Siena: il docente universitario e il “velinaro” disinformato

Walter Chiari e Carlo Campanini: «Vieni avanti, cretino!»

Walter Chiari e Carlo Campanini: «Vieni avanti, cretino!»

I risultati di oggi si riferiscono alla ricerca di ieri! Vedremo domani i risultati della ricerca svolta oggi

Ancora sull’incredibile commento sull’Università e sul Rettore che il caporedattore de “La Nazione di Siena”, Francesco Meucci, ha scritto per il QN il 27 luglio2015.

Francesco Meucci. Non solo per aver salvato l’Università, ma per aver trasformato il peggio esempio di quello che siamo nel miglior modello di quello che dovremmo essere.

Rabbi Jaqov Jizchaq. «Il peggio esempio di quello che siamo», caro Meucci, lo dici alla tu’ zia: qui c’è gente che si è fatta un mazzo così, non sono tutti raccomandati figli di papà (quale peggior esempio di certi giornalisti che parlano a vanvera?). Non è che per il buco di bilancio siano individualmente responsabili tutti i lavoratori dell’università (molto sospetto: tutti colpevoli, nessun colpevole); senza dire che Siena non è mai stata l’università “Parthenope” di Napoli: transeat sulla rappresentazione romanzesca di una rottura politica col passato che non mi pare di aver intravisto, ma non è che la ricerca all’università di Siena, prima facesse schifo e solo dopo l’avvento di Riccaboni, in un paio d’anni abbia cominciato a competere con le meglio università italiane. Parlare di ricerca vuol dire parlare di tempi lunghi, programmi, competenze e gruppi di ricerca che s’imbastiscono faticosamente e producono risultati nell’arco di un decennio almeno. Significa articoli sottoposti a revisione i cui tempi di pubblicazione si misurano in anni. La ricerca qui è sempre stata abbastanza buona, ovviamente nei settori in cui esisteva, e, in ogni caso, i risultati che leggi oggi, si riferiscono alla ricerca svolta ieri. Vorrò vedere cosa diranno le agenzie domani, quando registreranno i dati di oggi, cioè a dire di un’epoca in cui molti comparti di ricerca gradualmente vengono cancellati.

Francesco Meucci. Prima in Italia secondo il Censis e sesta (prima delle toscane) nella classifica compilata ogni anno dal Sole 24 Ore. L’Università di Siena ha vissuto una settimana da leone, conquistando una ribalta nazionale che solo qualche anno fa meritava per ben altre vicende.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Mah, o di chi saranno le colpe di quelle altre vicende? Sarà senz’altro colpa della Merkel…
E poi Siena “prima” e Pisa “ventiquattresima”; ma insomma, un po’ di realismo: Mosche cocchiere… e in quali settori daremmo del filo da torcere a Pisa? Forse agraria o veterinaria? In orientalistica? In chimica industriale? In ingegneria chimica, meccanica, civile, aerospaziale o navale? In fisica o in filosofia? Sto parlando di cose che a Siena non esistono più; esistono solo come diplomi triennali, oppure non sono mai esistite. Per non apparire menagramo ometto di citare quei settori delle scienze pure per i quali si sa già da ora che non vi sarà futuro, con l’incedere dei pensionamenti che dimezzeranno da qui a pochi anni il corpo docente (senza rimpiazzo).

Francesco Meucci. Basterà dire che dal prossimo anno partirà il primo corso di laurea interamente in inglese…

Rabbi Jaqov Jizchaq. Veramente di corsi di laurea in inglese a Siena già ne esistono da diversi anni in diversi settori (dall’ingegneria alla linguistica), appunto per venire incontro all’esigenza di “internazionalizzazione”, visto che, proprio secondo il Censis, Siena risulta meno internazionalizzata di Sassari (su populu sardu, si sa, ha da sempre un carattere cosmopolita). Tanto per dire che se per fare il giornalista basta essere leggermente disinformati, per fare il direttore è indispensabile esserlo del tutto (corollario della legge di Murphy sulle gerarchie). Meucci, informati: sai, hanno inventato il telefono.

Francesco Meucci. …una offerta didattica matura e al passo coi tempi.


