Servizi informatici nell’Università: ignoranza, negligenza o malaffare?

Cineca-U-GovUniversità, terremoto sul consorzio degli errori. ‘Basta milioni senza gare a Cineca’ (da: il Fatto quotidiano, 30 maggio 2015)

Thomas Mackinson. Il Consiglio di Stato demolisce il gigante dell’informatica per la scuola, scivolato nei mesi scorsi sui test di medicina. Cineca prende soldi da 80 atenei, 40 milioni dal Miur. “Ma non è una società pubblica”. E per avere risorse dallo Stato deve fare le gare. E quello che sembrava solo una tegola rischia di diventare invece un terremoto per l’università italiana. A traballare è il “sistema Cineca”, il consorzio interuniversitario tornato alla ribalta delle cronache per la vicenda del flop dei test di medicina che a fine ottobre ha gettato nel panico 12mila candidati. L’incidente è finito presto nel dimenticatoio, archiviato come “mero errore tecnico” e sono rimasti al loro posto i vertici che avevano annunciato a caldo le dimissioni. Il Consiglio consortile, in sordina, le ha respinte un mese fa.

Ma la vera storia è un’altra. In un articolo successivo all’incidente, ilfattoquotidiano.it aveva ricostruito cosa c’era dietro la falla: come la fusione dei consorzi universitari per lo sviluppo di soluzioni informatiche in “Cineca” avesse dato vita a un gigante da 700 dipendenti in grado di monopolizzare e alterare il mercato grazie a fondi e finanziamenti attribuiti direttamente, senza gare. Per circa 100 milioni di euro l’anno, tra stanziamenti diretti e compensi per servizi. Una montagna di soldi pubblici che Miur e 80 atenei concedevano al consorzio sulla base di un presupposto che appariva molto incerto: che la sua natura giuridica fosse quella di una società “in house”, con attività esclusiva nell’ambito di pubblici servizi. Tale da qualificarlo per legge come “unico soggetto a livello nazionale”, ovviamente secondo l’interpretazione dei “consorziati” Cineca, ossia gli stessi che gli affidavano il denaro pubblico senza gara e gli stessi che dall’altra parte li ricevevano.

Allora avevamo messo in dubbio questa natura “speciale”, sostenendo invece che il mega consorzio non avesse nessuno dei requisiti di cui sopra e che facesse invece affari milionari qualificabili come attività d’impresa tradizionale, al punto che il 95% dei ricavi gli arrivava dalla produzione commerciale e solo il 5% dalla produzione “istituzionale”, cioè da progetti di ricerca e sviluppo affidati dal ministero. Così, sostenevamo allora, si sono aperte le falle nei servizi resi allo Stato, come nel caso clamoroso dei test di medicina. Non solo. Cineca, il ministero e le università italiane avevano alterato negli anni la concorrenza del settore, fino a compromettere un mercato di servizi che in Italia non è mai nato, appunto perché “oscurato” dal gigante pubblico.

Che di pubblico, in realtà, non ha proprio nulla. A certificarlo – in via definitiva – è una sentenza del Consiglio di Stato. I giudici di Palazzo Spada, sesta sezione, hanno fatto chiarezza sul punto, dopo i dubbi sollevati negli anni passati anche dall’Agcm (due volte, nel 2010 e poi nel 2013) e dalla Corte dei Conti. Erano chiamati a decidere sul ricorso presentato da Cineca stesso contro una sentenza del Tar Calabria che aveva accolto il ricorso proposto in primo grado da Be Smart srl, una società privata che opera nel campo delle soluzioni informatiche per l’università.

Il contenzioso riguardava un affidamento dei servizi informatici di segreterie studenti e didattica (U-GOV ed Esse3) che il Cda del 14 aprile 2014 dell’Università della Calabria aveva concesso un anno prima a Cineca, senza espletare alcuna gara, per un importo triennale pari a 1.592.843 euro +Iva. Il titolare della società, che aveva proposto una soluzione economicamente più vantaggiosa, si è ritenuto ingiustamente escluso e ha contestato l’assegnazione e l’insussistenza dei requisiti che l’hanno permessa: il fatto che Cineca sia titolare di un “diritto esclusivo”, che il rapporto tra università e consorzio si configuri come “in house”, e che il servizio affidato rientri nell’ambito della “attività prevalente” del consorzio.

