Siena: il docente universitario e il “velinaro” disinformato

Walter Chiari e Carlo Campanini: «Vieni avanti, cretino!»

Walter Chiari e Carlo Campanini: «Vieni avanti, cretino!»

I risultati di oggi si riferiscono alla ricerca di ieri! Vedremo domani i risultati della ricerca svolta oggi

Ancora sull’incredibile commento sull’Università e sul Rettore che il caporedattore de “La Nazione di Siena”, Francesco Meucci, ha scritto per il QN il 27 luglio2015.

Francesco Meucci. Non solo per aver salvato l’Università, ma per aver trasformato il peggio esempio di quello che siamo nel miglior modello di quello che dovremmo essere.

Rabbi Jaqov Jizchaq. «Il peggio esempio di quello che siamo», caro Meucci, lo dici alla tu’ zia: qui c’è gente che si è fatta un mazzo così, non sono tutti raccomandati figli di papà (quale peggior esempio di certi giornalisti che parlano a vanvera?). Non è che per il buco di bilancio siano individualmente responsabili tutti i lavoratori dell’università (molto sospetto: tutti colpevoli, nessun colpevole); senza dire che Siena non è mai stata l’università “Parthenope” di Napoli: transeat sulla rappresentazione romanzesca di una rottura politica col passato che non mi pare di aver intravisto, ma non è che la ricerca all’università di Siena, prima facesse schifo e solo dopo l’avvento di Riccaboni, in un paio d’anni abbia cominciato a competere con le meglio università italiane. Parlare di ricerca vuol dire parlare di tempi lunghi, programmi, competenze e gruppi di ricerca che s’imbastiscono faticosamente e producono risultati nell’arco di un decennio almeno. Significa articoli sottoposti a revisione i cui tempi di pubblicazione si misurano in anni. La ricerca qui è sempre stata abbastanza buona, ovviamente nei settori in cui esisteva, e, in ogni caso, i risultati che leggi oggi, si riferiscono alla ricerca svolta ieri. Vorrò vedere cosa diranno le agenzie domani, quando registreranno i dati di oggi, cioè a dire di un’epoca in cui molti comparti di ricerca gradualmente vengono cancellati.

Francesco Meucci. Prima in Italia secondo il Censis e sesta (prima delle toscane) nella classifica compilata ogni anno dal Sole 24 Ore. L’Università di Siena ha vissuto una settimana da leone, conquistando una ribalta nazionale che solo qualche anno fa meritava per ben altre vicende.

Rabbi Jaqov Jizchaq. Mah, o di chi saranno le colpe di quelle altre vicende? Sarà senz’altro colpa della Merkel…
E poi Siena “prima” e Pisa “ventiquattresima”; ma insomma, un po’ di realismo: Mosche cocchiere… e in quali settori daremmo del filo da torcere a Pisa? Forse agraria o veterinaria? In orientalistica? In chimica industriale? In ingegneria chimica, meccanica, civile, aerospaziale o navale? In fisica o in filosofia? Sto parlando di cose che a Siena non esistono più; esistono solo come diplomi triennali, oppure non sono mai esistite. Per non apparire menagramo ometto di citare quei settori delle scienze pure per i quali si sa già da ora che non vi sarà futuro, con l’incedere dei pensionamenti che dimezzeranno da qui a pochi anni il corpo docente (senza rimpiazzo).

Francesco Meucci. Basterà dire che dal prossimo anno partirà il primo corso di laurea interamente in inglese…

Rabbi Jaqov Jizchaq. Veramente di corsi di laurea in inglese a Siena già ne esistono da diversi anni in diversi settori (dall’ingegneria alla linguistica), appunto per venire incontro all’esigenza di “internazionalizzazione”, visto che, proprio secondo il Censis, Siena risulta meno internazionalizzata di Sassari (su populu sardu, si sa, ha da sempre un carattere cosmopolita). Tanto per dire che se per fare il giornalista basta essere leggermente disinformati, per fare il direttore è indispensabile esserlo del tutto (corollario della legge di Murphy sulle gerarchie). Meucci, informati: sai, hanno inventato il telefono.

Francesco Meucci. …una offerta didattica matura e al passo coi tempi.