Rabbi Jaqov Jizchaq. Ma che vuol dire? Allude alla metà dei corsi di laurea chiusi, a quelli prossimi alla chiusura, o agli accorpamenti cinobalanici? A Meucci risulta che siano state aperte nuove aree di specializzazione? A me risulta, semmai, che siano stati cancellati molti dottorati e lauree magistrali. La cruda realtà è che con la massiccia fuoriuscita di metà del corpo docente, per molti corsi di studio, anche basilari, non è stato più possibile soddisfare i “requisiti minimi di docenza” richiesti dalla legge: una livella, un taglio lineare che non c’entra un tubo con la qualità e l’importanza dei corsi. Poi con lo scioglimento delle Facoltà (ma perché l’hanno fatto?) il problema si è ripresentato, pari pari, ad un altro livello, con i mega-dipartimenti che le hanno rimpiazzate, per i quali la legge prescrive numeri elevatissimi. Così si è proceduto ad accorpamenti davvero “originali”. Del resto non è solo un problema senese: clamoroso il Dipartimento di Scienze Geologiche e Psicologiche di Chieti (psicologia del …profondo?). Va inoltre segnalato che è proprio la classifica del Sole 24 ore che sottolinea una carenza forte nella sostenibilità dei corsi senesi.

Ecco insomma un deprimente modello di giornalismo italico: un giornalismo schierato che non solo non distingue la notizia dal commento, ma più di una volta omette del tutto la notizia, rimpiazzando l’acribia del segugio con la propaganda. Non c’è modo di affrontare una discussione seria e concreta, senza giungere subito agli epiteti e ai pesci in faccia. Sarà che personalmente vedrei la comunità scientifica come una sorta di comunità monastica, ma trovo stucchevole questo parlare salottiero di faccende serie, questo sovrappiù di propaganda e di millanteria narcisistica, che a mio avviso contrasta con la sobrietà e col naturale understatement che dovrebbe caratterizzare il tono dei discorsi intorno alla scienza e alla cultura. Qui oramai “la ricerca” la fanno le gazzette e francamente l’aspetto più ridicolo dei ripetuti peana di certi giornalisti (troppo “embedded” per concepire una analisi critica dei dati), è che non si capisce chi sia l’antagonista idealizzato a cui si rivolgono con tono di sfida, quasi che i successi nella ricerca fossero esclusivo merito loro, dei loro protégé e di quattro politicanti analfabeti, e non dell’intera famiglia dei ricercatori medesimi, tra i quali coloro che lanciano l’allarme per il corso che hanno preso gli eventi.

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Nell’Università si sacrifica l’elaborazione del pensiero critico sull’altare della comunicazione

Paolo Prodi

Paolo Prodi

Se l’Università non insegna più a pensare (Da: QN, 23 gennaio 2014) 

Stefano Marchetti. C’era una volta l’università, «che è stata il pilastro costituzionale dell’Occidente, la società che ha portato allo sviluppo della ragione, dei diritti umani e della democrazia», fa notare il professor Paolo Prodi, storico di fama internazionale, professore emerito dell’ateneo di Bologna. E oggi, invece, c’è «un’università intesa prima di tutto come luogo per confezionare prodotti d’eccellenza per il mercato – aggiunge –. Ma questa è la rovina…» I suoi anni (e sono 81, compiuti in ottobre) li ha dedicati specialmente a questo grande amore, l’università, «e tutti i mercoledì mattina ricorda mi può trovare nel mio studio, qui a Bologna»: ha insegnato a Trento, dove è stato anche rettore, a Roma e sotto le Due Torri, è stato responsabile dell’ufficio studi della Pubblica istruzione, e non ha mai avuto remore nel denunciare le storture di quel mondo accademico che vedeva sbandare. Al punto che già 45 anni fa, nel 1969, fresco vincitore di concorso, fece pubblicare sul Giorno un annuncio provocatorio che suscitò scalpore, “Professore universitario di ruolo, titolare cattedra facoltà umanistica grande ateneo, offresi per incarico dirigenziale grande società o ente”. Come i membri della sua grande famiglia, i fratelli Romano, Vittorio, Giovanni, Franco o Giorgio, il professor Paolo Prodi conosce bene l’Università dentro e fuori, e questo è il titolo del libro (edito dal Mulino) in cui ha raccolto saggi di carattere storico e di testimonianza sulla crisi attuale dell’istituzione universitaria italiana.

Professore, che cosa ha rappresentato l’università?
«È esistita solo in Occidente ed è stata sempre l’elemento critico, fra il tempio e il potere politico. Sempre distinti, in continua tensione dialettica».

Oggi non è più così?
«Oggi avviene come nel mondo economico, dove è prevalsa l’economia finanziaria sulla produzione. Nell’università, la ricerca ha perso quasi completamente la sua funzione di far progredire la conoscenza e la formazione di base, per essere sempre finalizzata a brevetti che si possono spendere e ‘consumare’ subito».

