Le falsità sull’AIDS: ancora imbrogliati dalla scienza?

Le-falsita-sull-aidsL’AIDS (sindrome da immunodeficienza acquisita) fu identificato nel 1981 e tre anni dopo, nell’aprile del 1984, con una conferenza stampa convocata dal Ministro della Sanità americano e dal ricercatore Robert Gallo, fu dato l’annuncio che l’agente responsabile della cosiddetta “peste” del XX secolo è un virus. Annuncio del tutto irrituale, poiché non esisteva un solo articolo scientifico su riviste specializzate che confermasse la teoria virale. Eppure, il “virus dell’AIDS” diventò subito un dogma che orientò Istituzioni, Governi, Fondazioni, Riviste scientifiche, finanziamenti, ricercatori, industria farmaceutica, giornalisti, potenti lobbies, opinione pubblica in una guerra (fallimentare ancora oggi) all’insegna di un’ipotesi, mai dimostrata scientificamente, secondo la quale è l’HIV (il Virus dell’Immunodeficienza Umana) a provocare l’AIDS.

Nella stessa suddetta conferenza stampa, Robert Gallo promise, con tanta presunzione e sicurezza, che entro due anni sarebbe stato disponibile un vaccino in grado di bloccare l’epidemia di AIDS. Sono passati trentacinque anni da allora e un vaccino efficace non esiste ancora. Esiste, però, “una chiara e definita possibilità che al vaccino non si arrivi mai!”. Lo afferma, negli Stati Uniti, la massima autorità sull’argomento: il direttore dell’Istituto Nazionale delle Malattie Allergiche e Infettive, Anthony Fauci.

La definizione di AIDS è stata più volte rivista, spesso in modo artificioso e politico, con l’intento di far aumentare i casi di AIDS e creare l’illusione del diffondersi dell’epidemia. L’AIDS, che non è un’unica malattia, ma una sindrome, comprende – secondo il Centro americano per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie – più di trenta patologie diverse. Di conseguenza, una polmonite in un paziente che presenta anticorpi anti-HIV viene riclassificata come AIDS, mentre, in assenza di anticorpi anti-HIV, è diagnosticata come una normale polmonite infettiva. Lo stesso per altre malattie come tubercolosi, demenza, leucemia, candidiasi, cancro.

Scriveva nel 1996 Kary B. Mullis (premio Nobel per la Chimica nel 1993) nella sua prefazione al libro di Peter H. Duesberg (Inventing the AIDS virus): “Entrambi sappiamo con certezza che cosa non provoca l’AIDS; (…) non esistono prove scientifiche che dimostrino che l’AIDS sia una malattia causata dall’HIV”. E aggiungeva: “Non siamo riusciti a scoprire perché mai i medici prescrivano un farmaco tossico chiamato AZT (Zidovudina) a persone che non presentano altri disturbi se non la presenza di anticorpi anti-HIV nel loro sangue”, che, com’è noto, indica un’inattivazione permanente del virus. A tal proposito, undici anni dopo, nel 2009, anche Luc Montagnier (premio Nobel per la Medicina nel 2008) dirà la sua: “Possiamo essere esposti all’HIV molte volte senza essere infettati cronicamente. Il nostro sistema immunitario, se è efficiente, può eliminare il virus in poche settimane”.

Se l’HIV provoca l’AIDS, come si spiegano tutti quei pazienti con una diagnosi clinica di AIDS che non presentano l’HIV? Albert Sabin (che sviluppò il vaccino contro la poliomielite), nel 1987, nel corso di una conferenza pubblica, disse la sua in modo abbastanza duro. Riferendosi alla paventata diffusione dell’AIDS alla popolazione generale affermò: “Sono allibito davanti a queste reazioni isteriche: è pazzia pura. Si fanno affermazioni irresponsabili senza alcun fondamento scientifico. La presenza del virus in sé e per sé non vuol dire nulla e i virologi sanno che la quantità conta, eccome se conta. Questo significa che, essendo l’HIV estremamente raro nei malati di AIDS, la sua trasmissione da individuo a individuo dovrebbe essere molto difficile. Alla base delle attuali campagne e misure sanitarie c’è il concetto che chiunque risulti sieropositivo deve essere considerato fonte di contagio, eppure non ci sono prove per dirlo. Fino ad oggi tutta questa fantastica conoscenza della biologia molecolare dell’HIV non ci sta aiutando granché”.

