Ceccuzzi e Mussari? Due giganti, confrontati con il rettore dell’università di Siena

Le-Mani-in-pasta

Nel suo ultimo libro “Le mani in pasta”, Raffaele Ascheri descrive il coinvolgimento (nell’inchiesta salernitana sul crack del pastificio Amato) di Ceccuzzi e Mussari: due giganti, confrontati con il rettore dell’ateneo senese. Di seguito riportiamo il “gustosissimo” capitolo dell’iniziazione “partitica”, in università, di Ceccuzzi, tra ragù della mamma e audiocassette dei discorsi di Berlinguer (non di Enrico, ma del più prosaico Luigi).

Eravamo 4 amici alla casa dello studente

Raffaele Ascheri. Ho avuto modo di parlare a lungo con una persona che ha vissuto insieme, per circa un anno, con il giovane Franco Ceccuzzi, ai tempi dell’Università e della residenza universitaria; il ritratto che mi ha fatto questa fonte è stato straordinariamente aderente a come immaginavo il Ceccuzzi 21enne, appena arrivato dalla Val di Chiana per scalare i primi passi su quell’Everest del Partito-Chiesa (il Pci) su cui, una quindicina d’anni dopo, a livello locale sarebbe riuscito ad apporre la sua personale bandiera (ancora tutt’altro che ammainata, è bene ribadire).

Un passato realmente illuminante, per capire la genesi del potere ceccuziano dall’interno; un passato in sé tutt’altro che disonorevole, visto che il self made man, partito dalle umili origini, è una categoria giustamente sacra per la Sinistra. Sul piatto della bilancia, però, oltre alla gavetta degli inizi (lodevole, appunto), di Ceccuzzi si deve sottolineare la pochezza cultural-intellettuale, già palese, potremmo dire sfacciata, in quegli anni. Proprio in quegli anni, si dovrebbe dire.

Di Mussàri Giuseppe, per esempio, si può e si deve dire di tutto: ma non che fosse, anche allora, uno sprovveduto culturalmente, e non solo per la brillante laurea in Giurisprudenza.

Iniziamo dunque questo breve racconto del 21enne Ceccuzzi appena arrivato in città. Siamo nel 1988, vent’anni dopo il fatidico ’68 ed uno prima dello straordinario 1989; il dove è la Casa dello studente di Via Bernardo Tolomei, zona Acquacalda, periferia nord di Siena. Cresciuta senz’altro troppo e di certo non sempre bene, ma questo è un altro discorso.

Con altri tre ragazzi, Franco Ceccuzzi divide la stanza; dopo un anno del tutto infruttuoso di Giurisprudenza, il futuro Sindaco cambia registro e si iscrive a Scienze politiche. Una Facoltà considerata certo non invalicabile, e senz’altro stimolante per uno che già allora viveva di pane e politica. Sarà invece un buco nell’acqua, anche questo. Ceccuzzi, su questo punto dolente, trova il comodo alibi dell’impegno politico nell’allora Fgci e nel Pci: ma se esistono gli studenti-lavoratori capaci di portare a compimento gli studi, non si capisce proprio come si possa accampare questa attenuante in un caso come il suo.

In realtà, già da allora sembra chiara, chiarissima una cosa: più che alla Politica, il futuro deputato è interessato al Partito. E non c’è bisogno alcuno di specificare quale. Benedetto Croce definiva Palmiro Togliatti “totus politicus”; parafrasandolo, potremmo piuttosto definire Ceccuzzi “totus partiticus”. In quanto tale, è uomo consociativo al massimo grado. In questo senso, il legame strettissimo (e politicamente mortale) instauratosi, circa 18 anni dopo, con Paolone Del Mese non solo ci può stare: si spiega anzi benissimo. Non c’è quindi alcun bisogno di tirare fuori il ragù che la madre, con comprensibile cuore materno, gli dava da portarsi a Siena, ogni settimana, al ritorno dalla Val di Chiana dove trascorreva gran parte dei fine settimana: che quel ragù avrebbe avuto prima o poi bisogno di pasta (Amato?), era in qualche modo già scritto.

