Perché il “Magnifico” Riccaboni non si sottopone a un pubblico confronto sul cosiddetto “risanamento” dei conti dell’Ateneo?

Pierluigi Piccini-Angelo Riccaboni-Giovanni Grasso

Pierluigi Piccini-Angelo Riccaboni-Giovanni Grasso

Pierluigi Piccini. (…) Io credo che ci sia un problema centrale (l’Azienda Ospedaliera) che rimane abbastanza nascosto come problematica. La questione dell’Area vasta va affrontata nel merito. Bisogna capire le funzioni, come verrà realizzato, ma non credo che il problema sia lì, nell’Area vasta. Il problema è che fine fa l’Azienda Ospedaliera, perché mi sembra che ci sia una convergenza di interessi fra Riccaboni e Rossi sul contenimento di un centro di costo (l’Azienda Ospedaliera), perché è quello che produce più “indebitamento” da parte di Siena e che, credo, la Regione non si possa permettere di avere questi livelli di Aziende Ospedaliere a Pisa, Firenze e Siena. Credo che il Rettore non abbia difeso a sufficienza l’Azienda Ospedaliera. Credo, anche, che la battaglia sarà, nel prossimo futuro, proprio su questo argomento, perché la fine dell’Azienda Ospedaliera vuol dire la fine della Facoltà di Medicina a Siena. Le due cose sono fortemente collegate insieme. E io non capisco come mai noi dobbiamo avere, unica realtà in Italia, due corsi di Laurea in Lettere, uno a Siena e uno ad Arezzo (che a noi crea un problema di denaro, gestionale), e poi non fare la battaglia, viceversa, per l’Azienda Ospedaliera o sottovalutare quel tipo di operazione. Se Arezzo vuol fare l’Università in “Lettere”, la faccia! Non vedo perché dobbiamo essere noi a farla. La faccia! Non capisco come mai Riccaboni è così collegato ad Arezzo. È vero che è stato prorettore, è vero che ha seguito per conto di Tosi il bilancio dell’Università. Anche su questo bilancio dell’Università tagliamo, per favore, la testa al toro una volta per tutte. La spesa corrente non è l’indebitamento, è inutile che tutte le volte, tutti gli anni, ci si mette la medaglia perché ho fatto gli utili sulla spesa corrente. Il problema è che l’indebitamento è rimasto uguale; cioè io posso contenere i costi sul conto economico, ma poi sul conto patrimoniale l’indebitamento è rimasto uguale. Per favore, anche i giornalisti quando fanno gli articoli, i due bilanci cerchiamo di metterli insieme, perché se non li metti insieme non si capisce effettivamente la situazione in cui si trova l’Università. Ma a parte questo, io credo che la battaglia sull’Azienda Ospedaliera si debba fare ora. Si faccia su chi sarà il prossimo Rettore: che deve venire dall’area biomedica, perché deve salvaguardare l’Azienda Ospedaliera. E attenzione, perché le famiglie che dicevo prima si sono mosse; chi in una logica di continuità con il passato, chi in una logica, invece, di difesa effettiva dell’Azienda Ospedaliera a Siena. E tenete anche conto che quel famoso FFO di 114 milioni, un 30% circa va alla ricerca; quindi sarebbe opportuno avere la ricerca.

Pierluigi Piccini. Mi vedo costretto a fare delle precisazioni dopo il confronto di lunedì con Scaramelli. Alla fine dell’incontro mi si è avvicinato un signore che con molta cortesia mi ha fatto presente che il mio argomentare sull’Università non era corretto. Più precisamente che l’indebitamento dell’Ateneo senese era ormai in fase di risoluzione. Non convinto di questa affermazione e avendo in testa altri numeri sono andato a controllare il bilancio del 2014, l’unico che al momento fa testo. Allora: nonostante il risultato positivo di gestione per 10,1 milioni di euro, il patrimonio netto rimane negativo per 15,8 milioni di euro, con un importo totale del debito pari a 100,2 milioni di euro e il tutto dopo aver alienato il San Niccolò per un importo di 74 milioni di euro e le Scotte, alla Regione Toscana, per 108,0 milioni di euro. Se ci fossero ulteriori precisazioni, rimango in attesa.