Rabbi Jaqov Jizchaq. Ma che vuol dire? Allude alla metà dei corsi di laurea chiusi, a quelli prossimi alla chiusura, o agli accorpamenti cinobalanici? A Meucci risulta che siano state aperte nuove aree di specializzazione? A me risulta, semmai, che siano stati cancellati molti dottorati e lauree magistrali. La cruda realtà è che con la massiccia fuoriuscita di metà del corpo docente, per molti corsi di studio, anche basilari, non è stato più possibile soddisfare i “requisiti minimi di docenza” richiesti dalla legge: una livella, un taglio lineare che non c’entra un tubo con la qualità e l’importanza dei corsi. Poi con lo scioglimento delle Facoltà (ma perché l’hanno fatto?) il problema si è ripresentato, pari pari, ad un altro livello, con i mega-dipartimenti che le hanno rimpiazzate, per i quali la legge prescrive numeri elevatissimi. Così si è proceduto ad accorpamenti davvero “originali”. Del resto non è solo un problema senese: clamoroso il Dipartimento di Scienze Geologiche e Psicologiche di Chieti (psicologia del …profondo?). Va inoltre segnalato che è proprio la classifica del Sole 24 ore che sottolinea una carenza forte nella sostenibilità dei corsi senesi.

Ecco insomma un deprimente modello di giornalismo italico: un giornalismo schierato che non solo non distingue la notizia dal commento, ma più di una volta omette del tutto la notizia, rimpiazzando l’acribia del segugio con la propaganda. Non c’è modo di affrontare una discussione seria e concreta, senza giungere subito agli epiteti e ai pesci in faccia. Sarà che personalmente vedrei la comunità scientifica come una sorta di comunità monastica, ma trovo stucchevole questo parlare salottiero di faccende serie, questo sovrappiù di propaganda e di millanteria narcisistica, che a mio avviso contrasta con la sobrietà e col naturale understatement che dovrebbe caratterizzare il tono dei discorsi intorno alla scienza e alla cultura. Qui oramai “la ricerca” la fanno le gazzette e francamente l’aspetto più ridicolo dei ripetuti peana di certi giornalisti (troppo “embedded” per concepire una analisi critica dei dati), è che non si capisce chi sia l’antagonista idealizzato a cui si rivolgono con tono di sfida, quasi che i successi nella ricerca fossero esclusivo merito loro, dei loro protégé e di quattro politicanti analfabeti, e non dell’intera famiglia dei ricercatori medesimi, tra i quali coloro che lanciano l’allarme per il corso che hanno preso gli eventi.

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Supineria magistrale: da studiare all’università di Siena

Francesco Meucci

Francesco Meucci

Siena riparte e l’università è già al top (da: QN 27 luglio 2015)

Francesco Meucci. Prima in Italia secondo il Censis e sesta (prima delle toscane) nella classifica compilata ogni anno dal Sole 24 Ore. L’Università di Siena ha vissuto una settimana da leone, conquistando una ribalta nazionale che solo qualche anno fa meritava per ben altre vicende. Ricordate? Travolta dai debiti e dagli scandali, alle prese con una quantità di grane giudiziarie e beghe interne. Per qualcuno il suo destino era segnato verso un lento declino fino alla fatale scomparsa. Invece no. L’ateneo – e di pari passo, sebbene con numeri diversi, anche l’Università per Stranieri di Siena – ha riannodato i fili del discorso, colmando quei buchi lasciati da precedenti gestioni dissennate e rilanciandosi come luogo di studio «top». Vuoi per la vivibilità complessiva che offre ancora Siena, vuoi, soprattutto, per una offerta didattica matura e al passo coi tempi. Basterà dire che dal prossimo anno partirà il primo corso di laurea interamente in inglese: si studia economia e si impara una lingua; i classici due piccioni. La storia dell’Università di Siena, insomma, diventa l’emblema e il simbolo del «si può fare». Meglio: del «si può ancora fare». Con quello spirito tutto italiano di sacrificio, impegno e dedizione; del non abbattersi di fronte alle difficoltà e, anzi, farne uno strumento di rinascita. L’ha capito e messo in atto il rettore di Siena, Angelo Riccaboni, ligure trapiantato in Toscana. Che nel fare di necessità virtù ha preso il meglio di due culture: il pragmatismo delle sue terre natali, con l’estro e la fantasia di quelle dove vive e lavora. Oggi gongola, giustamente. Perché sa di essere riuscito in una missione impossibile. Non solo per aver salvato l’Università, ma per aver trasformato il peggio esempio di quello che siamo nel miglior modello di quello che dovremmo essere.