In quella stanza, gli altri parlavano di Politica (con tutti i limiti e le ingenuità dei 20 anni), di musica, di donne, di sport; Ceccuzzi, da par suo, o era fuori (cioè impegnato con il Partito), ovvero tendeva a tacere, quasi mai prendendo posizione. Come se prima di parlare aspettasse il beneplacito di Viale Curtatone, il luogo dell’allora sede del Pci. Gli altri avevano in camera libri e giornali della più varia natura, oltre alle “sudate carte” legate allo studio universitario: Ceccuzzi no, nessun libro extra studio.

D’altra parte, che con i libri avesse qualche idiosincrasia, lo si era capito anche prima di andare a scavare nel suo passato remoto di studente universitario: nel 2009, Davide Allegranti del Corriere fiorentino gli chiese, ad una Cena della prova generale nella Torre, cosa pensasse del mio “Le mani sulla città”, in cui c’è un Capitolo su di lui. Lui, Ceccuzzi, disse di non averlo nemmeno letto, e troncò di netto con il giornalista fiorentino, che aveva osato solleticarlo in tal senso. Di questa idiosincrasia per i libri scrive anche, nel suo ritratto ad personam, il caporedattore de La Nazione Tommaso Strambi, un tempo tutt’altro che critico verso di lui, oggi moderatamente polemico: «Forse qualche “consiliori” d’esperienza e qualche lettura in più non avrebbero guastato…», scrive di lui (“I compagni del Monte”, Cantagalli, 2013, pagina 119).

Nel momento della difficoltà, in effetti, qualche buon libro pregresso non gli avrebbe fatto certo male (se avesse letto qualche inchiesta sul Sud Italia e sui suoi politici – da Giorgio Bocca salendo per Saviano –, il tutto gli avrebbe fatto comodo anche prima del momento della caduta); quanto ai “consiliori” evocati da Tommaso Strambi, il caporedattore della Nazione ha ragione da vendere, in questo caso: ma il suo unico consigliere di livello era appunto Mussàri Giuseppe, in quel delicato momento in tutt’altro affacendato. Per il resto, chi gli era (ed è) particolarmente vicino è contraddistinto da una mediocrità politico-culturale che non si tarda a notare.

Torniamo al 1988: c’era ancora la Guerra fredda, Reagan stava lasciando il posto a Bush senior,, di là dalla cortina c’era Gorbaciov; in Italia, il Partitone era retto da Achille Occhetto, e c’era ancora la Democrazia cristiana. Ceccuzzi, però, più che a Roma guardava già a Siena. Il suo punto di riferimento assoluto era uno ed uno solo: Luigi Berlinguer. Qui c’è un elemento stimolantissimo del racconto del suo ex convivente: libri non ne aveva, ma lo spazio a disposizione era pieno di audiocassette. Cosa c’era in quelle audiocassette? Fra le altre cose, tra la sorpresa di chi mi ha parlato, c’erano raccolti alcuni discorsi di Luigi Berlinguer! Il suo modello politico, da mettere sull’aureo piedistallo, era dunque il futuro Ministro dell’Università: curiosa beffa del Fato, per uno che, a livello universitario, si è arenato appena partito.

Incapace di mandare avanti gli studi universitari, Ceccuzzi si autopresenta come invece attivissimo nell’ambito del movimento studentesco della Pantera: movimento giovanile che infiammò le piazze e gli atenei italiani, tra la fine del 1989 e gli inizi del 1990. Indubbiamente, fa bene l’ex deputato a ricordare, con una certa enfasi, quel movimento (certo meglio che soffermarsi sui suoi esami…), perché in quell’occasione un suo ruolo in effetti ce l’aveva, nell’alveo sempre del morente Pci. In uno dei momenti più partecipati del movimento a livello senese, infatti, insieme ad altri giovani del partito, compì il suo primo capolavoro politico: riuscire a portare in facoltà, a Giurisprudenza, un pezzo grosso del partitone, per parlare della imminente Riforma universitaria (voluta dal professor Antonio Ruberti). Indovinate un po’ chi era il pezzo – già allora grosso – del partitone? Il professor Luigi Berlinguer…

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