Giovanni Grasso. Le precisazioni di Pierluigi Piccini, corrette e condivisibili, si riferiscono al bilancio 2014. Ed è proprio questo il punto! Quanto quel bilancio è attendibile? Anche il Bilancio unico dell’esercizio 2013 (approvato il 29 ottobre 2014, con sei mesi di ritardo e pubblicato, dopo un sollecito del sindacato Usb, sull’home page dell’Ateneo solo il 9 gennaio 2015) si chiude con un avanzo di competenza di +6,91 milioni di euro, un utile di esercizio di +9,04 milioni di euro e un disavanzo di amministrazione di −42,83 milioni di euro. Eppure, aspetto dal 14 maggio 2015 che il “Magnifico” chiarisca alcune incongruenze di quel bilancio che, ovviamente, si ripercuotono anche su quello dell’esercizio 2014. Com’è noto, le partite di giro devono rappresentare un’entrata e un’uscita “senza rilevanza economica o patrimoniale” e devono essere inserite tra le voci degli accertamenti incassati e degli impegni pagati. Così non è stato per il rendiconto finanziario 2013, dove un’impropria allocazione delle partite di giro ha portato a un avanzo di competenza di +6,91 milioni di euro, mentre il suo corretto inserimento porterebbe a un disavanzo di competenza di −3,5 milioni di euro. Perché il “Magnifico” non si sottopone a un pubblico confronto sul cosiddetto “risanamento” dei conti dell’Ateneo?

Per il Censis le “materie umanistiche” senesi sono le prime in Italia: nelle classifiche internazionali, però, Siena non esiste e compaiono solo Roma e Bologna

 

Altan-veritaRabbi Jaqov Jizchaq. Si legge su Il Cittadino online che «Secondo l’ultima indagine pubblicata dal Censis, l’Università di Siena è il migliore Ateneo in Italia nel quale studiare le materie umanistiche. È molto ampia l’offerta di corsi di laurea triennale e magistrale attivata in questo settore: nell’area delle lettere, lingue, storia, filosofia, formazione, beni culturali, comunicazione.»

Laudato sia il Censis, cum tucte le sue creature, che se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Noto ancora una volta che a livello internazionale non la pensano così:  tra le cento migliori università nel campo delle “Humanities”, di italiane compaiono (ed in posizione arretrata) solo Bologna e Roma. Ma transeat… il vero punto è che qui ogni sviolinata del Censis sortisce l’effetto di un anestetico sull’opinione pubblica. Francamente, parlando in generale e a prescindere da questa notizia, mi pare che da noi il concetto di “valutazione” sia affetto da una certa vaghezza: una notevole elasticità – per così dire (“como las bragas de una puta”, come ho sentito dire da un sudamericano) – e il continuo cambiare le carte in tavola, che ha caratterizzato questi anni, autorizzano il sospetto che i giudizi di varie agenzie piovuti dall’alto come fulmini di Giove, tendano gradualmente a plasmare il sistema, più che a valutarlo, secondo canoni che, almeno al sottoscritto, appaiono alquanto discutibili.

L’uomo della strada che legge questi articoli pieni di laudi del Censis per l’università di Siena, si sente però rassicurato, e si chiede cosa rompano i cabbasisi questi qua che si lamentano sempre che le cose vanno male (e poi in ogni caso “e so’ troppi!”). Ma la stessa espressione “materie umanistiche” è lievemente dozzinale e non appaga la curiosità del lettore più avveduto. Esistono forse le “materie scientifiche” latu sensu? E se ritengono che una tale partizione manichea abbia comunque un senso, perché hanno distrutto le Facoltà? Perché non si sono limitati a costituire, ad esempio, un unico dipartimento “umanistico”, anziché procedere al deplorevole spezzatino?

Nell’articolo citato (probabilmente solo un comunicato ufficiale dell’ateneo) si sfodera un florilegio di “curricula”, che forse il lettore distratto e abbacinato dal caleidoscopico panorama di questo svolazzio di colorati uccelli tropicali, identifica erroneamente con corsi di laurea; ma a parte l’ovvia domanda di quanti sopravvivranno alla falcidia dei docenti prevista per i prossimi anni (vedi grafici in alto a destra), va precisato che i curricula non sono corsi di laurea: sono solo lacerti, entro corsi “accorpati”, di quello che è sopravvissuto dei corsi di laurea soppressi dopo la prima ondata di pensionamenti.

