Università di Siena: massima discrezionalità e minima trasparenza

AltanStringereidentiOrganizzazione del lavoro un atto di fede

USB P.I. università di Siena. Quello che nel mondo del lavoro normale si chiama organizzazione in questo Ateneo è un atto di fede. Vogliamo analizzare la nostra dis-organizzazione del lavoro sotto diversi aspetti, è lunga, ma le analisi non possono mai essere brevi… Tutte le strutture dell’Ateneo hanno subìto una radicale trasformazione a seguito dell’applicazione della legge Gelmini. Sono state smantellate le Facoltà, riaggregati i dipartimenti, creati i presidî, ma soprattutto si è passati da una contabilità finanziaria ad una economico patrimoniale, generando un diverso rapporto fra centro e periferia.

Alla prova dei fatti come ha retto la nuova organizzazione post-Gelmini? Male, quello che è mancato è una chiara impostazione della gerarchia gestionale, in sé la macchina ha girato, ma non per merito di scelte organizzative, ma per merito dei colleghi, tanti, che hanno a cuore questa istituzione e risolvono i problemi. Le organizzazioni del lavoro sulla carta funzionano tutte, non ve ne sono di belle o brutte, il punto è che al momento della loro implementazione si devono fare eventuali aggiustamenti e, soprattutto, fare un grande lavoro di definizione delle funzioni, meglio se tendente alla semplificazione. Tutto ciò non è avvenuto. Abbiamo definito l’organizzazione interna di alcune divisioni dell’Amministrazione centrale dopo un anno, e in modo superficiale, cioè con tabelle lunghissime di funzioni senza capo né coda. Alla prova dei fatti non c’è, infatti, una chiara suddivisione delle procedure fra gli uffici, anzi vi è uno spezzettamento. Manca la programmazione, manca la condivisione attraverso incontri all’interno delle divisioni delle problematiche, e quindi risoluzione delle stesse. In molte divisione vi è stata una riorganizzazione zoppa, tesa a giustificare l’esistente, anche gli incarichi esistenti, più che a definire in chiave funzionale il lavoro. Nel rapporto fra centro e periferia, possiamo vedere una ulteriore debolezza della macchina organizzativa, seguendo tre direttrici principali: contabilità, didattica e funzioni ibride dei presidî.

La contabilità, intesa come rapporto fra Ragioneria e segreterie amministrative, è stata debole per mancanza di definizione chiara delle competenze e funzioni, non per incapacità, ma perché nel riorganizzare si è proceduto a cambiare contemporaneamente il sistema di contabilità, con un programma gestionale che nessuno conosceva, e inserendo come corollario persone che mai avevano lavorato in questo campo. È come prendere gli ingredienti di un dolce ma mischiarli a caso, in sé sono corretti, ma il risultato è differente.

La didattica sarebbe potuta essere la punta di diamante della riorganizzazione perché dopo un anno ha avuto anche assegnato un dirigente; ma non è un dirigente che fa la differenza, un po’ come una rondine non fa primavera. La gestione degli uffici studenti e didattica è un groviglio, peccato che non possa essere nascosto agli studenti che lo vedono agli sportelli, ma la colpa non è dei colleghi, ma dalla mancanza di chiara definizione delle procedure e divisione delle due filiere dell’area della didattica: carriera studente e offerta didattica. I colleghi sono lasciati alla deriva, con continue incursioni dei docenti nelle questioni e un’assenza della catena gerarchica che si assume la responsabilità di risolvere i problemi, anzi cerca soluzioni diverse per ogni ufficio.

I presidî, hanno funzionato in alcuni casi per la capacità delle persone che vi sono state gettate. Con la nuova organizzazione e il passaggio dalle Facoltà ai dipartimenti post-Gelmini, alcune funzioni rimanevano di fatto orfane e allora ai presidî sono state affidate quelle esigenze amministrative e tecnico-logistiche comuni ai dipartimenti e ad altre strutture che hanno sede nei plessi di riferimento. Il tutto però non è stato governato, monitorato, anzi in verità i presidî sono stati dei catalizzatori casuali di problematiche e in molti casi li hanno risolti, in altri li hanno aggravati. Aggravati perché il presidio per sua natura è un ibrido, non è centro né periferia, nel senso che svolge funzioni periferiche ma in un’ottica centrale, e quindi rischia di generare fraintendimenti con le strutture periferiche, e aggravare la difficile gestione degli aggiustamenti post-Gelmini.