Dopo la grande glaciazione, all’Università di Siena i più giovani e meritevoli sono stati messi in cantina a invecchiare

Altan-vecchiettiRabbi Jaqov Jizchaq. Ecco il giudizio del Censis riguardo al comparto “umanistico” dell’università di Siena: «Ateneo equilibrato per quel che riguarda le possibilità di progressione di carriera e di rapporti internazionali. Rispetto alle altre Università in classifica, l’UniSi ha un’offerta didattica più ristretta, ma compensata da un’altissima qualità.»

Adesso, non per dire, non è che metto in dubbio la qualità dei docenti senesi, di sicuro valore, benché in larga parte pensionandi, ma … progressioni di carriera a Siena??? Età media dei ricercatori (a esaurimento), 52 anni; età media degli ordinari, 63 anni, un bel progredire, non c’è male: verso la pensione! Naturalmente, quando è cominciata la grande glaciazione, tutti erano più giovani di quasi un decennio, ma poi i più giovani e meritevoli sono stati messi in cantina a invecchiare, come del resto si confà al vino buono (anche questa è “meritocrazia”).

Per quanto riguarda gli studi post-laurea, compulsando il sito UniSI ho prima rilevato che Siena risulta sede di un solo dottorato di area “umanistica”, dal titolo “Filologia e critica”; in tutti gli altri settori, dunque, qui non c’è rimasto un fico secco e non si capisce come sia possibile “progredire” specializzandosi in alcunché.
 Si aggiunga che per quanto riguarda le opportunità di reclutamento e carriera, nell’ateneo è tutto fermo da otto anni e l’unica cosa che si muoverà a breve, per quanto ne so, sono un paio di avanzamenti interni per dipartimento: cioè a dire, per ora, zero nuovi posti (correggetemi se sbaglio). Francamente, parlare di “facilità di progressione di carriera” a Siena, oggi come oggi mi pare puro surrealismo.

Vediamo il confronto con gli altri atenei in classifica. Leggo ad esempio che a Bologna i Corsi di Laurea e i Corsi di Laurea Magistrale (non i “curricula”, “percorsi”, “indirizzi” e similia) sono ventiquattro. Si aggiungano ben tredici dottorati di area umanistica, con cinquantasei borse di studio, a fronte di un solo dottorato a Siena, con in totale quattro misere borse. Ora, di alcune specialità bolognesi (tortellini a parte) si può senz’altro fare a meno senza soffrire troppo, e tuttavia è difficile digerire il fatto che le poche cose rimaste a Siena siano meglio dei ventiquattro corsi di laurea umanistici e tredici dottorati che a Bologna esistono ancora, e che quattro borse di studio siano meglio di cinquantasei: corsi e dottorati con tanto di nome e cognome comprensibili dove, per quanto ne so, non insegnano esattamente degli imbecilli.

Ripeto ad nauseam che dalle tabelle esposte in alto a destra, risulta che a Siena entro il 2020 i docenti saranno dimezzati (-500 circa rispetto al 2008; il botto ci sarà nei prossimi due anni), mentre se va bene ne rientreranno poche unità; sicché anche gran parte di quello che a Siena è rimasto, è destinato a venir meno. Se poi la politica è quella di lasciare in vita solo pochissime cose puntando sull’alta specializzazione, perché millantare le magnifiche sorti di un “ateneo generalista” e dare l’illusione di un ventaglio di possibilità che esistono o esisteranno a breve di fatto solo sulla carta? Singolare schizofrenia (e il discorso va ben al di là dei comparti “umanistici”) quella per cui ci ammanta della gloria di qualcosa di cui nei piani di rinascita dell’ateneo si prevede la rimozione: sia promosso affinché sia rimosso.

Perché questa discrepanza fra l’apparenza e la realtà? L’università è una peculiare istituzione dell’Europa medievale, ma oramai dell’antica universitas, come collettività solidale di maestri e allievi, mi pare che nel modello presunto taylorista e fordista dell’università contemporanea (in realtà un grossolano groviglio burocratico che lascia ben poco spazio all’umano) ci sia rimasto ben poco. Sarà forse per l’esorbitante dimensione dell’apparato amministrativo, ma oramai gran parte dell’attività universitaria consiste nel riempire moduli. In essi si solidifica il mito dell’oggettività di certi metodi quantitativi di valutazione. Pensando al progetto più o meno dichiarato di ridurre la maggior parte degli atenei a “teaching universities”, viene il sospetto che per qualità dell’insegnamento si debba intendere sostanzialmente bassa qualità, livellamento standardizzato a certi canoni eterodeterminati.

