non si sa). Mi pare improbabile che vi possano essere vie di mezzo, come si ode non di rado dalle nostre parti, e cioè un ateneo con un paio di eccellenze e tutto il resto ridotto ad uno stato deplorevole. Chi sostiene questa teoria ritiene in genere sé stesso eccellentissimo ed è convinto che “il resto”, l’altro-da-sé, del quale ha conoscenza pari a zero, non conti niente. Uno strano equilibrismo, una lacerante indecisione che non può durare a lungo. Giova ricordare la parabola dell’asino di Buridano, che incerto su quale mangiare fra due mucchi di fieno, morì di fame.

    • P.S. Finiti gli europei di calcio, sono arrivate le classifiche internazionali del Centre for World University Rankings (Cwur). Tra i 1000 migliori atenei, ci sono 48 italiani. Pisa e Firenze nella top ten degli atenei italiani http://www.toscana24.ilsole24ore.com/art/oggi/2016-07-11/pisa-firenze-atenei-italiani-181419.php?uuid=gSLAicy2xB
      La Sapienza è la migliore università italiana.
      A seguire, le università di Padova (157 posto) e di Milano (171 posto), mentre la Top Ten tricolore è completata dagli atenei di Bologna (198), Torino (211), Firenze (251), Federico II di Napoli (254), Pisa (285), Genova (291), Roma Tor Vergata (306). Più attardata Siena (437), subito prima dell’Università del Mississippi.

      “Ombretta sdegnosa
      del Missipipì,
      non far la ritrosa,
      ma resta un po’ qui”

      (Rossini, La pietra di paragone)

    • P.S. L’università di Harvard è la migliore del mondo. Ha da sola un budget pari a due terzi dell’intero FFO italiano, ma che vuoi che sia: quando c’è la passione, c’è tutto. Tra i 1000 migliori atenei, però, ci sono 48 italiani. Che è come dire, by the way (e scusate se vedo il bicchiere mezzo vuoto), che oltre la metà degli atenei italiani non compare nemmeno fra i primi mille. Firenze (251), Pisa (285) sono nella top ten degli atenei italiani http://www.toscana24.ilsole24ore.com/art/oggi/2016-07-11/pisa-firenze-atenei-italiani-181419.php?uuid=gSLAicy2xB. Più attardata Siena (437), subito prima dell’Università del Mississippi, dentro i primi 500, ma fuori dalla top ten italiana.

      Dunque lo stato dell’arte è che i nostri ingombranti vicini viaggiano a gonfie vele a 150-180 posizioni davanti a Siena. Non credo che altre classifiche (di quelle internazionalmente accreditate) diano un responso tanto diverso. È evidente che il sistema universitario toscano poggia sempre più sul dualismo Pisa-Firenze. Temo che quanto più procederà l’integrazione fra questi due atenei, quanto meno ossigeno resterà per Siena, avverando la profezia del professor Emilio Barucci intorno al ruolo dei tre atenei maggiori della regione, che vede Siena ridotta ad un rango ancillare di sede distaccata e di fornitrice di diplomati triennali. Pur volendo scongiurare tale epilogo, tocca constatare però che il modo in cui avviene la ridefinizione dei ruoli all’interno del sistema degli atenei e segnatamente all’interno dell’ateneo che dei tre è più sofferente (i sommersi ed i salvati), è ben lungi dall’idea di una razionale programmazione dei compiti spettanti a ciascuno e da un razionale uso delle risorse umane.

      Il linguaggio burocratico-aziendalistico finisce per creare una spessa coltre di oblio, soffocando e conculcando ogni domanda di senso. Il livello culturale del dibattito intorno all’università, sia a livello nazionale che a livello locale, appare spesso caratterizzato da una visione approssimativa delle articolazioni dei vari campi della scienza e della cultura, quali esse si delineano oggi, agli albori del ventunesimo secolo (altro che “internazionalizzazione”!). L’appello frequente all’autonomia universitaria non può tradursi in una specie di sofisma pigro: siamo autonomi, ma da noi non possiamo fare niente, ergo, non facciamo niente, que sera, sera. Si dice che urge una sempre maggiore integrazione sinergica, ma ognuno va per conto proprio.