I dipartimenti, come settore ricerca, restano nascosti da un velo e chi vi lavora avanza costante verso un futuro non meglio definito anche se pare che ora dal centro vogliano intervenire sulla progettazione europea formando alcuni colleghi tecnici in proposito. Si saprà solo dopo che avremo il dirigente alla ricerca in salsa DIPINT.

Le biblioteche sono state riorganizzate per aree, ma di fatto poco è cambiato, solo la diminuzione del personale che di anno in anno rende più difficile fornire i servizi ai livelli del passato. Dal centro chi se ne occupa guarda a sé più che al sistema bibliotecario, e la periferia del sistema affronta i problemi.

Il vero nodo dell’organizzazione è che non c’è omogeneità di articolazione e gestione delle procedure fra uffici analoghi. Alcuni Responsabili interpretano il loro ruolo in modo personalistico ed è assurdo che l’Amministrazione centrale avalli questo sistema, supportando singoli responsabili, dandogli incarichi e ruoli, senza che vi sia alcuna valutazione di impatto generale. Le spinte verso scelte discrezionali, sull’articolazione degli uffici, sulla distribuzione dei carichi di lavoro e sulla gestione degli orari di servizio non sono ammissibili. L’organizzazione del lavoro va regolata, coordinata e governata in modo chiaro e trasparente.

Se poi guardiamo come insieme le strutture che abbiamo elencato, vi sono i rapporti fra le stesse, che non sono stati governati. Non si può dire che è la mancanza di dirigenti che produce questa difficoltà di comunicazione e relazione fra le strutture. Qualcuno in quest’Ateneo ha una visione d’insieme? Riesce a vedere il quadro globale? Sopra alle questioni meramente relazionali, vi è poi la gestione degli incarichi. Nel 2012 furono affidati senza alcun avviso pubblico in cui si potesse manifestare interesse per un incarico specifico. I responsabili furono scelti in via discrezionale, illegittimo? No. Inopportuno? Sì.

Ora con la scadenza di tutti gli incarichi al 31 dicembre 2014 e la proroga fino a nuova definizione, non stiamo andando verso una trasparente riassegnazione, che definisce bene quali siano le responsabilità identificate, ma verso assegnazioni a tronconi. Tutto ciò fa supporre una mancanza di visione generale e la risposta ad esigenze del momento, personali, clientelari e di orticelli. Facciamo l’esempio degli incarichi agli EP, categoria ben definita e con numeri ridotti. Pare ovvio che alla base vi sia una scelta per simpatie, basate sulla consulenza del precedente DA (sempre qui fra commissioni di concorso, consulenza sul bilancio e sugli incarichi), e per carriere. Gli incarichi degli EP sono stati pesati nel 2013, quindi si immagina che vi sia una chiara percezione della loro organizzazione, ma la mancanza di trasparenza negli affidamenti,  e nella pubblicazione di bandi getta ombre, anche sul valore della pesatura. Qualcuno ritiene che si possa andare a battere il pugno sul tavolo per avere un trattamento di favore, ma se fosse tutto stato pubblico non sarebbe stato meglio?

La mancanza di trasparenza a chi giova? È questo che ci dobbiamo domandare. Quando non si definiscono chiaramente gli incarichi e le procedure in capo agli uffici, allora si lascia spazio per la discrezionalità. Lo spezzettamento di cui abbiamo scritto sopra permette di affidare anche a persone non responsabili di ufficio incarichi retribuiti, permette di creare un base di consenso da parte dei vertici, dalla direzione generale ai responsabili di divisione a cascata.

