Nell’Università si sacrifica l’elaborazione del pensiero critico sull’altare della comunicazione

Paolo Prodi

Paolo Prodi

Se l’Università non insegna più a pensare (Da: QN, 23 gennaio 2014) 

Stefano Marchetti. C’era una volta l’università, «che è stata il pilastro costituzionale dell’Occidente, la società che ha portato allo sviluppo della ragione, dei diritti umani e della democrazia», fa notare il professor Paolo Prodi, storico di fama internazionale, professore emerito dell’ateneo di Bologna. E oggi, invece, c’è «un’università intesa prima di tutto come luogo per confezionare prodotti d’eccellenza per il mercato – aggiunge –. Ma questa è la rovina…» I suoi anni (e sono 81, compiuti in ottobre) li ha dedicati specialmente a questo grande amore, l’università, «e tutti i mercoledì mattina ricorda mi può trovare nel mio studio, qui a Bologna»: ha insegnato a Trento, dove è stato anche rettore, a Roma e sotto le Due Torri, è stato responsabile dell’ufficio studi della Pubblica istruzione, e non ha mai avuto remore nel denunciare le storture di quel mondo accademico che vedeva sbandare. Al punto che già 45 anni fa, nel 1969, fresco vincitore di concorso, fece pubblicare sul Giorno un annuncio provocatorio che suscitò scalpore, “Professore universitario di ruolo, titolare cattedra facoltà umanistica grande ateneo, offresi per incarico dirigenziale grande società o ente”. Come i membri della sua grande famiglia, i fratelli Romano, Vittorio, Giovanni, Franco o Giorgio, il professor Paolo Prodi conosce bene l’Università dentro e fuori, e questo è il titolo del libro (edito dal Mulino) in cui ha raccolto saggi di carattere storico e di testimonianza sulla crisi attuale dell’istituzione universitaria italiana.

Professore, che cosa ha rappresentato l’università?
«È esistita solo in Occidente ed è stata sempre l’elemento critico, fra il tempio e il potere politico. Sempre distinti, in continua tensione dialettica».

Oggi non è più così?
«Oggi avviene come nel mondo economico, dove è prevalsa l’economia finanziaria sulla produzione. Nell’università, la ricerca ha perso quasi completamente la sua funzione di far progredire la conoscenza e la formazione di base, per essere sempre finalizzata a brevetti che si possono spendere e ‘consumare’ subito».

E cosa accade?
«L’università è sempre più coinvolta nel mondo della politica e della produzione: un professore spende più tempo a cercare fondi che a fare ricerca. E intanto rischiamo di smarrire interi settori che sono il fondamento della nostra cultura, dalla storia alla fisica teorica».

E dove sta l’autonomia universitaria?
«È molto difficile vederla. Tutte le statistiche sono improntate a rilevare quanto produce un’università in termini di laureati o di pubblicazioni: si va a numero, a peso. E si perde anche un altro elemento essenziale».

Quale?
«Un tempo l’università veniva scelta dallo studente anche in funzione dei maestri che poteva trovarvi. Il rapporto maestro-allievo è fondamentale, ma oggi è tutto affidato a valutazioni quantitative, che certamente non possono andar bene per tutte le discipline».

Per esempio?
«Pensi che a Bologna non c’è più un Dipartimento di Filosofia: è stato unito a quello di Scienze della comunicazione. Trovo che, dopo secoli, questa sia una trasformazione antropologica di una violenza incredibile. Non possiamo sacrificare sull’altare della comunicazione l’elaborazione del pensiero critico».

Lei è sempre stato critico verso la riforma del “3+2”. Perché?
«Glielo spiego con l’esperienza. Se lei deve studiare il latino medievale, deve farlo al primo anno, oppure non lo impara più: ma senza quelle basi non è in grado di leggere i documenti necessari per una tesi. Lo stesso vale per ingegneria: l’analisi matematica è il fondamento. Il 3+2 ha fatto l’opposto, ha messo il carro davanti ai buoi».

Stiamo creando una generazione di illusi?
«Temo di sì. Non si può continuare a pensare all’istruzione superiore solo come istruzione universitaria. Dopo il ’68, soprattutto in Germania si sono create delle scuole tecniche superiori parallele, fuori dall’università, con un diploma professionalizzante. Invece in Italia i politici hanno creato università in tutti i borghi, perché erano un distintivo all’occhiello, ma senza programmazione».

Rifarebbe oggi quell’annuncio sul giornale?
«Oggi non farebbe neppure più discutere. E poi, nessuno mi offrirebbe più lavoro: non ci sono più gli Olivetti, i Mattei… Chi vuole che si impicci di un professore universitario?»

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