L’inesistente mobilità dei docenti tra atenei e la follia della classifica delle venti “migliori” università

Unisi2015

Rabbi Jaqov Jizchaq. Per inciso, checché ne dicano i neomelodici che intonano peana ad Apollo “il risanatore” (Paian), la situazione nuda e cruda è questa: le 20 università “migliori” secondo l’ANVUR, quelle che dovrebbero proiettarci nella competizione internazionale, sarebbero (e il condizionale mi pare più che d’obbligo) le seguenti: Padova, Trento, Milano Bicocca, Verona, Bologna, Bolzano, Pisa (Sant’Anna), Torino, Pavia, Ferrara, Milano (San Raffaele), Padova, Roma-Tor Vergata, Modena-Reggio Emilia, Trieste (SISSA), Piemonte Orientale, Venezia-Ca Foscari, Milano (Politecnico), Pisa-Normale, Roma-Luiss.

Le altre risulterebbero di serie B e secondo il liberal-meritocratico prof. Giavazzi non dovrebbero avere nemmeno corsi di laurea specialistici, né dottorati di ricerca (ma chi cavolo dovrebbe iscriversi ad un ateneo che possiede solo trienni? Allora tanto vale chiuderlo!). Notare che eccetto Sant’Anna, nella lista non c’è nessuno dei principali atenei toscani. Dunque, o l’ANVUR è una pagliacciata, oppure nessuna delle università toscane è degna di rientrare nel novero di quelle famose due decine destinate a partecipare alla competizione globale. Men che mai nei “cinque hub” di cui vaticinava il Giovane Favoloso Renzi (“Ma come sarebbe bello se riuscissimo a fare cinque hub della ricerca… Cinque realtà anziché avere tutte le università in mano ai baroni, tutte le università spezzettatine… cinque grandi centri universitari su cui investiamo… le sembra possibile che il primo ateneo che abbiamo in Italia nella classifica mondiale sia al centoottantatreesimo posto?”).

Al netto delle iperboli alle quali ci ha abituato il Nostro, la direzione nella quale stiamo andando è evidente: ridimensionamento degli atenei e del loro numero; riduzione delle piccole università a “teaching universities”, con punizione collettiva di chi ci lavora; allora, se uno dice “piove” quando piove, e invita a munirsi di un ombrello, costui è uno sporco miscredente eretico e servo delle multinazionali che brama avidamente la pioggia e persino gode delle inondazioni? Fuor di metafora, non voglio riferirmi a chi ha le gambe per stare ritto da solo, ma agli altri, quelli che barcollano: se uno adombra, visto che il progetto reale cui le Competenti Autorità segretamente mirano è quello testé descritto, la necessità per gli atenei di collaborare alla costituzione di robusti poli scientifici territoriali, adatti alla competizione nazionale ed internazionale, laddove essi abbiano ancora del personale specializzato in certe aree scientifiche (prima che qualche burocrate te lo imponga con criteri ottusamente burocratici del menga calati dall’alto), costui deve essere per forza sospettato di essere al soldo del re di Prussia? Se sì, l’alternativa quale sarebbe, quella di farlo, senza dirlo (“si fa, ma non si dice e chi l’ha fatto tace, lo nega e fà il mendace”)?

La suddetta classifica, sia detto chiaramente, mi pare di per sé un po’ folle, e ancor più folle mi pare il criterio che rischia di accentuare le distanze entro la classifica stessa: leggo in un documento CRUI che il numero di docenti tra il 2008 e il 2014 è calato di circa 10.000 unità. A Siena la situazione è ben più drammatica che altrove: meno 50% docenti entro il 2020 e ad oggi già perso il 53% delle immatricolazioni: «In dieci anni nella patria del Palio le immatricolazioni si sono dimezzate, passando da 4.396 a 2.271. Solo quelle toscane, nello stesso periodo analizzato, sono scese da 2.684 a 1.252 (-53%).» Orbene, può anche darsi che io non la sappia abbastanza lunga, non sia iniziato alle segrete cose, sì da non capire il mistero per cui la cifra numerologicamente “giusta” per Siena è quella di 610 docenti, quindicesimo numero della successione di Fibonacci (per 998 amministrativi: caso unico nella Via Lattea); ma il criterio col quale si addiviene a questa contrazione, cioè semplicemente smantellando i corsi man mano che i professori si avviano al “buen retiro” e le cattedre si svuotano, questo è ben visibile e a dire il vero mi pare un criterio del cacchio: all’estero fanno così? Nelle aziende fanno così? Chiudono il reparto motori, quando va in pensione qualche ingegnere od operaio?