Nel 1998 fu pubblicata l’edizione italiana del libro di Duesberg (AIDS. Il virus inventato), che ebbe un notevole successo anche nel nostro Paese. Oltre a ribadire che l’AIDS non è contagioso, Duesberg fornì in poche righe una descrizione precisa ed efficace (valida ancora oggi) del clima di quegli anni e dei guasti provocati dall’insensato atteggiamento, favorevole alla teoria virale, dell’establishment: “Morti tragiche, spreco di tempo e di denaro, un dibattito pubblico isterico su un virus innocuo: ecco quali sono i frutti nati da un ambiente scientifico cresciuto a dismisura e ormai troppo vasto per produrre vera Scienza. La ricerca del sapere è stata soppiantata dal carrierismo, dalla sicurezza del posto di lavoro, dalle sovvenzioni, dai benefici finanziari e dal prestigio. Ma il mostro che ne risulta è doppiamente colpevole, perché distrugge o emargina quei pochi scienziati che osano formulare interrogativi”.

La competenza e l’autorevolezza (proprio in Virologia) di Duesberg, l’ampia e convincente documentazione a sostegno delle sue posizioni (l’HIV non provoca l’AIDS, l’AIDS non si trasmette per via sessuale, l’AZT peggiora l’AIDS), le evidenti falsità sull’HIV sostenute dall’establishment scientifico internazionale, il fallimento della messa a punto di un vaccino contro l’AIDS, l’inesistenza di una cura per l’infezione da HIV, il dissenso in crescita tra la Comunità Scientifica … alla fine degli anni ’90 facevano prevedere un declino certo, entro pochi anni, dell’ipotesi virale dell’AIDS.

Purtroppo così non è stato, come dimostra il libro di Domenico Mastrangelo, che esce giusto vent’anni dopo l’edizione inglese del libro di Duesberg, colmando un’evidente lacuna sull’argomento. Quello di Mastrangelo è un libro agile (si legge tutto d’un fiato), chiaro, aggiornato (con i riferimenti bibliografici alla fine di ogni capitolo), rivolto, nelle intenzioni dell’Autore, “a tutti coloro che nella vita si occupano di altro”, che sono invitati, servendosi di logica, buon senso e dei riferimenti scientifici internazionali citati, ad analizzare i fatti documentati riguardanti l’interrogativo di fondo: è davvero l’HIV a provocare l’AIDS?

Ed è proprio questo il punto! Quel che, giustamente, Mastrangelo suggerisce al Lettore comune – analizzare i fatti, servendosi di logica, buon senso e riferimenti bibliografici per farsi un’idea in piena libertà – la Scienza Ufficiale non l’ha mai imposto ai numerosi studiosi dell’AIDS e alle Riviste scientifiche specializzate. Sintomatico il punto di vista di Harvey Bialy, della rivista Bio/Technology, che nel 1992 dichiarò al Sunday Times of London: “Che tipo di Scienza è quella che continua a dare il cervello all’ammasso e che concede alla teoria virale dell’AIDS tutta la fiducia e tutto il denaro stanziato per la ricerca? La risposta che continua a venirmi in mente è che non ha niente a che vedere con la Scienza: le ragioni sono tutte non scientifiche”. Del resto, come non restare sbalorditi se, come ci racconta Mastrangelo, la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità nell’ottobre 2013 ha presentato il suo “fact sheet” in tema di HIV/AIDS, che contiene notizie importanti sulla sindrome – sintomi, trasmissione, diagnosi, fattori di rischio, test, prevenzione, terapia –, senza citare un solo riferimento bibliografico a sostegno dei fatti riportati!

È comprensibile, perciò, quello che, ventitré anni dopo le dichiarazioni di Harvey Bialy, Mastrangelo scrive sulla “peste del XX secolo, che alcuni considerano l’ennesima «bufala» prodotta da una Scienza malata d’ignoranza, supponenza, presunzione, arroganza, corruzione e malaffare. Non sorprenda la durezza del giudizio per la ricerca sull’AIDS!

Già nel 1979, il grande biochimico e padre della biologia molecolare, Erwin Chargaff, aveva scritto che “le Facoltà di Medicina negli Stati Uniti sono controllate da un tipo particolarmente virulento di operatori scientifici e una parte di ciò che ora viene spacciata come ‘ricerca biomedica’ rientra negli annali della criminalità. Fabbricanti di dogmi e speculatori di assiomi si affollano intorno al tavolo dei doni, dove si distribuiscono le sovvenzioni per le ricerche, e le Riviste specializzate traboccano di nuovi fatti concreti rastrellati un po’ dappertutto, ma per lo più questi fatti, prodotti in fretta e furia, non reggono a lungo, spariscono con il vento, che a sua volta ne raduna ancora un bel mucchio”.

Aveva ragione Chargaff quando descriveva la situazione dei suoi tempi! E cosa avrebbe detto, oggi, con riferimento agli operatori scientifici che, adorando il dogma del virus dell’AIDS, fanno ricerca sulla cosiddetta “peste” del XX e XXI secolo? E perché la “bufala” dell’HIV che provocherebbe l’AIDS dura da trentatré anni? Lo si capirà leggendo anche questo libro.

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Siena Biotech e i professori che fornivano coperture scientifiche intascando lauti gettoni

Paolo Neri

Paolo Neri

Ma quali professori universitari facevano parte del poltronificio della Siena Biotech? Paolo Neri si riferisce, forse, ai colleghi del Comitato scientifico, del Comitato etico di controllo e del Consiglio di Amministrazione?