Tocca dunque ai giudici definire una volta per tutte la natura giuridica del Consorzio. E il responso, stavolta, rischia di innescare un effetto a catena su tutti gli affidamenti concessi negli anni, legittimamente o meno, dalle università italiane. Stesso discorso per i contributi a fondo perduto, 40,7 milioni di euro nel solo anno 2014, erogati senza gara dal Miur a Cineca. Dietro questa disamina, apparentemente tecnica e in punta di diritto, ballano dunque centinaia di milioni di euro.

I giudici scartabellano tra codici, documenti e contratti e arrivano al verdetto: no, Cineca non è un soggetto pubblico. Non lo è mai stato. E dunque né lui né le università consorziate o il ministero possono far valere questa natura per “affidare in via diretta i servizi senza alcuna procedura competitiva”. Chi volesse addentrarsi sulle motivazioni non ha che da leggere integralmente la sentenza (clicca). Quello che qui conta è rilevare i possibili effetti della decisione, sui quali c’è grande incertezza. La sentenza infatti da una parte mette un punto fermo e agisce sui futuri affidamenti costringendo di fatto Stato, Miur e Università a fare le gare.

Ma pone anche una pregiudiziale rispetto a quella quarantina di milioni che il Ministero eroga ogni anno al Cineca sulla base di un presupposto di pubblicità del soggetto che è smentito ora per sentenza. Lascia tuttavia il campo aperto rispetto agli effetti delle decisione sugli affidamenti passati e in corso. Di certo salta quello a Cosenza, per la soddisfazione del titolare di Be Smart che esulta: “Giustizia è stata fatta: ci auguriamo che finalmente potremo partecipare alle gare pubbliche e concorrere con i nostri prodotti in un mercato libero”. Tutto il resto si vedrà, ma di sicuro l’incidente ai test di medicina non è era una tegola caduta accidentalmente. Era il presagio di un terremoto.

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Ma c’è qualcuno (tra i politici senesi, in primo luogo) che abbia una visione strategica delle questioni universitarie?

AltanServizioFunerarioRabbi Jaqov Jizchaq. Dopo la perdita della Scuola di specializzazione in Cardiochirurgia, solo ora, post festum, a babbo morto, la politica si accorge che, ridendo e scherzando, vuoi fra battute grassocce intorno ai fannulloni, all’inutilità della cultura e della ricerca scientifica e alle cose inutili da tagliare, vuoi tra stucchevoli gridolini di giubilo per i sempre più surreali risultati del Censis, l’università di Siena, pezzo dopo pezzo sta perdendo molte delle sue (non moltissime) eccellenze? Sta perdendo non solo specializzazioni e dottorati in aree esoteriche, ma anche corsi di studio basilari e metà del suo corpo docente: quale epilogo vi aspettavate, se non quello di essere ridotti ad un ruolo ancillare? Ci sono due fatti evidenti: il primo è la sempre maggiore integrazione fra gli atenei toscani sotto l’egida della Regione (dai DIPINT ai dottorati regionali); un fenomeno che, o governi, oppure subisci e ne vieni travolto. Non puoi permetterti il lusso di ignorarlo.

Però est modus in rebus: alle competenti autorità, politiche e accademiche, dovrebbe essere ricordato che tutto ciò non può ridursi alla semplice annessione di un ateneo più piccolo da parte di quello più grosso; si richiederebbe una maggiore presenza delle istituzioni centrali per governare una complessa transizione, la quale, se presa seriamente, presupporrebbe una seria pianificazione e forme di mobilità, non l’abbandonarsi alla semplice legge della giungla. In secondo luogo, comprendo bene la strenua difesa di Fort Alamo, volta a conservare professionalità e tradizioni, da parte di chi, pur barcollando, è ancora in vita. Mi chiedo solo chi ha deciso che debbano morire (così come, del resto, prima mi ero chiesto perché dovessero nascere).

Capisco meno la medesima posizione conservatrice riguardo ai defunti: a Siena, oramai, man mano che si è proceduto con l’opera di smantellamento, ci sono rimasti molti specialisti di varie specializzazioni che non esistono più (i corsi di laurea che man mano vengono cancellati: questo è l’effetto della caduta dei requisiti minimi, ossia della fuoriuscita di metà del personale docente); ebbene, in questi casi, visto che la resurrezione è improbabile, con questi qua cosa volete farci, la frittata? Utilizzarli come bassa manovalanza soccorrevole, per insegnare di tutto un po’ ovunque, alla bisogna, tipo “pronto-casa”? All’ANVUR va bene così? Se veramente credete nell’integrazione, non dovrebbero piuttosto essere mandati in qualche opportuna struttura integrata dotata di quella massa critica necessaria perché abbia un senso parlare di competitività ed eccellenza, ove potessero espletare al meglio le loro competenze, a Siena o in altri siti?

