«Siamo orgogliosi di ospitare nella nostra regione la migliore università italiana, Siena»!

Simone Bezzini - Stella Targetti - Stefano Bisi

Simone Bezzini – Stella Targetti – Stefano Bisi

Sesto EmpiricoEssere primi in una classifica è certamente una buona cosa, molto meglio che essere ultimi. Però sono anni che Siena è in cima alle classifiche e ciononostante perde più nuovi studenti della media nazionale. Mi pare di aver buoni motivi per rimanere scettico.

Simone Bezzini (Presidente della Provincia di Siena). In pochi giorni dal Ministero dell’Istruzione e dal Censis sono arrivati per l’Università degli Studi e per Siena due importanti riconoscimenti, attestati prestigiosi che premiano l’impegno e la volontà dell’Università di Siena di uscire da una fase difficile che vede una delle istituzioni più importanti del territorio impegnata da tempo nel coniugare l’azione di risanamento con il rilancio della didattica, della ricerca e dei servizi. I riconoscimenti conquistati non devono essere letti come un punto di arrivo ma come uno stimolo ad andare avanti, con determinazione, sia nell’azione di risanamento che nello sviluppo della didattica, della ricerca e dei servizi, che già gli utenti mostrano di apprezzare.

Stella Targetti (Vicepresidente della Regione Toscana con delega all’Istruzione). Siamo orgogliosi di ospitare nella nostra regione la migliore università italiana. I motivi di soddisfazione non finiscono qui perché Pisa e Firenze sono rispettivamente al terzo e quarto posto nella classifica degli Atenei con più di 40mila iscritti.

Questi risultati sono anche un riconoscimento per il nostro sistema di diritto allo studio, visto che tra gli indicatori con cui sono state stilate le classifiche ci sono i servizi (in particolare le mense e gli alloggi) e le borse di studio. Come Regione abbiamo sempre creduto che il diritto allo studio sia un diritto di cittadinanza fondamentale e continueremo a sostenerlo, anzi rafforzeremo il nostro impegno, come dimostrano gli indirizzi sui servizi e gli interventi a favore degli studenti per l’anno accademico 2013/2014 che abbiamo presentato nei giorni scorsi. Chiediamo soltanto che il Governo non ci lasci soli e che il Fondo integrativo statale per il 2014 sia rifinanziato al più presto.

Stefano Bisi (Redattore capo del Corriere di Siena). La tanto bistrattata università di Siena è la migliore d’Italia. È il giudizio del Censis che le assegna il primo posto nella classifica degli Atenei italiani stilata annualmente. E pensare che da quando è stato eletto rettore Angelo Riccaboni non sono mancate le critiche pesantissime, spesso offensive e anonime. Oggi Siena può dire che la sua università è Prima. Deve essere motivo di orgoglio per coloro che la guidano, per la comunità universitaria e per tutti i senesi. L’ateneo si aggiudica la prima posizione nella categoria dei medi atenei (da 10.000 a 20.000 iscritti), e con il punteggio di 103,4 risulta quello con il punteggio più alto in assoluto tra tutte le università italiane.

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13 Risposte

  1. Whow! È la seconda volta che ho l’onore della prima pagina. Sempre in estate, quando le notizie scarseggiano, ma tant’è. È vero che, come gli altri cui sono accostato, mi rallegro per i risultati della nostra Università e per chi ha contribuito a raggiungerli: c’è un sacco di persone che si sbattezza a lavorare, nonostante tutto, ed è giusto che il loro lavoro sia riconosciuto. E devo dire che mi fa piacere essere accostato a Stella Targetti, che non conosco ma ha l’aria simpatica e dice cose che mi paiono intelligenti (che i problemi non si risolvono solo qui). Però essere accostato agli altri due signori, devo dire, un po’ mi inquieta. Confido comunque che gli scelti lettori del blog apprezzino le differenze.

    Sesto Empirico, scettico

  2. Perdere studenti non è un indice di cattiva qualità. Soprattutto se questa perdita è accompagnata dalla contestuale diminuzione del corpo docente.
    Così come la qualità, Rabbi insegna, dipende da dove si perdono i docenti, così vale per gli studenti. Dipende da dove sono gli studenti e dove stanno diminuendo.