Nell’articolo si parla ad esempio di “filosofia”, ma da quello che mi risulta a Siena non vi è più, e da diverso tempo, né un dipartimento, né una sezione di dipartimento, né uno scompartimento, né un corso di laurea vero e proprio con questa denominazione e in questa specifica classe di laurea. Tacerò poi sui dottorati di ricerca in campo “umanistico”: dal sito UNISI risulta un solo dottorato, in filologia. È giusto che finisca così? Se sì, che cavolo di “primato” vantate oggi? Se no, cosa pensate di fare, al di là del compianto per il caro estinto? Nel mio piccolo, da osservatore che guarda le cose con sereno disincanto, una soluzione l’avrei avanzata nei precedenti messaggi; può darsi che non sia la migliore, ma la vostra qual è, signori della corte?

Se date un’occhiata al sito del MIUR (pratica cui personalmente mi dedico ogni giorno come un salutare esercizio mattutino di Tai Chi Chuan, al solo scopo di confrontare i vaneggiamenti con la realtà), vedrete che diversi settori, inclusi alcuni di quelli premiati dal Censis, sono oramai bucherellati come groviera, vi sono rimaste poche unità di docenti, molti dei quali, come si sa dai dati generali (vedi grafico “memento mori”), sull’orlo della pensione. Quando poi odo discorsi dal tono encomiastico sull’ecatombe di corsi e strutture, mi viene da pensare che certe persone sarebbero state chiamate ad amministrare ed eventualmente mettere a frutto un patrimonio pubblico, non a liquidarlo; ma in questi paraggi credo che quest’osservazione valga ben al di là dell’università.

Ma basta con i tristi pensieri! Nunc est bibendum! E come disse quello mentre cascava dalla Torre del Mangia, “sin qui, tutto bene”.

Università di Siena: alla ricerca del senso del ridicolo perduto

DatiUnisi2015

Grande soddisfazione del rettore dell’Università di Siena per le 213 matricole del 2014/2015 – crollate a 86 l’anno prima – nei corsi di laurea aretini in Lingue per la comunicazione interculturale e d’impresa e in Scienze dell’educazione e della formazione. Ovviamente, com’è suo stile, il “magnifico”, così loquace nel commentare segnali poco significativi, non dice nulla sul dimezzamento delle immatricolazioni in dieci anni e sulle reali condizioni dell’Ateneo.

Il numero dei docenti è sceso a 755 unità (costo: circa 65 milioni di euro), mentre quello del personale tecnico-amministrativo e dei collaboratori ed esperti linguistici (Cel) è pari a 1.068 unità (costo: circa 39 milioni di euro). Al 31 dicembre 2014, mancano all’appello 50 docenti, rispetto all’evoluzione fornitaci dal rettore che, alla stessa data, ne prevedeva 805: e certamente non saranno state tutte morti premature. Silenzio sul rapporto docenti/tecnici-amministrativi che, oggi, risulta pari a 0,72.

Con Riccaboni il numero degli studenti è crollato da 18.088 dell’A.A. 2011/2012 a 14.524 dell’anno corrente. La decisione di mantenere per l’università di Siena, unica sede in Italia, l’accesso libero a Farmacia, Chimica e Tecnologia Farmaceutiche (CTF), Biologia – in assenza dei requisiti minimi di legge (numero di docenti, risorse strumentali e logistiche) – ha portato alla distruzione di tali corsi di laurea, fiore all’occhiello del nostro ateneo. Gli studenti hanno pagato profumatamente le tasse per un servizio che l’Ateneo non poteva assicurare. E così, tutta l’operazione è servita per far cassa e per titoli reboanti sulla stampa locale, nell’ottobre 2011: «Mille studenti in più, ricaduta economica per tutta la città»; «Immatricolazioni alle stelle; clamorosa impennata»; «Vola il mercato degli affitti».

Articolo pubblicato anche da:
Il Cittadino Online (23 gennaio 2015) con lo stesso titolo.
Bastardo Senza Gloria (24 gennaio 2015) con il titolo Lo stato delle cose: riceviamo e pubblichiamo per i nostri lettori l’analisi di Giovanni Grasso.