La discrezionalità andrà abbattuta, informando i colleghi, e scrivendo meglio i contratti integrativi. Ci si deve domandare perché altri, che sono in possesso dei nostri stessi dati tacciano. Spesso dal vertice in giù si ritiene corretta l’idea che se un collega non sa fare una cosa non è necessario che la impari, basta che vi sia una persona che la sappia fare, ma così si generano figure uniche, ritenute indispensabili, che possono andare a pretendere per la loro unicità il riconoscimento di incarichi retribuiti. In sé questa pulsione non è sbagliata, ognuno è libero di cercare di valorizzarsi e di provarci, ma lo diventa se viene avallata da chi deve decidere. Dirigere una pubblica amministrazione non vuole dire affidare incarichi senza alcuna valutazione d’impatto e di funzionalità. Questo sistema di discrezionalità, questo “mercato” mina le basi dell’Ateneo e genera tensioni, invidie, e alimenta divisione. Possibile che chi dirige l’Ateneo non abbia la forza e la volontà di tagliare con i metodi del recente passato?

Annunci

Una commissione di soli interni per la scelta di un dirigente del Dipint non dà la necessaria trasparenza e pari opportunità a tutti i candidati: parola di Cgil

Altan eticaFLC CGIL. Non entriamo nel merito di scelte gestionali legittime come la volontà di bandire un concorso per ricoprire un posto da dirigente per il DIPINT e diamo per scontato, naturalmente, che siano garantite le coperture finanziarie dalla Regione Toscana. Tuttavia, dal momento che si è voluto fare della trasparenza una delle bandiere del rilancio di questa Università (almeno questa è la percezione) quello che suscita più di una perplessità e, soprattutto, solleva dubbi di opportunità, è la nomina della Dott.ssa Ines Fabbro nella Commissione Giudicatrice del concorso. Sicuramente dal punto di vista formale sarà tutto corretto, ma bandire un concorso in qualità di Direttore Amministrativo e poi, quando non lo si è più, rientrare dalla finestra, facendosi nominare componente della commissione giudicatrice di quello stesso concorso, solleva almeno qualche dubbio.

Probabilmente si dirà che la Dott.ssa Fabbro conosce il DIPINT e le sue problematiche, ma altrettanto legittimamente si potrebbe sostenere che la Dott.ssa Fabbro conosca i candidati: un componente esterno dovrebbe assicurare una terzietà di giudizio, visto che a garantire e a difendere gli interessi dell’Università degli Studi di Siena c’è già il nostro Direttore Generale e per l’Azienda Universitaria Ospedaliera è in commissione il suo Direttore Generale. I dubbi aumentano se andiamo a cercare di capire quali siano gli obiettivi da assegnare al futuro dirigente del DIPINT, visto che fino ad ora si è navigato a vista e che alcune scelte organizzative sono già state fatte, anche in assenza di questa figura.

Suggeriamo pertanto al Magnifico Rettore e al Direttore Generale un cambiamento di rotta e persone per continuare a percorrere una strada nuova e uscire da vecchie pratiche che sappiamo fin troppo bene dove hanno portato la nostra Università, garantendo al contempo la necessaria trasparenza al pubblico concorso. Pensiamo infatti che, trattandosi proprio di un pubblico concorso, esso dovrebbe dare a tutti i candidati le stesse opportunità. Tale cosa può essere difficilmente garantita da una figura che bene o male è stata per anni titolare della gestione del personale della nostra università. Sarebbe opportuno infine prevedere un’apposita seduta di contrattazione in modo da comprendere meglio quali siano le intenzioni dell’amministrazione relativamente alla struttura organizzativa del DIPINT.

L’inesistente mobilità dei docenti tra atenei e la follia della classifica delle venti “migliori” università

Unisi2015

Rabbi Jaqov Jizchaq. Per inciso, checché ne dicano i neomelodici che intonano peana ad Apollo “il risanatore” (Paian), la situazione nuda e cruda è questa: le 20 università “migliori” secondo l’ANVUR, quelle che dovrebbero proiettarci nella competizione internazionale, sarebbero (e il condizionale mi pare più che d’obbligo) le seguenti: Padova, Trento, Milano Bicocca, Verona, Bologna, Bolzano, Pisa (Sant’Anna), Torino, Pavia, Ferrara, Milano (San Raffaele), Padova, Roma-Tor Vergata, Modena-Reggio Emilia, Trieste (SISSA), Piemonte Orientale, Venezia-Ca Foscari, Milano (Politecnico), Pisa-Normale, Roma-Luiss.