  3. Può darsi, Golene, ma è il parametro principale del finanziamento dell’università, oltre che l’elemento più strategico per la città, sia bassamente perché gli studenti anche solo per vivere portano qualche soldo, sia più concretamente perché portano cultura e migliorano la sua classe dirigente.
    Il gioco si vince lì.
    Siamo come una squadra di calcio che ha vinto il premio per lo stadio migliore e per la tifoseria con gli striscioni più belli. Tutte belle cose, ma il campionato era un altro.
    Se poi vuoi dire che localmente c’è poco altro da poter fare e che senza un aiuto da fuori non se ne cava le gambe, potresti non avere tutti torti. Ma il buon Rabbi da tempo e con costanza avanza delle proposte forse parziali, ma concrete e assai ragionevoli, che non mi paiono prese nella dovuta considerazione.

    Poi, posso sempre sbagliare,

    scetticamente, Sesto Empirico

  4. «A Siena ha sede una delle migliori Università italiane in assoluto grazie all’impegno di docenti, ricercatori e personale tecnico-amministrativo di grande spessore.» Valentini

    “Mi scusassero”, ma della situazione che si è determinata dopo gli anni che sono stati oggetto della valutazione dell’ANVUR, non vi è giunta notizia? Lasciando perdere il “solito” CENSIS, il rapporto dell’ANVUR, che dà o meglio dava Siena al sedicesimo posto per la ricerca (un risulato positivo, anche senza tanti velleitari e ridicoli schiamazzi “siamo arrivati uno! Siamo arrivati uno!”) si riferisce al periodo 2004-10, cioè, essenzialmente ai “prodotti” (sic) della ricerca prima della crisi. Sarebbe come congratularsi col MPS oggi per i risultati risalenti a prima della deflagrazione dell’affaraccio Antonveneta, fingendo che nel frattempo non sia successo niente.

    La propaganda sa che la folla normalmente plaude, se pestano duro sul “culturame”, salvo poi ammantarsi di gloria quando qualche statistica vera o fasulla evidenzia i risultati della “ricerca” senese, quasi questa si sviluppasse nelle sezioni di partito, nelle compagnie birresche, al circolo del golf, in altri non meno esclusivi circoli della meglio società o nelle redazioni delle gazzette, e non all’università, ad opera del suddetto bistrattato “culturame”. L’opinione pubblica e le gazzette si muovono nella più perfetta e schizofrenica incoerenza: nei giorni pari si esprimono con dileggio su un mondo, quello dell’università, che (a differenza, che so, di quello del giornalismo, della politica o della finanza) a loro dire sarebbe composto solo di corrotti e nullafacenti; nei giorni pari intonano il “Te Deum” per i buoni risultati ottenuti nella ricerca. Ma forse ci arrivano anche certe menti illuminate a capire che i ricercatori c’entrano qualche cosa con la ricerca.

    «Perdere studenti non è un indice di cattiva qualità. Soprattutto se questa perdita è accompagnata dalla contestuale diminuzione del corpo docente. Così come la qualità, Rabbi insegna, dipende da dove si perdono i docenti, così vale per gli studenti. Dipende da dove sono gli studenti e dove stanno diminuendo.» Golene

    Eh, sì Golene, ma perdere studenti per via della diminuita qualità causata dall’aprirsi di gigantesche falle nella didattica in concomitanza col pensionamento del 50% del corpo docente è, al contrario, un bel problema; perdere addirittura un quarto degli studenti dal 2008 e totalizzare un rotondo -17% di iscritti (e molti più immatricolati) in un solo anno non è segno di salute: che vi sia un nesso con il fatto di aver perso la metà dei corsi di laurea e con la prospettiva di perderne due terzi mi pare innegabile, e non so se possa dirsi una fortuna, venalmente quantificando in pecunia che arriva dalle iscrizioni o che si riversa sulla città e in finanziamenti statali. Anche perché, come più volte ribadito, li perdi a cacchio di cane, cioè a caso, man mano che la gente va in pensione, non sulla base di una razionale e strategica programmazione (che non può non essere di respiro territoriale, cioè regionale) tesa alla valorizzazione delle eccellenze e a puntare su poche ed eccellentissime specialità.

