La mutagenesi dell’ateneo senese è avvenuta nel silenzio assordante della politica e della cultura

Nonostante gli schiamazzi su ogni altra questione, non un vagito sul destino dell’università e sul senso di ciò che stava accadendo

Rabbi Jaqov Jizchaq. Unico evento da segnalare, in questo periodo di torpore, il MIUR ha pubblicato la lista dei primi 350 dipartimenti ammessi al girone finale dei “ludi dipartimentali”. Si tratta di dividere un bottino di 271 milioni fra 180 dipartimenti e la decisione è controversa. Da una prima occhiata provo un senso di sconcerto, anche se sicuramente la graduatoria ha seguito criteri “oggettivi” (mai chiedersi se, oltre che oggettivi, furono anche giusti). Tra i primi 180 della lista, con molti ex aequo, di dipartimenti senesi ne appaiono tre. In tutto nella lista dei 350 finalisti, ne appaiono dieci (più la “stranieri”) su sedici. Probabilmente alcuni alla fine della gara conquisteranno l’agognata ricompensa. Perplessità a parte, quella che si delinea è una gerarchia: si saprà chi comanderà in futuro, ossia chi porterà i quattrini. Non so tuttavia se questa elargizione, essendo quinquennale, garantirà anche la sostenibilità nel tempo dei contratti che verranno stipulati e consentirà dunque di porre rimedio a problemi strutturali (lo svuotamento delle cattedre) dell’ateneo. Contemporaneamente ripartono le “cattedre Natta” e dubito che un cervello in fuga, ambito da tutti perché fornito di una cospicua dote, opterà per tornarsene da Harvard a Canicattì. Così si delineerà più marcatamente anche una gerarchia fra atenei, secondo il progetto di tracciare un confine sempre più accentuato fra atenei di serie A e di serie B. Nonostante la timida e si spera crescente ripresa del turnover, le aree scientifiche dell’ateneo senese che hanno subito maggiormente gli effetti dei pensionamenti (e non è finita!) non potranno rimpiazzare le perdite, se non in minima parte e non è chiaro come possano partecipare al Palio con un cavallo azzoppato. Dunque il dado è tratto e l’università ha subito una metamorfosi irreversibile. Si va verso un sistema integrato degli atenei in cui atenei medio piccoli come Siena avranno compiti ben circoscritti. Come ho ripetuto fino alla nausea (e non intendo ripetere più, visto che chi voleva capire, ha capito) ciò comporterebbe, come logica conseguenza, che si prendessero altre misure, ma in Italia tutti sono buoni ad attuare solo la pars destruens delle riforme. La mutagenesi dell’ateneo è avvenuta nel silenzio assordante della politica (vecchia e nuova) e della cultura senese, senza l’ampiezza di un respiro pubblico, sicché anche chi scrive in questo blog ha finito per subire la sorte del “marziano a Roma” di Ennio Flaiano. Politici vecchi e nuovi, giornali ed intellettuali hanno taciuto “all’unisono” o si sono accontentati di slogan buoni per tutte le stagioni: nonostante gli schiamazzi, i pesci in faccia e le risse quotidiane su ogni altra questione, non un vagito sul destino dell’università e sul senso di ciò che stava accadendo. Se ne evince che il consenso è così vasto, da non richiedere nessun approfondimento. Attendendo gli sviluppi e le ricadute di quest’aspra e singolar tenzone nazionale per ripartirsi le quote dei “ludi dipartimentali” e delle “cattedre Natta”, vi saluto mestamente. Ascolto alla radio un oratorio del Carissimi, che narra del giudizio di Salomone. Una donna esclama: “rectum judicium tuum, o rex, nec mihi, nec tibi! Dividatur”.