Le altre risulterebbero di serie B e secondo il liberal-meritocratico prof. Giavazzi non dovrebbero avere nemmeno corsi di laurea specialistici, né dottorati di ricerca (ma chi cavolo dovrebbe iscriversi ad un ateneo che possiede solo trienni? Allora tanto vale chiuderlo!). Notare che eccetto Sant’Anna, nella lista non c’è nessuno dei principali atenei toscani. Dunque, o l’ANVUR è una pagliacciata, oppure nessuna delle università toscane è degna di rientrare nel novero di quelle famose due decine destinate a partecipare alla competizione globale. Men che mai nei “cinque hub” di cui vaticinava il Giovane Favoloso Renzi (“Ma come sarebbe bello se riuscissimo a fare cinque hub della ricerca… Cinque realtà anziché avere tutte le università in mano ai baroni, tutte le università spezzettatine… cinque grandi centri universitari su cui investiamo… le sembra possibile che il primo ateneo che abbiamo in Italia nella classifica mondiale sia al centoottantatreesimo posto?”).

Al netto delle iperboli alle quali ci ha abituato il Nostro, la direzione nella quale stiamo andando è evidente: ridimensionamento degli atenei e del loro numero; riduzione delle piccole università a “teaching universities”, con punizione collettiva di chi ci lavora; allora, se uno dice “piove” quando piove, e invita a munirsi di un ombrello, costui è uno sporco miscredente eretico e servo delle multinazionali che brama avidamente la pioggia e persino gode delle inondazioni? Fuor di metafora, non voglio riferirmi a chi ha le gambe per stare ritto da solo, ma agli altri, quelli che barcollano: se uno adombra, visto che il progetto reale cui le Competenti Autorità segretamente mirano è quello testé descritto, la necessità per gli atenei di collaborare alla costituzione di robusti poli scientifici territoriali, adatti alla competizione nazionale ed internazionale, laddove essi abbiano ancora del personale specializzato in certe aree scientifiche (prima che qualche burocrate te lo imponga con criteri ottusamente burocratici del menga calati dall’alto), costui deve essere per forza sospettato di essere al soldo del re di Prussia? Se sì, l’alternativa quale sarebbe, quella di farlo, senza dirlo (“si fa, ma non si dice e chi l’ha fatto tace, lo nega e fà il mendace”)?

La suddetta classifica, sia detto chiaramente, mi pare di per sé un po’ folle, e ancor più folle mi pare il criterio che rischia di accentuare le distanze entro la classifica stessa: leggo in un documento CRUI che il numero di docenti tra il 2008 e il 2014 è calato di circa 10.000 unità. A Siena la situazione è ben più drammatica che altrove: meno 50% docenti entro il 2020 e ad oggi già perso il 53% delle immatricolazioni: «In dieci anni nella patria del Palio le immatricolazioni si sono dimezzate, passando da 4.396 a 2.271. Solo quelle toscane, nello stesso periodo analizzato, sono scese da 2.684 a 1.252 (-53%).» Orbene, può anche darsi che io non la sappia abbastanza lunga, non sia iniziato alle segrete cose, sì da non capire il mistero per cui la cifra numerologicamente “giusta” per Siena è quella di 610 docenti, quindicesimo numero della successione di Fibonacci (per 998 amministrativi: caso unico nella Via Lattea); ma il criterio col quale si addiviene a questa contrazione, cioè semplicemente smantellando i corsi man mano che i professori si avviano al “buen retiro” e le cattedre si svuotano, questo è ben visibile e a dire il vero mi pare un criterio del cacchio: all’estero fanno così? Nelle aziende fanno così? Chiudono il reparto motori, quando va in pensione qualche ingegnere od operaio?