    Come già ribadito, “la fuffa” è ancora tutta lì e già si palesano all’orizzonte altre, oscure e fuffologicissime imprese: in psicoanalisi si dice “coazione a ripetere”, ma tu dove hai letto che sono sopravvissute solo le cose buone e sono state soppresse solo le cose cattive? Credi ancora alla Befana? È avvenuto forse per l’eterogenesi dei fini? A me risulta che col mero criterio ciecamente meccanicistico dei “requisiti di docenza” (trad. it. sopravvive solo chi ha molti docenti – il numero di studenti, da un lato è legato alla completezza dei corsi, che se mutilati ovviamente non attraggono, dall’altro è ampiamente aggirabile con operazioni cinobalaniche contro le quali già si è scagliata la mia ira), di per sé inefficace senza avere il coraggio di mettere il ditino nella piaga delle macroscopiche patologie del sistema, badando anche alla sostanza e al senso delle operazioni che vengono compiute, sia destinata a sopravvivere tanta, ma tanta fuffa, e a mio modestissimo avviso, se non dimostri di fare sul serio, cioè se non dai subito corso rapido alle misure auspicate nei miei precedenti messaggi, in capo a pochi anni “la ricerca” e “la qualità” te la puoi scordare.
    Simpatici comunque questi “picciottazzi” della politica locale che cantano i trionfi dell’università di Siena, spadroneggiando come fossero ambasciatori kazaki: “quando li sento, mi si gonfiano il cuore e i cabbasisi”; dopo aver sponsorizzato tutte le operazioni dissipatorie di infimo profilo che nulla ci azzeccano con la ricerca e molto con la clientela, essendo state causa del collasso delle finanze, oggi si complimentano per i risultati del VQR e dei ranking della ricerca, cioè per l’operato di molti di coloro che cotanti geni consideravano poco più che bischeri, in quanto dediti allo studio più che al mercato delle vacche partitocratico dei vari geni inghirlandati. Congratulazioni vivissime: ma di cosa si congratulano e con chi?

    «I riconoscimenti conquistati non devono essere letti come un punto di arrivo.» Bezzini

    Ma il 2010 fu un punto d’arrivo “de che”? In un certo senso fu il 2008 il “punto d’arrivo”, cioè di non-ritorno; dopo è cambiato tutto e sarebbe utile che Bezzini & C. gettassero un’occhiata ai quattro conticini che gente interessata in quanto direttamente coinvolta e con la propria esistenza appesa al destino di questo ateneo sta cercando di mettere assieme anche in questo pregiato blog.

    E poi, pare che anche i lusinghieri risultati ottenuti nel campo della ricerca scientifica in quel lasso di tempo li abbiano procurati il Bezzini il Bisi: puzza di regime la caccia al disfattista, e l’ottimismo obbligatoriamente preteso da parte di chi non reputa necessario nemmeno informarsi circa i dati di fatto cela in realtà un velato disprezzo. Ma chiedete loro se hanno la più remota idea dell’ANVUR, del VQR, dei “prodotti richiesti”, dei “requisiti” per l’accreditamento dei corsi e della messe di leggi, decreti e circolari, strumenti sopraffini di tortura con i quali la burocrazia tiranneggia il mondo universitario eludendo ogni domanda di senso; chiedete se hanno una sia pur vaga idea di cosa resterà fra qualche anno della “ricerca” alla luce della congiuntura economica e delle disposizioni vergate in queste scartoffie. No, amici cari, non è della vanagloria dei politici che si ammantano dei meriti altrui, talvolta per nascondere i propri demeriti, che ha bisogno l’università di Siena.