E cosa accade?
«L’università è sempre più coinvolta nel mondo della politica e della produzione: un professore spende più tempo a cercare fondi che a fare ricerca. E intanto rischiamo di smarrire interi settori che sono il fondamento della nostra cultura, dalla storia alla fisica teorica».

E dove sta l’autonomia universitaria?
«È molto difficile vederla. Tutte le statistiche sono improntate a rilevare quanto produce un’università in termini di laureati o di pubblicazioni: si va a numero, a peso. E si perde anche un altro elemento essenziale».

Quale?
«Un tempo l’università veniva scelta dallo studente anche in funzione dei maestri che poteva trovarvi. Il rapporto maestro-allievo è fondamentale, ma oggi è tutto affidato a valutazioni quantitative, che certamente non possono andar bene per tutte le discipline».

Per esempio?
«Pensi che a Bologna non c’è più un Dipartimento di Filosofia: è stato unito a quello di Scienze della comunicazione. Trovo che, dopo secoli, questa sia una trasformazione antropologica di una violenza incredibile. Non possiamo sacrificare sull’altare della comunicazione l’elaborazione del pensiero critico».

Lei è sempre stato critico verso la riforma del “3+2”. Perché?
«Glielo spiego con l’esperienza. Se lei deve studiare il latino medievale, deve farlo al primo anno, oppure non lo impara più: ma senza quelle basi non è in grado di leggere i documenti necessari per una tesi. Lo stesso vale per ingegneria: l’analisi matematica è il fondamento. Il 3+2 ha fatto l’opposto, ha messo il carro davanti ai buoi».

Stiamo creando una generazione di illusi?
«Temo di sì. Non si può continuare a pensare all’istruzione superiore solo come istruzione universitaria. Dopo il ’68, soprattutto in Germania si sono create delle scuole tecniche superiori parallele, fuori dall’università, con un diploma professionalizzante. Invece in Italia i politici hanno creato università in tutti i borghi, perché erano un distintivo all’occhiello, ma senza programmazione».

Rifarebbe oggi quell’annuncio sul giornale?
«Oggi non farebbe neppure più discutere. E poi, nessuno mi offrirebbe più lavoro: non ci sono più gli Olivetti, i Mattei… Chi vuole che si impicci di un professore universitario?»

Rotto il silenzio sulla morte di David Rossi, riflettiamo su quel che si scrive

Silenzioperlutto

Qualcuno usa il drammatico evento per cercare una rivincita impossibile e tentare d’imbavagliare l’informazione libera dei blog e della rete. Eppure, ancora non esiste inequivocabilmente la certezza che si sia trattato di suicidio e non di un incidente o di un omicidio.

Raffaele AscheriIl suicidio di David Rossi (Eretico di Siena, 6 marzo 2013).

Raffaele AscheriLettera a Filippo, fratello di David Rossi (Eretico di Siena, 7 marzo 2013).

Raffaella Zelia RuscittoAbbiamo perso le parole… non perdiamo l’obiettivo (il Cittadino Online, 7 marzo 2013).

Redazione di Fratello IlluminatoSolo due righe… (Fratello Illuninato – Il blog, 7 marzo 2013)

Stefano CecchiFinanza e scandali (QN, 8 marzo 2013)

Nino CirilloAffetto e veleni sui blog, Siena sotto choc (Il Messaggero, 8 marzo 2013).

Carlo CambiMps, ecco poerché si è ucciso Rossi (Libero, 8 marzo 2013).

David AllegrantiUna città spezzata fra i fantasmi del web (Corriere Fiorentino, 8 marzo 2013).

Enrico TucciI media ci tartassano senza requie, ne abbiamo sentite di tutti i colori (Corriere di Siena, 8 marzo 2013).

Gaia TancrediLe candide preghiere si scontrano on line con il risentimento (Corriere di Siena, 8 marzo 2013).

Marco ImarisioGli insulti sui blog e gli odi antichi in una Siena lacerata (Corriere della Sera, 8 marzo 2013).

Stefano Tesi – Domani non sarò ai funerali di David Rossi. O forse sì (Alta fedeltà.it, 8 marzo 2013).

Enrico TucciMetterci la faccia, i pareri scomodi gli insulti gratuiti e le minacce (Corriere di Siena, 9 marzo 2013).

Marco Norcini – Stampa scomoda e blogger dissidenti. Il potere progetta la restaurazione (il Cittadino Online, 9 marzo 2013).

Mario AscheriSiena: tra il dolore e l’uso che ne viene fatto (il Cittadino Online, 9 marzo 2013).

Simonetta Losi – Le parole sono pietre: David è stato lapidato, superato ogni limite (Corriere di Siena, 10 marzo 2013)