Allora, sarà forse il caso di parlarne apertamente, come problema meritevole di entrare nell’agenda della politica (che fin qui ha fatto solo propaganda) non in modo occasionale o subdolo, come quando, dopo avere steso una coltre di oblio su quello che stava accadendo, la politica “cade dalle nubi” e si accorge che ci hanno fregato un altro – l’ennesimo – giocattolino? La politica non ha messo a tema il fenomeno della graduale provincializzazione e marginalizzazione di Siena, perché ne è stata complice: quanto all’università, forse per mascherare la propria partecipazione al dissesto, si diceva che il suo drastico ridimensionamento era una cura necessaria. A prescindere da come avvenisse.

A me pare che, oramai da anni, intorno alle questioni universitarie si registri un grosso vuoto di potere: all’immobilismo degli uni, fanno riscontro manovre oscure degli altri; tanti particolarismi che si scontrano, e alla fine burocrati che decidono sulla base di criteri per lo più estrinseci. Ma c’è qualcuno (alla Regione, in primo luogo, oramai deus ex machina del sistema degli atenei e della ricerca) che abbia una cognizione precisa dello stato delle cose e soprattutto una visione strategica?

L’università di Siena siamo noi. Un futuro per l’università con bilanci chiari e veritieri

RiccabocchioUn clamore mediatico imprevisto! La notizia – sulla non corretta allocazione delle partite di giro nel rendiconto finanziario consuntivo 2013 – è rimbalzata nientepopodimeno che in ambienti vicini alla presidenza della Repubblica e a quelli della Banca d’Italia, della Ragioneria Generale dello Stato e dell’anticorruzione. Scherzi a parte, il silenzio, invece, è stato assordante e il rettore ha risposto indirettamente, a suo modo, lanciando il progetto «Siena siamo noi. Un futuro per Siena». Nello stesso tempo, considerando «gli ultimi due conti economici consuntivi chiusi in utile», ha distribuito – “secondo criteri di merito accademico e scientifico” – a circa il 33% dei docenti 1,7 milioni di euro di fondi ministeriali relativi agli anni 2011-2013. In tal modo, pensa d’aver tacitato anche il disfattista che mette in dubbio la correttezza dei bilanci! Noi però, cocciuti, siamo ancora in attesa delle risposte sulle partite di giro e, intanto, continuiamo ad analizzare altri punti oscuri del bilancio.

Per l’ateneo senese, l’esercizio 2013 è davvero cruciale. Infatti, con un disavanzo di amministrazione di 46 milioni di euro (al 31 dicembre 2012), il bilancio di previsione 2013 indicava una perdita d’esercizio di 6 milioni di euro, alla quale aggiungerne altri 13 tra mutui e investimenti. Da ricordare, inoltre, che il collegio dei revisori dei conti, nell’esprimere «parere contrario all’approvazione da parte del CdA del bilancio di previsione 2013, auspica che il Ministero definisca i criteri per il dissesto finanziario e quindi possa assoggettare l’Ateneo a tale procedura prima che la situazione economica, finanziaria e patrimoniale degeneri ulteriormente.». Perciò, molti si chiedono quale altro sapiente maquillage, oltre alle partite di giro, ha permesso all’amministrazione universitaria di chiudere il consuntivo 2013 con un avanzo di competenza di 6,91 milioni di euro, quando, invece, era previsto un consistente disavanzo.

Il rendiconto finanziario consuntivo 2013 illustra alcune voci patrimoniali attive e passive relative all’anno 2013 e al 31 dicembre 2012, evidenziando i movimenti verificatisi nel 2013 riferiti ai due anni, mostrando così i residui delle voci patrimoniali al 31 dicembre 2013. Con riferimento all’anno 2012, alla voce “oneri per il personale” risulta, al 31 dicembre 2012 un “residuo” di 32.745.809,00 €, un “pagato” di 7.778.009,64 € e un “rimasto da pagare” per 10.660.759,58 €, con una differenza aritmetica di 14.307.039 €, che non appare in evidenza nel patrimoniale al 31 dicembre 2013. Analogamente, alla voce “interventi a favore degli studenti” risulta, al 31 dicembre 2012, un “residuo” di 10.410.378,00 €, un “pagato” di 576.118,20 € e un “rimasto da pagare” di zero, con una differenza aritmetica di 9.834.259,80 €, che non appare in evidenza nel patrimoniale al 31 dicembre 2013.