Sarà che prediligo il “pessimismo dell’intelligenza” al narcisistico sbrodolarsi rovesciandosi addosso elogi a profusione, tipico dei cultori del “marketing”, ma francamente queste statistiche del Censis mi pare che abbiano principalmente l’effetto di nascondere all’opinione pubblica la drammaticità della situazione. Non ripeterò oltre quello che ho già detto nei precedenti messaggi, se non per ribadire che è oramai illusorio attendersi risorse che non verranno, soccorsi dall’esterno che non giungeranno e dunque occorrerebbero decisioni efficaci accompagnate da una visione di lungo respiro, anziché l’attesa di una dolce morte. E questo non vale solo per i settori umanistici. Ma la decisione è un concetto estraneo alla mentalità italiana a tutti i livelli delle istituzioni.

L’idraulico / non verrà. L’impercettibile / passo da scroscio a filo, /a scroscio eluderà / senza fine / la tua mano millimetrata. (C. Fruttero, F. Lucentini)

Per il Censis le “materie umanistiche” senesi sono le prime in Italia: nelle classifiche internazionali, però, Siena non esiste e compaiono solo Roma e Bologna

 

Altan-veritaRabbi Jaqov Jizchaq. Si legge su Il Cittadino online che «Secondo l’ultima indagine pubblicata dal Censis, l’Università di Siena è il migliore Ateneo in Italia nel quale studiare le materie umanistiche. È molto ampia l’offerta di corsi di laurea triennale e magistrale attivata in questo settore: nell’area delle lettere, lingue, storia, filosofia, formazione, beni culturali, comunicazione.»

Laudato sia il Censis, cum tucte le sue creature, che se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Noto ancora una volta che a livello internazionale non la pensano così:  tra le cento migliori università nel campo delle “Humanities”, di italiane compaiono (ed in posizione arretrata) solo Bologna e Roma. Ma transeat… il vero punto è che qui ogni sviolinata del Censis sortisce l’effetto di un anestetico sull’opinione pubblica. Francamente, parlando in generale e a prescindere da questa notizia, mi pare che da noi il concetto di “valutazione” sia affetto da una certa vaghezza: una notevole elasticità – per così dire (“como las bragas de una puta”, come ho sentito dire da un sudamericano) – e il continuo cambiare le carte in tavola, che ha caratterizzato questi anni, autorizzano il sospetto che i giudizi di varie agenzie piovuti dall’alto come fulmini di Giove, tendano gradualmente a plasmare il sistema, più che a valutarlo, secondo canoni che, almeno al sottoscritto, appaiono alquanto discutibili.

L’uomo della strada che legge questi articoli pieni di laudi del Censis per l’università di Siena, si sente però rassicurato, e si chiede cosa rompano i cabbasisi questi qua che si lamentano sempre che le cose vanno male (e poi in ogni caso “e so’ troppi!”). Ma la stessa espressione “materie umanistiche” è lievemente dozzinale e non appaga la curiosità del lettore più avveduto. Esistono forse le “materie scientifiche” latu sensu? E se ritengono che una tale partizione manichea abbia comunque un senso, perché hanno distrutto le Facoltà? Perché non si sono limitati a costituire, ad esempio, un unico dipartimento “umanistico”, anziché procedere al deplorevole spezzatino?

Nell’articolo citato (probabilmente solo un comunicato ufficiale dell’ateneo) si sfodera un florilegio di “curricula”, che forse il lettore distratto e abbacinato dal caleidoscopico panorama di questo svolazzio di colorati uccelli tropicali, identifica erroneamente con corsi di laurea; ma a parte l’ovvia domanda di quanti sopravvivranno alla falcidia dei docenti prevista per i prossimi anni (vedi grafici in alto a destra), va precisato che i curricula non sono corsi di laurea: sono solo lacerti, entro corsi “accorpati”, di quello che è sopravvissuto dei corsi di laurea soppressi dopo la prima ondata di pensionamenti.

Nell’articolo si parla ad esempio di “filosofia”, ma da quello che mi risulta a Siena non vi è più, e da diverso tempo, né un dipartimento, né una sezione di dipartimento, né uno scompartimento, né un corso di laurea vero e proprio con questa denominazione e in questa specifica classe di laurea. Tacerò poi sui dottorati di ricerca in campo “umanistico”: dal sito UNISI risulta un solo dottorato, in filologia. È giusto che finisca così? Se sì, che cavolo di “primato” vantate oggi? Se no, cosa pensate di fare, al di là del compianto per il caro estinto? Nel mio piccolo, da osservatore che guarda le cose con sereno disincanto, una soluzione l’avrei avanzata nei precedenti messaggi; può darsi che non sia la migliore, ma la vostra qual è, signori della corte?

