Università di Siena, Dipint e AOUS: ma chi staccherà la corrente alla giostra della vergogna?

Riccaboni - Fabbro - Frati - Tomasi - Centini

Riccaboni – Fabbro – Frati – Tomasi – Centini

«Non siamo innamorati del DIPINT» ma del dirigente sì, parola di Rettore

USB P.I. Università di Siena. Forse molti non sanno che a ottobre 2014 è stato bandito un posto da dirigente per il DIPINT, il dipartimento interistituzionale integrato finanziato con 8 milioni l’anno dalla Regione Toscana. Come potete leggere dall’avviso si cerca un dirigente a tempo determinato con contratto triennale per dirigere il DIPINT per il costo annuale di circa € 95.000. Nulla si evince dal bando sulla copertura finanziaria per tale contratto. Ci risulta che quando si bandisce un contratto da ricercatore per tre anni la copertura per competenza vada garantita per i tre anni di contratto al momento della stipula. Vi sono due possibilità o i soldi per la copertura vengono dal bilancio d’Ateneo, oppure dai fondi stanziati per il DIPINT dalla Regione. Visto che il bilancio, a nostro avviso, non permette di dare copertura per un contratto a tempo determinato di questo tipo, che dovrebbe peraltro rientrare in una programmazione del fabbisogno di personale, immaginiamo la copertura venga dai fondi della Regione. Sorge spontanea quindi una domanda: ma se il DIPINT è finanziato su base annuale dalla Regione Toscana, e solo ora è stato dato un acconto di 4 milioni per l’anno 2014 dalla Regione, come garantiamo la copertura per il triennio 2015-2017?

Se poi, teniamo conto di quanto il Rettore venerdì 13 marzo 2015 ha dichiarato in seduta di contrattazione, cioè che la Regione per ora non avrebbe garantito il finanziamento del DIPINT per l’anno 2015, davvero ci dobbiamo porre la domanda sul perché un bando emesso ad ottobre 2014 sia stato ritirato fuori in tutta fretta ora a distanza di mesi. Nella stessa seduta di contrattazione il Rettore ha dichiarato: «non siamo innamorati del DIPINT»… ma del dirigente, pare di sì, se attiviamo un concorso senza copertura più che certa.

Ci sarebbe poi da chiedersi cosa vada a dirigere questo dirigente se il DIPINT è un contenitore vuoto che dopo anni non ha prodotto una sola relazione sulla sua attività, ed è servito solo ad incamerare liquidità, per noi vitale si intenda, ma sempre soldi pubblici della Regione, cioè di noi cittadini, che vengono dati in cambio di cosa? Assumiamo con i soldi della Regione, sotto mentite spoglie, un dirigente alla ricerca per l’Ateneo?

Il 19 febbraio 2015 il Pro-Rettore Frati ha firmato la nomina della commissione e in questi giorni si sono svolti i colloqui di selezione. Da notare poi ancora un aspetto che lascia basiti. Il bando viene emanato a firma del Direttore Amministrativo Dott.ssa Ines Fabbro ad ottobre 2014. La commissione nominata a febbraio 2015 risulta composta dal DG dell’Ateneo, dal DA dell’Azienda ospedaliera, una collega PTA universitaria, e per garantire la correttezza della selezione un dirigente esterno, ma udite, udite, chi è il dirigente esterno? La dott.ssa Ines Fabbro!

Siamo alla giostra della vergogna e noi vi guardiamo girare, girare, girare; ma prima o poi la corrente la staccano…

 

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4 Risposte

  1. «Forse molti non sanno che a ottobre 2014 è stato bandito un posto da dirigente per il DIPINT, il dipartimento interistituzionale integrato finanziato con 8 milioni l’anno dalla Regione Toscana (…) Ci sarebbe poi da chiedersi cosa vada a dirigere questo dirigente se il DIPINT è un contenitore vuoto che dopo anni non ha prodotto una sola relazione sulla sua attività, ed è servito solo ad incamerare liquidità, per noi vitale si intenda, ma sempre soldi pubblici della Regione, cioè di noi cittadini, che vengono dati in cambio di cosa? Assumiamo con i soldi della Regione, sotto mentite spoglie, un dirigente alla ricerca per l’Ateneo?» (USB P.I. Universita di Siena)
    Siena Biotech: la Regione è per una soluzione condivisa (Il Cittadino)