Per adeguarsi ai nuovi “principî contabili”, i due valori, che non appaiono in evidenza nel patrimoniale al 31 dicembre 2013, sembra siano stati riclassificati, sempre nel patrimoniale al 31 dicembre 2013, nei “ratei e risconti passivi” per 18.421.376,97 € e nel “fondo rischi e oneri” per 5.803.181,47 €. I ratei e risconti passivi si riferiscono a progetti e ricerche in corso, mentre il “fondo rischi e oneri” è riferito a copertura di future sopravvenienze passive o per coprire costi che alla data di chiusura dell’esercizio non hanno dato origine a obbligazioni giuridicamente perfezionate. A questo punto, è necessario che l’amministrazione universitaria metta a disposizione degli organi di governo e di controllo e ai soggetti interessati il dettaglio dei ratei e risconti passivi, possibilmente prima del 28 maggio, giorno di un’altra udienza del processo sul dissesto dell’ateneo senese. Come ci ricorda il Decreto interministeriale 19/2014, «un documento contabile per poter essere chiaro deve, innanzitutto, essere veritiero.»

Articolo pubblicato anche da:

il Cittadino Online (21 maggio 2015) con lo stesso titolo e con il sottotitolo seguente: Grasso: “È necessario che l’amministrazione universitaria metta a disposizione degli organi di controllo il dettaglio dei ratei e risconti passivi”.

Bastardo Senza Gloria (23 maggio 2015) con il titolo: Il Prof. Grasso ci svela altri dettagli sui conti dell’Università. Ma la Politica non ha da dire niente?

–  News Locker (21 maggio 2015); Liquida (23 maggio 2015); Geos News (21 maggio 2015);

Dimissioni: categoria sconosciuta alla casta dei “nuovi” politicanti senesi

Bruno Valentini

Bruno Valentini

Di Bruno Valentini, attuale sindaco del Comune di Siena, ci siamo occupati poco, limitandoci soprattutto ai suoi interventi sui problemi universitari. Ma sin dal primo momento lo abbiamo definito il “politico vecchio rivestito di nuovo” (con abiti Valentino?). Oggi, la conferma, se proprio ce ne fosse bisogno, è costituita dalle sue mancate dimissioni, dopo l’avviso di garanzia per falso in atto pubblico e omissione di atti d’ufficio proprio nell’esercizio di un suo precedente incarico di amministratore, come sindaco di Monteriggioni. Da un politico nuovo ci si aspetterebbe una dichiarazione come quella cheIl Santopropone ai suoi lettori: «Mi dimetto perché, pur essendo innocente, devo difendermi da queste accuse e lo voglio fare da cittadino e non da Sindaco di una città già ferita e sanguinante.». Nello stesso articolo “Il Santo” propone un sondaggio sulle dimissioni di Don Brunetto, come lui lo chiama. Sulla stessa vicenda ripropongo, condividendolo completamente, l’articolo di “Bastardo Senza Gloria” del 17 maggio 2015.

Monteriggionigate: viene fuori che tutti sapevano ma nessuno parlava

Bastardo Senza Gloria. Sgombriamo il campo da equivoci: le responsabilità penali saranno stabilite dalla magistratura. Noi invece, ci concentreremo sulle responsabilità politico-amministrative del Valentini e del suo numeroso entourage. Già da tempo in base a questa analisi, che secondo noi vede il Valentini enormemente responsabile senza attenuanti, avevamo chiesto al sindaco di dimettersi proprio per non arrivare a questa fase di sputtanamento della città di Siena, che vede nuovamente il suo nome accostato al malaffare e alle bravate di qualche amministratore. Se prendiamo come spunto le diciotto pagine di avviso di garanzia al Valentini, per falso in atto pubblico e omissione d’ufficio (come riporta Siena Tv notizie) e l’uscita dell’ex vice sindaco di Monteriggioni dott. Ercolino (fonte Cittadinoonline), ci accorgeremo che una diffusa fetta di politici, tecnici, addetti ai lavori e semplici cittadini, sapevano bene o male come veniva gestita l’urbanistica in quel di Monteriggioni.

