«Chi non vede le mafie oggi, forse, non le sta cercando o non le sta cercando nel modo giusto»

Roberto Saviano

Roberto Saviano

Così abbiamo smesso di cercare la mafia (l’articolo integrale è su: la Repubblica, 31 gennaio 2017)

Roberto Saviano. (…) Oggi, come agli albori della lotta alla mafia, la mafia è tornata a non esistere. Chi ne parla è visionario, la vede ovunque, si arricchisce raccontandola. Chi ne parla diffama, rovina nel mondo l’immagine dell’Italia. Della mafia non bisogna parlare e non solo per volontà della mafia, ma per preservare carriere politiche. Quando sentiamo dire che chi parla di mafie diffama, in realtà il sottotesto è: chi parla di mafie, ed è ascoltato oltreconfine, mette in pericolo la credibilità politica di chi amministra territori a rischio.

(…) Chi non vede le mafie oggi, forse, non le sta cercando o non le sta cercando nel modo giusto. Prima mafia era sinonimo di povertà e degrado, oggi in parte è ancora così nei suoi luoghi d’elezione, ma altrove la mafia è imprenditoria, appalti, speculazione. Oggi è difficile vedere la mafia perché è simile a tutto il resto. Generazioni che hanno visto la mafia, da fenomeno sconosciuto al mondo, diventare centrale, oggi devono mutare il proprio sguardo e capire che cercare la mafia dove si spara vuol dire osservare solo un segmento.
Oggi la mafia non è invisibile, è solo che non viene più cercata. E non viene più cercata anche perché ci siamo convinti di averla trovata. E quindi finiamo per fare come i giornalisti stranieri che, se non hanno ripreso una sparatoria, si convincono che in fondo la mafia non esiste davvero, che è solo un’invenzione letteraria. Senza lupara diventa complicato raccontare.

(…) In tutto questo l’Italia è vittima di un cortocircuito: invece di essere fiera di poter vantare la più forte antimafia del pianeta, si è vergognata e ha associato la parola mafia a una sintassi di delegittimazione. Ci siamo vergognati e ci nascondiamo dietro la giustificazione: non siamo solo mafia. E invece proprio non raccontandola si diventa un territorio fatto di corruzione nel quale non c’è spazio per alcuna distanza da questi mondi. E il cerchio si chiude: la Dc per anni ha utilizzato un’espressione terrificante, omertosa, per fermare qualsiasi tipo di narrazione sulle mafie: stai parlando male dell’Italia. Oggi è esattamente quello che si sente dire chiunque parli di mafie, da Torino a Reggio Calabria: stai parlando male e ti arricchisci con le mafie. Un mantra democristiano usato oggi da chiunque abbia interesse personale nel bloccare un racconto. Come se parlare di cancro facesse ammalare. E attenzione a ritenere questo atteggiamento superficialità o orgoglio nazionale, non è né l’una né l’altro, ma calcolo e omertà. Non stupiamoci, la parola mafia, per molto tempo impronunciabile, è tornata a esserlo.

Parola per la quale ci si è battuti per farla esistere e che ora si è consumata, dall’abuso non dall’uso: dove tutto è mafia, niente è mafia. Allora per capire dove sono le mafie oggi bisogna aguzzare la vista. I morti a terra ci sono ancora, ma non sono della quantità giusta e nei luoghi giusti per farli diventare morti d’interesse. Quindi, a ben vedere, non è solo la mafia a essersi camuffata, a essersi “capitalistizzata”; non è solo la mafia a essersi imborghesita: è il capitalismo che si è “mafiosizzato”; è la borghesia che si è “mafiosizzata”. Il comportamento che prima era espressione di un Dna criminale oggi è espressione dell’economia tutta. E allora dov’è la mafia?

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