    «Siamo orgogliosi di ospitare nella nostra regione la migliore università italiana. I motivi di soddisfazione non finiscono qui perché Pisa e Firenze sono rispettivamente al terzo e quarto posto nella classifica degli Atenei con più di 40mila iscritti.» Stella Targetti

    “Siena prima… Pisa terza”, ma via… evitiamo questi paragoni da mosche cocchiere. Pisa è terza tra i grandi atenei, tra le corazzate, Siena è “prima” (secondo i parametri del CENSIS) tra le università medio-piccole. Ma sarà meglio essere Cesare a Montarrenti o il vice di Cesare a Roma? Anche perché se il CENSIS ti mette tra le piccole, risulti prima, mentre se l’ANVUR ti mette fra le grandi, risulti sedicesima. Quasi 50.000 iscritti, una flessione del -4% a fronte del -17% senese, tutti i comparti scientifici, tecnologici ed umanistici, tutte le specializzazioni ancora in vita, sicuramente meno problemi di bilancio, quest’anno Pisa è diventata il primo ateneo toscano ed è la numero 101 al mondo nella prestigiosa Academic Ranking of World Universities http://www.shanghairanking.com/ARWU2012.html, risultato più che lusinghiero per un’italiana, mentre Siena non compare tra le prime 500. Provi comunque a dire al rettore di Pisa che deve prendere Siena come modello… e magari il Monte dei Paschi come esempio di amministrazione lungimirante.

  5. P.S. A scanso di equivoci, l’espressione “picciottazzo” è desunta dal lessico bizzarro del commissario Montalbano, di nuovo sui nostri schermi, e non ha alcuna connotazione morale: nella classificazione degli esseri umani per età, corrisponde al nostro “giovanotto” (ci sono i “picciottazzi”, i “quarantini”, i “cinquantini” ecc.).

  6. Siamo campioni in buchi di bilancio ma siamo pure tra i primi in qualità e ricerca. Un vero miracolo.
    Fitta col giudizio che un giornalista spagnolo ha dato sul nostro paese recentemente: “vi invidio, quando sembra che state per crollare è la volta buona che risorgete e andate avanti”.
    Che dire?
    Nell’incapacità a spiegarmi il miracolo non posso che sposare l’augurio del Bezzini: i riconoscimenti siano uno stimolo a migliorare e non a rilassarsi.
    Se cerco di ragionare mi vengono in mente solo gli anni allegri di quando l’economia del paese cresceva rigogliosa ma cresceva più rigoglioso il debito pubblico. Crescevamo a botta di cambiali. Però erano anni certamente migliori di quelli attuali che ci vedono in recessione mentre il debito pubblico cresce peggio di prima e sfora il muro dei 2000 miliardi. Facciamo cioè cambiali non più per crescere ma per recedere.
    I riconoscimenti non credo che siano regalati o, peggio, pagati.
    Significano che siamo tra i meno peggio. Se così non fosse dovrei credere in una mano santa che ci soccorre.
    Sia come sia c’è poco da meravigliarsi se gli amministratori, i politici e il Bisi si rallegrano per i riconoscimenti. Ci sarebbe da meravigliarsi se piangessero.

  7. Petracca non ti si sente per una vita, dopo che avevi detto cose tanto intelligenti e argute sulla crisi dell’Ateneo e ora torni su un post vecchio con affermazioni grottesche che dimostrano evidentemente che non hai letto il seguito. Nelle classifiche dove sono primi a Siena non si fa menzione della qualità e della ricerca, ma a tutt’altri criteri che con la ricerca (e la didattica) niente hanno a che vedere. Invece nelle classifiche dove si parla di ricerca e didattica Siena non è neanche nei primi cinquecento posti al mondo.
    È chiaro quindi che il tuo commento è del tutto fuori luogo. Punto.

  8. Per Roberto Petracca:

    “Università, il Mit si conferma primo ma gli atenei italiani salgono in classifica”.

    http://www.corriere.it/cronache/13_settembre_09/classifica_universita-italia_ec56b3b0-1991-11e3-965e-2853ac612ccd.shtml

    La prima delle italiane al 188° posto è Bologna. Siena “galleggia” tra la posizione 501 e la 550

    http://www.corriere.it/scuola/universita/notizie/popup/pop_classifica-universita.shtml

    Un bel miracolo, davvero!