Se un certo corso è di serie A, ma vanno in pensione metà dei docenti lasciando scoperte le cattedre senza rimpiazzo, ecco che questo cessa di essere di serie A, e anzi, probabilmente chiude proprio, per mancanza dei “requisiti di docenza” (e a Siena di corsi ne hanno già chiusi più della metà, concetto che è difficile a far capire all’indignato un tanto all’ora che manifesta incessantemente la sua indignazione al bar dello sport, ma nulla sa di leggi e numeri); cosicché la gente che rimane, messa nell’impossibilità di bene operare, viene d’ufficio classificata di serie B: è questo un uso sensato delle risorse umane? La mobilità tra atenei di fatto non esiste e tutta la giavazziana e abravaneliana meritocrazia, va in tal modo a farsi benedire: una volta marchiato a sangue come appartenente ad un ateneo, uno e luteranamente predestinato ad appartenere ai sommersi oppure ai salvati dal marchio d’origine e dalla imperscrutabile volontà divina, per cui a nulla valgono le opere di bene.

Insomma, le Competenti Autorità venissero allo scoperto, per favore: cosa vogliono fare? Qui c’è gente che il lusso di andare in pensione non se lo può concedere (e forse la pensione non ce l’avrà mai), e che si domanda cosa farà nel prossimo ventennio. Con tono grave ti dicono che siamo fatalmente trascinati verso un destino ineluttabile (odo risuonare l’allegro con brio della V sinfonia beethoveniana sullo sfondo). Può anche darsi che sia giusto, come scriveva Pasolini, che i figli paghino le colpe dei padri; meno chiaro è perché per le mie colpe debbano pagarle i figli altrui, e perché certi figli di cotanti babbi e mamme non paghino mai le colpe dei loro padri, ma in ogni caso nessuno considera che c’è parecchia gente destinata a restare in servizio ancora qualche lustro, molti nei settori smantellati o smantellandi: a fare cosa?

Di questo problema bizzarramente non se ne parla proprio; i cicli di studi o “coorti”, un po’ come piani quinquennali di sovietica memoria, rappresentano l’orizzonte oltre il quale nessuno osa guardarli. Tanto la maggior parte degli ordinari andranno in pensione entro il quinquennio e nonostante tutta la nauseante retorica giovanilistica e minacciosamente meritocratica, il “giovin ricercatore” (o ex tale: età media dei ricercatori senesi, 52 anni) è come quella strana figura dell’Homo sacer romano, che anche se uno lo ammazza, non gli viene ascritto alcun omicidio, in quanto la sua morte si dice sia stata decisa da una qualche volontà superiore.

Università di Siena, Dipint e AOUS: ma chi staccherà la corrente alla giostra della vergogna?

Riccaboni - Fabbro - Frati - Tomasi - Centini

Riccaboni – Fabbro – Frati – Tomasi – Centini

«Non siamo innamorati del DIPINT» ma del dirigente sì, parola di Rettore

USB P.I. Università di Siena. Forse molti non sanno che a ottobre 2014 è stato bandito un posto da dirigente per il DIPINT, il dipartimento interistituzionale integrato finanziato con 8 milioni l’anno dalla Regione Toscana. Come potete leggere dall’avviso si cerca un dirigente a tempo determinato con contratto triennale per dirigere il DIPINT per il costo annuale di circa € 95.000. Nulla si evince dal bando sulla copertura finanziaria per tale contratto. Ci risulta che quando si bandisce un contratto da ricercatore per tre anni la copertura per competenza vada garantita per i tre anni di contratto al momento della stipula. Vi sono due possibilità o i soldi per la copertura vengono dal bilancio d’Ateneo, oppure dai fondi stanziati per il DIPINT dalla Regione. Visto che il bilancio, a nostro avviso, non permette di dare copertura per un contratto a tempo determinato di questo tipo, che dovrebbe peraltro rientrare in una programmazione del fabbisogno di personale, immaginiamo la copertura venga dai fondi della Regione. Sorge spontanea quindi una domanda: ma se il DIPINT è finanziato su base annuale dalla Regione Toscana, e solo ora è stato dato un acconto di 4 milioni per l’anno 2014 dalla Regione, come garantiamo la copertura per il triennio 2015-2017?