La cosa è di per sé già abbastanza agghiacciante, considerato appunto che un gran numero di persone sapeva e mai era stato in grado di denunciare alcunché alle autorità competenti, ma la faccenda diventa ancor più grottesca se andiamo a vedere che il tutto è stato innescato dalla perdita del regolamento urbanistico. Roba da film di Monicelli. Una cosa è certa: l’allegra gestione urbanistica del comune di Monteriggioni avveniva all’insaputa di tutti, sindaco in carica compreso. Si procede quindi allo scarica barile, nella speranza tutta italiana che “passata a nuttata” la colpa, essendo di tutti non sarà di nessuno. Ma in questo caso le cose sono diverse, perché ad incastrare i nostri cari politici amministratori ci sono le carte firmate, discusse, approvate e poi perse. Cosa viene fuori da un quadro così penoso? Viene fuori sicuramente una constatazione: il Valentini non è in grado, stando al suo trascorso, di fare il sindaco di Siena e coloro che lo sostennero sbagliarono candidato, altrettanto irresponsabili furono coloro che decisero al ballottaggio di andare al mare e magari ora ne chiedono le dimissioni. Anche in questo caso si potrebbe andare a “fare tardi”. Dal comunicato del Pd di Siena non potevamo aspettarci altro. Ma da quello regionale? Nemmeno. Quindi la parola passerebbe ai vari candidati regionali, Scaramelli in testa. Cosa aspettarci? Consigliamo ai nostri lettori di non farsi illusioni, tutto sarà molto soft, nessuno alla faccia della giustizia e della questione morale vuole perdere la posizione, la possibilità di un vitalizio e perché no, la possibilità di tornare a lavorare.

Quindi andiamo a chiedere quanto segue:

– che il Valentini si dimetta
– che il Pd Nazionale commissari il Pd senese per manifesto aggrovigliamento
– che il prefetto commissari il comune di Monteriggioni

I conti nell’università di Siena: dalle discese ardite alle risalite

Riccaboniridens1Il Decreto n. 19 del 14 gennaio 2014 individua i “principî contabili” e contiene in dettaglio gli “schemi di bilancio in contabilità economico-patrimoniale” al quale le università si devono attenere. In tal modo, l’università di Siena, sempre in affanno a fare i conti, dovrebbe essere facilitata a predisporre il rendiconto finanziario consuntivo. Vediamolo in concreto.

Cominciamo con il Bilancio unico dell’esercizio 2013 (approvato il 29 ottobre 2014, con sei mesi di ritardo, e pubblicato, dopo un sollecito del sindacato Usb, sull’home page dell’Ateneo il 9 gennaio 2015) che è, sostanzialmente, formato da poche voci, e le più importanti sono: contributi Miur e altre amministrazioni centrali (121 milioni di euro), partite di giro ed entrate per conto terzi (75 milioni di euro), entrate contributive (26,7 milioni di euro), altri enti pubblici e UE (30,5 milioni di euro). Le partite di giro, che, per gettito, a Siena costituiscono la seconda voce di bilancio, devono rappresentare un’entrata e un’uscita “senza rilevanza economica o patrimoniale” e vanno inserite tra le voci degli accertamenti incassati e degli impegni pagati. Sennonché, nel rendiconto finanziario consuntivo 2013, le partite di giro e le entrate per conto terzi sono state inserite (e sommate) tra tutte le poste che costituiscono la previsione definitiva delle entrate 2013. Analogamente, la stessa voce (per un importo pari a 64,7 milioni di euro) è stata inserita tra le poste che costituiscono la previsione definitiva delle uscite 2013. Tale allocazione ha portato a un avanzo di competenza di 6,91 milioni d’euro, mentre un suo diverso inserimento (si veda il rendiconto finanziario consuntivo 2014), “senza rilevanza economica o patrimoniale”, porterebbe a un disavanzo di competenza di 3,5 milioni di euro.

È necessario, quindi, che il rettore, l’ex direttrice amministrativa, il collegio dei revisori dei conti, il consiglio di amministrazione, il senato accademico e il direttore generale forniscano immediate spiegazioni sulla questione, nell’interesse della comunità accademica e della pubblica opinione. Tanto più se si considera che è in corso il processo sul dissesto dell’ateneo senese e che la sola «nuova impostazione grafica del bilancio» non può considerarsi «una soluzione innovativa nelle relazioni con i portatori di interesse».

