Come evitare la costituzione di dipartimenti psico-geologici e odonto-filologici

Altan-troppostronziRabbi Jaqov Jizchaq. Gian Antonio Stella puntualizza, e in effetti normalmente si riconosce, che l’imposizione di parametri così elevati per la sostenibilità di corsi di studio e dipartimenti (che io sappia non ve ne sono di eguali nei paesi avanzati coi quali ci confrontiamo: lì, se non bastano i docenti, semplicemente quelli che ci sono lavorano di più, non si chiude il corso o il dipartimento!), ha costituito una reazione al dilagare di corsi e corsettini sul “bue muschiato”, di microdipartimenti, sedi distaccate ed altre consimili amenità che hanno caratterizzato gli anni della dissipazione.

Fermo restando il biasimo per tutto ciò, allora l’imposizione di parametri insostenibili ha il sapore semmai di una vendetta, non di una riforma: come se per incrementarne la scarsa produttività, il perfido capo ufficio imponesse all’obeso ragionier Fantozzi di saltare 2,45 m. Ma data la sproporzione tra la causa e l’effetto, quel ragionamento a me pare più che altro un puro non sequitur, una spiegazione pretestuosa; a mio avviso una riforma sensata non può prescindere da elementi di realismo, e il realismo ci dice che con il turn over quasi bloccato, o bloccato del tutto a seconda delle sedi (e in posti come Siena, se si riaprirà, si tratterà di piccoli numeri), e il pensionamento di metà del corpo docente, quei parametri sono semplicemente irrealistici. Quasi surrealistici. Si dicesse dunque apertamente cosa si vuol realmente ottenere: la decimazione? Bene, ma anche dopo la battaglia normalmente ci si preoccupa del recupero dei caduti; cosa volete farne delle dozzine di persone che lavorano nei settori che via via state smantellando?

Così è sin troppo facile determinare, a priori, quali saranno le renziane università di serie A e di serie B; purtuttavia non è ben chiaro perché molti, individualmente, si verranno a trovare fra i sommersi, piuttosto che fra i salvati, né se possono emendarsi con le opere da questa colpa originaria. Una riforma non può difatti, nemmeno eludere le conseguenze della sua applicazione: non si può tirare il sasso in piccionaia e poi nascondere la mano, e qui le conseguenze della tenaglia fra requisiti numerici elevatissimi da un lato, e fuoriuscita di metà corpo docente a turn-over bloccato, dall’altro, sono semplicemente che, siccome in talune sedi molte aree scientifiche si avviano ad essere smantellate per la caduta dei requisiti di docenza e la scomparsa di insegnamenti fondamentali, il personale residuo che non potrà andare in pensione risulterà di fatto in esubero e difficilmente riciclabile.

Si è valutato ciò che è strategico, per un territorio, e ciò che non lo è? Secondo un uso razionale delle risorse umane, se si vogliono evitare mostruosità e i dipartimenti psico-geologici oppure odonto-filologici, i fritti misti dei corsi di laurea cinobalanici dal contenuto incomprensibile che condannano alla serie B chiunque abbia la disgrazia di rimanervi imprigionato, questo personale dovrebbe pertanto venire, per un verso o per un altro, associato ad altre sedi, continuando a dispensare utilmente la propria specifica competenza all’interno di poli scientifici territoriali robusti, competitivi, o semplicemente decenti. Dicendo questo, preciso, non esprimo un personale convincimento, ma cerco solo di far venire alla luce, con arte di levatrice, i pensieri, il non-detto e le segrete intenzioni dei riformatori, esortando le competenti autorità a non continuare col giochino di nascondere la mano, dopo aver tirato il sasso.

A proposito di pseudoriforme dettate da un aziendalismo che allegramente se ne frega dei contenuti, contribuendo pertanto allo smantellamento del sistema dell’istruzione pubblica, più che a riformarlo, aggiungo una considerazione sull’articolo di Lorenzo Bini Smaghi sul “Corriere” di lunedì 9 Marzo, circa la durata del ciclo scolastico, che da noi è più lunga che in altri Paesi europei di un anno: “Ciò significa che un ragazzo italiano finisce gli studi in media a 19 anni, contro i 18 dei suoi coetanei europei, arrivando dunque più tardi all’università o sul mercato del lavoro”. Ma, che vuol dire? Vuol dire studiare di più nell’arco di quattro anni, oppure – come temo – eliminare le conoscenze acquisite nell’ultimo anno? Si può prescindere dai contenuti? Quanta matematica sapranno coloro che s’iscriveranno ai curricula scientifici?
 Anzitutto la scuola superiore termina a 19 anni, come in Italia, in metà dei paesi europei; e poi il tasso di ignoranza e di impreparazione di molti studenti europei è evidente a chiunque ci abbia avuto a che fare; in Germania non sono punto soddisfatti di questa innovazione e così noi rischiamo di arrivare dopo la musica, spacciando per novità ciò che altrove appare già un esperimento superato. E poi immagino l’utilità, per il mercato del lavoro, di una pseudo-laurea triennale in scienze del piffero, conseguita avendo alle spalle addirittura un anno in meno di scuola superiore: inutili pezzi di carta rilasciati di un’istituzione vieppiù inutile, il nulla vestito col niente. Che se ne farà, se non la società tutta, “il mercato del lavoro”, di simili “laureati”? Noto en passant che il ruolo della cultura nella formazione del cittadino e della coscienza civica non viene mai preso nemmeno in considerazione.

Nel 1958, in Cina, si tenne l’VIII congresso del partito comunista, durante il quale Mao dichiarò guerra ai passeri! Le rese agricole erano pessime, il partito non poteva ammettere errori di gestione, e quindi si additò questo temibile “nemico del popolo”: il passero, colpevole di sottrarre risorse all’agricoltura. L’esito dello sterminio dei passeri fu naturalmente un dilagare smisurato degli insetti, che produssero danni devastanti all’agricoltura, ben peggiori di quelli eventualmente provocati dai passeri.

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