    …si tratta di capire se condivideranno anche le spese. La Regione ha comprato “Le Scotte” per ripianare il buco dell’Università; la Regione finanzia il diritto allo studio; la Regione paga il DIPINT, col quale sostiene il barcollante bilancio dell’ateneo (paga anche il dirigente immancabile del DIPINT: a turn over bloccato, con il 50% del corpo docente che sparisce entro tre o quattro anni, fioriscono però contratti luculliani per dirigenti); la Regione dovrebbe mettere i quattrini per salvare la Siena Biotech, la Regione di qui, la Regione di là, di sotto e di sopra … la Regione, nonostate tutto, si configura oggi come una specie di “Deus ex machina”, stampella che contribuisce a tenere in piedi tutto l’ambaradan dell’università e ricerca: mi pare inevitabile, e non è cattiveria pensare che ritengano pertanto sempre di più di dover intervenire nella politica universitaria. Quello che pavento, semmai, è che decisioni le quali richiedono conoscenze specifiche di livello assai approfondito, finiscano per diventare appannaggio di oscuri burocrati e politicanti. Del resto, però, mi pare che già oggi lo sia.

    Ma mi spiegate cosa vuol dire allora “autonomia universitaria” e come mai, quando qualcuno auspica, o semplicemente ritiene che ciò preluda a soluzioni condivise a livello dei tre principali atenei toscani per salvare il salvabile, laddove occorre, cioè per salvaguardare aree scientifiche altrimenti destinate alla dismissione a causa dell’uscita di ruolo di metà del corpo docente a turn over bloccato, per dare a dipartimenti e corsi di studio nomi che non sappiano di ostrogoto e contenuti decenti, subito qualcuno si solleva rivendicando “l’autonomia universitaria”? Ma autonomia de che, se sei povero in canna e vai sempre in giro con le pezze al culo a chiedere quattrini alla Regione? Se vuoi essere autonomo, risolvi da te le tue rogne: ce li hai i piccioli? Ce l’hai un’idea di come affrontare l’emergenza? Sai cosa farne dei monconi che ti restano via via che sopprimi aree scientifiche? Riesci a far fronte alle uscite con gli introiti? Un professore su due va in pensione: puoi sostituirne almeno una parte? No! E allora di quale “autonomia” vai cianciando, l’autonomia di spendere i quattrini altrui, o l’autonomia di guardare, con sguardo bramoso, il gelato che non puoi comprare? E tu Stato, come puoi consentire tutto ciò?

    Non so quanti siamo a condividere queste spontanee e disinteressate considerazioni, velleitari Don Chisciotte destinati ad essere schiacciati nel vano tentativo di opporci alla presunta “razionalità” di un corso delle cose che va ottusamente in direzione contraria a ciò che riteniamo giusto e sensato, ma non credo sia troppo utopistico od ingenuo domandare una maggiore chiarezza intorno alla “exit strategy” dalla situazione che si sta determinando, delle risposte alle perplessità avanzate anche in questo blog, cercando di superare la cacofonia del coro di commenti individuali più disparati, la tenebrosa oscurità delle asettiche “circolari” che inondano la nostra posta elettronica e luoghi comuni degni del Dizionario di Flaubert, buoni per ogni evenienza (“Eccezione: dite che “conferma la regola” ma non azzardatevi a spiegare come”).

    «Negazione. Meccanismo mentale inconscio adoperato per risolvere un conflitto emotivo e per diminuire l’ansia che ne deriva negando uno degli elementi costitutivi. È così negata la presenza di un pensiero, di un desiderio, di una necessità… Sono assai frequenti i casi di “negazione della morte”, casi che possono arrivare a forme di delirio. Ci si comporta in tutto e per tutto come se la persona morta fosse presente o si fosse assentata per un momento: si parla con lei, le si prepara il cibo ecc. La negazione diventa simile alla tattica dello struzzo che di fronte al pericolo nasconde la testa sotto la sabia come se così facendo potesse magicamente annullarlo.» (Glossario di Psicologia)

  2. P.S. Da quello che ci è dato di capire, andiamo verso un ridimensionamento, non solo dell’offerta formativa (cosa già ampiamente verificatasi) nelle singole sedi, ma delle sedi stesse. Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur: qui il dibattito è fermo alle sedi distaccate e alla stucchevole contesa senese-aretina.

    Del resto, come interpretare altrimenti le parole del capo del governo? Mi domando come mai la politica tiri allora questo bel sasso in piccionaia e poi nasconda la mano: se questo è l’obiettivo, agiscano di conseguenza, prendano qualche decisione, inutile assistere ad una lenta agonia, alla fine della quale un po’ di gente morirà, buona parte di quella generazione che è incappata nella crisi verrà in questi anni arrostita a fuoco lento sulla graticola, ma eugeneticamente parlando, non è detto che siano quelli di serie B.