Articolo pubblicato anche da:

il Cittadino Online (14 maggio 2015) con il titolo: Grasso: “I conti nell’università di Siena: dalle discese ardite alle risalite”. Alcuni punti da chiarire prima di cantare vittoria.

Bastardo Senza Gloria (15 maggio 2015) con il titolo: Il professor Giovanni Grasso fa il punto della situazione riguardo i conti dell’università di Siena.

– Liquida (14 maggio 2015); Geos News (14 maggio 2015);

Nell’università c’era più libertà quando c’era meno autonomia

Altan-futurodimerdaRabbi Jaqov Jizchaq. «Fra il 2007 e il 2015 il numero dei docenti ordinari delle università italiane è sceso da poco meno di 20.000 a poco più di 13.000. Dove vogliamo fermarci?»

Come eravamo: «Nel 2010 il personale impegnato in attività di ricerca nell’Università degli Studi di Siena ammonta a 1743 unità. I ricercatori universitari sono 947» (Rapporto ricerca 2010). Adesso i ricercatori di ruolo (ad esaurimento) sono 350, un quinto circa dei quali diventeranno associati od ordinari con gli imminenti avanzamenti; il personale docente di ruolo (ricercatori ad esaurimento+associati+ordinari) complessivamente ammonta ancora a 750 unità (giacché gli avanzamenti non sono chiamate di esterni) e si accinge ad essere ridotto di altre 150 unità circa, un po’ a pene di segugio, cioè a dire con la roulette russa dei pensionamenti.

Secondo l’ANVUR nel 2013, l’età media a livello generale era 59 anni per gli ordinari, 53 per gli associati e 46 per i ricercatori; un quotidiano nazionale che citai tempo addietro riportava i dati senesi, che risultavano sensibilmente più alti di 4-6 anni a seconda delle categorie. Ecco, io capisco e apprezzo gli sforzi diretti al risanamento, ma perché da parte dei media prendere per le natiche l’opinione pubblica millantando una realtà che non c’è o che non c’è più? Insomma, io trovo strano che non si riesca in nessun luogo pubblico e sui media a impostare una discussione in termini seri, sobri e realistici, abbandonando per un attimo la consueta oratoria encomiastica, lo stile apologetico, la voce nasale di annunciatore dell’EIAR che canta i recenti trionfi (e cela le recenti sconfitte).

Il Rettore annuncia: «La conferma del miglioramento dei conti consente ora di proseguire su questo percorso, aprendo nel prossimo futuro le procedure per altre 30 posizioni». Evviva, Siena triumphans: ma si tratta di 30 avanzamenti di carriera (da tempo agognati, certo, e benvenuti, ma mi conferma il prof. Grasso che non si tratta di nuovi assunti) e le considerazioni che mi viene da fare sono sempre quelle: avanza chi ha ancora le gambe; chi nell’attesa di avanzare viene azzoppato, non avanza e ai caduti recenti si aggiungeranno a breve altre vittime; nel senso che settori e corsi di studio che nel frattempo sono entrati in crisi per via dei massicci pensionamenti, non “avanzeranno” da punte parti: 500 professori usciti di ruolo vuol dire uno su due a casaccio, sin qui senza turn over.

Un anno prima dello scoppio del “buho” vi erano settori che contavano oltre venti docenti di ruolo, e mi pare che ciò non fosse giustificabile alla luce del fabbisogno di didattica; all’estremo opposto altri settori contavano uno o due docenti: si capirà che da un lato quando il maledetto uomo della strada ripete che “eh, so’ troppi”, interpretando a suo modo la dottrina del “taglio lineare”, bellamente ignorando gli squilibri mostruosi entro il personale docente e tra personale docente e personale tecnico amministrativo, non fa allora un discorso equo, e dall’altro che togliendo due docenti a settore, ai primi non fai un baffo, mentre i secondi li condanni a morte. Poi ci sono le situazioni intermedie: quelle in cui il fabbisogno di didattica oramai è insostenibile e i requisiti di docenza non sono più soddisfacibili con le poche forze rimaste.