  9. Massimo del disgusto, mi dispiace averti deluso.
    Che io sia poco informato è poco ma sicuro.
    Forse però qualche pecca ce l’hai pure te.
    Vero è che la valutazione è fino al 2010 e non sappiamo come sarà valutata la ricerca dopo il 2010, ma l’ultima valutazione fatta dall’Anvur dice che Siena è prima nella qualità della ricerca in rapporto alle dimensioni degli Atenei.
    Lazzaro, sì, nel mondo facciamo ridere. Non mi sono mai sognato di dire che siamo tra i primi al mondo.

  10. «Significano che siamo tra i meno peggio.» Petracca

    Caro Petracca,
    lasciando perdere il CENSIS, che valuta tutto, tranne l’essenziale, le valutazioni dell’ANVUR per il 2004-10, ossia quelle ufficiali del ministero, dicevano che Siena era sedicesima in Italia (sottolineo era, perché non stiamo parlando dell’oggi, ma di dieci anni fa), cioè a dire non era malaccio, in alcuni settori e prima della crisi: ogni paragone con altre sedi, tipo Pisa, con tutti i ranghi scientifici ed umanistici ancora intatti, è avvilente; da allora (2007) con la crisi dell’ateneo, c’è stata la drastica diminuzione, fino al dimezzamento, del personale docente, che si compirà nel volgere di meno di un lustro.

    L’uomo della strada, cui andrebbe inflitta come tortura quella di ripetere cento volte il Decreto Ministeriale del 30 gennaio 2013 n. 47 si limita a ripete: “bene, e so’ troppiiiii!”, e non sa di “requsiti minimi”, né comprende che con meno di 600 docenti (metà dei quali ricercatori, quasi tutti senza speranza di ascendere ai ranghi più alti) rimasti dopo l’uscita di ruolo ovviamente aleatoria – settori ancora pieni e settori svuotati – di altrettanti, in forza del suddetto decreto si fanno una venticinquina di corsi 3+2, rispetto alla settantina che furono nel 2008.
    Con il blocco del turn over, ovvero l’espulsione di massa dei giovani non strutturati e dulcis in fundo la normativa riguardo ai “requisiti di docenza” già risalente all’era del centrosinistra mussiano, ciò ha sino ad oggi provocato il dimezzamento dei corsi di studio sulla base di criteri meramente anagrafici (pensionamenti), che con la “qualità” hanno ben poco a che vedere. Non mi si dica poi che gli osceni rattoppamenti eseguiti in questi anni, onde far fronte all’insostenibilità di quei “requisiti” ed altri ancora, dando luogo a corsi in cui non si capisce nemmeno cosa si studia, sono improntati alla ricerca dell’eccellenza! Non credo di andare lontano dal vero se stimo che alla fine saranno cancellati due terzi dei corsi di studio, e non saranno necessariamente i più schifosi (anzi).

    Al contempo, come più volte ribadito, non si pongono in atto misure efficaci per ripristinare la qualità (ma per quale perversione si continua ancora a bamboleggiarsi con le sedi distaccate, invece di guardare alla prospettiva di federazioni settoriali interateneo, come suggerisce la riforma?), e con la soppressione dei dottorati e dei livelli specialistici, inevitabilmente gli studenti fuggono: -25% in quattro anni e i presagi per quest’anno, a giudicare dall’affluenza ai test, sono quantomai foschi: cosa dirà l’ANVUR di questo passo tra quattro o cinque anni? Trovo sconcertante che anche nel dibattito pubblico si continui a ragionare con un irritante pressappochismo, del tutto ignaro delle norme più recenti che governano l’accreditamento dei corsi, e dei numeri di studenti e docenti che l’ateneo è oggi in grado di esibire, che impongono certe soluzioni, non si limitano a consigliarle.