Se poi, teniamo conto di quanto il Rettore venerdì 13 marzo 2015 ha dichiarato in seduta di contrattazione, cioè che la Regione per ora non avrebbe garantito il finanziamento del DIPINT per l’anno 2015, davvero ci dobbiamo porre la domanda sul perché un bando emesso ad ottobre 2014 sia stato ritirato fuori in tutta fretta ora a distanza di mesi. Nella stessa seduta di contrattazione il Rettore ha dichiarato: «non siamo innamorati del DIPINT»… ma del dirigente, pare di sì, se attiviamo un concorso senza copertura più che certa.

Ci sarebbe poi da chiedersi cosa vada a dirigere questo dirigente se il DIPINT è un contenitore vuoto che dopo anni non ha prodotto una sola relazione sulla sua attività, ed è servito solo ad incamerare liquidità, per noi vitale si intenda, ma sempre soldi pubblici della Regione, cioè di noi cittadini, che vengono dati in cambio di cosa? Assumiamo con i soldi della Regione, sotto mentite spoglie, un dirigente alla ricerca per l’Ateneo?

Il 19 febbraio 2015 il Pro-Rettore Frati ha firmato la nomina della commissione e in questi giorni si sono svolti i colloqui di selezione. Da notare poi ancora un aspetto che lascia basiti. Il bando viene emanato a firma del Direttore Amministrativo Dott.ssa Ines Fabbro ad ottobre 2014. La commissione nominata a febbraio 2015 risulta composta dal DG dell’Ateneo, dal DA dell’Azienda ospedaliera, una collega PTA universitaria, e per garantire la correttezza della selezione un dirigente esterno, ma udite, udite, chi è il dirigente esterno? La dott.ssa Ines Fabbro!

Siamo alla giostra della vergogna e noi vi guardiamo girare, girare, girare; ma prima o poi la corrente la staccano…

 

Come evitare la costituzione di dipartimenti psico-geologici e odonto-filologici

Altan-troppostronziRabbi Jaqov Jizchaq. Gian Antonio Stella puntualizza, e in effetti normalmente si riconosce, che l’imposizione di parametri così elevati per la sostenibilità di corsi di studio e dipartimenti (che io sappia non ve ne sono di eguali nei paesi avanzati coi quali ci confrontiamo: lì, se non bastano i docenti, semplicemente quelli che ci sono lavorano di più, non si chiude il corso o il dipartimento!), ha costituito una reazione al dilagare di corsi e corsettini sul “bue muschiato”, di microdipartimenti, sedi distaccate ed altre consimili amenità che hanno caratterizzato gli anni della dissipazione.

Fermo restando il biasimo per tutto ciò, allora l’imposizione di parametri insostenibili ha il sapore semmai di una vendetta, non di una riforma: come se per incrementarne la scarsa produttività, il perfido capo ufficio imponesse all’obeso ragionier Fantozzi di saltare 2,45 m. Ma data la sproporzione tra la causa e l’effetto, quel ragionamento a me pare più che altro un puro non sequitur, una spiegazione pretestuosa; a mio avviso una riforma sensata non può prescindere da elementi di realismo, e il realismo ci dice che con il turn over quasi bloccato, o bloccato del tutto a seconda delle sedi (e in posti come Siena, se si riaprirà, si tratterà di piccoli numeri), e il pensionamento di metà del corpo docente, quei parametri sono semplicemente irrealistici. Quasi surrealistici. Si dicesse dunque apertamente cosa si vuol realmente ottenere: la decimazione? Bene, ma anche dopo la battaglia normalmente ci si preoccupa del recupero dei caduti; cosa volete farne delle dozzine di persone che lavorano nei settori che via via state smantellando?