Se un certo corso è di serie A, ma vanno in pensione metà dei docenti lasciando scoperte le cattedre senza rimpiazzo, ecco che questo cessa di essere di serie A, e anzi, probabilmente chiude proprio, per mancanza dei “requisiti di docenza” (e a Siena di corsi ne hanno già chiusi più della metà, concetto che è difficile a far capire all’indignato un tanto all’ora che manifesta incessantemente la sua indignazione al bar dello sport, ma nulla sa di leggi e numeri); cosicché la gente che rimane, messa nell’impossibilità di bene operare, viene d’ufficio classificata di serie B: è questo un uso sensato delle risorse umane? La mobilità tra atenei di fatto non esiste e tutta la giavazziana e abravaneliana meritocrazia, va in tal modo a farsi benedire: una volta marchiato a sangue come appartenente ad un ateneo, uno e luteranamente predestinato ad appartenere ai sommersi oppure ai salvati dal marchio d’origine e dalla imperscrutabile volontà divina, per cui a nulla valgono le opere di bene.

Insomma, le Competenti Autorità venissero allo scoperto, per favore: cosa vogliono fare? Qui c’è gente che il lusso di andare in pensione non se lo può concedere (e forse la pensione non ce l’avrà mai), e che si domanda cosa farà nel prossimo ventennio. Con tono grave ti dicono che siamo fatalmente trascinati verso un destino ineluttabile (odo risuonare l’allegro con brio della V sinfonia beethoveniana sullo sfondo). Può anche darsi che sia giusto, come scriveva Pasolini, che i figli paghino le colpe dei padri; meno chiaro è perché per le mie colpe debbano pagarle i figli altrui, e perché certi figli di cotanti babbi e mamme non paghino mai le colpe dei loro padri, ma in ogni caso nessuno considera che c’è parecchia gente destinata a restare in servizio ancora qualche lustro, molti nei settori smantellati o smantellandi: a fare cosa?

Di questo problema bizzarramente non se ne parla proprio; i cicli di studi o “coorti”, un po’ come piani quinquennali di sovietica memoria, rappresentano l’orizzonte oltre il quale nessuno osa guardarli. Tanto la maggior parte degli ordinari andranno in pensione entro il quinquennio e nonostante tutta la nauseante retorica giovanilistica e minacciosamente meritocratica, il “giovin ricercatore” (o ex tale: età media dei ricercatori senesi, 52 anni) è come quella strana figura dell’Homo sacer romano, che anche se uno lo ammazza, non gli viene ascritto alcun omicidio, in quanto la sua morte si dice sia stata decisa da una qualche volontà superiore.

Non premiando il merito ma la casualità e la territorialità, si creano università di serie A, B e C

Altan-ballaLa giungla dei fondi, così le università si dividono tra A e B (Il Mattino.it)

Marco Esposito. I premi ci sono e sono ricchi: 1,2 miliardi di euro. Ma sulla qualità della valutazione delle università c’è molto da perfezionare. Per esempio chi quest’anno ha ricevuto più soldi, Siena, è appena al 38° posto nelle classifiche Anvur. Quindi c’è il rischio che invece di incentivare il merito si sta premiando il vantaggio di operare in una zona rispetto a un’altra. Quest’anno la premialità vale un miliardo e 200 milioni, ripartiti tra le 56 università statali italiane, nelle quali studia (in corso) quasi un milione di ragazzi. Una somma che a fine 2014 è stata suddivisa in base a sei parametri, per tener conto della qualità della ricerca, delle politiche di reclutamento, del numero di studenti Erasmus in ingresso e in uscita, del tasso di internazionalizzazione misurato dai crediti formativi conseguiti all’estero degli studenti e dai laureati. Tutti criteri che offrono il fianco a critiche, come spesso accade quando si misura la qualità e non la banale quantità. In attesa di perfezionare il sistema, però, sono i criteri ufficiali di qualità del sistema universitario italiano, dietro i quali ci sono formule che permettono di individuare gli atenei di serie A e quelli di serie B. Con molte sorprese.