«Sulla misera fine di Siena Biotech tante colpe dei prof» (da: Corriere di Siena, 17/12/2014)

Paolo Neri. Parlar male, oggi, della Siena Biotech, senza una parola di solidarietà per chi rischia di perderci il lavoro è un po’ come sparare sulla Croce rossa. D’altra parte, la Storia è piena di bravi soldati, che hanno combattuto (spesso con valore) per cause perse, sotto il comando di generali inetti. Il grosso pubblico reputa che la ricerca scientifica sia cosa buona in assoluto, e ne considera i centri ove essa si svolge come i monasteri di un tempo: dove i monaci levavano preghiere per implorare la fine di una pestilenza o di una carestia. La realtà è molto diversa. Secondo le stime di un importante istituto internazionale per la valutazione della qualità della ricerca, solo l’8% delle pubblicazioni scientifiche contribuisce a far avanzare la conoscenza. Il restante 92% riguarda conferme, rifiniture e, soprattutto, banalità.

Se si considera che solo una minima parte di quell’8% potrà generare innovazioni significative per il benessere della società, si capisce quanto il successo nel campo della ricerca sia realmente raro. Ricordo, in proposito, quanto soleva dire Albert Sabin: «È facile darsi da fare in laboratorio. Il difficile è farlo utilmente». Anche la fiducia, illimitata nella quantità di denaro investita è fuorviante. Serbo nella mente un’altra massima che ho appreso da un premio Nobel, col quale ho avuto l’onore d’iniziare la mia carriera scientifica, il professor Boris Chain, che condivise il prestigioso premio con Fleming e Florey: «Il denaro è importante, ma usarlo bene lo è di più». Credo che queste semplici considerazioni siano sufficienti a chiarire come Siena Biotech sia un altro classico prodotto di quel “groviglio armonioso” che ha ridotto la nostra Città allo sfascio. La Scienza è una faccenda seria, e affidarne le sorti a politici, bancari e avvocati non può che condurre al disastro.

La Siena Biotech, però, non è stata tanto un errore dal punto di vista tecnico scientifico (anche!), ma soprattutto da quello politico. Infatti, la cosa che serviva di meno, per mettere in sicurezza il distretto biotecnologico senese, nato dalla diaspora della vecchia Sclavo, rispetto agli imprevedibili disegni delle varie multinazionali, perno del sistema, era un centro ricerche. Tale, infatti, essa ha finito con l’essere, seppur camuffata da start up. Nata senza avere un brevetto veramente originale, o di una tecnologia propria, o del controllo riconosciuto di un segmento di mercato (condizioni essenziali per destare interesse in investitori sani di mente), Siena Biotech ha avuto soprattutto funzioni d’immagine, grazie a una disponibilità praticamente illimitata di denaro. Sicché, al momento che il sistema Siena è andato in crisi, e il flusso di denaro si è arrestato, l’impresa è necessariamente andata in coma. Ovviamente, l’obiettivo ufficiale suonava in altro modo: un’impresa per finalità proprie per differenziare le attività della Fondazione.

Siena Biotech, quindi, ha cominciato a funzionare, partendo da zero (per quanto riguarda la scienza) ma da una disponibilità finanziaria spropositata. E, soprattutto, a tempo indeterminato. Quale sarebbe richiesto (ma non è vero!) dalle imprese di alta tecnologia. Il tutto, condito con succulenti compensi per consiglieri, consulenti e direttori. Insomma: un “poltronificio” in piena regola. (C’era anche un Comitato per prevenire il rischio di ricerche non etiche: un doveroso tributo al politically correct!)

Quando, come esperto della materia, esternavo questi miei dubbi a personaggi di vario calibro intricati nella vicenda, ne ricevevo un compunto – direi quasi – doloroso assenso: salvo vederli correre, un momento dopo, a incassare lauti gettoni o a pietire piccoli favori.

Tra i molti che hanno contribuito a creare la leggenda della Siena Biotech, forse le colpe maggiori vanno a molti miei ex colleghi, il cui compito era, quella, di tranquillizzare gli amministratori della Fondazione (digiuni sia di creazione d’imprese che di Biotecnologia), fornendo le coperture scientifiche d’occasione.

Ora che i buoi sono scappati, sarà difficile recuperare, anche in parte, quanto la Siena Biotech ha, inghiottito (si parla di 160 milioni). E pensare cosa si sarebbe potuto fare di realmente utile e sensato per il mitico “Territorio”, con tutte simili risorse! Ad esempio: promuovendo e sostenendo lo sviluppo di competenze cruciali nella nostra Università; o creando servizi accessibili a tutte le imprese biotecnologiche operanti autonomamente nel territorio. Cose serie ma – ahimè – poco adatte per pompose inaugurazioni.