    Va segnalato che nella classifica dell’ANVUR http://www.roars.it/online/wp-content/uploads/2015/02/AteneiTopSerieA.png Siena non compare fra le università di serie A. Dice il liberal-meritocratico Giavazzi che nelle università di serie B, “i corsi di biennio e dottorato andrebbero chiusi e quei professori riallocati ai corsi triennali”. Resta da capire chi si iscriverà al triennio in una città, avendo la matematica certezza che dovrà svolgere il biennio in un’altra.

    Alla fiera dei luoghi comuni qualche campione di ovvietà afferma che il personale docente andava comunque ridimensionato (così finalmente nel 2020 avremo due amministrativi per ogni docente…) e che i corsi erano in ogni caso troppi; forse erano troppi anche gli studenti, giacché ne abbiamo persi il 53% in pochi anni: che il ridimensionamento ammontasse al 50% e che ciò accadesse a cacchio di cane, meramente sulla base dell’alea dei pensionamenti, sì che magari chiudono le cose utili e restano quelle inutili, forse, nemmeno lo spietato e vendicativo uomo della strada lo sospettava.

    Dice Renzi: “non possiamo pensare di portare tutte le 90 università nella competizione globale, allora ci spazzeranno via tutti quanti”. Però un paio di anni fa il Giovane Favoloso si era espresso in termini assai più espliciti, parlando di sopravvivenza di soli «cinque hub della ricerca». Si fa notare nel sito ROARS http://www.roars.it/online/renzi-ha-ragione-ridimensioniamo-gli-atenei-di-serie-b-come-firenze-politecnico-di-torino-e-bocconi/ che nella competizione globale, di atenei non potremo portarne in ogni caso più di 20, non senza sottolineare che in alcune classifiche internazionali il numero di atenei italiani che risultano degni di menzione non raggiunge questo numero.

  3. P.S. Per inciso, checché ne dicano i neomelodici che intonano peana ad Apollo “il risanatore” (Paian), la situazione nuda e cruda è questa (vedi sito ROARS http://www.roars.it/online/renzi-ha-ragione-ridimensioniamo-gli-atenei-di-serie-b-come-firenze-politecnico-di-torino-e-bocconi/): le 20 università “migliori” secondo l’ANVUR, quelle che dovrebbero proiettarci nella competizione internazionale, sarebbero (e il condizionale mi pare più che d’obbligo) le seguenti: Padova, Trento, Milano Bicocca, Verona, Bologna, Bolzano, Pisa (Sant’Anna), Torino, Pavia, Ferrara, Milano (San Raffaele), Padova, Roma-Tor Vergata, Modena-Reggio Emilia, Trieste (SISSA), Piemonte Orientale, Venezia-Ca Foscari, Milano (Politecnico), Pisa-Normale, Roma-Luiss.

    Le altre risulterebbero di serie B e secondo il liberal-meritocratico prof. Giavazzi non dovrebbero avere nemmeno corsi di laurea specialistici, né dottorati di ricerca (ma chi cavolo dovrebbe iscriversi ad un ateneo che possiede solo trienni? Allora tanto vale chiuderlo!). Notare che eccetto Sant’Anna, nella lista non c’è nessuno dei principali atenei toscani. Dunque, o l’ANVUR è una pagliacciata, oppure nessuna delle università toscane è degna di rientrare nel novero di quelle famose due decine destinate a partecipare alla competizione globale. Men che mai nei “cinque hub” di cui vaticinava il Giovane Favoloso (“Ma come sarebbe bello se riuscissimo a fare cinque hub della ricerca… Cinque realtà anziché avere tutte le università in mano ai baroni, tutte le università spezzettatine… cinque grandi centri universitari su cui investiamo… le sembra possibile che il primo ateneo che abbiamo in Italia nella classifica mondiale sia al centoottantatreesimo posto?”).