A meno che, la regola non sia “chi ha avuto, ha avuto”, questi dati imporrebbero qualche riflessione un po’ meno disinvolta sull’andamento delle cose. Ma, oramai temo che siano cavoli del rettore prossimo venturo, e che giunto a scadenza, l’attuale se ne lavi volentieri le mani (“il settimo si riposò”). Il mantra che Siena deve diventare una specie di “Life Valley” (“Siena Biotech, licenziati alla vigilia del primo maggio”, La Nazione; come esordio non c’è male: una valley di lacrime) non chiarisce qual è la sorte riservata a tutto il resto e alla gente che ci lavora, né come debba leggersi tutto ciò alla luce dell’idea più volte ventilata di trasformazione del sistema degli atenei riducendo molti di essi a “teaching universities” e conservando solo “pochi hub” della ricerca: qui, almeno per una decina di anni, il tempo cioè di fare piazza pulita della cultura e della ricerca di base in altre, non meno vitalistiche “valli”, avremo dunque una situazione schizofrenica, con la researching university in alcuni comparti e la teaching university in altri, ridotti a simulacro?

Ricerca nelle “scienze della vita” o poco più, e pura didattica di basso profilo altrove, in corsi rimaneggiati con quel poco che resta e accorpati, privi di logica interna, di specializzazioni e dottorati (e dunque di attrattiva)? Ha senso tutto ciò? E scusate, perché della gente titolata dovrebbe accettare la prospettiva di regredire al rango di garzone, rinunciare alla carriera, se è giovane, per assecondare questo disegno e perché i colleghi sono andati in pensione? Perché uno studente dovrebbe esserne attratto? Sarebbe sensato, come logico corollario di un progetto di smantellamento di mezzo ateneo, che si “organizzasse l’esodo”, tipo operazione Mosè coi Falascià, ovvero si consentisse (o si intimasse!) a costoro di andarsene in altra sede a svolgere il lavoro per il quale sono pagati, giacché sono dipendenti dell’università statale italiana, e non di qualche nobil contrada senese. Si dirà che si tratta di una boutade, ma la tua soluzione qual è, hypocrite lecteur?

Cosa vorrà dire soddisfare le richieste dell’ANVUR e della SUA in ordine alla produzione scientifica in contesti ove di fatto sarà vieppiù difficoltoso adoperarsi per la buona ricerca? E questo, by the way, in un sistema dove la quasi totalità della «quota premiale» del Fondo di Finanziamento Ordinario viene assegnata alla produzione scientifica e la didattica viene quasi punita come inutile passatempo (ammesso e assolutamente non concesso che “fare ricerca” coincida con il soddisfare le richieste della SUA e dell’ANVUR).

Dice il governo: «più poteri ai rettori… bisogna ridare autonomia vera agli atenei, imporre meno regole dal centro»; ma potere di far che? Serve ben più, temo, che la briglia sciolta ai rettori persino sulla retribuzione dei docenti o la “contrattualizzazione” (jobs act) di tutti i ruoli; anche perché mi pare che i piccoli atenei già siano sin troppo nelle mani del notabilato locale che fa il bello ed il cattivo tempo: in primo luogo devono dirci cosa intendono farne dell’attuale configurazione degli atenei pubblici e del sistema della ricerca e della didattica universitaria.

Personalmente sarei incline, piuttosto, a richiedere un maggiore centralismo e protagonismo da parte del ministero, che non può tirare il sasso in piccionaia e poi nascondere la mano, essendo convinto che c’era più libertà quando c’era meno “autonomia” e ravvisando nella trasformazione degli atenei in monadi senza finestre, non solo una delle cause dei mali che li affliggono, ma anche dell’impossibilità di addivenire per i problemi di cui stiamo parlando a soluzioni del tipo di quelle prospettate nei precedenti messaggi.

Sarei felicissimo se qualcuno mi convincesse che quanto ho scritto è privo di fondamento.

Ormai la prima missione dell’Università, la «didattica», ha un ruolo marginale e disincentivato

StefanoSempliciLa Buona Università? Deve puntare sulla didattica, non solo sulla ricerca (Corriere della Sera, 27 aprile 2015)

Stefano Semplici. La «buona università» ha certamente bisogno di più risorse e professori. E la retorica a buon mercato sul «sapere come risorsa strategica per lo sviluppo» rende solo più dolorosa la cruda evidenza dei numeri. Tutte le graduatorie internazionali ci vedono malinconicamente agli ultimi posti fra i paesi più avanzati per gli investimenti in istruzione terziaria. Fra il 2007 e il 2015 il numero dei docenti ordinari delle università italiane è sceso da poco meno di 20.000 a poco più di 13.000. Dove vogliamo fermarci? Per quanto tempo ancora gli sprechi e le inefficienze di alcuni (o anche di molti) saranno utilizzati come un pretesto per soffocare tutti, mentre i nostri giovani migliori se ne vanno, portando con sé buona parte delle speranze della loro generazione?

