Per il Censis le “materie umanistiche” senesi sono le prime in Italia: nelle classifiche internazionali, però, Siena non esiste e compaiono solo Roma e Bologna

 

Altan-veritaRabbi Jaqov Jizchaq. Si legge su Il Cittadino online che «Secondo l’ultima indagine pubblicata dal Censis, l’Università di Siena è il migliore Ateneo in Italia nel quale studiare le materie umanistiche. È molto ampia l’offerta di corsi di laurea triennale e magistrale attivata in questo settore: nell’area delle lettere, lingue, storia, filosofia, formazione, beni culturali, comunicazione.»

Laudato sia il Censis, cum tucte le sue creature, che se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Noto ancora una volta che a livello internazionale non la pensano così:  tra le cento migliori università nel campo delle “Humanities”, di italiane compaiono (ed in posizione arretrata) solo Bologna e Roma. Ma transeat… il vero punto è che qui ogni sviolinata del Censis sortisce l’effetto di un anestetico sull’opinione pubblica. Francamente, parlando in generale e a prescindere da questa notizia, mi pare che da noi il concetto di “valutazione” sia affetto da una certa vaghezza: una notevole elasticità – per così dire (“como las bragas de una puta”, come ho sentito dire da un sudamericano) – e il continuo cambiare le carte in tavola, che ha caratterizzato questi anni, autorizzano il sospetto che i giudizi di varie agenzie piovuti dall’alto come fulmini di Giove, tendano gradualmente a plasmare il sistema, più che a valutarlo, secondo canoni che, almeno al sottoscritto, appaiono alquanto discutibili.

L’uomo della strada che legge questi articoli pieni di laudi del Censis per l’università di Siena, si sente però rassicurato, e si chiede cosa rompano i cabbasisi questi qua che si lamentano sempre che le cose vanno male (e poi in ogni caso “e so’ troppi!”). Ma la stessa espressione “materie umanistiche” è lievemente dozzinale e non appaga la curiosità del lettore più avveduto. Esistono forse le “materie scientifiche” latu sensu? E se ritengono che una tale partizione manichea abbia comunque un senso, perché hanno distrutto le Facoltà? Perché non si sono limitati a costituire, ad esempio, un unico dipartimento “umanistico”, anziché procedere al deplorevole spezzatino?

Nell’articolo citato (probabilmente solo un comunicato ufficiale dell’ateneo) si sfodera un florilegio di “curricula”, che forse il lettore distratto e abbacinato dal caleidoscopico panorama di questo svolazzio di colorati uccelli tropicali, identifica erroneamente con corsi di laurea; ma a parte l’ovvia domanda di quanti sopravvivranno alla falcidia dei docenti prevista per i prossimi anni (vedi grafici in alto a destra), va precisato che i curricula non sono corsi di laurea: sono solo lacerti, entro corsi “accorpati”, di quello che è sopravvissuto dei corsi di laurea soppressi dopo la prima ondata di pensionamenti.

Nell’articolo si parla ad esempio di “filosofia”, ma da quello che mi risulta a Siena non vi è più, e da diverso tempo, né un dipartimento, né una sezione di dipartimento, né uno scompartimento, né un corso di laurea vero e proprio con questa denominazione e in questa specifica classe di laurea. Tacerò poi sui dottorati di ricerca in campo “umanistico”: dal sito UNISI risulta un solo dottorato, in filologia. È giusto che finisca così? Se sì, che cavolo di “primato” vantate oggi? Se no, cosa pensate di fare, al di là del compianto per il caro estinto? Nel mio piccolo, da osservatore che guarda le cose con sereno disincanto, una soluzione l’avrei avanzata nei precedenti messaggi; può darsi che non sia la migliore, ma la vostra qual è, signori della corte?

Se date un’occhiata al sito del MIUR (pratica cui personalmente mi dedico ogni giorno come un salutare esercizio mattutino di Tai Chi Chuan, al solo scopo di confrontare i vaneggiamenti con la realtà), vedrete che diversi settori, inclusi alcuni di quelli premiati dal Censis, sono oramai bucherellati come groviera, vi sono rimaste poche unità di docenti, molti dei quali, come si sa dai dati generali (vedi grafico “memento mori”), sull’orlo della pensione. Quando poi odo discorsi dal tono encomiastico sull’ecatombe di corsi e strutture, mi viene da pensare che certe persone sarebbero state chiamate ad amministrare ed eventualmente mettere a frutto un patrimonio pubblico, non a liquidarlo; ma in questi paraggi credo che quest’osservazione valga ben al di là dell’università.

Ma basta con i tristi pensieri! Nunc est bibendum! E come disse quello mentre cascava dalla Torre del Mangia, “sin qui, tutto bene”.