    Al netto delle iperboli alle quali ci ha abituato il Nostro, la direzione nella quale stiamo andando è evidente: ridimensionamento degli atenei e del loro numero; riduzione delle piccole università a “teaching universities”, con punizione collettiva di chi ci lavora; allora, se uno dice “piove” quando piove, ed invita a munirsi di un ombrello, costui è uno sporco miscredente eretico e servo delle multinazionali che brama avidamente la pioggia e persino gode delle inondazioni? Fuor di metafora, non voglio riferirmi a chi ha le gambe per stare ritto da solo, ma agli altri, quelli che barcollano: se uno adombra, visto che il progetto reale cui le Competenti Autorità segretamente mirano è quello testé descritto, la necessità per gli atenei di collaborare alla costituzione di robusti poli scientifici territoriali, adatti alla competizione nazionale ed internazionale, laddove essi abbiano ancora del personale specializzato in certe aree scientifiche (prima che qualche burocrate te lo imponga con criteri ottusamente burocratici del menga calati dall’alto), costui deve essere per forza sospettato di essere al soldo del re di Prussia? Se sì, l’alternativa quale sarebbe, quella di farlo, senza dirlo (“si fa, ma non si dice e chi l’ha fatto tace, lo nega e fà il mendace”)?

    La suddetta classifica, sia detto chiaramente, mi pare di per sé un po’ folle, e ancor più folle mi pare il criterio che rischia di accentuare le distanze entro la classifica stessa: leggo in un documento CRUI che il numero di docenti tra il 2008 e il 2014 è calato di circa 10.000 unità. A Siena la situazione è ben più drammatica che altrove: meno 50% docenti entro il 2020 e ad oggi già perso il 53% degli studenti. Orbene, può anche darsi che io non la sappia abbastanza lunga, non sia iniziato alle segrete cose, sì da non capire il mistero per cui la cifra numerologicamente “giusta” per Siena è quella di 610 docenti, quindicesimo numero della successione di Fibonacci (per 998 amministrativi: caso unico nella Via Lattea); ma il criterio col quale si addiviene a questa contrazione, cioè semplicemente smantellando i corsi man mano che i professori si avviano al “buen retiro” e le cattedre si svuotano, questo è ben visibile e a dire il vero mi pare un criterio del cacchio: all’estero fanno così? Nelle aziende fanno così? Chiudono il reparto motori quando vanno in pensione qualche ingegnere od operaio?

    Se un certo corso è di serie A, ma vanno in pensione metà dei docenti lasciando scoperte le cattedre senza rimpiazzo, ecco che questo cessa di essere di serie A, e anzi, probabilmente chiude proprio, per mancanza dei “requisiti di docenza” (e a Siena di corsi ne hanno già chiusi più della metà, concetto che è difficile a far capire all’indignato un tanto all’ora che manifesta incessantemente la sua indignazione al bar dello sport, ma nulla sa di leggi e numeri); cosicché la gente che rimane, messa nell’impossibilità di bene operare, viene d’ufficio classificata di serie B: è questo un uso sensato delle risorse umane? La mobilità tra atenei di fatto non esiste e tutta la giavazziana ed abravaneliana meritocrazia, va in tal modo a farsi benedire: una volta marchiato a sangue come appartenente ad un ateneo, uno e luteranamente predestinato ad appartenere ai sommersi oppure ai salvati dal marchio d’origine e dalla imperscrutabile volontà divina, per cui a nulla valgono le opere di bene.

    Insomma, le Competenti Autorità venissero allo scoperto, per favore: cosa vogliono fare? Qui c’è gente che il lusso di andare in pensione non se lo può concedere (e forse la pensione non ce l’avrà mai), e che si domanda cosa farà nel prossimo ventennio. Con tono grave ti dicono che siamo fatalmente trascinati verso un destino ineluttabile (odo risuonare l’allegro con brio della V sinfonia beethoveniana sullo sfondo). Può anche darsi che sia giusto, come scriveva Pasolini, che i figli paghino le colpe dei padri; meno chiaro è perché per le mie colpe debbano pagarle i figli altrui, e perché certi figli di cotanti babbi e mamme non paghino mai le colpe dei loro padri, ma in ogni caso nessuno considera che c’è parecchia gente destinata a restare in servizio ancora qualche lustro, molti nei settori smantellati o smantellandi: a fare cosa?

    Di questo problema bizzarramente non se ne parla proprio; i cicli di studi o “coorti”, un po’ come piani quinquennali di sovietica memoria, rappresentano l’orizzonte oltre il quale nessuno osa guardarli. Tanto la maggior parte degli ordinari andranno in pensione entro il quinquennio e nonostante tutta la nauseante retorica giovanilistica e minacciosamente meritocratica, il “giovin ricercatore” (o ex tale: età media dei ricercatori senesi, 52 anni) è come quella strana figura dell’Homo sacer romano, che anche se uno lo ammazza, non gli viene ascritto alcun omicidio, in quanto la sua morte si dice sia stata decisa da una qualche volontà superiore.

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