    Eppure le norme vigenti (il contenuto di due riforme e lo stillicidio di interdizioni ed obblighi che una burocrazia perversa ed autoreferenziale ci somministra, rendendo obbligatorio il caos) sono il prodotto di due governi: uno di destra e uno di sinistra.
    Quella sinistra che a Siena ha prodotto il dissesto allontanandosi forse dal suo stesso impianto di valori, e quella destra che quando parla del “culturame” non sa far altro se non compiacersi dello sfacelo: due facce della stessa medaglia. Una cosa l’ha detta la prestigiosa ARWU, ossia che quest’anno Siena è sparita dalle prime 500 unversità mondiali. Quanto al reciproco congratularsi di politici e giornalisti per la fanfaronata della “meglio università del mondo”, sapendo che ruolo ha avuto la politica nel dissesto o la stampa nel tacere sul dissesto (salvo poi schizofrenicamente incitare a picchiare duro sulla docenza, apostrofando più o meno tutti come privilegiati e fannulloni, senza troppi distinguo – tutti colpevoli, nessun colpevole), non è dato sapere che meriti abbiano avuto costoro nella promozione della ricerca e se pensano che didattica e ricerca la facciano i marziani, e non piuttosto coloro sui quali a giorni alterni sputacchiano.
    Un saluto cordiale RJJ

  11. Rabbi, non so eccepire nulla alle tue argomentazioni. Però vedo la tua conoscenza dei problemi, la tua critica, la tua competenza e non posso che dirti grazie per l’impegno e la faccia che ci metti. Ritengo che il controcanto che questo blog fa all’establishment sia prezioso. Tanto più prezioso quanti meno addetti ai lovori sono disposti a metterci la faccia per darvi un sostegno almeno psicologico. A naso sono propenso a credere che la critica che portate avanti sia fondata e giusta, anche perché se è vero che non vedo molti addetti ai lavori che vi sostengono è altrettanto vero che vedo ancor meno addetti ai lavori venire qui a confutare le critiche.
    Per tornare al tema: Siena è al sedicesimo posto tra le università grandi. Ma la classifica sulla qualità della ricerca in cui Siena risulta prima e di cui si rallegrano Riccaboni, Bezzini, Bisi e Targetti è la seguente:
    http://www.anvur.org/rapporto/files/stampa/TABELLA%205.pdf
    Questa tabella mette in più stretto rapporto la qualità della ricerca con le dimensioni e Siena risulta prima.
    Non credo che gli apprezzamenti che ti ho appena esposto perdano valore se trovo naturale che Riccaboni, Bezzini etc. si rallegrino per i riconoscimenti ricevuti da Siena. Né se me ne rallegro anche io dicendo che evidentemente nel nostro paese siamo tra i meno peggio (magra consolazione) nonostante i disastri combinati anche prima del 2010.

  12. «Se è vero che non vedo molti addetti ai lavori che vi sostengono è altrettanto vero che vedo ancor meno addetti ai lavori venire qui a confutare le critiche.» Petracca

    Caro Petracca,
    naturalmente chi tace non sbaglia, ma da quello che vedo, della situazione reale dell’università, non ne parla nessuno. Non esiste un dibattito pubblico su questi temi, se non la stanca litania dei luoghi comuni, sempre più lontani dalla verità. Taluni si sentono al di sopra dei comuni mortali, come l’imperatore del Giappone, di cui si riteneva che, essendo di origine divina, non dovesse ingerirsi nelle cose terrene; anche se molti di costoro, in realtà, sono più prossimi (con l’infondato pensare che saranno sempre nutriti perché sempre lo furono in passato) al tacchino di Bertrand Russell che al “Figlio del Cielo”. Altri, atteggiandosi a medici pietosi, ritengono che il migliore più pudico modo per parlare dello stato di salute di un malato incurabile sia quello di tacerne. Altri ancora ritengono che il protervo silenzio sia una prerogativa tipica ed irrinunciabile del potere: dunque, pur non avendone, per fingere di averne e di esserne partecipi assumono tutte le pose confacenti al ruolo. Vi è poi una diffusa e meschina microconflittualità che spesso dà luogo alla metamorfosi, nel vasto pollaio, dei tacchini di Russell in capponi di Renzo. Infine vi è la terribilità di un apparato burocratico soverchiante che fa del caos un obbligo e rende vana e persino ridicola ogni domanda di senso. La sostanza è che interrogarsi sul proprio ed altrui destino pare un gesto sconveniente come scaccolarsi in pubblico o tossire a un concerto.
    Un saluto RJJ

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