      Come nel sistema dell’Armonia prestabilita, una monade, pur senza comunicare, dovrebbe agire in modo congruo all’agire di tutte le altre monadi, ma non vedo alcun Dio o demiurgo che regoli armonicamente le relazioni tra queste monadi e che le cose possano andare avanti così, sperando in un processo darwinianamente evolutivo, mi pare alquanto improbabile. Sintetizzo, appoggiandomi a questo articolo http://www.lavoce.info/archives/41464/finanziamenti-alle-universita-pochi-e-con-regole-incerte/, i recenti criteri per il finanziamento dell’università pubblica (e “se sbaglio, mi corigerete”). Il finanziamento ordinario delle università dipende da:

      1) una quota base, fino a oggi calcolata su base storica, cioè guardando ai finanziamenti ricevuti negli anni precedenti. Ora “sarà definita in relazione al “costo standard per studente regolare”: si tratta di una stima dei costi necessari per la formazione di uno studente iscritto in un corso da un numero di anni inferiore o uguale a quelli previsti per il suo completamento. Il costo standard, oltre a tener conto del costo della docenza minima richiesta per il tipo di corso frequentato e dei costi del personale amministrativo e di funzionamento, considera una quota perequativa per bilanciare le differenze di reddito tra regioni.”.

      2) e una cosiddetta “premiale”. La quota premiale è assegnata prevalentemente sulla base dei risultati ottenuti dagli atenei nella valutazione della qualità della ricerca (leggasi VQR). È stata del 21,6%, ora verrà portata al 30%.

      A regime, il finanziamento ordinario delle università sarà la somma di due quote: 30% di quota premiale e 70% di quota per costo standard. Mi chiedo dunque due cose: da un lato (punto 1), continuando a chiudere corsi e a perdere studenti, se la quota base sarà valutata sulla base del costo per studente e per i docenti necessari (vedasi “requisiti minimi di docenza”) a tenere in piedi i corsi di laurea, c’è da aspettarsi che riceveremo sempre meno quattrini. Dall’altro lato (punto 2) come è possibile che, perdendo quasi la metà del corpo docente (43%) la mole della ricerca e dunque l’ammontare della quota premiale, non ne risenta? È evidente che i nostri dirimpettai, avendo ciascuno tre volte più ricercatori e più studenti di noi, riceveranno, sia per la quota base che per la quota premiale, anche se col VQR siamo stati – nel nostro piccolo – bravini, molti, ma molti più quattrini di noi, e di certo Siena non si risolleverà con qualche spicciolo di contentino (ma a dire il vero il problema investe la maggior parte degli atenei del centro-sud).

      Dunque non c’è partita: chi sta bene, starà sempre meglio e chi sta male starà sempre peggio e questo, si direbbe, è il modo per addivenire alla famosa partizione fra atenei di serie A ed atenei di serie B, a prescindere dal valore di chi ci sta dentro. L’esito della VQR, infatti, non appare decisivo al riguardo. Non so quanto spazio vi sia per la ricerca di un giusto mezzo, come mi pare auspicassero i programmi elettorali dei candidati rettore, ma di certo ciò non dipende solo da politiche locali. Tuttavia, anche qui, Siena sconta la drammatica perdita di peso politico a livello regionale e nazionale. E allora (tanto per tenere calda la vivanda, visto che il dibattito si è ulteriormente affievolito col cessare delle ostilità elettorali), continuo a chiedere: qual è il destino e il ruolo di Siena entro il sistema degli atenei toscani?

      Forse dovrebbero essere le forze politiche locali a caldeggiare, ad un livello tutto politico, questo tema, sebbene intorno ad esso mi pare non si vada oltre le scaramucce e gli slogan. D’Artagnan sfida a duello Lord Winter, ma invece di incrociare le lame, i due si insultano “alì mortacci loro”, restando distanti. Ecco, questo è il dibattito politico-culturale: non si entra mai nel merito, non ci si accapiglia sulle questioni di fatto, non c’è un vero e proprio confronto dialettico, ma ci si limita agli slogan, lanciati da debita distanza dalla punta della spada, per sicurezza.

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