Così è sin troppo facile determinare, a priori, quali saranno le renziane università di serie A e di serie B; purtuttavia non è ben chiaro perché molti, individualmente, si verranno a trovare fra i sommersi, piuttosto che fra i salvati, né se possono emendarsi con le opere da questa colpa originaria. Una riforma non può difatti, nemmeno eludere le conseguenze della sua applicazione: non si può tirare il sasso in piccionaia e poi nascondere la mano, e qui le conseguenze della tenaglia fra requisiti numerici elevatissimi da un lato, e fuoriuscita di metà corpo docente a turn-over bloccato, dall’altro, sono semplicemente che, siccome in talune sedi molte aree scientifiche si avviano ad essere smantellate per la caduta dei requisiti di docenza e la scomparsa di insegnamenti fondamentali, il personale residuo che non potrà andare in pensione risulterà di fatto in esubero e difficilmente riciclabile.

Si è valutato ciò che è strategico, per un territorio, e ciò che non lo è? Secondo un uso razionale delle risorse umane, se si vogliono evitare mostruosità e i dipartimenti psico-geologici oppure odonto-filologici, i fritti misti dei corsi di laurea cinobalanici dal contenuto incomprensibile che condannano alla serie B chiunque abbia la disgrazia di rimanervi imprigionato, questo personale dovrebbe pertanto venire, per un verso o per un altro, associato ad altre sedi, continuando a dispensare utilmente la propria specifica competenza all’interno di poli scientifici territoriali robusti, competitivi, o semplicemente decenti. Dicendo questo, preciso, non esprimo un personale convincimento, ma cerco solo di far venire alla luce, con arte di levatrice, i pensieri, il non-detto e le segrete intenzioni dei riformatori, esortando le competenti autorità a non continuare col giochino di nascondere la mano, dopo aver tirato il sasso.

A proposito di pseudoriforme dettate da un aziendalismo che allegramente se ne frega dei contenuti, contribuendo pertanto allo smantellamento del sistema dell’istruzione pubblica, più che a riformarlo, aggiungo una considerazione sull’articolo di Lorenzo Bini Smaghi sul “Corriere” di lunedì 9 Marzo, circa la durata del ciclo scolastico, che da noi è più lunga che in altri Paesi europei di un anno: “Ciò significa che un ragazzo italiano finisce gli studi in media a 19 anni, contro i 18 dei suoi coetanei europei, arrivando dunque più tardi all’università o sul mercato del lavoro”. Ma, che vuol dire? Vuol dire studiare di più nell’arco di quattro anni, oppure – come temo – eliminare le conoscenze acquisite nell’ultimo anno? Si può prescindere dai contenuti? Quanta matematica sapranno coloro che s’iscriveranno ai curricula scientifici?
 Anzitutto la scuola superiore termina a 19 anni, come in Italia, in metà dei paesi europei; e poi il tasso di ignoranza e di impreparazione di molti studenti europei è evidente a chiunque ci abbia avuto a che fare; in Germania non sono punto soddisfatti di questa innovazione e così noi rischiamo di arrivare dopo la musica, spacciando per novità ciò che altrove appare già un esperimento superato. E poi immagino l’utilità, per il mercato del lavoro, di una pseudo-laurea triennale in scienze del piffero, conseguita avendo alle spalle addirittura un anno in meno di scuola superiore: inutili pezzi di carta rilasciati di un’istituzione vieppiù inutile, il nulla vestito col niente. Che se ne farà, se non la società tutta, “il mercato del lavoro”, di simili “laureati”? Noto en passant che il ruolo della cultura nella formazione del cittadino e della coscienza civica non viene mai preso nemmeno in considerazione.

Nel 1958, in Cina, si tenne l’VIII congresso del partito comunista, durante il quale Mao dichiarò guerra ai passeri! Le rese agricole erano pessime, il partito non poteva ammettere errori di gestione, e quindi si additò questo temibile “nemico del popolo”: il passero, colpevole di sottrarre risorse all’agricoltura. L’esito dello sterminio dei passeri fu naturalmente un dilagare smisurato degli insetti, che produssero danni devastanti all’agricoltura, ben peggiori di quelli eventualmente provocati dai passeri.