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2 Risposte

  1. […] Per il Censis le “materie umanistiche” senesi sono le prime in Italia: nelle classifiche interna… […]

  2. P.S. Ecco il giudizio del CENSIS riguardo al comparto “umanistico” dell’università di Siena:

    “Ateneo equilibrato per quel che riguarda le possibilità di progressione di carriera e di rapporti internazionali. rispetto alle altre Università in classifica, l’UniSi ha un’offerta didattica più ristretta, ma compensata da un’altissima qualità.” http://www.corriereuniv.it/cms/2015/04/censis-le-10-migliori-universita-in-ambito-umanistico/

    Adesso, non per dire, non è che metto in dubbio la qualità dei docenti senesi, di sicuro valore, benché in larga parte pensionandi, ma …PROGRESSIONI DI CARRIERA A SIENA???? Età media dei ricercatori (ad esaurimento), 52 anni; età media degli ordinari, 63 anni, un bel progredire, non c’è male: verso la pensione! Naturalmente, quando è cominciata la grande glaciazione, tutti erano più giovani di quasi un decennio, ma poi i più giovani e meritevoli sono stati messi in cantina ad invecchiare, come del resto si confà al vino buono (anche questa è “meritocrazia”).

    Per quanto riguarda gli studi post-laurea, compulsando il sito UNISI ho prima rilevato che Siena risulta sede di un solo dottorato di area “umanistica” , dal titolo “Filologia e critica”; in tutti gli altri settori, dunque, qui non c’è rimasto un fico secco e non si capisce come sia possibile “progredire” specializzandosi in alcunché.
    Si aggiunga che per quanto riguarda le opportunità di reclutamento e carriera, nell’ateneo è tutto fermo da otto anni e l’unica cosa che si muoverà a breve, per quanto ne so, sono un paio di avanzamenti interni per dipartimento: cioè a dire, per ora, ZERO nuovi posti (correggetemi se sbaglio). Francamente, parlare di “facilità di progressione di carriera” a Siena, oggi come oggi mi pare puro surrealismo.

    Vediamo il confronto con gli altri atenei in classifica. Leggo ad esempio che a Bologna i CORSI DI LAUREA e i CORSI DI LAUREA MAGISTRALE (non i “curricula”, “percorsi”, “indirizzi ” e similia) sono VENTIQUATTRO. Si aggiungano ben TREDICI dottorati di area umanistica, con CINQUANTASEI borse di studio http://www.unibo.it/it/didattica/dottorati/2014-2015#, a fronte di un solo dottorato a Siena, con in totale quattro misere borse. Ora, di alcune specialità bolognesi (tortellini a parte) si può senz’altro fare a meno senza soffrire troppo, e tuttavia è difficile digerire il fatto che le poche cose rimaste a Siena siano meglio dei ventiquattro corsi di laurea umanistici e tredici dottorati che a Bologna esistono ancora, e che quattro borse di studio siano meglio di cinquantasei: corsi e dottorati con tanto di nome e cognome comprensibili dove, per quanto ne so, non insegnano esattamente degli imbecilli.

    Ripeto ad nauseam che dalle tabelle esposte in alto a destra, risulta che a Siena entro il 2020 i docenti saranno dimezzati (-500 circa rispetto al 2008; il botto ci sarà nei prossimi due anni), mentre se va bene ne rientreranno poche unità; sicché anche gran parte di quello che a Siena è rimasto, è destinato a venir meno. Se poi la politica è quella di lasciare in vita solo pochissime cose puntando sull’alta specializzazione, perché millantare le magnifiche sorti di un “ateneo generalista” e dare l’illusione di un ventaglio di possibilità che esistono o esisteranno a breve di fatto solo sulla carta? Singolare schizofrenia (e il discorso va ben al di là dei comparti “umanistici”) quella per cui ci ammanta della gloria di qualcosa di cui nei piani di rinascita dell’ateneo si prevede la rimozione: sia promosso affinché sia rimosso.

    Perché questa discrepanza fra l’apparenza e la realtà? L’università è una peculiare istituzione dell’Europa medievale, ma oramai della antica universitas, come collettività solidale di maestri e allievi, mi pare che nel modello presunto taylorista e fordista dell’università contemporanea (in realtà un grossolano groviglio burocratico che lascia ben poco spazio all’umano) ci sia rimasto ben poco. Sarà forse per l’esorbitante dimensione dell’apparato amministrativo, ma oramai gran parte dell’attività universitaria consiste nel riempire moduli. In essi si solidifica il mito dell’oggettività di certi metodi quantitativi di valutazione. Pensando al progetto più o meno dichiarato di ridurre la maggior parte degli atenei a “teaching universities”, viene il sospetto che per qualità dell’insegnamento si debba intendere sostanzialmente BASSA qualità, livelamento standanrdizzato a certi canoni eterodeterminati.

    Sarà che prediligo il “pessimismo dell’intelligenza” al narcisistico sbrodolarsi rovesciandosi addosso elogi a profusione tipico dei cultori del “marketing”, ma francamente queste statistiche del CENSIS mi pare che abbiano principalmente l’effetto di nascondere all’opinione pubblica la drammaticità della situazione. Non ripeterò oltre quello che ho già detto nei precedenti messaggi, se non per ribadire che è oramai illusorio attendersi risorse che non verranno, soccorsi dall’esterno che non giungeranno e dunque occorrerebbero decisioni efficaci accompagnate da una visione di lungo respiro, anziché l’attesa di una dolce morte. E questo non vale solo per i settori umanistici. Ma la decisione è un concetto estraneo alla mentalità italiana a tutti i livelli delle istituzioni.

    L’idraulico / non verrà. L’impercettibile / passo da scroscio a filo, /a scroscio eluderà / senza fine / la tua mano millimetrata (C. Fruttero, F. Lucentini)

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