Se date un’occhiata al sito del MIUR (pratica cui personalmente mi dedico ogni giorno come un salutare esercizio mattutino di Tai Chi Chuan, al solo scopo di confrontare i vaneggiamenti con la realtà), vedrete che diversi settori, inclusi alcuni di quelli premiati dal Censis, sono oramai bucherellati come groviera, vi sono rimaste poche unità di docenti, molti dei quali, come si sa dai dati generali (vedi grafico “memento mori”), sull’orlo della pensione. Quando poi odo discorsi dal tono encomiastico sull’ecatombe di corsi e strutture, mi viene da pensare che certe persone sarebbero state chiamate ad amministrare ed eventualmente mettere a frutto un patrimonio pubblico, non a liquidarlo; ma in questi paraggi credo che quest’osservazione valga ben al di là dell’università.

Ma basta con i tristi pensieri! Nunc est bibendum! E come disse quello mentre cascava dalla Torre del Mangia, “sin qui, tutto bene”.

Università di Siena, giornaletti locali e primati nascosti

Corrierino

La voce circolava da tempo: «fra venti giorni vedrete che bomba; così la finiranno i detrattori della nostra università!». Erano queste le espressioni usate dal “Magnifico” negli incontri sindacali e istituzionali, senza mai precisare a cosa si riferisse. «Sta per essere reso pubblico un risultato clamoroso sull’ateneo cittadino» aggiungevano sindaco e presidente della Provincia di Siena, opportunamente allertati. A chi mi chiedeva qualche notizia, rispondevo che, forse, la Ministra Carrozza aveva deciso di dirottare qualche milione d’euro sull’ateneo senese; oppure che qualcuno aveva proposto l’assegnazione al rettore – sempre più percepito come figura priva di credibilità, autorevolezza e senso delle istituzioni – di un riconoscimento per la sua innovativa politica, basata su: pensionamento dei docenti senza turn over (per ridurre le spese strutturali), eliminazione delle prove d’ammissione (per accaparrarsi più studenti), congelamento per cinque anni delle rate dei mutui (per cercare di chiudere qualche bilancio in attivo).

Finalmente, venti giorni dopo, s’è scoperto l’arcano. La classifica Censis-Repubblica ha assegnato quest’anno il 1° posto all’ateneo senese, considerando alcuni indicatori che tengono conto del rapporto tra quantità di servizi (numero di posti letto, di pasti erogati, di posti in aule e biblioteche, di borse e contributi) e numero di studenti iscritti. Per tale graduatoria non sono stati valutati parametri di qualità essenziali, tipo la didattica, la ricerca e gli strumenti usati nei laboratori didattici. Ebbene, in questo modo, paradossalmente, è possibile che sia assegnato il 1° posto proprio all’ateneo che perde più studenti. Per restare in ambito senese, si scopre che nell’anno accademico 2012/2013, l’università di Siena ha perso circa tremila studenti: la sola Facoltà di Farmacia ha avuto un calo, riferito all’anno precedente, di 920 unità (-83%). Un primato assoluto. Notizia, questa, che nessuno ha mai riportato! È del tutto evidente che con gli indicatori usati dal Censis, un ateneo moribondo (che gli studenti scelgono sempre di meno), se mantenesse inalterata la quantità di servizi erogati, occuperebbe sempre le prime posizioni. Trasformandosi in un ateneo con tanti servizi ma pochissimi studenti e, per quanto riguarda Siena, anche con pochi docenti e molti amministrativi. Altro che bomba, la notizia del 1° posto nella classifica Censis. Si trattava di una bombetta puzzolente che tanta ilarità ha destato in tutti gli atenei e che è stata clamorosamente smentita con la pubblicazione della classifica Arwu delle 500 migliori università al mondo, nella quale Siena non esiste. Eppure si sono sprecati i titoli: «L’ateneo migliore d’Italia è Siena» o, addirittura, «tra i migliori atenei del mondo», come scriveva un giornaletto senese. Questa etichetta non è piaciuta all’inventore del groviglio armonioso, che mi ha scritto: «Il giornaletto locale di cui parli è fatto di persone che lavorano, che lavorano molto, anche il giorno di Ferragosto, che hanno combattuto per fare questa professione». Non metto in dubbio che lavorino e che abbiano combattuto per farlo. Il problema è cosa scrivono, censurano e perché. È facile definire un organo che censura le notizie scomode o stravolge la realtà. Dire che è un giornaletto locale… fatto da ragazzi, è certamente preferibile per tali giornalisti “in erba e in trincea”!