La migliore università d’Italia, in base a tali parametri, è come detto quella di Siena che ha potuto beneficiare di 26 milioni di premialità. Naturalmente la cifra in valore assoluto non è di per sé significativa, per cui nell’elaborazione del Mattino la si è confrontata con la quota base del Fondo di finanziamento ordinario, che per i 56 atenei vale 4.911 milioni di euro. La premialità media è del 24,4% ma per Siena raggiunge la percentuale record del 34,1%. Al capo opposto della classifica c’è Messina, dove la premialità è stata appena del 14,4% sempre rispetto alla quota base del Ffo. Dalla classifica non si può dire che la dimensione di per sé aiuti la performance dell’ateneo. Tra le prime dieci ci sono colossi come Bologna (55mila studenti) e Padova (41mila) ma anche i microatenei di Foggia e del Molise, i quali sono stati premiati soprattutto per le politiche di reclutamento, cioè la capacità di produrre ricerca dei docenti assunti da meno anni. Foggia e Molise tengono alti i vessilli del Sud insieme a Teramo, Sannio, Sassari e Salerno. Quest’ultima è anche l’unica università meridionale di serie A che è anche di dimensioni discrete, con 20mila studenti, mentre le altre promosse sono tutte piccoline.

Nella parte bassa della classifica ci sono università piccole un po’ di tutta Italia che non riescono a mantenere standard di qualità, almeno così come sono misurati attualmente. Vanno male la Iuav di Venezia, Camerino, Napoli Orientale, Napoli Parthenope e il Politecnico di Bari, tutti con meno di 10mila studenti in corso e performance premiali molto modeste. Tra gli atenei del Nord il peggiore è Genova, con un risultato allineato a quello dell’Università del Salento e dell’Orientale. Nelle ultime dieci posizioni si trovano anche i due colossi del Centrosud e cioè la Sapienza e la Federico II che insieme superano i 110mila studenti in corso. In base ai punteggi che sono dietro il riparto dei fondi premiali, Sapienza e Federico II non garantiscono performance all’altezza di atenei di analoghe dimensioni, come Bologna, Padova, Torino. Nel girone delle Università di serie B si trovano anche la Seconda università di Napoli, Bari e le tre siciliane di Palermo, Catania e Messina.

La premialità, però, ha senso se è correttamente misurata e può spingere verso un generale miglioramento dell’offerta formativa. Ancora è troppo presto, forse, per comprendere se il nuovo meccanismo sta spingendo gli ultimi a migliorarsi. Tuttavia ci sono alcune anomalie evidenti. Per esempio la «più premiata» università italiana, Siena, non è nella top-20 delle classifiche di qualità dell’Anvur e anzi è appena trentottesima. Anche Udine, Bergamo, Foggia, Molise, Insubria sono nella parte alta per quota di finanziamenti premiali, però non rientrano nella top-20 dell’Anvur. Trieste è a metà classifica come premialità eppure è negli ultimi dieci posti nella valutazione Anvur.

E nelle valutazioni Anvur, che comprendono anche gli atenei privati, la Bocconi varrebbe meno della Piemonte Orientale. Come a dire che ogni classifica segue criteri diversi e può smentire la precedente ma mentre molte graduatorie portano solo prestigio quella effettuata dal Miur sposta denari freschi. Anche il fatto che in coda si trovino simultaneamente tutti i grandi atenei delle città del Sud (Napoli, Bari, Catania, Messina e Palermo) consente di ipotizzare una forma di disagio territoriale piuttosto che una sincronica prova di inefficienza. E anche qui con delle anomalie, la più sorprendente delle quali riguarda la Sun. Per la premialità ufficiale è la peggiore università della Campania nonché terzultima in Italia, mentre nelle graduatorie dell’Anvur si piazza alla pari della Cattolica di Milano.

Qualsiasi analista ne dedurrebbe che tali metodologie vadano prese con le molle e utilizzate nel tempo dopo verifiche e approfondimenti. Invece in Italia il meccanismo, per quanto evidentemente imperfetto, ha già effetti diretti nella ripartizione delle risorse. Con esiti paradossali perché si rischia non di premiare il merito ma la casualità o più banalmente la territorialità. Se infatti per qualche ragione un parametro favorisce determinate aree del Paese al di là dei meriti degli atenei, la premialità invece di incentivare chi si migliora finisce con l’alimentare le distanze. Gli atenei siciliani, per esempio, sono quelli che ricevono meno fondi, hanno un turnover autorizzato molto basso e stanno anche perdendo rapidamente studenti. Se l’obiettivo dell’Italia è non offrire a nessun ragazzo corsi universitari di serie B, ci si deve affrettare a trovare un sistema per evitare che alcuni atenei precipitino in serie C.