Darwinismo accademico. Su due punti, tuttavia, sembra impossibile anche solo aprire un confronto. E forse non è un caso, perché si tratta del risultato di scelte perseguite con granitica coerenza in questi ultimi anni da maggioranze molto diverse. Il darwinismo accademico e la didattica senza merito sono ormai subiti come la conseguenza inevitabile della cultura della valutazione, della qualità e dell’efficienza. Si può provare almeno a dubitare che siano strumenti indispensabili per raggiungere quest’obiettivo, ovviamente condiviso? Gli effetti della competizione esasperata fra singoli ricercatori, dipartimenti e atenei sono noti, a partire dai comportamenti opportunistici finalizzati a massimizzare l’impatto del proprio lavoro nel breve periodo, prosciugando i talenti e la passione del pensare lungo. Le classifiche che mettono in fila le università sono diventate un’ossessione mediatica e le regole che le producono, oltre a generare le più incredibili vessazioni burocratiche, alimentano la convinzione che l’obiettivo fondamentale da perseguire non sia quello di fare bene il proprio lavoro aiutando gli altri a fare lo stesso, ma quello di sopravanzarli in qualche modo ed essere «premiati». Si dimentica così che la vera alternativa non è fra produttivi e sfaccendati, perché nessuno difende ovviamente i secondi, ma fra quanti ritengono che una seria valutazione serva appunto a premiare e punire (con il risultato che diventerà sempre più difficile, per chi è rimasto indietro, recuperare) e quanti sono invece convinti che le stesse punte di eccellenza abbiano bisogno per sostenersi di una base ampia e solida di metodologie e buone pratiche condivise. Una qualità media dignitosa e diffusa sul territorio è sempre stata la caratteristica del nostro sistema e questa ricchezza, la cui difesa non è incompatibile con la valorizzazione dei migliori risultati, rischia di andare perduta. Ne è prova il fatto che cresce il numero dei giovani del Mezzogiorno che vanno a studiare lontano da casa. È stato un errore grave quello che ha portato a dare a ogni campanile la sua università. Ma siamo sicuri che lo Stato si debba adesso limitare a certificare i risultati di una lotta senza quartiere, che sta portando alla desertificazione universitaria di intere aree del paese?

Didattica senza merito. La didattica senza merito è la conseguenza di una politica universitaria che ha ancorato in modo ossessivo la valutazione ai soli «prodotti» della ricerca, riducendo di fatto la «prima» missione dell’università ad un ruolo marginale e sistematicamente «disincentivato». La stessa proposta di differenziare researching e teaching universities è stata declinata come uno strumento di gerarchizzazione delle funzioni, mentre si stratificavano interventi normativi a senso unico. La didattica e la capacità di insegnare non contano ai fini della carriera accademica. Lo stabiliva già la legge Gelmini. La didattica non conta neanche per chi è diventato professore: le politiche di reclutamento del personale da parte degli atenei sono valutate in base ad una serie di criteri fra i quali non figura la qualità dell’insegnamento, mentre spicca al primo posto la produzione scientifica. E sulla base di quest’ultima viene assegnata la quasi totalità della «quota premiale» del Fondo di Finanziamento Ordinario delle università. Non c’è bisogno di insegnare, insomma, per essere buoni professori. E si possono esonerare i migliori dal dovere della trasmissione del sapere che contribuiscono a produrre, perché tanto «si troverà qualcuno da mandare in aula». Se non si corregge questo paradosso, sarà molto difficile trovare la strada della buona università. E non basterà un altro Jobs Act. Che comporta per inciso, come dovrebbe sempre aggiungere chi lo propone come rimedio anche in questo settore, la possibilità del licenziamento senza giustificato motivo, con un’indennità “di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento” e in misura “non inferiore a quattro e non superiore a ventiquattro mensilità”. Non sembra francamente questa la soluzione migliore per rafforzare l’autonomia e la libertà delle università e di chi in esse vive e lavora. E dirlo non significa schierarsi a difesa di “baroni” e fannulloni.