E se si costituisse un Dipartimento di Odontoiatria dantesca? Cerbero, il canino a tre teste

 

Paul Gustave Doré: Cerbero dantesco

Paul Gustave Doré: Cerbero dantesco

Rabbi Jaqov Jizchaq. Scrive Gian Antonio Stella: «Il colmo è stato toccato all’università di Chieti. Dove, a causa prima delle spaccature interne e poi della necessità di trovare una scappatoia alla rigidità della legge voluta nel 2009/2010 da Maria Stella Gelmini, decisa (con buone ragioni, anche) ad arginare l’eccesso di dipartimenti spesso mignon con la soppressione o l’accorpamento di quelli più piccoli, è nato il Disputer. Dipartimento di Scienze Psicologiche Umanistiche e del Territorio. Che tiene insieme gli psicologi che indagano nel sottosuolo delle menti umane e geologi che studiano il suolo e il sottosuolo della terra. Un capolavoro. Come se, per sopravvivere a una spending review, si fondessero insieme una carpenteria navale e un quartetto di violini.»

E perché non seguire il suggerimento di Totò (i famosi dentisti-dantisti di “Uccellacci e uccellini”) aprendo un Dipartimento di Odontoiatria Dantesca denominato magari Cerbero (il canino a tre teste)? Sicuramente si troverà che vi è un denominatore comune, legato alla sostenibilità ambientale. La Fondazione prometterà dei soldi (e poi non li darà). Questa è “l’estasi amministrativa” di cui parla Dostoevskij, ovverosia una sorta di delirio teso principalmente ad appagare la brama di autoaffermazione delle burocrazie ministeriali. Personalmente non capisco bene come possano andare d’accordo lo sputtanamento delle strutture didattiche e di ricerca, con la pressante richiesta di una sempre maggiore produttività scientifica (l’ANVUR, la SUA, il VQR, i renziani atenei di serie A e di serie B ecc.), ma tant’è: mettetevi nei panni di un referee estone o texano che si vede recapitare un paper e cerca di capire che mestiere fa l’autore… tornano esatte le impietose considerazioni del prof. Settis citate precedentemente.

… Eh, sì, come in quella celebre balera, l’orchestra sonerà “l’hai volsuto tu”, il mal voluto non è mai troppo. Quello del Disputer non è certo un caso isolato (e non c’è bisogno di andare fino a Chieti): anzi, è la norma, visto che, oggi come oggi, sono poche le sedi capaci di squadernare i grandi numeri richiesti dalla legge per la sostenibilità di un “megadipartimento”, nell’accezione gelminiana. E sarà sempre peggio. A Siena, dove bisogna primeggiare anche nelle disgrazie, calerà del 50% l’intero corpo docente, come evidenzia il grafico riportato in alto a destra, e tuttavia leggo che anche altrove non si scherza. Secondo il rapporto del CUN negli ultimi 7 anni la riduzione dei finanziamenti, il blocco del turnover dei concorsi e l’abbassamento dell’età pensionabile hanno provocato un crollo verticale esattamente del 30% dei professori ordinari e del 17% degli associati. La fascia dei ricercatori è ad esaurimento da alcuni anni.

Si fa notare che il crollo «supera ampiamente la diminuzione del numero degli studenti.» Entro il 2018 le cose peggioreranno ancora; i professori ordinari in Italia caleranno del 50 per cento: «nel 2018 infatti saranno solo 9.443 a fronte dei 18.929 del 2008, anche a causa del pensionamento di 4.400 docenti. Gli associati, invece, caleranno del 27%: nel 2018 13.278, a causa di 2.552 cessazioni, a fronte dei 18.225 del 2008. Complessivamente nel 2018 ci saranno 9.463 professori universitari in meno.» Tutto ciò era ampiamente prevedibile, perché conseguenza delle due uniche certezze alle quali possiamo aggrapparci: 1) che si invecchia e 2) che non ci sono quattrini. Homo sine pecunia est imago mortis.