Articolo pubblicato anche da:

Con le “riccabonate” altro primato nell’università di Siena

Ateneomigliore

Dalle perle di saggezza di Massimo Catalano (le famose “catalanate”) alle “riccabonate”, alcune di seguito riportate:

  • «Col Censis primi, con la classifica di Shanghai fuori perché contano i Nobel».
  • «Quando aumenta il numero degli atenei e il grosso della partita si gioca sulle pubblicazioni noi veniamo tagliati fuori, ma non perché non siamo bravi, perché ci manca la materia prima, come alcune (ex) facoltà scientifiche».
  • «Ci sono i favorevoli e i contrari alle valutazioni, ma la qualità del mondo accademico non è facilmente classificabile, non è un campionato di calcio».
  • «La valutazione del Censis ha tenuto conto di quei parametri dove noi possiamo competere e giocarcela alla pari».

«Noi senesi fuori, se contano i Nobel non c’è partita» (da: Corriere Fiorentino, 17 agosto 2013, intervista al rettore Riccaboni)

Gaetano Cervone. L’Università di Siena per il secondo anno consecutivo è fuori dalla «Top 500», la graduatoria redatta dai ricercatori della Shanghai Jiao Tong University che valuta tutti gli Atenei mondiali.  Eppure appena due anni fa l’Università di Siena era riuscita a guadagnare un posto al sole, pur classificandosi tra le ultime posizioni: «Nel mondo attuale piacciono molto le graduatorie e ci sono i favorevoli e i contrari a queste valutazioni, ma la qualità del mondo accademico non è facilmente classificabile, non è un campionato di calcio, bisogna dargli il giusto peso» commenta il rettore Angelo Riccaboni.

Però, rettore, sulla home page del vostro sito internet compare la scritta «Il migliore Ateneo d’Italia è Siena», facendo riferimento all’ultima graduatoria redatta dal Censis. Sembra di capire che per voi quella classifica ha un peso maggiore rispetto alle altre…

«Perché non dovremmo dirlo che siamo stati classificati primi? Attorno a me vedo Atenei che alla prima occasione sbandierano primati e c’è sembrato giusto dare il peso che merita alla valutazione del Censis, che ha tenuto conto di quei parametri dove noi possiamo competere e giocarcela alla pari».

Nella classifica dell’Università di Shanghai invece non ci può essere partita?

«Quelle sono graduatorie che tengono conto di fattori che ci penalizzano fortemente, basti pensare che tra gli elementi principali c’è la dimensione degli Atenei e noi, inutile che ce lo ripetiamo, siamo un’Università piccola. Senza tenere conto del peso specifico che ha nel risultato finale la presenza o meno di docenti che anche in passato hanno ottenuto premi Nobel».

Insomma, contro Harvard e Stanford rinunciate anche a scendere in campo?

«Noi ci sentiamo competitivi e lo siamo per davvero, basti pensare che due anni fa nella graduatoria c’eravamo, anche se siamo sempre stati borderline, riuscendo ad entrare per poche posizioni tra i primi cinquecento al mondo. Ma è chiaro che quando aumenta il numero degli atenei e il grosso della partita si gioca sui Nobel e soprattutto sulle pubblicazioni su riviste scientifiche, noi veniamo tagliati fuori, ma non perché non siamo bravi, perché ci manca la materia prima, come alcune (ex) facoltà scientifiche».

Però anche nella categoria delle Scienze sociali tutte le università italiane sono tagliate fuori, atenei toscani compresi.

«Questo è un settore disciplinare dove è ancora più difficile valutare la qualità, ma non possiamo comunque ignorare che c’è un problema che forse può essere affrontato soltanto spingendo verso una maggiore integrazione, perché i centri di grosse dimensioni ottengono punteggi maggiori».

Dunque i ricercatori di Shanghai non le hanno rovinato il Palio?

«Assolutamente no, mi preoccuperei se non fossimo valutati eccellenti in nessuna graduatoria. Per fortuna non è così, fermo restando che la cosa fondamentale resta l’indice di gradimento degli studenti, non la classifica, perché quello del mondo accademico non è un campionato di calcio».

Università e giornalismo a Siena: quando manca il pudore, il senso della misura e del ridicolo

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